sabato 31 dicembre 2011

Il giusto passo

Qual è il giusto ritmo, il giusto passo per predisporsi ad iniziare un nuovo anno?
Forse quello della corsa che spesso ci contraddistingue, o della pigrizia di certe giornate che stentano ad ingranare? Quello affannoso della pur comprensibile ansia del domani o la calma piatta e smagata di chi non si stupisce più di nulla?


A me piace pensare che il giusto ritmo sia quello libero e disteso dell'amicizia, della condivisione, come il dialogo che fiorisce in semplicità tra due amiche, magari a braccetto per strada dove - nell'onda del discorso - il passo prende la sua andatura più naturale e spontanea.
Un camminare confidandosi la vita : cose grandi e cose piccole che poi piccole non sono perchè è il quotidiano con la sua verità e il suo spessore a costruirci dentro.

Un passo simile a quello di chi si trova magari in giro in una città come Venezia che - per necessità di cose - ha un ritmo tutto suo: un procedere sciolto, desideroso di incanto, ma anche un soffermarsi a sottolineare una parola del discorso, un'esperienza, guardando insieme dall'alto di un ponte le acque di un rio in cui si specchiano vecchie case.
Uno scoprire insieme la direzione giusta, angolo dopo angolo, in prospettive ricche di sorprese. Un saliscendi tra calli e campielli per condividerne la bellezza, un ritmo di leggerezza e profondità insieme, di gioco e di danza o di silenzio assorto.
Il giusto passo: quello della gratitudine per gli amici, per chi ti accetta così come sei veramente al di là dell'età, della geografia o della singola storia, se dal profondo affiora un moto di empatia e quel cristallo fragile e prezioso che tutti portiamo dentro manda bagliori di sorriso.


Ed è un brano di Francois Couperin (1668 - 1733) - insieme a Bach e Scarlatti uno dei più grandi clavicembalisti di ogni epoca - che, a mio avviso, rispecchia bene questo ritmo e può diventarne a buon diritto la colonna sonora.
Il
rondeau intitolato "Les barricades mysterieuses" che propongo qui oggi, ha un andamento sereno e animato, leggero e insieme profondo dove la melodia si ripete apparentemente uguale e pur sempre nuova, proprio come un passo dopo l'altro, mai simile al precedente.
Un pezzo a cui potrebbe essersi ispirato Bach per certi preludi del primo libro de "Il Clavicembalo ben temperato", ma nel quale possiamo ritrovare un po' alla lontana anche echi del "Canone" di Pachebel.

Talora gioioso, talaltra dolcemente malinconico, il brano è stato anche opportunamente inserito nella colonna sonora del film "The tree of life" proprio a commento di una scena di giochi.

Del rondeau, originariamente per clavicembalo, ho scelto un'esecuzione al pianoforte che, a mio avviso, lo accende di colore mettendone in luce morbidissimi sfumati.
E certi punti in cui la melodia si allarga indugiando lievemente sulle note, sono proprio simili
al ritmo dei nostri passi quando - nel procedere insieme - ci si sofferma un attimo e poi si riprende il filo del discorso: osservazioni, esperienze, uno sguardo o semplici silenzi.
Ed è la musica, come sempre, a suggerirci il ritmo giusto e a completare ciò che le parole non dicono.

Buon ascolto e Buon Anno a tutti!!!

mercoledì 28 dicembre 2011

Vicinanza

Osservo da qualche giorno la riproduzione della "Natività" di Giotto che ho pubblicato la mattina di Natale.
E mi piace sempre più non solo perchè Giotto ha un tratto grandioso nel dare espressione ai visi e profondità agli sguardi; non solo perchè - come tanti artisti medioevali - rappresenta episodi diversi nella stessa scena; ma anche per la quotidianità del racconto.


L'evento è solenne, eppure nell'affresco si respira un senso di familiarità che ce lo rende vicino.

Saranno forse i gesti, l'umiltà dei personaggi che esprimono con semplicità i propri sentimenti, o forse l'intensità degli sguardi, i sorrisi che accomunano angeli e pastori, Maria e le donne che accudiscono il Bambino.

Così pure, il blu dello sfondo - tipica novità di Giotto rispetto al passato - colloca la Natività non in un infinito baluginante e lontano, ma entro il nostro cielo, in un "qui e ora" di inoppugnabile vicinanza
.

Proprio questa vicinanza dai tratti così concreti ho ritrovato in un altro pittore che, come tanti artisti di scuola giottesca, riproduce la Natività con la medesima iconografia inserendo nell' affresco - insieme a Maria e a un San Giuseppe quasi sempre assorto o dormiente - le donne che accudiscono il bimbo, l'annunzio ai pastori e naturalmente un certo numero di animali.

Si tratta del cosiddetto Maestro di Tolentino - poichè è lì, nel santuario di San Nicola, che ha lasciato le sue più significative testimonianze artistiche - anche se la critica più recente identifica l'autore dell'affresco in Pietro da Rimini.Delizioso, a mio avviso, il particolare riportato qui in alto: il Bambino accudito da Maria e da un'altra donna mentre fa il bagnetto!
Tenerissimo il gesto del piccino che si ritrae timoroso di fronte all'acqua o forse davanti a un viso estraneo, cercando rifugio verso le braccia della mamma!
Una Natività ancora una volta calata nella semplicità dimessa del quotidiano
e lontana dai futuri sfarzi rinascimentali, ma quanto più vera!!!
Una scena che ci racconta un Dio vicino, venuto ad abitare la precaria tenda dell'uomo e ad attraversarne tutta la fragilità per riempirla di splendore.


A commento di questo dipinto, l' "Adagio" dal Concerto grosso
op.6 n.8 "Per la notte di Natale" di Arcangelo Corelli.
Insieme alla più famosa "Pastorale"
sempre dallo stesso concerto, è uno dei brani natalizi più dolci e intensi. Il ritmo lento che - tranne la parte centrale più vivace - caratterizza tutto il pezzo, ben si adatta a mio avviso alla familiarità delle immagini che ci parlano di sorrisi, di sguardi pacati e di una quotidianità divenuta ormai sacra in ogni piccolo gesto.

Buon ascolto!


domenica 25 dicembre 2011

"O magnum misterium..."











Con profonda gratitudine,
Buon Natale
a tutti voi
nell'armonia
della Musica!!!

(GIOTTO : "Natività" . Basilica inferiore di S.Francesco - Assisi)

(LAURIDSEN : "O magnum mysterium...")

O magnum mysterium et admirabile sacramentum

ut animalia viderent Dominum natum

iacentem in praesepio.


Beata virgo cuius viscera

meruerunt portare Dominum Christum.

Alleluia.

mercoledì 21 dicembre 2011

Dicembre

Siamo ormai a fine anno e anche la serie delle miniature del "Ciclo dei Mesi" tratte dal codice "Les très riches heures du Duc de Berry" volge al termine.

Tra lavori agricoli e feste di corte, castelli e paesaggi sempre minuziosamente descritti, i fratelli
Limbourg ci hanno accompagnato lungo il calendario, offrendoci immagini dai tratti talora un po' fiabeschi, talaltra più realistici, ma sempre all'interno di un contesto rasserenante e di una compagine di vita ordinata e operosa.

Dicembre ci offre una rappresentazione, a mio avviso, un po' strana: immagineremmo infatti un quadretto tranquillo magari in un interno, o un paesaggio innevato come abbiamo già visto nel mese di Febbraio: un'atmosfera di quiete, insomma.
Invece quella che ci si presenta è una movimentata e cruenta scena di caccia al cinghiale.

Siamo nella radura di un bosco e in primo piano, nel cerchio aperto dagli alberi, diversi cani si stanno avventando sulla preda, mentre tre cacciatori assistono alla scena.
I particolari mettono in luce la ferocia degli animali che finiscono il cinghiale dilaniandone le membra, dopo che è stato ferito con la lancia : un tipo di caccia ben diversa da quella col falcone decisamente più aristocratica. Tuttavia, anche questa era apprezzata dal mondo nobiliare perchè offriva un piacere più sportivo e violento, quasi una manifestazione di forza guerriera.


In secondo piano, un bosco fitto - e stranamente non spoglio per essere nella stagione invernale - separa la scena dal castello dello sfondo. Sì, è un castello con torri e torrioni ma, visti nella sola parte superiore, a noi che li guardiamo oggi possono ricordare un po' ....dei grattacieli, strane avveneristiche architetture quasi di altri mondi. E ciò aggiunge singolarità alla miniatura, una singolarità giustificata anche dal fatto che la datazione la colloca dopo la morte dei Limbourg e il miniatore è forse Jean Colombe che ne ha completato l'opera.


Al di là della sua originalità, ravvisiamo però nel quadretto anche caratteri che lo accomunano ai mesi precedenti.
Innanzitutto l'ordine e direi anche la simmetria con cui figure ed edifici sono disposti, sia nella scena di caccia così movimentata, sia nella ben diversa ambientazione retrostante.
Poi i colori che - nella rappresentazione di alcuni cani, forse levrieri - fanno risaltare il bianco e ci orientano verso il centro della scena creando un certo ordine compositivo.
E infine la ricchezza di dettagli ravvisabile stavolta non tanto nelle architetture o nel bosco, quanto invece nelle figure dei tre cacciatori colti in atteggiamenti diversi.

A commento di questa miniatura, un brano di
Mozart: il secondo tempo del "Concerto per corno n.1 in Re magg. K.412" che riecheggia in qualche modo l'atmosfera animata della caccia, tra luci e ombre, accesa vivacità e toni più smorzati.

Buon ascolto!

mercoledì 14 dicembre 2011

"Shine"

Hanno ridato qualche sera fa in tv "Shine", famosissimo film del 1996 dove il regista Scott Hicks narra - sia pure con alcuni ritocchi - la storia vera del pianista David Helfgott.

Mi ha sempre colpito la drammaticità di questa vicenda: la passione di David - piccolo genio del pianoforte - per la musica, il difficile rapporto col padre che segna con crudezza la sua adolescenza, l'esecuzione del
celeberrimo terzo concerto di Rachmaninov e il crollo nervoso con l'esplodere della malattia mentale.
Poi il recupero, nella paziente trama d'amore del felice incontro con Gillian e il ritorno alla musica nella quale il protagonista riattinge il senso profondo della propria identità.

Un racconto che sottolinea da un lato il rapporto tra genialità e follia e dall'altro il tormentatissimo legame di David col padre, uomo contraddittorio che pretende e insieme proibisce fino a creare nel ragazzo durevoli sensi di colpa.

Ma altri due aspetti stavolta mi hanno catturato al di sopra di tutto: la freschezza della narrazione che mette in luce il candore del protagonista, magnificamente interpretato da Noah Taylor, da adolescente, e Geoffrey Rush da adulto; e - al di là della grandezza del "Rach.3" - i brani scelti dal regista come colonna sonora del film.


Il candore del protagonista, in primo luogo.
Sembra infatti che il disturbo nervoso susciti in lui una sorta di innocenza primigenia che affiora da tutto e tutto permea: dal delirio al desiderio, dal continuo sconnesso farneticare alla gioia, luogo fatato dove il sentimento diventa impulso puro e assoluto che fa librare in volo e - in alcune sequenze - regala al racconto la magìa della favola. E invece è verità.


E poi la colonna sonora, nella quale ho apprezzato in particolare la scelta di Beethoven e di Vivaldi in un gioco sapiente di contrasti e affinità. Mi spiego.
Magistrale, a mio avviso, aver inserito il
"Gloria" di Vivaldi e il finale della "Nona Sinfonia" di Beethoven a commento di alcune sequenze in cui il disordine mentale ha rotto ormai gli argini.
Infatti n
ella concitazione del racconto dove, sovrapposti a voci e rumori, questi brani sembrerebbero fuor di luogo e quasi una stonatura, comprendiamo invece che, in realtà, proprio lì essi interpretano benissimo lo scarto tra il livello di percezione del protagonista e quello degli altri personaggi.
Come se la narrazione procedesse contemporaneamente su due piani: la quotidianità esteriore degli eventi e l'interiorità di David.

Così pure, è attraverso la dolcissima melodia del mottetto sacro "Nulla in mundo pax sincera" RV 630 di Vivaldi, che leggiamo nell'anima del protagonista la gioia ineffabile di poter godere della magia delle note.
Proprio questo è il brano che ho scelto di riportare qui oggi, luminoso suggello di bellezza sopra il mistero di un'esistenza - come quella di Helfgott - trafitta dallo splendore musica.


Buon ascolto!

"Nulla in mundo pax sincera
sine felle; pura et vera,
dulcis Jesu, est in te.

Inter poenas et tormenta
vivit anima contenta

casti amoris sola spe."


sabato 10 dicembre 2011

Fioriture bachiane

Nel monumentale complesso delle opere di Bach, talora trovano posto brani che, nati all' interno di una composizione, vengono poi ripresi in un altro contesto con diverso strumento solista e differente armonizzazione.
A volte un concerto per violino viene trascritto nella versione per clavicembalo o un pezzo per orchestra viene rielaborato per essere eseguito all'organo.


E' il caso dei
Corali "Schubler", sei preludi per organo a due tastiere e pedaliera, composti da Bach verso la fine della sua vita, cinque dei quali sono tratti da precedenti "Cantate".

Il brano che propongo oggi, il
Corale BWV 650 "Kommt du nun, Jesu, vom Himmel herunter auf Erden" ("Vieni ora Gesù dal cielo sulla terra"), è infatti il secondo movimento della "Cantata BWV 137" per soli, coro e orchestra.
Ma mentre dall'organico della Cantata emergeva in particolare il violino e la melodia si affidava alla voce del contralto, nel successivo Corale è solo l'organo ad interpretare queste parti
con un sapiente ed equilibrato alternarsi e sovrapporsi di temi dalle tastiere alla pedaliera.
La melodia iniziale
infatti - nella quale possiamo ritrovare anche l'eco lontana della più famosa "Aria" dalla "Suite orchestrale n.3 BWV 1068" - viene enunciata sulle tastiere da una luminosa fioritura di note, mentre il vero e proprio canto è poi esposto dalla pedaliera che si sovrappone al tema precedente.
Così le due parti procedono emergendo ora l'una o l'altra in un gioco di studiatissime alternanze.

Il video qui riportato, oltre a presentarci l'esecuzione del brano su di organo "Trost" di grande pregio artistico (come si può vedere, infatti, il legno è preziosamente intarsiato), ci mostra con chiarezza la grande perizia tecnica e interpretativa con cui l' organista, Hans-André Stamm, gestisce la difficile sincronia delle mani e dei piedi.
E dalla sua esecuzione dal ritmo calibratissimo, il testo bachiano fiorisce luminoso e sereno.

Buona visione e buon ascolto!

 

 


lunedì 5 dicembre 2011

"Downtown"

Mi capita spesso di andare a Milano e usare il metrò, quindi trovarmi nei sotterranei di una grande città in mezzo a una folla cosmopolita non è per me cosa nuova.
Ma l'esperienza della metropolitana di Parigi, dove sono stata recentemente, è diversa e mi ha lasciato dentro un' intensa emozione.

Il metrò di Parigi è Milano moltiplicata per dieci : un dedalo di linee, chilometri di corridoi, scale e ancora scale, gallerie tappezzate di piastrelle bianche dall'aria piuttosto datata; alcune stazioni - quelle del centro - più signorili ed eleganti, altre stile liberty, altre ancora maleodoranti e squallide o semplicemente vecchie.

Ma è soprattutto l'umanità che colpisce: varia, colorata, cosmopolita più ancora che da noi.
E' il mondo e lì mi sono sentita al centro del mondo con un coinvolgimento viscerale, un senso di sgomento e insieme di attrazione: proiettata fuori di me eppure a casa mia, nonostante fossi lontana da casa.

Certo, hai un tuo luogo di origine e radici tue, ma ci sono situazioni in cui gli orizzonti si perdono o si fanno infiniti.
Esistono momenti in cui - sciolti i legami - sei tu e basta, tu col tuo cuore e il tuo sguardo mentre ti scopri protagonista di un'affascinante solitudine, quella della tua anima davanti alla vita.
Percepirlo è magìa perchè proprio la vita vibra intorno a te in quell'umanità brulicante e sconosciuta ma che - come te - soffre e ama, gioisce e si affanna.

Questa esperienza così forte mi ha restituito - incisiva e nitidissima - l'atmosfera di un brano di musica che amo profondamente e che, a mio avviso, interpreta in pieno tali sensazioni: "Downtown" dal cd "Joy" (2006) di Giovanni Allevi.
Come ha affermato infatti il compositore stesso in alcune presentazioni del pezzo, "Downtown" è la "fotografia musicale" del mondo, di quell'umanità "dispersa e gettata nell'esistenza" di cui anche lui si sente parte.

Ma il brano è per me ancor più significativo perchè l'emozione che mi regala s'innesta in qualche modo sul mio passato, riconducendomi addirittura all'infanzia.
Quand'ero piccola e mio papà ogni tanto mi portava alla stazione a vedere i treni, ero sempre profondamente impressionata dalla folla di gente che risaliva dal sottopassaggio, tornando a casa dalla grande città dopo una giornata di lavoro. Nella mia fantasia di bambina, mi pareva che vivere consistesse proprio in quello, nell'essere parte di una trama più ampia, di un orizzonte più vasto della mia piccola esistenza, e ho sempre desiderato di trovarmi anch'io nel cuore di quella folla in movimento.

Quando poi ho iniziato a viaggiare davvero, c'erano giorni in cui da Milano dove frequentavo l'università, tornavo alla mia città di provincia ch'era già sera.
Allora non era più solo la stazione piena di gente a suggestionarmi, ma l'intera metropoli che mi circondava nel suo afflato di vita vicino e lontano, familiare e pure sconosciuto.
Il treno delle otto, attraversando nel buio la periferia da Lambrate a Rogoredo, mi consentiva di vedere le luci nelle case, intuire la storie che vi si svolgevano, immaginare le persone con i loro sogni e in qualche modo respirare con loro.

"Downtown" mi riporta a quelle sere, nella sua vena di ritmo che scorre sotterranea e ininterrotta, pronta a emergere impetuosa nei passaggi rock e a sfumare subito dopo, con ineffabile dolcezza, in toni morbidi e sommessi. Colonna sonora dei mille volti di una metropoli, ma anche di sorprendenti viaggi dell'anima.

Buon ascolto!


martedì 29 novembre 2011

Musica dal silenzio

Esistono musiche che ci fanno tornare indietro nel tempo, indietro nella nostra storia a ricordi rimasti indelebili nella memoria del cuore.
Riascoltarle è un'esperienza che, talora, ci restituisce in pieno le atmosfere vissute ed è come ritrovarsi immersi in un universo di emozioni che ci riportano il sapore e la pulsazione del passato.


Il brano che propongo oggi mi rimanda al cuore della mia adolescenza, una sera di dicembre a Venezia, quella Venezia invernale affascinante, dove i canali sembrano svanire nella nebbia o perdersi nel buio, mentre le luci festose del centro sono un approdo cui ancorare l'anima.


Mancava poco a
Natale, ed ero alla fine di una giornata passata in corsa tra campi e campielli, musei e chiese, Tiepolo, Tintoretto e la confusione festosa delle Mercerie.
Ormai quasi a sera, ero entrata in San Zaccaria, nella quiete della sua piazzetta poco distante da San Marco, e all'improvviso la pace mi aveva accolta nel suo abbraccio.
La chiesa in penombra quasi vuota, una sola lampada in fondo vicino al presepio. E il silenzio.

Proprio questo mi aveva colpito, come se improvvisamente mi fossi addentrata in un universo nuovo,
un silenzio profondissimo come si respira talora in montagna di sera, quando rimane solo il profilo scuro delle cime sotto il cielo stellato e un vento leggero.

Poi, inaspettata, una musica: dall'abside avevano iniziato a diffondersi le note dell'Ouverture del "Messiah" di Haendel nel suo solenne esordio e nella leggerezza della successiva fuga. Note che si allargavano come spuma del mare sulla battigia a dilatarmi l'anima, così come la vivacità e il movimento della fuga mi parevano energia che prende corpo e si articola gioiosa nella sua multiforme varietà.
Sorpresa ed emozione mi avevano avvolto: quelle note mi parlavano, erano desiderio e nel contempo risposta al desiderio stesso e andavano a risvegliare in me una vita che chiedeva solo di essere ridestata.

Forse ho iniziato allora a percepire che la musica nasce dal silenzio, dall'abisso dell'anima di colui che la crea. Come la vita, come il mondo.
Forse la creazione stessa è musica e il soffio creatore di Dio altro non è che un' onda di suoni che si propaga all'infinito nel tempo e nello spazio. Un'onda della quale siamo parte, attraversati anche noi dalla musica come strumenti, canali di risonanza di una melodia più alta.

Riascoltare oggi questo grandioso pezzo di Haendel - sia pure in un differente contesto - mi rinnova quell'emozione che mi ha aperto un varco verso il mistero.
E ora che la liturgia ci ha già introdotti nel periodo dell'Avvento, mi piace associare a questo brano l' Adorazione dei pastori di George de La Tour, dipinto che, tra l'altro, è in mostra a Milano proprio in questi giorni e che - come diversi altri quadri dello stesso soggetto - è pervaso da un'aura di assorta contemplazione e di silenzio.

Buon ascolto!

domenica 27 novembre 2011

Novembre

E' singolare la rappresentazione di Novembre nell'ambito del "Ciclo dei Mesi" dei fratelli Limbourg, soprattutto se la paragoniamo alle immagini precedenti, perchè - al di là della lunetta effettivamente realizzata dai famosi miniatori - il quadretto è opera di Jean Colombe e risale alla fine del XV secolo.
E che la mano dell'autore è diversa, risulta chiaro anche dalla differente iconografia.
Infatti, la rappresentazione del mondo cortese scompare del tutto e persino il castello che quasi sempre troneggiava sullo sfondo descritto con una miriade di particolari, qui è appena accennato e si integra totalmente col paesaggio.


E' invece una scena pastorale il centro della raffigurazione, in particolare la raccolta delle ghiande.
Dal gesto teso del pastore in primo piano armato di bastone, si comprende infatti che è intento a percuotere i tronchi delle querce per farne cadere le ghiande, mentre un branco di maiali è raffigurato proprio nell'atto di cibarsene sotto l'occhio vigile di un cane.

In secondo piano, nel folto degli alberi, altri contadini sono intenti a bacchiare, mentre sullo sfondo si scorge un paesaggino dai toni freddi e smorzati.


Ed è altrettanto singolare che - in una miniatura del codice
"Très riches heures du Duc de Berry" che descrive i fasti della vita cortese insieme alle operazioni agricole dei vari mesi - così largo spazio sia lasciato a un branco di porci, tradizionalmente simbolo negativo di chi non sa sollevarsi dal fango materiale o morale.
Ma occorre fare due considerazioni.
In primo luogo, il maiale era sempre stato una preziosa fonte di alimentazione, vera ricchezza per il mondo contadino soprattutto in tempi di carestia e la sua presenza rientra nel quadro della rappresentazione della vita quotidiana nella sua concretezza.
In secondo luogo, anche in differenti contesti Novembre è simboleggiato spesso dalla bacchiatura delle ghiande per i maiali, in vista del loro ingrasso per la macellazione del mese successivo.


Al di là di questo, però, altri aspetti della miniatura mi sembrano degni di nota.
Innanzitutto la pennellata - particolareggiatissima e morbida ad un tempo, come si può osservare nelle setole degli animali o nelle chiome dgli alberi - che in certi punti diventa quasi una sorta di "pointillisme" ante litteram.
E poi lo splendido paesaggio sullo sfondo che, nella sua morbidezza, ci ricorda che siamo già in pieno Quattrocento, e può essere assimilato agli sfondi di alcune Madonne, ad esempio, del Pinturicchio, dove un colle, un torracchione, uno specchio d'acqua creano aperture inusitate e un respiro spaziale nuovo.

Infine - forse dovuta alla differente mano dell'autore, forse al fatto che Novembre ha un clima più triste - si nota una minore luminosità di tutta l'immagine rispetto ai mesi precedenti. Contribuiscono a ciò i toni scuri o smorzati del manto degli animali, del prato brullo, insieme al bosco con la sua cortina di alberi.

A commento della miniatura, il "Largo" di Haendel dal "Concerto grosso in Si bemolle magg. op. 3 n.2 HWV 313", pezzo forse meno popolare rispetto al più conosciuto Largo dall'opera "Serse", ma senza dubbio ricco di fascino nella sua aura un po' brumosa come il mese di cui stiamo parlando.
Un brano che, per atmosfera e pacatezza di ritmo, può ricordare anche l'Adagio di un famosissimo Concerto per archi e oboe di Alessandro Marcello, peraltro contemporaneo di Haendel.

Buon ascolto!


giovedì 24 novembre 2011

Duettare

Dopo un violino classico e il canto delicatissimo di un Adagio di Brahms, torniamo invece ai nostri giorni e ad un altro genere musicale con Richard Galliano.

Ho già parlato in precedenza di questo geniale fisarmonicista, in due post dedicati alla sua musica che trovo colta e versatile, rispettosa delle tradizioni e tuttavia profondamente originale.

Il brano di oggi, "La valse à Margaux", è un pezzo notissimo che propongo qui in un' entusiasmante esecuzione live, dove Galliano duetta con il violinista Sebastien Surel.
Ed è un vortice di passione sempre più travolgente, un binomio perfetto di musica e divertimento.
Un duettare che è prima di tutto un dilatarsi di entusiasmo: dalla grinta quasi aggressiva di Surel, all'espressione di Galliano bonaria e profondamente comunicativa della simbiosi che vive col proprio strumento.
E' un gioco di sguardi e di intese tra i due solisti, un interagire, un dialogare di note e di ritmi volto ad afferrare la musica nella sua pienezza.


E proprio i ritmi guidano in modo sempre più effervescente l'incastro di temi, accompagnamento e variazioni nel brano
, pezzo di bravura in forma di valzer, dove violino e fisarmonica si integrano meravigliosamente pur mantenendo il carattere della propria singolarità e della propria voce.
Un valzer la cui melodia è ripetuta in modo sempre più vorticoso e dove le frequenti dissonanze - soprattutto a conclusione di alcune frasi musicali - regalano spessore e modernità inusitate alla vecchia musette che, come dicevo anche in passato, Galliano ha rivisitato rinnovandola.
Infatti, sia nel vivacissimo primo tema ripreso poi verso la fine, sia nella parte centrale decisamente più malinconica, il compositore sembra sperimentare sonorità nuove alternando grinta e lirismo.

Un brano intenso e frizzante, quindi, un trascinante invito alla danza che i due solisti ci trasmettono attraverso la loro profondissima e gioiosa fusione con la musica.

Buona visione e buon ascolto!


 

martedì 22 novembre 2011

Un violino per Santa Cecilia

Oggi, 22 novembre, festa di Santa Cecilia, mi piace celebrare la patrona della musica e dei musicisti con un pezzo per violino.

Ricordo che lo scorso anno, per la stessa ricorrenza, avevo postato un brano di Haendel (proprio l'Ode a Santa Cecilia) la cui clip video consentiva di osservare da vicino l'espressione dei musicisti, il loro vivere la musica nel profondo. Era un gioco di sguardi che aprivano scorci di luce sull'interiorità di ciascuno rivelandoci di quanta vita si alimentasse la loro anima attraverso la magia delle note.


Questa volta è la voce del violino che desidero proporre, sottile e variegata
, dolcissima e drammatica, ricca di sfumature tra luminosità e penombra, capace di addentrarsi nel cuore di chi ascolta e di scandagliarne l'abisso come uno sguardo di straordinaria intensità.
Ho scelto infatti uno dei brani più famosi di tutta la produzione violinistica dell'Ottocento, considerato tra l'altro uno dei vertici del virtuosismo in questo campo: il "Concerto
per violino e orchestra in Re magg. op.77" di Johannes Brahms, che ascoltiamo nel suo mirabile "Adagio".

Dopo l'ampia introduzione
affidata al dialogo tra l'orchestra e i fiati - in particolare l'oboe che enuncia il tema principale - il violino è un filo sottile che riprende la melodia e poi torna su se stesso inanellandosi in variazioni di incantevole splendore, voce emergente eppure profondamente integrata con l'orchestra.
Si dipana così un canto ora di rasserenante luminosità, ora pieno di inquietudine tormentosa; delicatissimo e insieme impetuoso, intriso di intensa drammatica passione: ultimi lampi di un romanticismo che si apre ormai a suggestioni nuove e respiri d'infinito.

Propongo il brano in un video datato, ma sempre ricco di fascino per l'interpretazione di Henryk Szeryng che fa risuonare in modo incantevole la voce del suo violino.

Buon ascolto!

giovedì 17 novembre 2011

"Les choristes"

Su consiglio di un'amica, ho visto giorni fa un film non recentissimo, ma sempre ricco di suggestione per l'argomento, la freschezza dell'interpretazione e il clima di semplicità con cui si dipana la vicenda.

Si tratta di
"Les choristes", una pellicola del 2004 di Christophe Barratier ambientata nella grigia provincia francese del secondo dopoguerra, dove un musicista disoccupato viene assunto come sorvegliante in un collegio chiamato "Fond de l'étang".
Già il nome,
"Fondo dello stagno", rende l'idea dell'atmosfera del luogo: un istituto di correzione per ragazzini difficili che, nel clima di repressione instaurato dal direttore, rischiano davvero di diventare delinquenti.
Il nuovo arrivato però, nonostante divergenze e difficoltà, riuscirà almeno in parte a cambiare le cose. E lo farà adottando metodi educativi più umani, ma soprattutto appassionando i ragazzi alla bellezza del canto fino a creare un vero e proprio coro.

E' la musica, quindi, in certo qual modo la protagonista della storia, con la sua capacità di suscitare emozioni facendo emergere volontà e passione, restituendo speranza e sorriso.

Inutile dire che il film mi è piaciuto molto per il contenuto, la maestria degli attori (professionisti e non), ma anche perchè evita il rischio della retorica, frequente nella trattazione di argomenti di questo tipo.

La narrazione infatti è lieve, misurata, talora a metà strada tra il dramma e l'ironia, nel raccontare una vicenda nella quale - come accade peraltro anche nella vita - non tutti si salvano e il lieto fine è lasciato più al piano delle emozioni che a quello degli eventi.


Ma torniamo alla musica.

Tra i brani cantati dal coro, tutti decisamente pregevoli, uno dei più suggestivi è l'
"Hymne à la nuit", tradizionalmente attribuito a Jean-Philippe Rameau (1683 - 1764) anche se, in realtà, la versione corrente è l'adattamento successivo di un pezzo di Rameau da parte di J.Noyon ed E.Sciortino.
E' una melodia nella quale, sia nella parte corale che in quella solista, la solennità si risolve in straordinaria limpidezza.
E il testo che ci parla di incanto e di mistero, di dolcezza e di speranza, mi sembra particolarmente adatto a una vicenda che vede protagonisti dei ragazzi che si affacciano alla vita, col bisogno profondo di far emergere da se stessi la capacità di sognare.

O nuit, viens apporter à la terre
Le calme enchantement de ton mystère
L'ombre qui t'escorte est si douce
Si doux est le concert de tes voix chantant l'espérance
Si grand est ton pouvoir transformant tout en rêve heureux

O nuit, ô laisse encore à la terre
Le calme enchantement de ton mystère
L'ombre qui t'escorte est si douce
Est-il une beauté aussi belle que le rêve ?
Est-il de vérité plus douce que l'espérance ?

Buon ascolto!

sabato 12 novembre 2011

Cercando Chopin

Trovarsi, una mattina di novembre, nell'incomparabile atmosfera del cimitero Père-Lachaise a Parigi : un' oasi nella città, una collina dove il sole gioca col vento tra le foglie dell'autunno svegliando riflessi tra i rami e la pietra grigia delle tombe.
Lasciarsi alle spalle il tumulto metropolitano per addentrarsi in un percorso di pace e solitudine fra tombe di grandi ed altre in apparente abbandono.

Ma non c'è tristezza: forse la luce, forse il respiro del vento che anima la vegetazione; forse la città intorno che oggi ormai circonda come un abbraccio grandi del passato e del presente, pittori e musicisti, scrittori e rockstar.
Non si può essere turisti distratti al Père-Lachaise o semplicemente curiosi: il silenzio ti parla, il ricordo è vita che prolunga la vita, spesso nel segno di una profonda gratitudine.
E c'è una semplicità che rasserena, ben lontana - a mio avviso - dalla solennità fastosa ma cupa e un po' opprimente di altri mausolei parigini.

Cerco Chopin: sono venuta qui quasi solo per lui, come se trovarmi davanti al luogo in cui riposa il suo corpo potesse avvicinarmelo ancora di più. Ma in realtà, so bene che è pienamente vivo nella sua musica capace di stabilire uno straordinario contatto d'anima con noi al di là del tempo.
Lo cerco a lungo prima di trovarlo, e infine arrivo davanti al rilievo che ne riproduce il volto sottile, davanti alla tomba sulla quale lo piange la sua Musa, una tomba piena di fiori tra i quali non manca mai l'omaggio di una rosa rossa.
In silenzio, nel sole del mattino, affido la mia emozione proprio a lui, alle sue note che mi affiorano dentro.

Il "Preludio op.28 n.15 in Re bemolle maggiore" detto "La goccia d'acqua" è un brano di rara levità che, limpido e dolcissimo nell'esordio, va facendosi più tempestosamente incisivo nella parte centrale e sfuma poi in una solennità di tono quasi religioso prima di tornare, alla fine, alla serenità della delicatissima melodia d'inizio.
Ma la caratteristica di questo pezzo dalla quale deriva anche il nome è quella nota di fondo ribattuta continuamente e sempre uguale nonostante i cambiamenti di tonalità (prima La bemolle, poi Sol diesis e infine La bemolle ancora), che ne diventa - al di là del tema - il vero motivo conduttore.
Come un segno a scandire il tempo che passa: nella sua struggente nostalgìa, nella sua affannosa ricerca di senso, nella sua drammaticità inesorabile, nella sua luminosa attesa.

Buon ascolto !


martedì 8 novembre 2011

"Rifugio bianco"

Lo so, non è primavera: ne siamo ben lontani e invece dei prati fioriti avanzano rovinose alluvioni insieme a brume ormai decisamente autunnali.
Ma proprio per questo, perchè il cuore non ceda alla malinconia della stagione e si rianimi invece di speranza, mi piace proporre un canto di montagna che rompa il grigiore come uno sprazzo di luce.

Ed è ancora una volta una melodia di Bepi De Marzi, "Rifugio bianco", composta per l'inaugurazione del Rifugio "Tonini" sull'Altopiano di Pinè.
Ma le parole del testo - che descrivono il sentiero che vi sale ispirandosi a una poesia di una figlia di Giovanni Tonini cui il rifugio è intitolato - sono forse volutamente generiche affinchè, nella loro semplicità, possano essere applicate a qualunque cammino, di montagna o di pianura. O di vita.
Si parte da una vallata, poi salendo si attraversa un bosco finchè la vegetazione si dirada aprendosi sui prati e scoprendo scorci sempre più ampi di cielo, fino a quando - là in alto - appare il rifugio, la meta.
Una percorso che inizia dal basso, dall' oscurità, e cerca poi lo spazio e la luce, l'apertura e il cielo,
il faro che indica la direzione, il sogno d'amore, la bellezza che sorprende.

Ed è così anche nel canto affidato alla corale "Cantori di S.Margherita" (Fidenza), che ne dà un'interpretazione a mio avviso veramente pregevole.
La morbidezza e la fusione delle voci femminili con i bassi maschili crea infatti un'armonia soffusa di dolcezza che - dopo la parentesi quasi malinconica della parte solista - si carica di forza e di speranza aprendosi alla luminosità delle tonalità maggiori.

Buon ascolto!

Pena passà la valle la-oh
e dopo on fià de bosco la-oh
se slarga i prà nel cielo,
la-oh, la-oh,
varda quanti fiori la-oh


Ecco lassù 'na casa la-oh,
en grande fiore bianco la-oh
sbocià de primavera,
la-oh, la-oh,
profumà d'amore la-oh.

De not la par 'na stela la-oh
che slus a chi camina la-oh
e quando vien matina la-oh
la splende più del sole la-oh.

Se slarga i prà nel cielo la-oh
dal nos rifugio bianco la-oh,
che porta un nome caro,
la-oh, la-oh, la-oh.

Pena passà la valle la-oh.

martedì 1 novembre 2011

Un Galliano da sogno

Ho già parlato giorni fa del fascino della fisarmonica, strumento tradizionalmente popolare, entrato solo in tempi recenti nel mondo della classica o del jazz grazie a una serie di artisti che lo hanno valorizzato sviscerandone tutte le potenzialità con originalità e inventiva.

Come scrivevo,
Richard Galliano - classe 1950, francese di origini italiane - è certo il più rappresentativo tra questi non solo per l'indiscussa bravura di esecutore, ma per la straordinaria novità delle sue composizioni e interpretazioni che hanno svecchiato il modo di suonare la fisarmonica e il repertorio che ne consegue.

Famosissimo per la sua collaborazione con Piazzolla e per aver rinnovato non solo il tango, ma anche la musette - il tradizionale valzer popolare francese - rivisitandola con l'inserimento di nuovi ritmi, Galliano è però anche cultore di quei compositori classici che non poco hanno contribuito alla sua formazione.
Primo fra tutti Bach, accostato ai tempi del conservatorio e profondamente amato ancora oggi soprattutto
ne L'arte della fuga e nelle Suites per violoncello, ma anche in diversi altri brani e concerti ai quali il fisarmonicista ha dedicato un cd.
Sintesi di antico e moderno, di contemporaneità e tradizione, dunque, da parte di un artista profondamente creativo e versatile.

L' "Opale Concerto
" che propongo qui oggi nello splendore del suo secondo movimento, fonde proprio elementi classici con la ricerca di sonorità inedite.
E' una melodia malinconica il primo tema che ci si presenta, un ricordo dell'antica
musette con il suo colore nostalgico e la sue atmosfere parigine, ma ben presto aperto a suggestioni nuove - almeno per uno strumento come la fisarmonica - che si allargano verso la parte centrale del brano.
Questa si snoda sull'onda di un'orchestra dalle sonorità sempre più ampie e profonde che - grazie anche all'uso frequente della dissonanza - si dilatano in un'atmosfera indefinita di grande fascino.
Un brano ricco di incanto e non privo di reminiscenze classiche : se infatti all'inizio, vi possiamo ritrovare echi del Valzer triste di Sibelius
, successivamente vi si coglie qualche ricordo di Dvorak, in particolare della Danza slava N.2.

Ricerca del nuovo quindi, coniugata però sempre col sapore della tradizione classica e delle proprie origini
che Galliano riprende e rivitalizza con grande sensibilità.

Buon ascolto!