sabato 21 marzo 2026

Coltivare parole - 3



Da cosa nasce cosa, lo sappiamo. E l'ispirazione per questo post mi è venuta da una semplice parola della poesia di Antonia Pozzi pubblicata il mese scorso. È stato quel "giuncheto" a riportarmi subito alla mente i versi di Dante Alighieri (1265 - 1321) nella Divina Commedia e in particolare la fine del I Canto del Purgatorio quando il poeta, per poter salire alla montagna dalle sette balze, deve sottoporsi a un rito di purificazione. 
Una scena letta più volte ma che non smette mai di affascinarmi.

È l'atmosfera del luogo a colpirmi prima di ogni altra cosa. 
Siamo nell'Antipurgatorio e, dopo le tenebre e gli orrori infernali alla fine dei quali
Dante e Virgilio erano tornati a riveder le stelle, ora sono i colori dell'alba, intensi e insieme delicati, a rasserenare il nostro sguardo e a stupirci con la loro trasparenza. 
"Dolce color d'orïental zaffiro" scrive il poeta al verso 13, riportandoci alla raffinata 
gradazione di antiche pietre preziose. Non è ancora luce piena, ma il magico incanto dell'alba rasserena l'anima in un cielo d'inarrivabile purezza nel quale si scorgono quattro stelle, simboli delle virtù cardinali. 
In tale atmosfera, appare Catone Uticense che, 
convinto da Virgilio in nome di quella libertà che Catone stesso aveva stimato più della vita, permette a Dante l'ascesa alla montagna del Purgatorio, non prima però che il poeta abbia compiuto un rito di purificazione e di umiltà lasciandosi lavare il viso con la rugiada del mattino e cingere i fianchi con un flessibile giunco. 
Proprio qui desidero soffermarmi, ecco il testo:

"Questa isoletta intorno ad imo ad imo,
là giù colà dove la batte l’onda,
porta di giunchi sovra ’l molle limo:

null’altra pianta che facesse fronda
o indurasse, vi puote aver vita,
però ch’a le percosse non seconda."
(vv.100-105)

Catone indica loro una spiaggia alla base della montagna dove, proprio nel punto in cui il terreno è più molle, crescono dei giunchi e solo la flessibilità di queste piante acquatiche consente loro di resistere all'impeto delle onde. 
È la delicatezza della descrizione ad affascinarmi: un quadretto naturalistico in uno
spazio più basso e appartato (ad imo ad imo), lontano (là giù)nel quale possiamo immaginare l'azzurro dell'acqua e il chiaro delle spume, insieme al grigio della fanghiglia sulla riva e alle sfumature di verde o marrone del giuncheto. 
Tinte lievi e pacate che, più che ai miniatori del XV sec. che - come si vede nella
foto - hanno creato immagini dai colori vivaci, a mio avviso sarebbero piaciute a De Nittis. Un panorama che Dante definisce a partire da ciò che si vede, ma anche da ciò che si sente, come il suono ritmato delle onde sulla battigia che riecheggia piano nel verso "là giù colà dove la batte l'onda".

Ma avverto anche un senso di intimità in tale descrizione che fonde elementi paesaggistici con l'intensità del momento in cui il poeta si avvia a proseguire il proprio viaggio in un'atmosfera soffusa di speranza. È la luce protagonista di questi versi: non ancora il vivido fulgore del Paradiso, ma la luminosità discreta di un nuovo cammino che inizia con incertezza ma insieme con fiducia, come accade nelle fasi di passaggio dell'esistenza di cui tutto il Purgatorio è in qualche modo emblema. Bellissimi i seguenti versi:

"L’alba vinceva l’ora mattutina
che fuggia innanzi, sì che di lontano
conobbi il tremolar de la marina."
(vv.115-117)

I due viandanti si mettono in cammino mentre l'alba vince progressivamente l'ombra della notte ed è a questa luce ancora incerta che Dante scorge il mare. Sì, il mare, di cui coglie da lontano il palpitare delle onde! Non dice semplicemente che lo vede, ma che lo riconosce dal movimento di luce e di acque (conobbi il tremolar della marina): percezione delicatissima, forse solo un barlume simile a quello di chi si sta svegliando
Non so se ci sia immagine più efficace ad esprimere lo stupore e il sollievo che Dante
deve aver provato dopo la sudicia, soffocante e angusta oscurità infernale! Ora invece torna la luce e con essa il respiro, l'apertura verso un orizzonte spaziale più ampio (di lontano).

La scena mi ricorda quanto la visione del mare nel tempo sia stata liberatoria, nella storia come nella poesia. Ho in mente, in un contesto diverso e certo più impetuoso, l'urlo di felicità dei mercenari greci, "Thalatta! Thalatta!" (Mare! Mare!), quando - come narra Senofonte nell'Anabasi - tornando dalla Persia nel 401 a.C. dall'alto del monte Teche avvistarono finalmente le acque del Mar Nero e sentirono il ritorno a casa più vicino. 
Ma ritrovo quasi uguale il verso dantesco nella poesia "I pastori" ("O voce di colui che
 primamente / conosce il tremolar della marina!") dove il D'Annunzio descrive il momento in cui il primo dei pastori transumanti dall'alto dei monti abruzzesi vede il mare e ha un grido di gioia. 

Ma torno al testo e in particolare a Virgilio che, seguendo le indicazioni di Catone, da uno spiazzo erboso ancora in ombra prende la rugiada della notte e con essa lava il viso di Dante purificandolo dalla caligine infernale:

"Noi andavam per lo solingo piano
com’om che torna a la perduta strada,
che ’nfino ad essa li pare ire in vano.

Quando noi fummo là ’ve la rugiada
pugna col sole, per essere in parte
dove, ad orezza, poco si dirada,

ambo le mani in su l’erbetta sparte
soavemente ’l mio maestro pose:
ond’io, che fui accorto di sua arte,

porsi ver’ lui le guance lagrimose;
ivi mi fece tutto discoverto
quel color che l’inferno mi nascose."

Venimmo poi in sul lito diserto,
che mai non vide navicar sue acque
omo, che di tornar sia poscia esperto.
" (vv.118-132)

La scena si svolge in un'atmosfera di solitudine (solingo piano...lito diserto) e il mare che mai non vide navigar sue acque / omo, che di tornar sia poscia esperto è lo stesso in cui si è inabissato Ulisse al canto XXVI dell'Inferno. 
Ciò in apparenza potrebbe comunicare un senso di sgomento. Tuttavia, questa a me
 non pare la solitudine straniante che ha circondato l'eroe e i suoi compagni nel loro folle volo, ma solo la trasposizione esterna del silenzio interiore di chi, come Dante, sta ritornando a la perduta strada.

"Quivi mi cinse sì com’altrui piacque
 oh maraviglia! ché qual elli scelse
l’umile pianta, cotal si rinacque

subitamente là onde l’avelse."
(vv.133-136)

Qui, Virgilio coglie dal terreno un giunco, per la sua flessibilità simbolo di umiltà e sottomissione, e con esso cinge i fianchi di Dante che solo in tale disposizione d'animo potrà iniziare la salita. La scena è semplice e severa come un rituale, e di nuovo avvertiamo l'eco del canto di Ulisse in quel com’altrui piacque, riferito a una volontà superiore che tutto governa.

Immagine conclusiva è il prodigio per cui la pianta del giunco rinasce subito dopo dopo essere stata colta: segno della vita nuova alla quale Dante si sta avviando e simbolo di resurrezione anche perchè l'alba che qui il poeta descrive è quella del giorno di Pasqua. Sono versi che, per certi aspetti, ci rivelano un Dante pittore che tuttavia fonde sempre l'attenzione al paesaggio e al dettaglio naturalistico con un significato spirituale più alto.

E con quale musica commentare le toccanti parole del poeta? La scelta non è stata facile, ma alla fine sono tornata a una delle mie passioni più antiche, a un brano che spesso ho cercato sulle note di una tastiera prima ancora di averne in mano lo spartito. Si tratta dell' Adagio dalla "Toccata, adagio e fuga in Do maggiore BWV 564" di Bach che ho pubblicato agli esordi del blog.

Il suo ritmo, segnato dagli accordi della pedaliera e dall'intensità dell'organo, mi fa pensare a un cammino più o meno erto: a quello di Dante prima di tutto, ma - piccolo piccolo - anche al mio nell'addentrarmi gradatamente nel variegato mondo della musica. È un brano che mi accompagna da tempo e mi parla quasi avesse la regolarità di un respiro o di un passo tranquilo o di un discorso pacato, e penso possa essere così anche per altri che l'ascoltano. Sono infatti note dall'afflato meditativo che ci consentono di osservare la realtà da un angolo di visuale che ce ne svela lo spessore e la meraviglia. 

Mi si obietterà che il panorama in cui Dante si muove, per quanto non sfolgorante, è però luminoso e questo Adagio è invece in tonalità minore. Vero. Tuttavia, ciò che Bach ci comunica a me non pare tristezza, ma un senso di profondo raccoglimento simile al silenzio interiore del poeta di cui parlavo sopra. E se il paesaggio del Purgatorio è talora chiaroscurale, anche l'Adagio s'illumina qua e là con lievi aperture, oltre ad alcuni passaggi conclusivi che risolvono dolcemente in tonalità maggiore.

Buon ascolto!

(La foto, presa dal web, rappresenta Dante e Virgilio nella scena descritta. La miniatura, conservata alla Biblioteca Apostolica Vaticana, è opera di Guglielmo Giraldi, XV sec.)

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