mercoledì 25 maggio 2011

Ineguagliabile Hitchcock !

Non ho mai amato particolarmente i gialli, nè come genere di lettura, nè come film: troppa tensione e talora anche violenza, soprattutto in quelli più recenti.
Certo, se capita un bel film in tv, lo vedo e magari ci resto inchiodata davanti fino alla fine, ma non lo vado a cercare appositamente.


C'è però un'eccezione, un maestro assoluto del brivido di cui conosco molta cinematografia :
Alfred Hitchcock.
I suoi film e telefilm mi hanno sempre appassionato fin da ragazzina, sia per le trame ben congegnate che per le studiatissime inquadrature e le colonne sonore.
Chi non ricorda, per esempio, la colonna sonora di
"Psycho" opera di Bernard Herrmann? Solo quella varrebbe un Oscar: tesa, martellante, ossessiva, assolutamente magistrale!

Così, quando qualche giorno fa ho scoperto che in tv ridavano
"La finestra sul cortile", l'ho rivisto con piacere.
Si tratta di uno dei film più famosi e meglio riusciti del maestro del giallo, dove la trama vera e propria (il sospetto di un omicidio e la ricerca di indizi che lo confermino) si fonde con altre tematiche.
Da un lato, lo spettacolo di un microcosmo che il protagonista dal suo punto di osservazione va progressivamente scoprendo: uno spaccato di vita quotidiana di cui ricostruisce vicende e riannoda fili, proprio come fa lo spettatore davanti allo schermo.
Dall'altro, la relazione tra i due protagonisti che implicitamente trova una sorta di termine di confronto nelle storie che si svolgono al di là del cortile, nelle speranze, delusioni, gioie o rabbie che in esse affiorano.

E al di sopra di tutto, un gioco di scatole cinesi : la magistrale capacità di Hitchcock di prendere spunto dai particolari per indurre noi che guardiamo a entrare nella psicologia dei personaggi, così come - a loro volta - i due protagonisti entrano nelle esistenze che si dipanano davanti a loro.

Un capolavoro, insomma!

Bene. Ma che c'entra Hitchcock con la musica, magari anche classica?
C'entra, perchè al di là della produzione cinematografica, c'è una famosissima serie di telefilm per la tv intitolata "Alfred Hitchcock presenta", andata in onda parecchi anni fa e caratterizzata da una leggendaria sigla divenuta per così dire il simbolo stesso di Hitchcock.

Tutti la ricorderanno sicuramente, a cominciare dai meno giovani: accompagnato da
un'originale colonna sonora, il regista vi commentava brevemente e ironicamente l'episodio e poi andava a riempire con la sua figura il proprio profilo stilizzato.

Quella colonna sonora è appunto un brano di musica classica e precisamente la "Marcia funebre per una marionetta" di Charles Gounod.
Sì, il Gounod del Faust e delle arie d'amore, dell' Ave Maria e di altre musiche sacre, proprio lui è l'autore di questa composizione un po' ammiccante, che procede a scatti quasi come una marionetta, giocosa e amara ad un tempo, decisamente singolare.

Questo per significare la versatilità d'ispirazione di Gounod e per scoprire quanta musica classica si annida là dove forse non ce l'aspettiamo.

Buon ascolto!


domenica 22 maggio 2011

Festa blogger : che il sogno continui!

Ho scritto tempo fa che, all'inizio di questa mia avventura di blogger, nutrivo qualche perplessità sul mondo del virtuale, perplessità andata poi dissolvendosi col tempo e l'esperienza sul campo.
Infatti, se non costituisce una fuga dal presente, ma uno spazio che con la realtà concreta mantiene fitti vasi comunicanti, il virtuale è indubbiamente una preziosissima risorsa.
Può essere luogo di condivisione e di confronto, di svago come di arricchimento culturale.
Se pure non ci si incontra materialmente e ciascuno può rivelare di sè solo ciò che vuole, tuttavia sentimenti ed emozioni che ci regalano scritti, foto e video, sono squisitamente reali, veri, e vanno a incidere sulla nostra vita, magari con un semplice pensiero che ci induce a riflettere o con una bella immagine che ci illumina di sorriso.


Quando però si crea l'occasione per conoscersi dal vivo, di persona, allora - certo - è meglio, e ogni relazione si carica di freschezza e intensità.
E l'incontro tra blogger, oggi, nella splendida e "gustosa" cornice bolognese, ha superato le migliori aspettative: un incontro preparato con precisione certosina da Ambra, Sandra ed Erika cui va un grande plauso, ma atteso e pregustato da tutti con emozione ed entusiasmo.

Bello ritrovare i volti intravisti nelle foto segnaletiche di alcuni profili, ma altrettanto bello scoprire quali sguardi e sorrisi si celano dietro poesie o articoli, foto e gioielli!
E' stato riprendere il polso della concretezza dopo aver dato sfogo all'immaginazione, ma è stato anche ritrovare qualcosa che in molti casi già conoscevamo, se è vero che scritti e immagini, colori e note musicali, talora dicono di noi forse più di quanto non sveli un volto.

Sì, ci siamo "riconosciuti" !

A tutti gli amici blogger incontrati, dedico allora lo splendore di una danza con il Valzer del "Faust" di Gounod, brano trascinante e festoso, vivace e delicato ad un tempo, adatto alla gioia e alla convivialità che abbiamo condiviso.
Con un pensiero di affetto per chi non c'era, un caloroso GRAZIE a tutti i presenti e l'augurio che il sogno continui!

Buon ascolto!

martedì 17 maggio 2011

"Ma gli Alpini non hanno paura..."

Mi piace rileggere i post degli amici, gustarmeli con attenzione quando ho tempo, cercando di cogliere ciò che magari, ad una prima affrettata lettura, mi sfugge. Ed è sempre un mondo variegato che mi si apre davanti, un quadro di eventi piccoli e grandi, un insieme di interessanti conoscenze, ma non solo.
Spesso respiro anche il profumo di sentimenti condivisi, di passioni coltivate con amore da persone ricche di sensibilità e capaci di farmi assaporare davvero l'atmosfera della loro vita.
E' bellissimo.


Così, nei miei vagabondaggi da internauta, ieri sono tornata al blog
"Gianna: IL BENE IN NOI" e in particolare al post "Dal virtuale...al reale!" dove la carissima amica blogger racconta del suo incontro con Tomaso (del blog "Passato e presente") domenica 8 maggio a Torino, in occasione dell'ottantaquattresima adunata degli Alpini.

Ho riletto il post, riguardato le foto, sentito l'onda di commozione che Gianna ci ha saputo comunicare.
Ma, siccome da cosa nasce cosa, sono anche andata su youtube a vedermi i video live dell'adunata con le sfilate, i canti, l'entusiasmo della folla.
E da qui poi, il passo ad ascoltare i cori alpini è stato breve.


Ho sempre amato i canti di montagna, l'ho già detto in altra occasione, ma non avevo mai posto particolare attenzione a quelli della "Grande guerra".
Così, è sempre Gianna che devo ringraziare perchè - sia pure indirettamente - è merito suo se ne ho scoperto uno che mi ha letteralmente affascinato, sia per le parole che per l'armonizzazione:
si tratta di "Monte Pasubio" di Bepi De Marzi.

Sappiamo tutti quanto il Pasubio sul quale passava la linea del fronte, sia stato teatro di una sanguinosa resistenza durante la Prima guerra mondiale. Di tale resistenza restano ancora oggi numerose opere belliche tra cui, una delle più famose, è la "Strada delle gallerie", una mulattiera costruita proprio dagli Alpini che consentiva all'esercito italiano il collegamento tra la base del monte e la zona più alta, senza passare sotto il fuoco nemico.
Il sentiero, percorribile ancora oggi, ci dà un' idea di ciò che è stata la guerra di posizione e del sacrificio dei nostri soldati.

Il testo del canto, particolarmente suggestivo, parla degli Alpini che salgono sul monte con la consapevolezza che non torneranno. E tuttavia, come ripete il ritornello, "non hanno paura".

Buon ascolto!


mercoledì 11 maggio 2011

Effetti collaterali

Capita.
Capita a me ogniqualvolta scelgo un brano da postare qui o - indipendentemente dal blog - quando ascolto musica, sia che la senta distrattamente, sia che ne venga catturata con ogni fibra della mia attenzione.

Accade a me, ma a chi sa quanti altri, forse a tutti.


Succede che, una volta sentito un brano, questo ti resti dentro come un ritornello al di là della tua volontà e dei tuoi pensieri: c'è e basta. E ti canta nell'anima.
Sei per strada e ti accompagna, ti svegli la mattina e si sveglia con te.
Così diventa la colonna sonora delle tue giornate, sequenza di note in libertà che affiorano spontaneamente, a loro piacimento, a illuminarti cuore e sguardi.

A volte è un pezzo sentito in tv, magari una volta sola, per caso. O invece è un brano nel tuo ipod che riascolti dopo tanto tempo.
Credi forse di non averlo memorizzato e invece ritorna ripercorrendo la strada del tuo inconscio per conto suo, come da un fondale marino dal quale riaffiora.


Ho pensato spesso che il cuore dell'uomo sia un po' come il segreto abisso del mare - quel "porto sepolto" di cui parla Ungaretti in un suo mirabile testo - e ciò che si sedimenta in quelle profondità riaffiori poi per vie tutte sue, come un regalo dimenticato che invece è lì, per noi. Così, a mio avviso, è con la musica.

A me capita quando sono per strada, in cammino, come se la cadenza dei passi si sintonizzasse automaticamente con un ritmo interiore. Ed è così da sempre.

Ricordo della mia giovinezza da pendolare che, quando correvo a prendere il treno scaraventandomi giù per i cinque piani di scale in cima ai quali abitavo, appena varcato il portone di casa nell'aria fresca del mattino, come da un invisibile ipod la musica partiva. Spesso me la canticchiavo anche a fior di labbra.

Allora era stato Bach a catturarmi per primo: poi, col tempo, sarebbero arrivati tutti gli altri, antichi e moderni, a lasciarmi nell'anima il loro tributo di gioia, il loro respiro d'infinito.


Oggi, postare un brano su questo blog significa anche immergermi
in un mondo di note che - con una sorta di splendido effetto collaterale - per qualche giorno mi avvolgerà indipendentemente dai miei pensieri, accompagnandomi con la sua aura di emozioni.

Per questo stasera, ancora una volta ritorno a Mozart per proporre, da "Le nozze di Figaro", "Voi che sapete...", un' aria di grande fascino che parla d'amore.
Ma al di là del suo significato nell'opera, mi piace dedicarla proprio alla Musica e alla suggestione dei tanti altri brani che seguiranno qui e che per ora mi porto dentro, custoditi nell'anima, in gioiosa lista d'attesa.


Buon ascolto!


martedì 10 maggio 2011

Maggio

E' una fastosa parata, un elegantissimo corteo quello raffigurato nella rappresentazione di Maggio all'interno del "Ciclo dei Mesi" dei fratelli Limbourg.
Si tratta probabilmente della festa del Calendimaggio, oggi rimasta da noi in molte rievocazioni storiche e qui celebrata nello splendore del mondo nobiliare francese all'inizio del Quattrocento.


E' l'esaltazione della primavera e dell'amore, della fioritura e del ritorno alla vita.

Al centro del corteo, sta Jean de Bourbon con la moglie Marie, figlia del Duca di Berry al quale è dedicata l'intera serie di miniature intitolata appunto "Les très riches heures du Duc de Berry", splendida cronaca dei fasti della famiglia.


Preceduta da suonatori di tromba, la sontuosa processione si snoda ai margini di una foresta dove sono stati raccolti rami dalle foglie verdi per farne dei serti di cui ciascun personaggio è adorno.

Gli abiti particolarmente raffinati e i mantelli trapuntati d'oro, oltre ad essere segno di grandezza e di solennità, hanno colori che rispettano una rigorosa simbologia: il verde delle dame più in vista simbolo della nascita dell'amore e l'azzurro - sia chiaro che più intenso fino al blu - riferimento alla fedeltà.


Manca tuttavia in questa miniatura la rappresentazione del mondo contadino e del castello isolato nella campagna.
Le torri e i pinnacoli che svettano sullo sfondo, come una foresta di pietre dietro a quella di alberi, raffigurano infatti il cuore di Parigi con i suoi edifici storici e in particolare il Palais de la Cité e la Conciergérie.

Sempre vivo il gusto per la descrizione minuziosa e dettagliata visibile, per esempio, nei particolareggiatissimi tetti della città o nei finimenti dei cavalli che riproducono gli emblemi del casato nobiliare.


A commento di un' immagine di tale luminosa eleganza, un famosissimo brano di Bach tratto dalla "Suite N.4 in Re magg. BWV 1069" per orchestra, un Minuetto che sembra accompagnare con il suo ritmo pacato il lento incedere di questa fastosa processione.


Buon ascolto!

giovedì 5 maggio 2011

"Le sole notizie che ho" : quando la musica rompe gli argini.

Maggio è iniziato e la primavera ormai inoltrata ci regala luminosi pomeriggi di sole già caldo così come giornate a volte ancora ventose e plumbee, quasi autunnali, se non fosse per il verde rigoglioso che esplode sui viali e nei giardini.

Eppure anche nel cielo nuovo che ogni mattina prepara atmosfere magari inaspettate, c'è un fascino segreto che possiamo leggere se solo riusciamo a sfuggire alla nebbia dell'abitudine e lasciarci sedurre dalla freschezza del non ancora vissuto.
Talora basta dimenticarci per un momento di noi stessi e fare una sorta di vuoto dentro perchè la vita ci pervada come acqua che scorre libera, consentendoci di cogliere la bellezza anche del grigiore o di un cielo carico di nuvole. 

E ancora una volta, ad affinare questa sensibilità suggerendoci una prospettiva diversa sulle cose, può essere la musica che, con la sua misteriosa comunicativa, parla infiniti differenti linguaggi e talora - prima ancora che dell'ascoltatore - sembra quasi impadronirsi dell'anima del compositore governandola a suo piacimento.
E' proprio a tale proposito che oggi, tornando alla contemporaneità, voglio proporre all'ascolto "Le sole notizie che ho" dal cd "Composizioni" (2003) di Giovanni Allevi.

E’ un Allevi complesso e tormentato quello che emerge da questo brano, forse ancora alla ricerca di una cifra comunicativa più semplice, tuttavia notevolissimo per tecnica e profondità. Un pezzo intenso e arpeggiato, intriso di malinconica irruenza e pervaso da un inquieto senso di attesa, ma purtroppo raramente eseguito nei concerti live mentre - a mio modesto avviso - meriterebbe maggiore rilievo.
Nonostante la sua struttura rispetti uno schema consueto e – come altri brani di Allevi e di tanti compositori anche del passato – si apra enunciando chiaramente un tema e ripetendolo con successivi arricchimenti, qui nella parte centrale sembra a un tratto che gli arpeggi abbiano il sopravvento.
La melodia infatti, all'inizio animata e tesa ma nitidamente individuabile, (se ridotta all’essenziale, quasi uno studio o un esercizio dal rigore bachiano), viene poi progressivamente sovrastata dagli arpeggi fino a divenire onda che dilaga impetuosa. 
E le note, prima gocce d'acqua che si susseguono veloci ad una ad una, divengono poi un torrente di fronte al quale il compositore sembra non porre più argini perché l’ispirazione fluisca liberamente in tutta la sua intensità. 
Una cascata di suoni ora giocati sulle ottave più alte del pianoforte, ora in discesa verso i bassi più profondi che si dilatano come ondate di piena, ricchi di una tensione che, a tratti, richiama l’impeto di Rachmaninov.
Un brano che sembra concepito davanti al mare in tempesta o guardando un vetro rigato di pioggia dove le gocce s’inseguono vorticose, come se l’acqua, nel suo inarrestabile fluire, fosse metafora della Musica alla quale il compositore si abbandona lasciandosene pervadere totalmente.

Buon ascolto !
 

lunedì 2 maggio 2011

"Lascia che la mia mano si perda nella tua..."

Non sono incline al gossip e, se devo essere sincera, non amo il clamore mediatico che circonda, prima durante e dopo, avvenimenti mondani di grande rilievo come per esempio i matrimoni reali.
Però venerdì scorso, quando ho aperto la tv, sono rimasta catturata anch'io dalla bellezza delle immagini che mi scorrevano sott'occhio.


Splendida la cornice gotica dell'abbazia di Westminster (anche se degli alberelli all'interno, dico la verità, avrei fatto a meno...); bellissimi e raggianti William e Kate,
capaci di coniugare - soprattutto lei - disinvoltura, semplicità ed eleganza; coinvolgente l'entusiamo del popolo inglese, e non solo, accorso a festeggiarli.

Certo, è una favola dei nostri giorni dai connotati molto diversi da quelle del passato. Certo, a nessuno sfugge che dietro un evento simile stanno anche interessi economici e business che talora lasciano un po' perplessi. E indubbiamente, come sempre, ogni gesto è stato programmato da un rigido protocollo.

Tuttavia, dietro l'apparato, mi è parso di cogliere davvero la spontaneità dei sorrisi e del cuore: non una bella facciata o uno spettacolo di rito per il popolo curioso, ma una storia d'amore sincera vista dalla gente come segno di vera coesione, condivisa col calore dell'affetto e forse con la speranza con cui ci si proietta, a volte, nei sogni degli altri.
Inevitabile poi che il pensiero andasse anche alla Principessa Diana, insieme al confronto con la diversa ma ugualmente splendida Kate alla quale va l'augurio di vita più lunga e più felice.

Ed è proprio a questa unione che voglio dedicare il brano di oggi.
In un primo tempo, avevo deciso di optare ovviamente per un compositore inglese, ma poi ho pensato che una storia d'amore meritava un musicista francese perchè da sempre la musica francese ha uno charme, un romanticismo e talora anche una sensualità che ben si addicono a questo evento.


Così ho scelto
"Il se fait tard!...Adieu!", uno dei più affascinanti duetti d'amore del "Faust" di Gounod, un'aria nella quale la musica a tratti ritorna su se stessa con dolcissima intensità proprio ad esprimere la ridondanza di un sentimento traboccante.
E Gounod che qui usa una scrittura vocale particolarmente adatta alla lingua francese e un'orchestrazione dalle morbide sonorità, è colui che voleva essere riconosciuto proprio come "il musicista dell'amore".
Significativo, a questo proposito, anche il fatto che una delle battute iniziali di Faust a Margherita, la tenerissima frase
"Laisse ma main s'oublier dans la tienne" (lascia che la mia mano si dimentichi...si perda nella tua), ricorra anche nel testo del "Roméo e Juliette" musicato sempre da Gounod.

Buon ascolto !


giovedì 28 aprile 2011

La voce di Lolek

Difficile per me trovare parole adeguate ad un evento di tale spessore come la prossima beatificazione di Giovanni Paolo II, evento che - come certo ogni altra beatificazione - è una porta aperta verso l'infinito, ma che in questo caso interpella con particolare forza noi contemporanei.
Papa Wojtyla, infatti, non è un'immaginetta d'altri tempi, un santino o solo una pagina sia pure importante di storia o di agiografia.
E' invece una persona di cui, anche attraverso i media, abbiamo condiviso alcune vicende quasi da testimoni oculari, partecipando col cuore ai momenti drammatici della sua vita, coinvolti dalla sua sofferenza come dalla sua fede e dalla sua grinta.


Non sta a me ricordare eventi che tutti conosciamo: dalla giovinezza di Karol (Lolek per gli amici) segnata dal lavoro in fabbrica, dalle passioni per la poesia e il teatro
, ai lunghi intensissimi anni di pontificato. Ma mi piace soffermarmi qui oggi su di un particolare aspetto, un dato fisico ed espressivo a mio avviso non trascurabile : la sua voce.

A colpirmi per prima infatti, dal giorno della sua elezione a Papa, è stata proprio la voce: forte, sicura, calda, giovane, con quell'inflessione straniera che lo portava a chiudere le "o", pronta a risuonare coraggiosa in ogni angolo di mondo, a guidare un canto insieme alle folle di giovani, con quel timbro confortante capace di incoraggiare o talora, incisivo, volto ad ammonire.

Q
uella stessa voce si sarebbe più tardi indebolita, incrinata e infine spezzata: prima gagliarda, poi sempre più tremante e impastata di sofferenza perchè non fosse il Papa bello e televisivo, sportivo ed attraente ad emergere, ma "l'Essenziale invisibile agli occhi".

Tutti ricordiamo
- in una delle sue ultime apparizioni alla finestra dello studio - il suo gesto di dolore e forse d'impazienza, quel portarsi la mano alla fronte quando, nonostante lo sforzo, non era riuscito a parlare. C'era tutta la sua umanità in quel moto spontaneo, in quel pianto certo più esplicito di tanti discorsi perchè si può essere voce, sostegno, grido, testimonianza in molti modi: con lo sguardo, coi gesti, con la malattia, con le lacrime.
Anche col silenzio.

Allora, proprio alla sua voce così sofferta voglio dedicarne oggi un'altra, quella della Musica, con uno dei brani più trascinanti che io conosca.

Il
"Cum Sancto Spiritu" della "Petite Messe Solennelle" di Rossini è infatti un coro straordinariamente gioioso, dove le varie parti che costruiscono l'architettura del pezzo s'inseguono salendo con vivacità ma al tempo stesso con serena distensione, e dove la tipica esuberanza rossiniana degli accordi introduttivi si stempera in quasi danzante levità.
E i sorrisi che fioriscono sui volti dei coristi parlano di una gioia che viene dall'anima profonda della musica e dal testo al quale il canto ridona vita.

Così pure, il richiamo allo Spirito che conclude il "Gloria" mi sembra in sintonia con quel vento che, il giorno del funerale di Giovanni Paolo II, ha sfogliato le pagine del Vangelo posto sulla sua bara
, quasi a sigillo della sua vita terrena e sostanza di quella futura.

Buona visione e buon ascolto!
 

sabato 23 aprile 2011

Buona Pasqua!



A tutti voi  
che passate di qui,

BUONA PASQUA


nella gioia 

della Musica !!!



 

 
Fra' Evangelista da Reggio, Corale miniato: "Resurrezione" - Ferrara (Museo del Duomo).
Mozart
, "Grande Messa in do min. K.427" : "Sanctus".

venerdì 22 aprile 2011

Venerdì Santo


GIOTTO, "Deposizione" - Cappella degli Scrovegni - Padova.


ROSSINI, "Stabat Mater" : "Quando corpus morietur..."








sabato 16 aprile 2011

Restare umani

Credo di aver già espresso in altre occasioni, su questo blog, il mio apprezzamento per la musica di Sting.
Mi affascina la sua voce straordinaria, roca e delicata ad un tempo, vero strumento musicale, e mi piace il tipo di armonizzazione che accompagna le sue composizioni a metà strada tra rock e pop, ma aperte anche alla rielaborazione di pezzi classici.
Ne ho riportato alcuni esempi mesi fa, postando due brani tratti da "If on a Winter's Night".

Oggi desidero invece condividere una canzone che risale al 1985, ma ancora famosissima e ricca di un fascino senza tempo: "Russians".

Il brano, tratto dal primo album di Sting da solista, "The Dream of the Blue Turtles" , ha un forte significato politico e fa riferimento al periodo della "guerra fredda" tra Stati Uniti e Unione Sovietica.
Nella sua protesta contro la guerra, Sting si pone al di sopra dei due contendenti, superando la logica della sopraffazione e facendo appello a un discorso umano che tocca entrambi.
Significative a questo proposito alcune parole del testo:

"
We share the same biology/ Regardless of ideology/ Believe me when I say to you /I hope the Russians love their children too" (Condividiamo la stessa biologia, indipendentemente dall’ideologia. Credetemi quando vi dico : spero che anche i Russi abbiano figli da amare).

E' proprio questa condivisione di umanità presente nella canzone e il suo invito a restare umani al di là di ogni contrasto, che mi ha toccato e mi spinge oggi a postarla qui dedicandola a Vittorio Arrigoni, il pacifista ucciso a Gaza due giorni fa da estremisti salafiti.
Contesto differente, certo, così come l'epoca e gli avversari in gioco. Tuttavia,
trovo profonda sintonia tra le parole di questo ritornello e l'deale del volontario ucciso, l' esortazione "Restiamo umani" che aveva dato il titolo anche ad un suo libro e che oggi, dopo la sua barbara uccisione, suona come un grido ancora più accorato.

Ma c'è anche un altro motivo, strettamente musicale, a rendere interessante una canzone come "Russians".
Qui infatti, ancora una volta Sting dimostra il suo amore per la musica classica dalla quale ha preso spunto ispirandosi alla romanza
della suite "Lieutenant Kijé" di Sergej Prokofiev.
Si tratta di un pezzo di malinconica solennità che il cantante ha rielaborato con la sua voce che si dilata grintosa, sottolineandone il ritmo e conferendo forza all'originaria morbidezza della melodia del compositore russo.


Per quanto della canzone personalmente preferisca le interpretazioni più datate, ho scelto la versione orchestrale proposta da Sting nel Simphonicity tour dello scorso anno perchè presenta un ulteriore richiamo a Prokofiev.
Nell'introduzione ricca di suspence quasi fosse la colonna sonora di un thriller e diretta con straordinaria energia dal Maestro Steven Mercurio,
gli accordi che risuonano fortissimi e imponenti prima che Sting inizi a cantare riprendono infatti la famosa "Danza dei cavalieri" dal "Romeo e Giulietta".

Buon ascolto!




mercoledì 13 aprile 2011

Aprile

E' un fidanzamento tra persone di alto rango la scena raffigurata dai fratelli Limbourg nella miniatura del "Ciclo dei Mesi" che rappresenta Aprile, una scena di stampo cortese nella luminosa cornice di una giornata di primavera.

In primo piano, su di un verdeggiante prato delimitato da boschi, spiccano le figure dei protagonisti: i fidanzati con i rispettivi testimoni nell'atto di scambiarsi gli anelli, mentre due dame accanto a loro colgono fiori.

Vivaci i colori degli abiti e dei raffinati mantelli alcuni dei quali riprendono il blu del cielo e della lunetta, così come eleganti sono le linee sinuose che accompagnano bordure ed orli dei panneggi spesso damascati.


Il gusto dei particolari tipico di queste miniature non si manifesta però solo nei ricami delle stoffe, nella varietà del copricapi e delle acconciature, ma anche nella cornice paesaggistica. Sulla destra infatti, si possono notare le aiuole ordinate di un giardino chiuso e persino i fregi che adornano il muro dell'edificio, mentre accanto al castello che si disegna sullo sfondo, si raccolgono le casette del borgo davanti al quale si apre un laghetto con due imbarcazioni e una chiusa.

E' tuttavia meno imponente del solito il castello qui raffigurato, e nonostante la ricchezza di particolari descrittivi, resta davvero secondario forse perchè si vuole che l'attenzione dello spettatore converga tutta sulla scena del fidanzamento che si svolge all'aria aperta in un'atmosfera gioiosa e tersa.

I colori e la distensione del paesaggio conferiscono infatti un senso di serena pace al quadretto che non celebra - questa volta - i ritmi del lavoro contadino, ma la vita della nobiltà in tutta la sua piacevolezza. E si tratta di una nobiltà di sangue, ma certo anche di cuore che spira prima di tutto dagli atteggiamenti: gli occhi bassi della fidanzata, gli sguardi pacati dei presenti e i gesti delicati delle mani.

A commento di questa immagine, il II movimento della "Fantasia para un Gentilhombre" di Joaquin Rodrigo, brano che alterna momenti di malinconica dolcezza ad altri più vivaci e ritmati e che qui si avvale della splendida interpretazione della giovane chitarrista Petra Polackova.

Buon ascolto
!

sabato 9 aprile 2011

Se gli oggetti parlano...

Leggo sul "Corriere della Sera" di oggi che i detriti del recente tsunami che ha colpito il Giappone stanno andando alla deriva nel Pacifico e hanno formato una sorta di isola, una piattaforma dai contenuti eterogenei che si muove portata dalle correnti e dal vento.
Ci sono autoveicoli, imbarcazioni, interi edifici con il loro corredo di oggetti domestici, una quantità imprecisata di plastica, una marea
immensa che col tempo giungerà probabilmente sulle coste americane.
E - come afferma il velista Soldini, autore dell'articolo - è senza dubbio un enorme disastro ambientale che sconvolge l'ecosistema di tutto l'oceano, oltre a mettere a rischio la navigazione.

Ma questa massa di detriti alla deriva che fino a ieri erano cose vive, se certo mi fa pensare al destino che - letteralmente - ha spazzato via un'intera compagine esistenziale disperdendola come fosse
"vanità", tuttavia mi conduce anche ad altre considerazioni.

Penso infatti che, in realtà, quegli oggetti parlino ancora e non siano solo il grido evidente di una tragedia senza pari, ma davvero raccontino la vita in tutto il suo valore: lavoro, progetti, relazioni, cultura, desideri, sogni, amore, sofferenza. A chi li trovasse in alto mare come si trova un messaggio in una bottiglia, sarebbero in grado di raccontare mille vicende, ricostruire mille storie per quell'intensità di cui si caricano a volte anche le cose - soprattutto quelle che amiamo - e ce le rende così vicine.

E proprio a questo proposito, mi sono venute in mente le immagini di un vecchio film di Bruno Bozzetto, "Allegro non troppo", dove sullo schema della "Fantasia" di WaltDisney, si susseguono episodi di animazione con la colonna sonora di brani classici.
Ricordo in particolare l'episodio commentato dal "Valzer triste" di Sibelius nel quale un gatto sparuto si muove tra le rovine di una casa abbandonata che attende di essere abbattuta.
Aggirandosi tra le macerie, ora spaventato ora incuriosito, in cerca di cibo e di ambienti che ormai non esistono più, il gatto ricorda la vita che vi si svolgeva un tempo e ricostruisce nella sua immaginazione la casa calda di affetti e relazioni.
Nei suoi grandi occhi gialli si aprono allora squarci di sogno dove le stanze s'illuminano e il vuoto si rianima. Scorre così il quotidiano con le sue gioie, la tavola, la danza, il gioco, la festa, ma poi il miraggio si spegne negli occhi del micio affamato e il buio torna a inghiottire le macerie della casa che verrà distrutta.

Resta l'onda dei ricordi, sottolineata dalla struggente musica di Sibelius alla quale Bozzetto ha sapientemente adattato la sequenza delle immagini.

Buona visione e buon ascolto!

 

lunedì 4 aprile 2011

"L.A. Lullaby" : ninna-nanna per una metropoli

Scrivevo giorni fa di musicoterapia riferendomi alla capacità della musica di risanare nel profondo quasi ricostruendo il nostro tessuto interiore.
Ma l’argomento potrebbe andare oltre suscitando qualche interrogativo.

Su chi la musica esercita il proprio potere terapeutico?
Solo su chi ascolta o non forse anche su chi esegue o, prima ancora, su chi compone?
Certo, immensa dev’essere la gioia di chi può rivestire questi ruoli contemporaneamente eseguendo la propria musica: un’emozione viva, una full immersion nel cuore della musica stessa che, a mio avviso, crea il miracolo e fa sì che essa diventi terapeutica per tutti, in un'onda sempre più larga che va dall’autore all’ascoltatore.

E al di là del fatto provato che essa attiva nel cervello reazioni positive sollecitando la chimica del nostro organismo, resta comunque per certi aspetti misteriosa questa comunicazione emotiva che passa da anima ad anima quasi da ferita aperta a ferita aperta, se mi si consente l’espressione un po’ cruda.

Ma altrettanto misteriosa, per altri versi, è anche l'origine dell’ispirazione artistica.
Essa infatti, se spesso trova le sue radici nel vissuto, di questo vissuto svela poi dimensioni e sfumature inusitate con uno sguardo che viene dall’alto e va oltre le apparenze. Così, si può essere immersi nell'ombra e vedere la luce, procedere dove è squallore e cogliervi solo un anelito alla bellezza.


E’ il caso di “L.A.Lullaby”, un brano tratto da “Alien”, l’ultimo cd di Giovanni Allevi.

Qui – come già era stato per “Notte ad Harlem” ispirato al famoso quartiere newyorchese – l’autore prende spunto da un suo soggiorno a Los Angeles (L.A. appunto) dove ha concepito la melodia non per le vie di Hollywood o dei quartieri alti, ma aggirandosi nella periferia della metropoli, quella degradata downtown descritta da Lopez nel romanzo “Il solista”, o da Bukowski, per fare qualche esempio.

Eppure, da un contesto di desolazione è fiorita la dolcezza, quasi lo sguardo del compositore avesse colto l’anelito di paradiso, l’angelo che abita ovunque il cuore di ogni uomo. E' come se la sua percezione fosse scesa fino all’essenziale, svelando della realtà circostante quella segreta identità – quel “Come sei veramente” per dirla proprio con Allevi – che solo uno sguardo di amore sa leggere.

Ne è nata così una ninna-nanna ricca di cantabilità e leggerezza, dove la ritmica contemporanea si fonde a richiami classici, in particolare a Chopin che Allevi mostra di aver assorbito fin nell'anima e ci sa restituire non come semplice citazione, ma fatto ormai cosa sua.


Lasciamoci portare allora da questa ninna-nanna che a tratti diviene quasi danza e dalla serenità che essa ci regala, mettendoci a contatto con la limpida segreta verità delle cose.


Buon ascolto!


sabato 2 aprile 2011

Il vento della valle

Amo i canti di montagna.
Devo averlo già detto una volta, di sfuggita.
Mi riportano sui banchi di scuola, mi ricordano le gite fatte in gruppo alle soglie dell’adolescenza, con l’eccitazione delle prime uscite fuori casa e l’ansia del nuovo nel cuore.

Avevamo un insegnante - mitico per genialità e rigore - che, sul pullman che ci portava in giro per monti o città d'arte, si mescolava a noi cantando e organizzando i nostri cori. Pendevamo dalle sue labbra, perlomeno noi ragazze…..e ci esaltavamo quando, alla fine, si riusciva a mettere insieme qualche brano a più voci, coinvolti dalla sua passione trascinante. Aveva la capacità di far cantare tutti, anche gli stonati; piuttosto che escluderli, faceva ripetere loro una sola nota : "Tu fai il vento della valle!” disponeva imperioso, e funzionava.

Erano appunto canti di montagna, e sono stati per così dire il mio iniziale approccio alla musica appena prima che passassi alla classica : "Il testamento del capitano", Era una notte che pioveva", "La montanara", "Monte Canino"..….e tanti altri.

Avevo un librettino con le parole e sulla copertina la foto delle Pale di San Martino, un librettino che mi seguiva in ogni gita ormai sgualcito e squinternato, ma per me prezioso più di una bibbia. Poi una volta, dopo l’ennesimo viaggio stipato in una tasca dello zaino, non l’ho più trovato e mi è parso di perdere un pezzo di mondo.

Vivevamo esperienze di gruppo ricche di gioiosa intensità: ciascuno faceva la sua parte e il risultato ci univa consentendoci di percepire, nel nostro piccolo, la gioia di produrre qualcosa di bello. Io facevo sempre la seconda voce, mi riusciva bene e mi piaceva cercare sotto la melodia le note giuste per farne fiorire lo spessore.

Tutto questo mi è venuto in mente oggi quando, navigando su youtube, mi sono imbattuta ne “La ceseta de Transaqua” e si è ridestata in me l’antica emozione. E’ infatti il canto che, allora, il nostro prof. preferiva. Gli si illuminava lo sguardo di passione, mentre lo cantava, e noi dietro a lasciarci inondare l’anima di bellezza.

Dedico quindi a lui questo post, anche se magari non passerà mai di qui perché, tra gli svariati interessi che coltiva ora che da anni è in pensione, temo non ci sia l’informatica. Ma ricordarlo in queste righe è comunque per me un segno di gratitudine a chi mi ha iniziato allo splendore della musica, compresa poi quella classica, insegnandomi ad amarla con passione.

Buon ascolto!