sabato 21 febbraio 2026

Coltivare parole - 2












Desiderio di cose leggere


"Giuncheto lieve biondo
come un campo di spighe
presso il lago celeste

e le case di un’isola lontana
color di vela
pronte a salpare –

Desiderio di cose leggere
nel cuore che pesa
come pietra
dentro una barca –

Ma giungerà una sera
a queste rive
l’anima liberata:
senza piegare i giunchi
senza muovere l’acqua o l’aria
salperà – con le case
dell’isola lontana,
per un’alta scogliera
di stelle -"

È stato il titolo della poesia che vedete a prendermi subito, tanto che ho scelto di iniziare con essa questa breve carrellata di testi. 
Avrete certo riconosciuto una delle voci più profonde e delicate del Novecento:
Antonia Pozzi (1912 - 1938), "anima palpitante, ridente, nostalgica, appassionata" come lei stessa si definiva. Non è mia intenzione ripercorrerne qui la tragica vicenda esistenziale che l'ha condotta al suicidio a soli ventisei anni o delineare tutti i tratti della sua poetica già analizzati da numerosi critici, ma vorrei soffermarmi su alcune immagini e parole a mio avviso particolarmente evocative.

I suoi scritti sono una sorta di diario interiore in cui si riflette l'angoscia di una passione amorosa osteggiata e di un'ispirazione poetica non riconosciuta, fonte di una sfasatura esistenziale che la poetessa cercava di colmare col suo amore per la natura e soprattutto per la montagna. 
È una persistente ricerca di sintonia con la vita la sua, alimentata da un'acutissima sensibilità
: una forte e talora disperata tensione spirituale che tuttavia sa sciogliersi in versi di grande dolcezza capaci di far affiorare con semplici tratti l'essenziale delle cose.

In questo testo del 1934, nella cornice di una natura dai colori tenui, la poetessa sogna di poter alleggerire il proprio cuore pesante come una pietra e attende il momento che la condurrà a sanare quella frattura che la sua sensibilità le ha sempre fatto cogliere tra gli eventi esterni e i desideri del profondo.
Le prime due brevi strofe descrivono un paesaggio e ci presentano immagini dalle tinte 
sfumate in un periodare senza verbo principale, come vere e proprie pennellate di un quadro interiore. La leggerezza invocata è già presente nella fragilità del giuncheto, nel lago non banalmente azzurro ma celeste, e se vogliamo anche nel respiro dato dalla lontananza dell'isola e da quelle case pronte a salpareÈ una prospettiva che si apre verso l'infinito e si amplia ulteriormente nella suggestione del chiaro color di vela.

Troviamo poi il verso centrale su cui s'impernia il testo, desiderio di cose leggere, che ci fa intendere le immagini precedenti - il giuncheto, il campo di spighe, il color di vela - non come descrizione fine a se stessa, ma proiezioni dell'intenso bisogno della poetessa di deporre il fardello che la opprime.
Infine il sogno della liberazione attesa in cui, abbandonati i pesi, l'anima avanzerà silenziosa e impalpabile - senza piegare i giunchi / senza muovere l’acqua o l’aria - verso il luogo in cui la sintonia con la vita sarà piena. 
Più forte e insieme colma di mistero è la bellissima immagine finale di un'alta scogliera di
stelle, approdo contemplativo cui dirigersiche fonde e ricompone in sè solidità e leggerezza, realtà scabra e sogno, oscurità e splendore. 

La poetessa sembra qui voler oltrepassare una linea di confine che molti critici hanno interpretato come un anelito di liberazione nella morte, cosa del resto suffragata dalla sua vicenda esistenziale e dal riferimento alla sera. 
Ma non so se si tratti solo di questo...Insieme a qualche
reminiscenza di un oltretomba dantesco che colgo qua e là, il suo desiderio di cose leggere mi sembra prima di tutto quello di una liberante esperienza spirituale, un viaggio interiore che le restituisca sintonia con se stessa e col mondo esterno. Pronte a salpare con lei, infatti, non sono barche, ma le case dell'isola lontana, quasi la ritrovata leggerezza vada a coinvolgere tutto ciò che sta intorno.

Ma al tempo stesso, leggo nelle sue parole anche un movimento inverso. 
Me lo suggeriscono i termini giuncheto, desiderio e anima, soggetti delle varie strof
e che testimoniano un passaggio dalla realtà esterna a quella interiore: un procedere che ricorda alcune poesie di Ungaretti che iniziano proprio dalla visione di un panorama, passano poi a una percezione e infine a una riflessione esistenziale.
Anche qui ravviso uno sviluppo simile: prima un'osservazione esterna, poi 
il bisogno che essa ispira e infine il riferimento al nucleo più profondo del proprio sentire. E mi pare significativo anche il fatto che la poetessa non parli in prima persona come a comunicare un'esperienza individuale, ma usi dei sostantivi che definiscono una situazione quasi essa fosse universale, nella quale anche noi che leggiamo potremmo talora riconoscerci. 

Versi toccanti, dunque, e proprio la voce di Antonia Pozzi in questa lirica mi ha fatto pensare al suono del violino, strumento che sa squisitamente modulare la sua intensità e forse più di altri può ricordare la voce umana. 
Così, alle sue parole dedico uno dei pezzi 
più affascinanti della musica del secondo Ottocento: l' "Adagio" del "Concerto per violino e orchestra in Re Maggiore op.77" di Johannes Brahms (1833 - 1897). 
Una lunga e serena introduzione orchestrale, quasi una preparazione d'anima,
precede l'attacco del solista che esordisce con un'aria fatta di archi melodici molto ampi che l'orchestra fa riecheggiare. È un procedere che ci conduce da grandi altezze ad abissi oscuri dove talora si coglie un vivo contrasto tra dramma e lirismo, profondità sconfinate e intima dolcezza. 
Qui, la voce acuta del violino si fa ora canto soave, ora grido angoscioso, ora 
riposante respiro, ora tormentoso affanno, sempre in uno struggente dialogo con l'orchestra. 
Note che mi piace associare ai versi della poetessa e che, in certi passaggi,
sembrano scavare nell'anima anche al di là delle parole. 

Buon ascolto!

(La foto, che rappresenta un dipinto di Jozef Vinck (1900 - 1979) intitolato "Paesaggio lacustre", è presa dal web.) 

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