sabato 20 giugno 2026

Coltivare parole - 6

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sarà per l'antica sicilianità del mio entroterra familiare che - nonostante io sia nata in Lombardia e da sempre affezionata alla mia terra di pianura - amo in modo struggente le poesie di Salvatore Quasimodo (1901 - 1968).
Da quando alle medie mi avevano fatto leggere "Lettera alla madre", qualcosa si è smosso in me come se quella nostalgia di trapiantato al nord che il poeta esprimeva, in fondo, un po' mi appartenesse quasi la portassi oscuramente nel sangue.
Nella Milano nebbiosa in cui, dalla nativa Modica, Quasimodo si era trasferito, sentiva il peso della lontananza dalla madre per la quale nutriva un affetto simile a una sorta di devozione, tanto che il testo si apre in latino (Mater...) come fosse dedicato a una divinità: madre e forse al tempo stesso terra madre dalla quale tutto ha origine. Una poesia ricca di immagini a somiglianza di molte altre nelle quali l'autore evoca angoli e scorci di una Sicilia divenuta mitica nel suo ricordo.
Tra queste, dalla raccolta "Acque e terre" del 1930 ne ho scelto una che amo in particolare per ciò che, attraverso i sensi, Quasimodo ci fa percepire. Eccola:

Vicolo

"Mi richiama talvolta la tua voce,
e non so che cieli ed acque
mi si svegliano dentro:
una rete di sole che si smaglia
sui tuoi muri ch’erano a sera
un dondolio di lampade
dalle botteghe tarde
piene di vento e di tristezza.

Altro tempo: un telaio batteva nel cortile,
e s’udiva la notte un pianto
di cuccioli e di bambini.

Vicolo: una croce di case
che si chiamano piano,
e non sanno ch’è paura
di restare sole nel buio."

Sono versi che, come sempre, vanno riletti più volte per coglierne tutta la suggestione. Nella prima strofa, la memoria del paese natale è evocata attraverso la voce del vicolo, quasi fosse una persona cui Quasimodo si rivolge con un tu che nasce dal profondo. Del resto, la consuetudine col proprio luogo di origine ci porta spesso ad umanizzarlo perché è lo specchio che ci restituisce pensieri e sentimenti che vi abbiamo vissuto. Qui sono soprattutto immagini e suoni a renderlo vivo e presente al cuore del poeta.

Bellissimi i versi "non so che cieli ed acque / mi si svegliano dentro" e intensa la percezione che ci offre il termine "svegliano" - e poco più in là "smaglia" - in cui quella consonanza interna ai due verbi ci fa percepire che in noi un nodo si sta sciogliendo. 
È un sipario interiore che si apre: prima a visioni ariose e piene di luce ("cieli ed acque"), poi sulle immagini del tramonto ("una rete di sole che si smaglia") e infine sulla notte. C'è infatti un procedere verso l'ombra che si fa progressivamente strada fino al "dondolio di lampade" che non vediamo direttamente, ma solo nel loro ondeggiante riflesso sui muri. Immagini indefinite e in movimento, ma per questo ancor più efficaci come la suggestione del vento che invade le botteghe aperte fino a tarda sera ("...dalle botteghe tarde / piene di vento e di tristezza").

Nella seconda strofa la memoria riconduce a un passato antico identificato attraverso i suoni del telaio e del pianto: uno più netto e scandito, l'altro più vago e angoscioso che riecheggiano nel ricordo del poeta. "Altro tempo" scrive Quasimodo da una dimensione esistenziale ormai diversa, ma è un tempo che gli è caro insieme alla fragilità che esso esprime. Il "pianto / di cuccioli e di bambini" fa pensare infatti a chi è solo e bisognoso di protezione, mentre più rassicurante e familiare è il suono di quel "telaio" che "batteva nel cortile" e che ci riporta inevitabilmente al Leopardi.

Ma nella nostalgia del vicolo di un tempo colgo anche una mestizia che va facendosi sempre più intensa nel corso del testo. Ci sono parole a questo riguardo significative come "tristezza" alla fine della prima strofa, nella seconda "pianto" che accomuna cuccioli e bambini e, soprattutto nell'ultima, "croce", "paura" e "buio".
Quasimodo sembra scavare qui nel cuore del vicolo quasi scandagliasse quello delle
 persone che lo abitano - ma insieme quello di ogni essere vivente - portando alla luce solitudine, paure inconfessate e bisogno di vicinanza per non affondare nell'oscurità. Suggestivo e dolcissimo il verso con cui definisce il vicolo: "una croce di case / che si chiamano piano" dove la drammaticità della parola croce - e insieme la sua povertà come a dire che le case sono poche - è smorzata da quel si chiamano piano, quasi fossero compagni che si tengono per mano quando scende il buio. 
E a proposito di solitudine, non può non tornare in mente il testo più celebre del poeta scritto alcuni anni più
 tardi, in cui Quasimodo sintetizza in tre versi quella che, a suo avviso, è la condizione umana: "Ognuno sta solo sul cuor della terra, / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera."

Proprio in armonia con la malinconica dolcezza della poesia "Vicolo", ho scelto una musica di tono intensamente nostalgico, capace di scandagliare allo stesso modo la nostra anima facendone affiorare la verità di fondo. 
Si tratta del "Notturno op.70 n.1" di Giuseppe Martucci (1856 - 1909), scritto
inizialmente per pianoforte solo e poi rielaborato nella versione orchestrale che ascolterete. 
Ancora una volta, dunque, un autore nuovo per questo blog con un brano che mi ha davvero affascinato. Con la morbidezza della tonalità di Sol bemolle maggiore
vi si avvicendano infatti ombre e luci ora con carezzevole levità, ora con la stretta intensa di un ricordo e di un clima di intimità che, dopo averci preso, va a smorzarsi con dolcezza infinita. 

Pianista, direttore d'orchestra e apprezzato insegnante oltre che compositore di pezzi sinfonici, Martucci ha contribuito a far conoscere nel nostro paese le opere dei musicisti tedeschi del secondo Ottocento, senza ignorare però quella cantabilità tipicamente italiana di cui è stato anticipatore. 
Ascoltando questo Notturno infatti, il primo aspetto che colpisce è uno splendore
melodico e un'atmosfera che a me hanno ricordato subito Puccini, in particolare la Bohème. E se pure non abbiamo prove di un preciso riferimento, non è difficile ipotizzare che il compositore lucchese - che scriverà la Bohème cinque anni dopo il Notturno di Martucci - vi abbia tratto in qualche modo ispirazione. 

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web) 

 

2 commenti:

siu ha detto...

Mi pare che tutto palpiti, in questi versi di Quasimodo, un po' come se i palpiti del vicolo nei suoi svariati e suggestivi elementi richiamassero quelli pulsanti nell'interiorità del Poeta, quasi che tra questi e quelli respirasse un rimando continuo, progressivo e vitale.
Ti ringrazio cara Annamaria per questa poesia, che non conoscevo, e per il suggestivo brano di Martucci di cui conoscevo a malapena il nome.
Un abbraccio affettuoso.

Annamaria ha detto...

Come hai colto, nel testo ci sono proprio continui rimandi tra il vicolo praticamente personificato e l'animo del poeta che vi rivede se stesso con le proprie fragilità e paure insieme a infinita nostalgia. Ma ciò, secondo Quasimodo, è anche emblema di una condizione umana comune a tutti.
Grazie di cuore di essere passata qui, cara Siu, e un abbraccio serale!