sabato 7 marzo 2026

"La grande zolla"

Da parecchio tempo, in lista d'attesa tra le immagini da pubblicare, avevo il celebre acquerello di Albrecht Dürer (1471 - 1528) intitolato "La grande zolla", e finalmente oggi mi sono regalata la gioia di condividerlo con voi.
L'opera - conservata
all' Albertina Museum di Vienna - insieme all'altrettanto famoso Leprotto testimonia l'attenzione dell'artista verso il mondo della natura qui raffigurato con estremo realismo.

Dürer, pittore tedesco tra i più famosi, ma insieme incisore e studioso di matematica, si muove nell'ambito del Rinascimento del quale ha fatto propri i caratteri durante i suoi numerosi viaggi che, da Norimberga, lo hanno condotto sia in altre città tedesche che in Italia, in particolare a Venezia. Ma occorre sottolineare anche il suo talento precoce e la sua apertura a differenti ambiti della rappresentazione: dal ritratto al paesaggio, a temi sacri, mitologici e naturalistici. E in ogni ambito va rimarcata la grande cura per il dettaglio che lo avvicina agli artisti fiamminghi.

Proprio tale minuziosa precisione mi attira in quest'opera che, nel suo piccolo, rappresenta un mondo. 
Decisamente accurata è infatti la raffigurazione della zolla 
dal fogliame fino alle radici, in una fusione di splendore artistico ad attenzione scientifica che colloca a pieno diritto il quadretto nell'approccio alla realtà tipico del mondo rinascimentale.

È la bellezza colta in quei dettagli che ci potrebbero anche sfuggire e che l'artista riporta invece davanti al nostro sguardo con esattezza e insieme con stupore. In apparenza una semplice zolla di terra con le piante selvatiche che vi attecchiscono, ma in realtà il folto delle sue erbe - tra le quali riconosciamo tarassaco, piantaggine e pratolina - è una sorta di bosco in cui si incrociano steli dalle diverse infiorescenze e fogliame dalle varie gradazioni di verde.

Immaginiamo per un momento di essere un insetto tra quel fogliame: esso ci apparirà proprio come una boscaglia intricata, un groviglio disordinato e in certi punti misterioso e oscuro nel quale è facile perdersi. Al tempo stesso, questo acquerello mi fa tornare bambina davanti alle prime enciclopedie illustrate e mi riporta al sogno di entrare in quel mondo naturalistico, di aggirarmi come una piccola Alice nel paese delle meraviglie tra erbe alte e spazi minuscoli che per qualche momento si dilatano solo per me.

Ma tale descrizione pittorica precisissima, vero pezzo di bravura quasi il Dürer fosse un esperto di botanica, mi ricorda anche la pagina altrettanto minuziosa di un altro artista che tutti conosciamo non certo come botanico, ma come letterato: Alessandro Manzoni.

Mi riferisco alla descrizione che l'autore fa della vigna di Renzo quando, al cap.33 de "I promessi sposi", il giovane torna al suo paesello e trova casa e orto devastati prima dai birri, poi dai Lanzichenecchi e infine dai compaesani che in quel terreno ormai abbandonato venivano a far legna. 
Certo, una vigna non è una semplice zolla e 
l'intento dello scrittore nella sua ampia descrizione ha forse significati più profondi che alludono alla dimensione caotica della natura quando è lasciata a se stessa. Al di là di questo tuttavia, il linguaggio ci rivela un Manzoni inusitato e sorprendente, e se alcuni termini come marmaglia e guazzabuglio sono gli stessi che in altri punti del romanzo attribuisce alle persone, sul piano botanico le sue conoscenze sono precisissime.
Riporto qui qualche stralcio della descrizione: 

"Era una marmaglia d'ortiche, di felci, di logli, di gramigne, di farinelli, d'avene salvatiche, d'amaranti verdi, di radicchielle, d'acetoselle, di panicastrelle e d'altrettali piante; di quelle, voglio dire, di cui il contadino d'ogni paese ha fatto una gran classe a modo suo, denominandole erbacce, o qualcosa di simile. Era un guazzabuglio di steli, che facevano a soverchiarsi l'uno con l'altro nell'aria, o a passarsi avanti, strisciando sul terreno, a rubarsi in somma il posto per ogni verso; una confusione di foglie, di fiori, di frutti, di cento colori, di cento forme, di cento grandezze: spighette, pannocchiette, ciocche, mazzetti, capolini bianchi, rossi, gialli, azzurri.(...)"

Insomma, realismo anche quello del Manzoni forse unito alla volontà di comporre un pezzo di bravura. E proprio tale varietà di ispirazione unita allo splendore estetico - del Dürer sul fronte pittorico e del Manzoni su quello letterario - mi hanno fatto pensare al brano di oggi.

Si tratta del primo tempo, Allegro, della "Sonata in La maggiore op.17 n.5" di Johann Christian Bach (1735 - 1782): sì, proprio uno dei numerosi figli del celeberrimo Giovanni Sebastiano. A dedicarsi alla musica non è stato l'unico: insieme a lui infatti troviamo anche i fratelli maggiori Wilhelm Friedemann, Carl Philipp Emanuel e Johann Christoph Friederich, ma certo - forse anche perchè più giovane degli altri - ha assorbito in misura minore i tratti tipici dello stile paterno. Ascoltandone infatti le composizioni, cogliamo un clima differente, molto più vicino al classicismo che ai canoni della musica barocca.

Il brano che ho scelto ne è un limpido esempio, soprattutto nell'interpretazione ricca di espressività di Daniil Trifonov, che accentua liberamente la dolcezza del pezzo variandone talora il ritmo con una sorta di rubato, almeno così a me pare. La morbidezza melodica e l'intensità di certi passaggi sono tali che, se non sapessimo che l'autore è un Bach, saremmo forse tentati di attribuire il brano a Mozart che - tra l'altro - aveva conosciuto Johann Christian e ne era stato grande estimatore. In effetti, non è fuor di luogo ipotizzare che lo stesso Mozart si sia talora ispirato a lui. Ascoltate, per esempio, la frase musicale a 2,22 dall'inizio - ma non solo - e ditemi se non è la stessa che ritroviamo poi in un passaggio del primo tempo del celebre Concerto per pianoforte K.488.

Insomma, un brano simile a un quadretto musicale raffinato e morbido, preciso e vario nell'alternanza di luci ed ombre e in quei frequenti trilli che s'inanellano a somiglianza dell'intrecciarsi degli steli e del fogliame nella grande zolla erbosa.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web) 

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