sabato 26 febbraio 2011

Regali per sempre

Non so perchè, ma in questo periodo mi capita spesso di ripercorrere con la mente - e col cuore - l'itinerario che mi ha portato ad amare la musica, e mi ritrovo con gioia e al tempo stesso con sorpresa a riascoltare i brani che per primi, tanti anni fa, mi avevano emozionato.
Dico "sorpresa" perchè ci sono pezzi che non sento più da una vita, ma che scopro di avere ancora dentro quasi nota per nota come se, dopo la prima volta, fossero divenuti miei per sempre.

Alla
"Sinfonia fantastica" di Berlioz, primo disco in assoluto, ne erano seguiti molti altri come ho già avuto occasione di dire in un recente post, anche se non tutti mi "prendevano" immediatamente.
Non sono un soggetto particolarmente emotivo e, a parte i canti di montagna che hanno sempre esercitato su di me particolare suggestione, smuovermi dentro non è facile.

Capitava che certi brani classici di primo acchito non mi piacessero e richiedessero di essere risentiti a lungo prima di parlarmi. O per meglio dire, era necessario che, per cogliere la bellezza della musica, fossi io ad aprirle il cuore, a socchiudere quello spiraglio dell'anima che, rendendoci vulnerabili, consente di stabilire un'autentica comunicazione.


Mozart e Chopin mi avevano preso subito, ma nonostante a sedici anni fossi già innamorata di Bach, non tutto di lui mi era di immediato approccio: occorrevano tempo e frequentazione assidua, come capita con quelle persone a cui al momento non fai molto caso e delle quali solo più avanti scopri l'immenso valore.


Tuttavia, ho il ricordo nitido di brani che, per una serie di circostanze, sono stati amore al primo ascolto.
Ho in mente l'
"Ouverture" del "Tannhauser", il primo Wagner che abbia mai ascoltato e che mi aveva spalancato l'anima verso l'infinito. Così pure la "Mariazellermesse" di Haydn, scoperta all'improvviso nel Duomo di Salisburgo, o il "Larghetto" della Sinfonia classica di Prokofiev con la sua dolcezza e il suo ritmo. Ma ogni pezzo dentro di me è denso di ricordi e meriterebbe attenzione particolare.

Possedevo poi un disco che comprendeva autori di varie epoche: lì, avevo scoperto il
"Largo" di Haendel, così come il "Concerto di Varsavia" di Addinsell o la "Meditazione di Thais" di Massenet. Ascoltarlo era passare dalla solennità dell'organo alle note più intime del violino e così via, lasciando che l'anima letteralmente si ri-creasse alla luce di tanta bellezza.

E' proprio con uno di questi brani che mi riporta alle atmosfere della mia adolescenza che desidero augurare buon weekend a chi mi legge.

Ascoltare la "Meditazione di Thais" di Massenet dal violino della magica Anne Sophie Mutter non mi ricorda solo il fremito di un particolare periodo della mia vita, ma mi suggerisce che, sull'onda delle note e nell'attenzione del cuore, quella Vita è ancora qui.

Buon ascolto!


lunedì 21 febbraio 2011

"Incontro"

Riflettevo in questi giorni sui casi che, da un po’ di tempo, mi hanno portato ad avventurarmi sul web, navigando tra aggregatori e social network fino a questa recente esperienza di blogger.

Avevo sempre guardato con qualche sospetto la realtà virtuale che certo ha i suoi vantaggi, ma pure inconvenienti e ambiguità. Tuttavia, sto sperimentando quanto anche il web possa diventare luogo di condivisione e di arricchimento, veicolo di cultura e di confronto. Se poi si parla di musica, è la stessa magìa delle note a creare un comune denominatore in cui ritrovarsi perché è proprio della musica, col suo linguaggio universale, il potere di creare dei legami.

Per questo, desidero dedicare oggi ai miei lettori e a tutti coloro che, anche per caso, si troveranno a passare di qui, un brano di Giovanni Allevi dal titolo particolarmente significativo : “Incontro”. E’ un pezzo tratto da “Composizioni” , il secondo cd pubblicato dall’autore ancora quasi alle prime battute del suo itinerario compositivo.

Sono delicatezza e intensità le cifre più significative di questo brano. Il tema - ripetuto e rielaborato in modo sempre più ampio come è tipico dello stile di Allevi - dal tono sommesso dell’inizio si arricchisce e si apre a sonorità progressivamente più complesse per poi riprendere a farsi intimo.

Tuttavia, mentre talora la melodia ritorna su se stessa con insistenza e quasi ridondanza, talaltra è come se il vero nucleo del pezzo si rendesse per così dire inafferrabile: nel momento in cui il compositore enuncia un tema, infatti, già lo rielabora andando oltre, conducendo l’ascoltatore altrove, quasi a inseguire - attraverso frequenti cambi di tonalità – un’espressività sempre nuova e più intensa.

E voglio pensare che il fulcro del brano, quello cui allude il titolo, sia proprio l’incontro del compositore con la Musica: un incontro iniziato delicatamente, quasi in segreto, poi alimentato da un’appassionata ricerca di pienezza fino ad esplodere in un impeto che qui, a tratti, riecheggia Chopin.

Belle le insistenti riprese del tema iniziale sottolineate dai bassi profondi della mano sinistra, così come gli arpeggi, il nitore delle singole note e - ancora una volta - le pause, dettate più che altro dal ritmo del cuore ad esprimere una dolcezza senza fine.

Buon ascolto!

venerdì 18 febbraio 2011

Grazie !!!

Navigando tra un post e l'altro, scopro con sopresa e con piacere che l'amica blogger Merins ha segnalato il mio blog come meritevole di attenzione.

Gliene sono profondamente grata e mi sorprende che il mio piccolo spazio che compie in questi giorni solo quattro mesi - proprio un neonato ! - conti amici lettori così affezionati.
E certamente il merito è della musica che, con il suo fascino, ha il potere di creare legami aprendo il cuore e aiutandoci a scoprire lo splendore nascosto in noi e negli altri.


E' con gioia allora che anch'io mi appresto a segnalare tra i tanti blogs meritevoli per passione, freschezza e competenza - e, nessuno me ne voglia.... inevitabilmente esclusi - i seguenti tre:

- a tempo e luogo (http//atempoeluogo.blogspot.com)

- Eccomi (http//szaszkati.blogspot.com)


- la verità vi farà liberi (http//semperamicus.blogspot.com)


A voi e a tutti, oggi desidero dedicare un brano dell'autore con cui ho inaugurato questo blog:
Mozart.
L'
Andantino dal "Concerto per flauto, arpa e orchestra K.299" con la sua luminosa soavità sia il mio GRAZIE e il mio augurio di buona giornata!

mercoledì 16 febbraio 2011

Neve intatta

Sono stata qualche giorno in montagna, un lungo weekend per staccare dal grigio dalle nebbie di pianura e rifamiliarizzarmi col silenzio.

E' impagabile poter riascoltare il silenzio assoluto, abituati come siamo ai rumori del traffico cittadino e delle radio di sottofondo che ormai imperversano ovunque, dai bar ai supermercati e ultimamente anche alle stazioni.


Il silenzio diventa quindi una realtà nuova e inusitata, un'esperienza sorprendente che ci consente di affinare non solo l'udito, ma ogni altra percezione.

Dalla carezza del vento sul viso, allo sguardo che cerca di cogliere il disegno scuro delle cime nella notte stellata, tutto diventa in qualche modo fresco e nuovo, fino al respiro e ai battiti del cuore che nella pace circostante riusciamo a sentire riscoprendo di possedere un ritmo, una pulsazione, di essere vivi, come fosse la prima volta.


Ma certamente in questa stagione, ad accrescere tali sensazioni è la presenza della neve.

Davanti al bianco della neve intatta, viene spontaneo soffermarsi con stupore, contemplarne lo scintillio e tornare bambini imprimendo nel soffice spessore una mano magari solo per vederne l'orma.

E' riconciliarsi con una natura che sembra averci atteso maestosa e sublime, sempre uguale a se stessa, e che ora ci accoglie nel suo abbraccio rigenerante se solo ci abbandoniamo a lei e ci lasciamo portare dal suo splendore.
Così, la serenità ci pervade poco a poco, operando in noi una sorta di pacificazione, come un prezioso rammendo che ricuce il segreto tessuto del cuore.
Anche la musica, come la bellezza della natura possiede un simile potere terapeutico capace di risanare dal profondo, restituendo splendore e integrità all'anima come un manto di neve intatta nella luce dell'alba.
Ed è Albinoni a guidarci oggi, con l'Adagio dal "Concerto per oboe op.9 n.2", un brano forse meno popolare del più famoso Adagio in sol minore, ma senza dubbio altrettanto suggestivo.

Buon ascolto!


 

domenica 13 febbraio 2011

"Hortus conclusus"

L' "hortus conclusus", il giardino recintato, nella tradizione medioevale era una zona verde in genere di piccole dimensioni, situata inizialmente nei monasteri dove si identificava con il chiostro o comunque con un orto chiuso da mura, nel quale si coltivavano erbe medicinali o piante da frutto.

Col passare del tempo, il luogo si è diffuso anche in ambito laico assumendo una funzione decorativa, ma senza perdere le sue varie simbologie : la forma quadrata rifletteva i quattro angoli dell'universo e il centro era costituito da un albero (riferimento all'albero della vita) o da un pozzo o da una fontana (segno di Cristo fonte di sapienza, e dei quattro fiumi del Paradiso terrestre).


Al loro interno, questi giardini segreti ospitavano fiori e frutti dai significati simbolici sia mitologici che religiosi, ma nel campo dell'arte sacra l'
"hortus conclusus" divenne ben presto il simbolo della verginità di Maria con riferimento al passo biblico del Cantico dei Cantici (4, 12): "Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata".

Mi è venuta in mente questa immagine proprio oggi che in tutte le piazze d'Italia, ma anche all'estero, le donne hanno manifestato giustamente in difesa della loro dignità, perchè ho pensato che dignità è la salvaguardia di uno spazio anche interiore di bellezza, da custodire e proteggere così come si difende un giardino dall'invasione delle erbe infestanti.

Esiste infatti, a mio avviso, una verginità del cuore più che mai necessaria in questi tempi, per coltivare con cure da esperto giardiniere il terreno dei sentimenti e delle relazioni difendendolo dalle incursioni esterne.


Certo, è un discorso che vale per ogni persona, uomo o donna che sia, perchè tutti abbiamo da preservare in noi un luogo segreto e silenzioso che ci ricorda la nostra origine divina.
Tuttavia mi pare tipicamente femminile la vocazione a proiettare la propria attenzione dentro prima ancora che fuori, a coltivare la propria interiorità facendole spazio e imparando a leggerne ogni sfumatura con tenacia e insieme con dolcezza.


A commento di tali considerazioni, mi piace postare qui un brano del musicista che - forse più di ogni altro - parla col linguaggio dell'interiorità, colui che con la profondità e la delicatezza delle sue note si è addentrato più a fondo nel meraviglioso e variegato giardino del cuore:
Frédéric Chopin.

Dal "Concerto n.2 in fa min. op.21 per pianoforte e orchestra", il mirabile Larghetto eseguito in maniera altrettanto mirabile proprio da una donna.

Buon ascolto!


mercoledì 9 febbraio 2011

Febbraio

La straordinaria bellezza del "Ciclo dei Mesi" dei fratelli Limbourg (vedi post del 17 gennaio 2011) mi conduce oggi a prendere in considerazione il mese di Febbraio che fa eccezione rispetto all'intero ciclo per alcune ragioni.
Pare infatti che, in questo caso, del lavoro dei Limbourg (Paul in particolare) rimangano solo tracce di uno schizzo nella parte alta della miniatura, e che in realtà l'autore sia anonimo.
Ciò spiegherebbe anche la singolarità di questo mese rispetto agli altri per il fatto che la scena rappresentata si limita ad un quadro di ambiente rurale e manca il castello sullo sfondo.


Detto questo però, non si può non cogliere la suggestione di una simile immagine, sia per l'impianto iconografico prospetticamente ben costruito, sia per il fascino della neve che crea un clima di particolare calma e riempie la rappresentazione di silenzio, quasi un preludio a quelli che saranno i dipinti di Bruegel.

L' autore rappresenta l'interno e l'esterno di una fattoria dove sono illustrati con grande realismo i dettagli di una giornata invernale: dalle persone che al coperto asciugano le vesti davanti al fuoco, ai panni stesi, agli uccelli neri che becchettano sul terreno innevato, all'ovile, agli alveari allineati, alla figura che si dirige verso casa alitando sulle mani gelide.

Nella parte alta della miniatura poi, un contadino spinge l'asino verso un paesetto che s'intravvede sullo sfondo, lontano, affondato nel biancore, tuttavia ben individuato nei particolari.

La suggestione nasce anche dal gioco dei colori: il bianco della neve infatti dà risalto alle diverse tonalità di marrone (l'edificio, il recinto, gli alberi, il silos) e qua e là, qualche macchia di blu richiama la lunetta.

Bellissimo l'intreccio del recinto che fa pensare a un contesto di vita ordinata e regolare nei suoi ritmi, all'interno della quale ogni lavoro è ben curato e trova la sua giusta e serena collocazione.


Nel contemplare la bellezza e il senso di pace che spira da questa miniatura, ci accompagna ancora la musica di
Respighi, questa volta con la "Siciliana" sempre dalla Suite n.3 da "Antiche arie e danze per liuto".

Buon ascolto!

sabato 5 febbraio 2011

Dalla classica al rock

Il valzer dalla "Sinfonia fantastica" di Berlioz che ho postato lunedì scorso mi ha fatto ricordare gli inizi della mia passione per la musica, classica e non.
Era stato proprio il disco di quella sinfonia, infatti, il primo in assoluto che avevo acquistato per inaugurare il giradischi regalatomi dai miei genitori.

Avevo quindici anni, era l'epoca dei 33 giri di vinile e non immaginavo che quel Berlioz comprato a caso senza sapere in realtà di cosa si trattasse, sarebbe stato il primo di una lunga serie che mi ha accompagnato durante la mia adolescenza.
Avevo scoperto che in edicola usciva una collezione di fascicoli dedicata ai grandi musicisti per modiche 350 Lire l'uno salite poi, se non erro, a 750 nella successiva edizione (...sì, lo so...sto parlando di preistoria!...). Così l'acquisto di quegli album bianchi, ciascuno con relativo disco inserito nella copertina, era diventato il mio prezioso appuntamento settimanale.


A Berlioz era seguito Chopin, poi Beethoven, Schumann, Mendelssohn, Mozart, Bach e via dicendo. Non erano pubblicati in ordine cronologico: perciò passavo dal fascino dei concerti più romantici per violino o pianoforte al rigore del clavicembalo bachiano e di nuovo all'impeto pianistico di Liszt o di Brahms.Sentivo musica in ogni momento libero e non: adoravo Bach a tutto volume per la gioia e la disperazione dei vicini di casa. Lo ascoltavo a volte anche studiando: i Brandeburghesi erano perfetti con gli esercizi di algebra, mentre con geometria o letteratura mi occorreva maggiore concentrazione e dovevo rinunziare.

Col passare del tempo, però, pur essendo rimasta inalterata in me la passione per la classica, ho iniziato ad ascoltare anche la musica leggera dei cantautori o dei gruppi più in voga, mentre ho faticato parecchio invece a familiarizzarmi con il rock.


Unica eccezione in questo campo è stata una composizione che mi ha immediatamente appassionato e che amo ancora moltissimo : "Jesus Christ Superstar", forse la più famosa opera rock degli anni Settanta, scritta da Tim Rice per il testo e Andrew Lloyd Webber per la musica, e rappresentata ancora oggi sia nella versione musical che in quella cinematografica.
Al di là dell'interpretazione hippy della vita di Gesù che a suo tempo aveva creato alcune polemiche, è stata proprio la musica di Lloyd Webber a prendermi: grintosa e accattivante, ricca di sensualità e di ritmo e splendida soprattutto nelle parti vocali di Giuda e della Maddalena.

E' proprio una delle più famose arie cantate dalla Maddalena, "I don't know how to love him" (Io non so come amarlo), che oggi desidero postare qui perchè - e anche in questo sta il bello! - è la chiara ripresa di una delle pagine più suggestive della letteratura violinistica dell' Ottocento: l'Andante dal "Concerto in mi minore op.64" di Mendelssohn che propongo nella datata ma sempre magica esecuzione di Christian Ferras.

Dalla classica al rock...e poi ancora alla classica!

Buon ascolto!


lunedì 31 gennaio 2011

Profumo di Calycanthus

Un’altra settimana è iniziata, col suo carico di lavoro e di freddo, col suo fardello di impegni e forse di ansie.

Ieri, qui in pianura è ricomparsa la neve, una neve che tuttavia non ha imbiancato i tetti, lasciando il paesaggio colmo di grigiore e di tristezza. Oggi, affiora una campagna giallastra bruciata dal gelo dei giorni scorsi che il pallido sole di mezzogiorno non è riuscito a illuminare.

Eppure gennaio è finito, le giornate sono già più lunghe e la terra sotto la sua crosta di aridità sta covando la primavera. E’ il tempo dell’attesa: arida e brulla, dura e legnosa, eppure anche splendente attesa, piena di speranza per la ricchezza che l’inverno porta dentro, per quella vita che prepara nel segreto.

Lo testimonia un fiore che si apre in gennaio, un fiore dalla bellezza discreta, quasi inosservata, ma dal profumo intensissimo e inebriante: il Calycanthus. Quante volte, in questa stagione, il suo profumo mi ha colto per strada - nel buio della sera - come un regalo inaspettato, una sorpresa che ti fa rallentare il passo e cercare l’albero nascosto magari nella penombra di un giardino!

Come il profumo del Calycanthus può illuminare una sera invernale facendocene scoprire la segreta magìa, così anche una musica può restituire sorriso e forse passo di danza al nostro cuore.

Il secondo movimento della "Sinfonia fantastica" di Berlioz dal titolo "Un ballo", è un valzer dai toni delicati ma anche pieni di irruenza e inebrianti come un profumo. Infatti, il ritmo della melodia - sognante e appassionata - ora rallenta e si allarga a sottolineare con garbo la frase musicale, ora si fa più vivace per arrivare poi ad un finale concitato e trascinante.

Su queste note, buona settimana e buon ascolto!

giovedì 27 gennaio 2011

Memorie

Ho sempre pensato che una delle più importanti facoltà dell’uomo, anzi forse proprio la più importante e preziosa - più ancora dell’intelligenza o della sensibilità - sia la memoria.
Senza la possibilità di ricordare infatti, non resterebbe in noi segno alcuno non solo degli eventi della storia, ma neppure di noi stessi.
Senza la memoria non saremmo in grado di riconoscere i volti di coloro che amiamo e la rete di sentimenti che ad essi ci lega. Non sapremmo neppure chi siamo, non potremmo scaldare il cuore al calore dei ricordi, nè ritrovare quel sorriso interiore dato dalla consapevolezza di possedere una ricchezza di cui essere grati.
Ma non ci si può portare sempre dentro tutto, e anche le memorie talora vanno sottoposte a un processo di selezione, perché lo spessore dei ricordi possa diventare luce e non fardello insostenibile al nostro andare. Ci possono essere infatti memorie dolorose che, a un certo punto, è bene gettarsi dietro le spalle : ricordi che, a volte, coltivano solo rancore e ci vedono per così dire seduti sulla riva del fiume ad aspettare il cadavere del nemico.
Esistono tuttavia memorie altrettanto dolorose che, al contrario, vanno tenute vive perché ricordano quanta fragilità abita il nostro cuore e quanto è breve il passo perché l'essere umano si trasformi in una creatura diabolica. A volte il confine è labile, la linea sottile, il cammino insidioso anche oggi, forse più di quanto pensiamo; a volte, per entrare “nella selva oscura” basta che l'uomo sia solo “pien di sonno”, il sonno dell’indifferenza, della dimenticanza o della ragione.
Per questo, anche qui tra le mie piccole pagine, desidero celebrare oggi, 27 gennaio, il "Giorno della Memoria".
E se ri-cor-dare non è atto puramente mnemonico, ma significa restituire al cuore, ha senso affidare tale ricordo alla voce della musica che sempre sa parlare al cuore e riempirci l’anima della sua bellezza permettendoci di riscoprire - contro ogni barbarie - i tratti dell’angelo che, nel segreto, ci abita.
Ci accompagna il sublime e intensissimo “Lacrimosa” dal “Requiem” di Verdi di cui proprio oggi ricorre l'anniversario della morte.
Buon ascolto! 

venerdì 21 gennaio 2011

"Notte ad Harlem" : la segreta poesia delle cose

Ci circonda un mondo strano, una contemporaneità contraddittoria e difficile da scandagliare che, talora, stende sul nostro vivere quotidiano un velo di opacità rendendolo apparentemente privo di attrattiva.

In realtà, per cogliere lo splendore dell'esistenza al di là della superficie, occorre luce al nostro sguardo, una luce che l'arte in tutte le sue forme - e soprattutto la musica - può aiutarci a riscoprire.
E' l'espressione artistica infatti che, come una sorta di amore, consente di attingere la vera essenza delle cose svelando la segreta bellezza che le abita. Allora, anche la quotidianità più piatta o ripetitiva può rivelare il suo fuoco segreto o le immagini di squallore metropolitano che a volte ci attorniano possono trasfigurarsi ai nostri occhi, permettendoci di scoprire angoli di nascosta poesia.

E' a questo proposito che propongo oggi all'ascolto "Notte ad Harlem", un brano di Giovanni Allevi dal cd "No concept" per il quale il compositore ha preso ispirazione da un suo soggiorno a New York.


E' una melodia semplice e intensa - colorata qua e là da echi gospel e a tratti anche jazz - che restituisce inusitata dolcezza all'immagine del famoso quartiere afroamericano.
Il tema, di grande trasparenza, si ripete più volte all'inizio del brano con lievi varianti, quasi impercettibili dettagli che pure - come si può vedere anche in altri pezzi dello stesso autore - fanno la differenza.

Si tratta di leggeri mutamenti di ritmo della mano sinistra, o acciaccature o arricchimenti della melodia che, con opportuno gioco di pedale, ne accentuano l'andamento sincopato - questi ultimi più evidenti nelle esecuzioni live dove Allevi diventa per così dire interprete di se stesso.


Tuttavia, mai il brano perde il filo della semplicità, neppure nelle parti in cui la tonalità cambia e la melodia si dispiega con sonorità più complesse e impetuose per poi tornare a far fiorire, sommessa, l'intimità delle singole frasi musicali, quasi note sussurrate all'orecchio.


Per quanto la musica di Allevi non sia propriamente descrittiva, sembra qui di respirare con lui l'atmosfera del quartiere newyorchese a cui il compositore, svelandone il cuore caldo, offre un tributo di amore e di struggente dolcezza.

Buon ascolto!

lunedì 17 gennaio 2011

Gennaio

Sono sempre stata affascinata delle rappresentazioni del "Ciclo di Mesi" sia nella letteratura che nelle arti figurative.
Dai sonetti di Folgòre da S.Gimignano agli affreschi del Castello di Trento o di Palazzo Schifanoia a Ferrara; dal ciclo scultoreo di Parma e ancora di Ferrara a quello della Pieve di Arezzo, tutti mi hanno sempre colpito per la vivacità descrittiva nel raccontare il cammino dell'uomo nel tempo dell'anno.

L'avvicendarsi delle stagioni così come dei mestieri, la neve e la fioritura, la vendemmia e la raccolta del grano, il lavoro e i passatempi sono infatti la celebrazione di un'esistenza che trova nei ritmi della natura e del cielo la propria ragion d'essere, come una sorta di liturgia delle ore del concreto vivere quotidiano.

Tuttavia, al di sopra delle rappresentazioni citate, non si possono dimenticare le famosissime miniature dei Fratelli Limbourg - oggi conservate al Museo Condé a Chantilly - che, tra i vari cicli dei Mesi, rappresentano forse l'esempio più prezioso per ricchezza di particolari e raffinatezza descrittiva.

Siamo all'inizio del XV secolo in Francia, alla corte del Duca de Berry.

Qui, Pol, Jean e Hermann de Limbourg, orafi e miniatori di antica tradizione, creano l'opera considerata il loro capolavoro:
"Très riches heures du Duc de Berry", libro d'ore all'interno del quale si trova appunto il ciclo dei Mesi.

Si tratta di dodici miniature a tutta pagina che, nella lunetta superiore, riportano
la posizione del sole e i relativi segni zodiacali, mentre nella parte sottostante rappresentano le attività tipiche del mese descritto.
E' uno specchio del mondo cortese e contadino dell'epoca reso con ampiezza di particolari: dagli abiti nobiliari di raffinata eleganza, alla campagna con le varie operazioni agricole sempre minuziosamente descritte, alla frequente rappresentazione, sullo sfondo, dei turriti castelli del tempo.


Il mese di Gennaio qui riportato raffigura una scena di corte, un ricco banchetto all'interno di una sala. Al centro della tavola imbandita sta il duca de Berry attorniato da personaggi d'alto rango, mentre alle sue spalle troneggia un imponente camino e sullo sfondo un arazzo rappresenta una scena di guerra.
Vivacissimi i colori tra i quali spicca una splendida tonalità di blu.

Nel contemplare la bellezza di questa miniatura, ci fa da colonna sonora un brano di Ottorino Respighi : il primo movimento ("Italiana") de
lla terza Suite da "Antiche danze e arie per liuto" , trascrizione per archi di un'antica danza del XVI secolo che, a mio avviso, ben si adatta all'atmosfera dell'immagine rappresentata.

Buon ascolto!

sabato 15 gennaio 2011

Una luce nel cuore dell'inverno

Giornate di nebbia queste, almeno qui in pianura, una nebbia fitta che immerge il paesaggio in un indistinto grigiore dove i colori sfumano.

Per quanto possa avere un suo fascino, non ho mai amato la nebbia perchè impedisce di scorgere l'orizzonte e non poter guardare avanti è una sensazione che talora mi toglie il respiro.
Preferisco invece una visuale più ampia, magari anche col cielo coperto.
Ci sono a volte, a primavera, quelle giornate di nuvole cupe, incombenti, dove il vento che precede il temporale spazza la campagna e consente all'occhio di coglierne i particolari fin quasi all'orizzonte. Ecco, quello è il tempo che amo.


Tuttavia gennaio deve passare: va attraversato col suo spoglio tributo di gelo, ma anche di ricchezza profonda, quella che fiorirà a primavera; col suo implicito invito a vivere "dentro" riscoprendo radici che domani daranno germogli, perchè anche nel cuore dell'inverno si cova una vita.


Desidero allora illuminare questa giornata con un brano di
Mozart che, proprio nella sua semplicità, ci aiuta a ritornare alle radici della bellezza.
Come forse mi sono trovata a dire altre volte, quella di Mozart è una semplicità ricca di spessore, frutto di un'elaborazione profonda che si risolve in trasparenza, dove non solo l'intera frase musicale, ma anche la singola nota parla e si carica di splendore.

Sta al tocco sapiente di chi esegue il brano far fiorire sui tasti quella bellezza limpida ed essenziale come un fiore di campo dai colori smaltati, attraverso il ritmo pacato, le pause, la dolcezza degli abbellimenti.


Buon ascolto, allora, con l'
Adagio dalla "Sonata per pianoforte K.332" !



mercoledì 12 gennaio 2011

Ricordando Faber...

Leggo stamattina il bellissimo post del blogger "Amicusplato" (http//semperamicus.blogspot.com L'inverno di Fabrizio De André) che mi ricorda che, proprio ieri, ricorreva il dodicesimo anno dalla morte del cantautore.

Ho amato anch'io le canzoni di
De André, dolcissime e irriverenti, sognanti e coraggiose, testi spesso simili a poesie che, come una lente, scandagliano il profondo del cuore dell'uomo. Canzoni che sono state lo specchio di un'epoca e un po' della mia giovinezza. Ne potrei citare tante.

Ma qui oggi vorrei ricordarne una in particolare,
"La canzone dell'amore perduto", e non solo per la sua tenerezza e il suo fascino disincantato, ma perchè la melodia è la ripresa chiarissima - peraltro dichiarata dallo stesso autore - dell'Adagio del "Concerto in Re magg." di Georg Philip Telemann (1681 - 1767).

E' un'operazione frequente quella per cui autori e cantanti contemporanei riprendono brani di musica classica e, a mio avviso, si rivela interessante sia perchè in alcuni casi ne derivano arrangiamenti di pregio, sia perchè tali rivisitazioni mettono spesso in luce l'immenso, inesauribile potenziale espressivo insito negli autori del passato.

E, dove l'operazione riesce, il fatto di prendere spunto da melodie altrui, lungi dall'essere plagio, diventa una sorta di valore aggiunto.

Così è per la canzone di De André che rilegge la pacata melodia di Telemann in chiave moderna facendone rifiorire la bellezza, sulla scorta del ritmo e del fascino della sua voce inimitabile.

Buon ascolto!

domenica 9 gennaio 2011

Dopo l'Epifanìa...

E’ vero, lo so: l’Epifania - quella che “tutte le feste si porta via” - è già passata. Addobbi e presepi sono da riporre in soffitta fino al prossimo Natale e l’ immagine a lato, che rappresenta ancora un’Adorazione dei Magi, può sembrare quindi anacronistica.
Il fatto è che il giorno in cui bisogna disfare il presepio, per me è sempre stato uno dei più tristi dell’anno e non perché abbia nostalgia dello scintillio dei vari arredi; anzi, rientrare in possesso del ripiano della credenza, sul piano pratico non è poco. Ma, col passare del tempo, sento l’esigenza di un segno interiore ed esteriore …“da non disfare più...”, un’immagine che mi ricordi che il Natale non è un capitolo chiuso come ci si chiude una porta alle spalle per poi ricominciare, magari più stanchi di prima.
Allora, anche alle soglie della ripresa della quotidiana routine, mi piace lasciarmi incantare da questa "Adorazione dei Magi" di Stefano da Verona (Milano, pinacoteca di Brera), che trovo una delle più affascinanti di tutta la storia dell’arte.
E’ una rappresentazione di grande raffinatezza, adorna ed elegante com’è nello stile del gotico internazionale, e in parte simile a quella più famosa di Gentile da Fabriano. Le linee sinuose delle figure umane e degli animali, la delicatezza dei profili, la ricchezza dei panneggi ne fanno una rappresentazione di ambito cortese che ricorda lo sfarzo delle miniature d’oltralpe. E a ciò contribuisce la varietà di particolari ora realistici, ora simbolici, ora esotici o fiabeschi.
Nonostante il dipinto risalga al 1434, l’impostazione spaziale è però ancora incerta e lontana dalle nitide costruzioni di stampo brunelleschiano. In primo piano infatti, la piccola folla davanti alla capanna è inserita un un contesto prospetticamente un po' confuso, mentre le scene sullo sfondo probabilmente rappresentano momenti diversi della narrazione riuniti nello stesso dipinto, come si faceva spesso in pieno Medioevo.
L’aspetto che mi colpisce maggiormente tuttavia è un altro.
Nonostante lo spazio davanti alla capanna sia affollato di personaggi, la scena è piena di silenzio, un silenzio colmo di attesa e di sguardi: quelli più curiosi della piccola folla che si sporge per vedere il Bambino e quelli più solenni dei Magi, visti quasi come una rappresentazione delle tre età dell’uomo.
Sembra che, in tema di Epifania, sia proprio il “vedere” la cifra più significativa del dipinto : gli occhi di tutti rivolti al Bambino con pacata soavità, con silenzioso stupore, come se tutti, al modo di Maria, meditassero in cuore il miracolo di una realtà più grande delle parole.
E’ bello allora, a questo proposito, lasciare spazio alla musica con un famosissimo brano natalizio: la “Pastorale” dal Concerto grosso op.6 n.8 di Arcangelo Corelli.
Ci resti dentro la sua dolcezza anche per i giorni futuri!

Buon ascolto!

lunedì 3 gennaio 2011

"Monolocale 7,30 a.m.": vedere il mondo con gli occhi del cuore

Ho appena finito di leggere un libro che mi ha regalato per Natale una carissima amica.
Si tratta de “Il delfino” di Sergio Bambarén (ed.Sperling & Kupfer), un piccolo testo dalla copertina blu oltremare che ho scoperto essere famosissimo e recentemente uscito anche in versione illustrata per bambini. Ma in realtà, la storia che racconta può dire molto anche agli adulti : una metafora sulla vita e sui sogni che ci portiamo dentro e che chiedono prepotentemente di essere realizzati.
E’ la vicenda di un delfino che non si accontenta di vivere seguendo il branco, ma abbandonate le proprie sicurezze, parte per un viaggio alla ricerca dell'onda perfetta, simbolo del sogno nutrito da sempre nel profondo. Come recita la presentazione del testo, “una storia di coraggio e speranza per coloro che sanno vedere la magia che si cela dietro l'apparenza delle cose”. Quello del delfino è infatti un viaggio d’iniziazione sollecitato dalla sua volontà caparbia di percorrere la propria strada e non tradire il cuore, perché sognare è vedere con gli occhi del cuore.
E mi ha ricordato, per certi aspetti, un altro libro uscito quasi tre anni fa: “La musica in testa” di Giovanni Allevi.
Due letture diverse, certo. La prima, una piccola semplice fiaba; la seconda, un’autobiografia schietta e sofferta. Tuttavia, anche qui, tra leggerezza e profondità, aneddoti e riflessioni filosofiche, il compositore racconta il proprio cammino verso la realizzazione del suo sogno di un’esistenza totalmente dedicata alla musica. Una storia fatta di tenacia e talora di lacrime, ma anche di gioia e incontenibile amore per la vita.

Mi piace allora che il nuovo anno sia inaugurato proprio dalla musica di Allevi con un brano – come racconta lo stesso autore nelle esecuzioni live – nato un mattino, dopo una serata di sconforto, quando un raggio di sole è entrato nel suo monolocale restituendogli coraggio e speranza per il futuro.
Si tratta appunto di "Monolocale 7,30 a.m.", dal cd "Composizioni", un pezzo movimentato e spumeggiante, una cascata di travolgenti acque sorgive dove alle sonorità basse della mano sinistra - ampliate dai particolari timbri del Bosendorfer “Imperial” con cui il disco è stato registrato - fa riscontro un vivacissimo tema pieno di ritmo, orchestrato dalla mano destra in tutta la sua complessità.
La limpida forza di questa musica ci sia di augurio a coltivare i sogni riscoprendo, anche nel cuore dell’inverno, quella primavera che – tutti - portiamo nel profondo dell’anima.

Buon ascolto !