Desiderio di cose leggere
"Giuncheto lieve biondo
come un campo di spighe
presso il lago celeste
e le case di un’isola lontana
color di vela
pronte a salpare –
Desiderio di cose leggere
nel cuore che pesa
come pietra
dentro una barca –
Ma giungerà una sera
a queste rive
l’anima liberata:
senza piegare i giunchi
senza muovere l’acqua o l’aria
salperà – con le case
dell’isola lontana,
per un’alta scogliera
di stelle -"
È stato il titolo della poesia che vedete a prendermi subito, tanto che ho scelto di iniziare con essa questa breve carrellata di testi.
Avrete certo riconosciuto una delle voci più profonde e delicate del Novecento: Antonia Pozzi (1912 - 1938), "anima palpitante, ridente, nostalgica, appassionata" come lei stessa si definiva. Non è mia intenzione ripercorrerne qui la tragica vicenda esistenziale che l'ha condotta al suicidio a soli ventisei anni o delineare tutti i tratti della sua poetica già analizzati da numerosi critici, ma vorrei soffermarmi su alcune immagini e parole a mio avviso particolarmente evocative.
I suoi scritti sono una sorta di diario interiore in cui si riflette l'angoscia di una passione amorosa osteggiata e di un'ispirazione poetica non riconosciuta, fonte di una sfasatura esistenziale che la poetessa cercava di colmare col suo amore per la natura e soprattutto per la montagna.
È una persistente ricerca di sintonia con la vita la sua, alimentata da un'acutissima sensibilità: una forte e talora disperata tensione spirituale che tuttavia sa sciogliersi in versi di grande dolcezza capaci di far affiorare con semplici tratti l'essenziale delle cose.
In questo testo del 1934, nella
cornice di una natura dai colori tenui, la poetessa sogna di
poter alleggerire il proprio cuore pesante come una pietra e attende il momento che la condurrà a sanare quella frattura che la sua sensibilità le ha sempre fatto cogliere tra gli eventi esterni e i desideri del profondo.
Le prime due brevi strofe descrivono un paesaggio e ci presentano immagini dalle tinte sfumate in un periodare senza verbo principale, come vere e proprie pennellate di un quadro interiore. La leggerezza invocata è già presente nella fragilità del giuncheto, nel lago non banalmente azzurro ma celeste, e se vogliamo anche nel respiro dato dalla lontananza dell'isola e da quelle case pronte a salpare. È una prospettiva che si apre verso l'infinito e si amplia ulteriormente nella suggestione del chiaro color di vela.
Troviamo poi il verso centrale su cui s'impernia il testo, desiderio di cose leggere, che ci fa intendere le immagini precedenti - il giuncheto, il campo di spighe, il color di vela - non come descrizione fine a se stessa, ma proiezioni dell'intenso bisogno della poetessa di deporre il fardello che la opprime.
Infine il sogno della liberazione attesa in cui, abbandonati i pesi, l'anima avanzerà silenziosa e impalpabile - senza piegare i giunchi / senza muovere l’acqua o l’aria - verso il luogo in cui la sintonia con la vita sarà piena.
Più forte e insieme colma di mistero è la bellissima immagine finale di un'alta scogliera di stelle, approdo contemplativo cui dirigersi, che fonde e ricompone in sè solidità e leggerezza, realtà scabra e sogno, oscurità e splendore.
La poetessa sembra qui voler oltrepassare una linea di confine che molti critici hanno interpretato come un anelito di liberazione nella morte, cosa del resto suffragata dalla sua vicenda esistenziale e dal riferimento alla sera.
Ma non so se si tratti solo di questo...Insieme a qualche reminiscenza di un oltretomba dantesco che colgo qua e là, il suo desiderio di cose leggere mi sembra prima di tutto quello di una liberante esperienza spirituale, un viaggio interiore che le restituisca sintonia con se stessa e col mondo esterno. Pronte a salpare con lei, infatti, non sono barche, ma le case dell'isola lontana, quasi la ritrovata leggerezza vada a coinvolgere tutto ciò che sta intorno.
Ma al tempo stesso, leggo nelle sue parole anche un movimento inverso.
Me lo suggeriscono i termini giuncheto, desiderio e anima, soggetti delle varie strofe che testimoniano un passaggio dalla realtà esterna a quella interiore: un procedere che ricorda alcune poesie di Ungaretti che iniziano proprio dalla visione di un panorama, passano poi a una percezione e infine a una riflessione esistenziale.
Anche qui ravviso uno sviluppo simile: prima un'osservazione esterna, poi il bisogno che essa ispira e infine il riferimento al nucleo più profondo del proprio sentire. E mi pare significativo anche il fatto che la poetessa non parli in prima persona come a comunicare un'esperienza individuale, ma usi dei sostantivi che definiscono una situazione quasi essa fosse universale, nella quale anche noi che leggiamo potremmo talora riconoscerci.
Versi toccanti, dunque, e proprio la voce di Antonia Pozzi in questa lirica mi ha fatto pensare al suono del violino, strumento che sa squisitamente modulare la sua intensità e forse più di altri può ricordare la voce umana.
Così, alle sue parole dedico uno dei pezzi più affascinanti della musica del secondo Ottocento: l' "Adagio" del "Concerto per violino e orchestra in Re Maggiore op.77" di Johannes Brahms (1833 - 1897).
Una lunga e serena introduzione orchestrale, quasi una preparazione d'anima, precede l'attacco del solista che esordisce con un'aria fatta di archi melodici molto ampi che l'orchestra fa riecheggiare. È un procedere che ci conduce da grandi altezze ad abissi oscuri dove talora si coglie un vivo contrasto tra dramma e lirismo, profondità sconfinate e intima dolcezza.
Qui, la voce acuta del violino si fa ora canto soave, ora grido angoscioso, ora riposante respiro, ora tormentoso affanno, sempre in uno struggente dialogo con l'orchestra.
Note che mi piace associare ai versi della poetessa e che, in certi passaggi, sembrano scavare nell'anima anche al di là delle parole.
Buon ascolto!
(La foto, che rappresenta un dipinto di Jozef Vinck (1900 - 1979) intitolato "Paesaggio lacustre", è presa dal web.)

9 commenti:
Delicatissima la musica, come la poesia. Grazie per averla spiegata e interpretata: io che non amo la poesia ne ho compreso e sentito tutto il significato
Grazie a te, Marina. Se la poesia di Antonia Pozzi ti è piaciuta è perchè ha incontrato la tua sensibilità.
L'intensità, unita alla bellezza, di questo dipinto, di questa poesia e questa musica, unita a quella delle tue osservazioni e riflessioni mi fa tornare, e poi tornare ancora e ancora a guardare, ad ascoltare... e soprattutto a leggere, trovando nelle tue meditate e acute parole, proprio come nella liricità di quelle di Antonia Pozzi, campi vastissimi che si aprono svelandosi via via più variegati e profondi, tanto che il mio pensiero vi s'immerge e quasi si perde, tra impressioni, considerazioni, ricordi, prospettive, timore e tremore...
Un grazie particolarmente sentito, cara Annamaria, insieme all'augurio di una buona giornata, con un forte abbraccio.
Beautiful blog
Please read my post
Tra i testi che ho deciso di presentare quest'anno, la poesia di Antonia Pozzi è stata una delle ultime che ho scelto, ma mi ha talmente affascinato che l'ho voluta commentare per prima. Mi ha svelato "campi vastissimi" e "via via più variegati e profondi" - proprio come scrivi - nei quali ho trovato, come dicevo nel post, anche alcune suggestioni dantesche. Penso che il prossimo mese mi soffermerò su queste...e spero di esserne capace. Sì, sono versi sui quali si ritorna, e questo vale anche per il pezzo di Brahms.
Un grazie particolare a te, cara Siu, per l'intensità della tua lettura e un abbraccio di
buona settimana!!!
Certo, e grazie mille di essere passata qui, Rajani!!!!
Brahms e Tchaykovski, così diversi anche nei loro Concerti per violino. C'è però almeno una cosa che accomuna i due compositori, un certo uso del contrappunto, che nella 2^ metà dell'800 non si può dire che abbondi. Nella musica di Brahms il contrappunto uno se lo aspetta di più, ad es. ascoltando un Mottetto per coro a cappella. In quella di Tchaykovski uno se lo aspetta di meno, ma può comparire, ad es. nel Finale (Tempo di Polacca) della 3^ Sinfonia.
Concordo con te. Brahms e Tchaikovski sono molto diversi e il contrappunto da Tchaikovski non ce lo aspetteremmo proprio, ma in quel finale c'è.
Grazie e buona giornata!
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