giovedì 26 giugno 2014

Milano Centrale

Foto di Danilo Rainò
Sono innamorata di Milano, da sempre.
E' una città che adoro nonostante - insieme a tanto splendore artistico e ricchezza di eventi culturali - porti in sè anche problemi, disagi e alcuni aspetti di degrado come del resto altre metropoli.

Sarà perchè vi abitano molti cari amici di recente ma anche di veccha data; sarà perchè la frequento dai tempi dell'università e di anni ne sono passati; sarà che l'ho girata spesso a piedi, imparando a conoscerne gli angoli più riposti e affascinanti....
Ma so che di Milano ho respirato l'anima, cogliendo da un lato l'attitudine operosa e concreta che la contraddistingue da sempre, e dall'altro tanta bellezza viva ancora oggi, nonostante varie evidenti contraddizioni.

Ho in mente - per esempio - alcune vie del centro, a pochi passi dai luoghi più celebrati, dove il chiasso cittadino tuttavia non arriva e il verde ombroso di cortili e giardini sembra custodire il silenzio: tratti di una signorilità che Milano offre in modo non ostentato e scenografico, ma riservato e discreto.

Ma porto in cuore anche alcuni flash dei miei anni di università. Studiavo allora con un'amica che abitava in una traversa vicino ai Navigli.
Ricordo il profilo scuro e il campanile aguzzo della chiesa di San Cristoforo che - poco lontano - emergeva dalle brume nelle giornate autunnali: uno scorcio   affascinante e suggestivo della periferia di un tempo, un'immagine che cercavo ogni volta, appena scesa dall'autobus.
Verso sera poi, tornando in stazione, soprattutto d'inverno amavo restare in fondo sulla piattaforma del mezzo, e osservare da lì la città che mi scorreva accanto. Agli incroci, il giallo delle lampade al sodio si allungava su strade poco frequentate che ancora non conoscevano la movida ma, via via che ci avvicinavamo al centro, la metropoli si animava e si riempiva di luci da via Torino fino a piazza Duomo. Sprazzi di vita in cui m'immergevo e di cui mi riempivo gli occhi e il cuore.
Lì, prendevo la metropolitana per la Stazione Centrale e un altro mondo ancora mi si apriva davanti.

Si sa, sono i legami con le persone ma è anche il nostro vissuto a rendere significativi i vari luoghi, come se in ognuno dei loro angoli rimanesse una parte di noi e, ripercorrendoli, potessimo ritrovarla e in qualche modo riviverla. 
Per questo, per quanto strano possa sembrare, di una Milano così eterogenea amo particolarmente la Stazione Centrale.
Sotto quelle arcate scure risento infatti il respiro della vita nel suo farsi: le gioie dei miei anni universitari, l'ansia dei giorni d'esame, le corse serali per non perdere il treno, gli amici da accompagnare o aspettare al binario, sogni, passioni, stanchezze, ma talora anche quella solitudine amica che ci dà occhi per leggere dentro le cose.

E' pur vero che, nel tempo, la stazione ha subito diverse modifiche: anche se al suo ingresso vi sono ancora aree di profondo degrado, gli ambienti sembrano essersi dilatati e nei suoi atri luminosi dove transita un'umanità sempre più varia e colorata, si affaccia una serie di modernissimi negozi.
Tuttavia, la Centrale resta uno spazio in cui - ancora oggi - posso aggirarmi ad occhi chiusi come in una sorta di ventre materno in cui muovermi con sicurezza. E ciò non solo per quell'abitudine ormai acquisita che talora ottunde i sensi togliendo la percezione delle cose. 
Al contrario, entrare in stazione è per me coglierne il respiro e sentirmi accolta in un abbraccio familiare: quello di un classico non-luogo in realtà fortemente connotato, che mi regala una sensazione di casa allargata in cui ritrovo emozioni passate e recenti, e dove il cuore si apre a un ritmo che gli appartiene come quello del viaggio. 
Ma è anche una dimensione cosmopolita quella che percepisco, nelle mille storie che s'intrecciano mute nel viavai di tante persone e insieme nelle tracce del loro passaggio.

Bello il grande albero allestito sotto Natale, pieno di post-it dove chi passa lascia un pensiero, un ricordo, un augurio, una preghiera, un commento insomma, dai quali traspaiono scorci del vissuto di ciascuno. Al posto delle classiche decorazioni, messaggi d'amore, biglietti magari frettolosi ma colmi di vita vera che raccontano in controluce sprazzi di esistenze. Piccoli segni per significare una presenza, per dire: "Ci sono anch'io, esisto!".
E del resto, un luogo di arrivi e partenze come una grande stazione non è forse uno dei più adatti a suscitare sentimenti ed emozioni e a farci avvertire più acuto il senso della nostra provvisorietà?
 
A volte, penso a come apparirebbe se gli stati d'animo di tutti coloro che quotidianamente vi s'intrecciano in un passaggio incessante, per un attimo si potessero materializzare e diventassero visibili....quasi si riuscisse a percepire in contemporanea il respiro interiore di ciascuno fissato in una sorta di fermo-immagine.
Ne risulterebbe forse un'onda d'urto da togliere il fiato o - al contrario - un mosaico bellissimo, simile a quelle figurazioni formate a loro volta da tante minuscole foto che insieme ne compongono appunto una più grande.
Un mondo vivo insomma, fatto di amore e nostalgia, come quelle melodie intense e struggenti che arrivano a toccarci dentro. 

Per questo, per la mia Stazione Centrale ho scelto le note di un compositore poliedrico come il contemporaneo Giovanni Sollima - classe 1962 - in un brano che ha il fascino di un adagio barocco e al tempo stesso la modernità dell'oggi. 
Si tratta di "Igiul", secondo movimento di "L.B.Files" dedicato a Luigi Boccherini da cd "We were trees". 
E' il violoncello che Sollima fa cantare e che scende nelle profondità dell'anima con un suono sottile come una lama e persistente come la nostalgia.
La melodia, un tema di poche note enunciato in apertura dal solista, viene poi scandita dal meraviglioso ritmo degli archi e va progressivamente ad aprirsi e a tradursi in lenta danza, quasi il compositore si volesse soffermare su ogni singolo suono consentendoci di assaporarne il riverbero.

E mi piace commentare questa mia Milano proprio con la musica di un autore che ha invece le sue radici in Sicilia - a Palermo, per l'esattezza - quasi a significare quella dimensione di apertura che ogni grande città e in particolare ogni grande stazione ci offre, con i suoi problemi e il suo affanno, ma anche con la varietà e il fascino stesso della vita.

Buon ascolto!

venerdì 20 giugno 2014

Se da cosa nasce cosa....

Da cosa nasce cosa, è risaputo. 
Così, da ascolto nasce ascolto, spesso sull'onda del desiderio di ampliare o approfondire certe passioni musicali, di fare confronti o identificare ricordi e somiglianze che la memoria ci suggerisce.

E navigando su youtube da musicista a musicista e da un brano all'altro, a volte cercando deliberatamente un pezzo, altre volte aprendo una pagina a caso per pura curiosità, si fanno scoperte davvero interessanti.
Come la fuga per archi che vi propongo oggi: una composizione nitidissima nella sua struttura, dove le voci che s'inseguono leggere sembrano rimandarci agli artisti della più consolidata tradizione barocca.

E invece no. 
L'imprevedibile autore di questa piccola meraviglia è nientemeno che Giacomo Puccini (1858 - 1924), famosissimo per le sue opere di teatro e le sue arie immortali, ma non certo allo stesso modo per le sue fughe.
Devo confessare che è stato l'ascolto della "Messa di Gloria" - dalla quale ho pubblicato qui il "Kyrie" proprio pochi giorni fa - che mi ha indotto ad addentrarmi in altre composizioni pucciniane che non fossero le celeberrime opere teatrali. 
E a rimarcare il fatto che da cosa nasce cosa, eccomi a condividere con voi la mia nuova scoperta.

Il pezzo che vi propongo è la "Fuga n.1 in La maggiore" - qui nella versione per quartetto d'archi - e non è l'unico brano di questo tipo scritto dal compositore lucchese.
Si tratta di lavori giovanili, forse esercizi di stile come ogni buon allievo di conservatorio sa fare: una sorta di Puccini minore quindi. 
In effetti, se ascoltiamo con attenzione il pezzo, ci rendiamo conto che non ha nulla di particolarmente innovativo e alcuni passaggi della melodia risultano un po' prevedibili come lo è, del resto, l'architettura contrappuntistica in genere. 
Ma chi ha detto che non possa essere ugualmente delizioso un brano simile, per quanto non sia celebrato e famoso al pari di altre opere?  
Mi è già capitato altrove di osservare come la vera arte si profonda sia nelle grandi che nelle piccole cose e si sa che, se l'autore è geniale, anche da un esercizio a scopo didattico possono fiorire meraviglie.  

Così qui - seppure la fuga sia una forma del passato più vicina all'epoca, per esempio, di un altro famoso lucchese come Boccherini - l'inventiva di Puccini ci regala comunque un brano di grande raffinatezza.
E' una melodia serena e luminosa quella che lo contraddistingue e, man mano che l'intreccio delle quattro voci cresce d'intensità, sul rigore della sua struttura vanno a sovrapporsi e a prevalere un garbo e una delicatezza incomparabili. 
Leggerezza e complessità mi pare si fondano in modo straordinario. 
Infatti, lo stile di per sè piuttosto severo della fuga qui dà luogo invece a un pezzo di grande leggiadria nel quale l'autore, se da un lato dimostra la propria conoscenza del passato, dall'altro lo fa suo con grazia inimitabile.

Buon ascolto!

venerdì 13 giugno 2014

Verde muschio

Leggo sul "Corriere della Sera" di martedì 10 giugno una notizia davanti alla quale mi sciolgo.
Una notiziola, in fondo, che non può competere per importanza con quelle che tengono banco in questo periodo: dalla scoperta di voragini di corruzione sempre più sconcertanti dall' EXPO al MOSE, fino ai risultati dei ballottaggi elettorali, all'inizio dei mondiali di calcio e altro ancora. 
Ma vuoi mettere???....
Eppure questa notiziola mi riempie di commozione.

Non è altisonante nè clamorosa, ma lieve e dolce, discreta e leggera come quei particolari che talora ci sfuggono, ma ci sono. Come la rugiada del mattino sui fili d'erba o il muschio sulla corteccia degli alberi o su vecchie tegole: piccoli splendori nascosti.
Ci avete mai fatto caso? Avete mai toccato il muschio sulla corteccia di un albero indugiando con le dita in un gesto un po' infantile, ma vero come una carezza? E' una superficie morbida e vellutata che smussa le taglienti asperità della corteccia. Bene, la mia notiziola è così. 
Ma vengo al dunque. 

L'articoletto s'intitola "Canta il giudice, platea di carcerati" e registra l'evento che si è tenuto qualche sera fa a Milano, promosso dall'associazione Quartieri Tranquilli
La Corale Polifonica Nazariana formata da un nutrito gruppo di magistrati insieme a professionisti anche di altri settori, sotto la direzione del giudice Lucio Nardi ha tenuto un concerto nella rotonda del carcere di San Vittore, riscuotendo applausi da stadio dal pubblico di un centinaio di detenuti. Programma di tutto rispetto con autori tra i quali Mozart, Bach, Puccini e Orff.

"Che meraviglia!!!" mi dico. Mi piace che questi professionisti, tolte le toghe, vadano a rinfrescarsi l'anima con lo splendore della polifonia passando dal codice penale a uno spartito di Palestrina o di Bach. 
Ma ancor più affascinante è che non si esibiscano soltanto durante celebrazioni o rassegne musicali o in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario - come già avviene - ma anche in un luogo di pena, condividendo il frutto della loro esperienza con coloro ai quali li lega un compito difficile e talora non privo di sofferenze.
So che non è la prima volta che ciò accade, ma è sempre bello che dei magistrati vogliano regalare ai detenuti lo splendore terapeutico della musica che rende liberi nell'anima, andando a toccare con la sua bellezza l'umanità profonda di ciascuno!
E mi viene in mente, a questo proposito, una famosa sequenza del film "Le ali della libertà" dove il protagonista - peraltro non giudice ma detenuto - durante l'ora d'aria, sfuggendo ai controlli riesce a trasmettere dagli altoparlanti del penitenziario un soavissimo brano di Mozart da "Le nozze di Figaro", portando per un attimo in quell'inferno una luce di paradiso. 
Una scena che ti resta dentro insieme a quelle note.

Ma tornando all'articolo, condivido in pieno anche la conclusione del giornalista Paolo Foschini: 
"Non è la soluzione dei problemi del carcere, va da sè. Ma averne." 
Averne, appunto: avere persone desiderose di comunicare davvero a tutti la propria passione, persone capaci di regalare un sogno che, per qualche momento, coinvolga e unisca nell'universale abbraccio della musica chi giudica e chi è giudicato. E costruiscano speranza.

Così, desidero commentare quest'evento con un brano di uno degli autori inseriti proprio nel programma del concerto: Giacomo Puccini (1858 - 1924) del quale ho scelto il "Kyrie" dalla "Messa di Gloria". 
Si tratta di un' opera giovanile del compositore nella quale tuttavia sono già presenti melodie che saranno riutilizzate in successive creazioni.
Un pezzo che unisce leggerezza e intensità, fatto di note che talora si ammantano di forza, ma che nel tema principale scendono lievi e dolci come la mia notiziola: morbido muschio sull'aspra corteccia delle cronache dei nostri giorni.

Buon ascolto!

giovedì 5 giugno 2014

Giovani di ieri e di oggi

Sappiamo tutti che una delle caratteristiche di chi può essere definito "genio" è la precocità, la capacità di rivelare già da giovane, se non addirittura da bambino, abilità e talento che sarebbero straordinari forse anche in un adulto. 
E mi ha sempre colpito il fatto che diversi autori - e qui parlo naturalmente di musicisti - abbiano composto veri e propri capolavori tra l'adolescenza e la giovinezza, intorno a quei vent'anni - ma talora anche prima - che sempre parlano di speranze, di passioni, di freschezza o di tempestosa irruenza.

Ciò non significa affatto che il cammino successivo verso l'età adulta non abbia valore e che l'esperienza acquisita poi nell'evoluzione  esistenziale e artistica non costituisca una ricca e sfaccettata risorsa interiore destinata ad alimentare l'ispirazione. Tant'è vero che, nel percorso di un artista, le opere della maturità sono spesso contrassegnate da profondo spessore o da nuove aperture.
Tuttavia, resta il fatto che svariati compositori hanno scritto ancora giovanissimi alcune delle loro più celebrate creazioni nelle quali hanno profuso una parte non indifferente del loro genio.
Basti pensare a Mozart e ai suoi cinque incantevoli Concerti per violino: K.207, K.211, K.216, K.218 e K.219, composti nel giro di pochi mesi nel 1775 e cioè quando l'autore aveva solo diciannove anni!
Ma talenti precoci furono anche Rossini, Paganini - solo per citarne alcuni - e numerosissimi altri grandi del mondo delle note. 

Certo, in molti casi si tratta di autori che hanno - per così dire - respirato musica già in famiglia, essendo nati da genitori musicisti e in mezzo a fratelli avviati a loro volta allo studio di uno strumento. Tuttavia, al di là di questo terreno decisamente favorevole, è fondamentale l'insopprimibile desiderio espressivo che li ha mossi spesso nell'impeto di un'età ancora adolescenziale.
Ci si rende conto di ciò se si considera, per esempio, che Bach scrisse il corale "O Gott du frommer Gott" poco più che quindicenne e, se parliamo di Chopin, scopriamo che debuttò come compositore a soli diciassette anni.

E arriviamo a Chopin, appunto. 
E' lui che oggi desidero proporre all'ascolto con il primo movimento, "Allegro maestoso", del "Concerto n.1 in mi minore op.11 per pianoforte e orchestra" qui diretto dal compositore Krzysztof Pendereckj insieme all'Orchestra Filarmonica di Varsavia.
Ho scelto proprio questa clip video perchè mi piace l'idea che sia un autore polacco a dirigere la musica di un altro autore polacco, ma anche che sia un giovane a interpretare un altro giovane.
E' infatti sulle mani del pianista che si concentra la mia attenzione: il russo Daniil Trifonov, classe 1991, esponente di quella splendida generazione di solisti che stanno emergendo come astri nascenti in taluni casi del pianoforte, in altri del violino e via dicendo.

In questo caso, il giovanissimo interprete si misura con il capolavoro di un compositore - in fondo - coetaneo, se si pensa che il concerto che propongo è stato registrato quando Trifonov stava per compiere vent'anni e Chopin ha scritto i suoi concerti per pianoforte più o meno alla stessa età.
E il genio del musicista polacco si esprime qui con freschezza e intensità senza pari, come quelle che solo la giovinezza sa regalare e che Trifonov fa sue con altrettanta passione, entrando nella partitura e rivivendola ora con decisa irruenza, ora con delicatezza e intimità.

Ma si tratta di un concerto che ha segnato anche la mia giovinezza.
La scoperta di Chopin, infatti - all'alba, questa volta, dei miei vent'anni - più che attraverso altri pezzi, coincide proprio con l'ascolto dei due concerti per pianoforte. 
A dire il vero, all'inizio la mia passione è andata tutta per il secondo, quell'incantevole op.21 di cui - se lo desiderate - potete ritrovare il Larghetto qui.  Ne ero talmente attratta che - come spesso mi capitava - lo ascoltavo in continuazione. Ma il suo splendore mi ha poi ricondotto al primo che ho cominciato ad apprezzare proprio dal movimento iniziale.

Si tratta di un brano che alterna sonorità grandiose - è giustamente un Allegro maestoso - a melodie più dolcemente cantabili. 
L'esordio è costituito da una lunga introduzione orchestrale ricca d'intensità tesa a preparare l'entrata del solista che, a sua volta, riprende il tema esposto dall'orchestra declinandolo in registri di vigoroso virtuosismo, ma anche di incantevole dolcezza espressiva. 
Uno Chopin giovanissimo, ma già intenso e compiuto nella sua profondità capace di superare il tempo, e insieme nella sua ricerca di equilibrio tra serenità e malinconia, intimità e irruente passione, così come nel suo scandagliare e restituirci ogni sfumatura dell'anima.

Buon ascolto!
(La clip video riporta solo la prima parte del brano, qui ritrovate la seconda: www.youtube.com/watch?v=NyGW7Uq0GoY. )

mercoledì 28 maggio 2014

Angoli di Sicilia

Castello di Donnafugata
Finalmente, dopo una serie di attese e d'incertezze, ho avuto la



possibilità di trascorrere qualche giorno in giro per la Sicilia, alla scoperta di alcune sue bellezze naturali e artistiche.





A dire il vero, dovrei dire la mia Sicilia perchè - benchè sia nata e vissuta sempre al nord - le mie radici sono là, tra il mare e gli agrumeti, tra pistacchi e fichidindia, in mezzo ai telamoni lugubri di cui parla Quasimodo in una delle sue poesie per me più affascinanti.

Ragusa: Duomo
Il mio itinerario si è limitato però alla zona che da Catania si stende verso Siracusa e poi giù fino alla punta, tra piccoli gioielli barocchi come Noto e Scicli, Ragusa e Modica, senza dimenticare tuttavia lo splendore del passato greco-romano dell'isola, dalla Valle dei Templi di Agrigento alla Villa del Casale di Piazza Armerina.


E' una Sicilia non facile da raccontare. Mi porto dentro infatti sensazioni, colori, profumi, ma anche sapori di tale suggestione che parole e immagini non bastano a tradurre: dal silenzio raccolto e commosso davanti alla tomba di Vincenzo Bellini nel Duomo di Catania, all'animato vociare del mercato del pesce, vera full immersion nel colore locale; dal mare luminoso di Siracusa, alla progressiva arcana penombra delle latomie e dell'"Orecchio di Dionisio"

Ma mi restano impresse anche le
Modica : Duomo
scenografiche scalinate che conducono al Duomo di Ragusa e di Modica fino a quella di Caltagirone ricoperta di maioliche
, così come le storie ascoltate dalle guide che narrano di santi e processioni tradizionali, di ville romane e chiese rupestri.
Aspetti diversi di una Sicilia dai mille volti: dalle vecchie botteghe ricavate ancora oggi da antiche grotte a Scicli, a dimore sontuose e aristocratiche come il Castello di Donnafugata; da una ricchezza umana fatta di grande ospitalità e da un vivo senso di intraprendenza, a una visione della vita venata invece da una punta di rassegnato scetticismo.

Scicli: chiesa rupestre.
Penso allo splendido recupero della cattedrale di Noto dopo il crollo della cupola, ma anche al Duomo di Agrigento da anni ormai in attesa di opportuni restauri. 
Penso alla competenza e alla passione con cui le guide illustrano chiese, palazzi e vicende storiche. 
Ma ho in mente anche la simpatica signora che a Scicli mi ferma per strada per chiedermi "D'unne venite?", e alla mia risposta sgrana occhi meravigliati dicendomi "Accussì luntanu....E cche ci facite ccà?" come se, a suo dire, il paese fosse privo di qualunque attrattiva.

E attraversando poi campagne talora brulle, ma più spesso fitte di colture ben ordinate, incontrando indicazioni di paesi come Lentini, Francofonte o Licodìa, impossibile non pensare al Verga, alle immense piantagioni di Mazzarò e ritrovarsi quasi negli stessi panni del viandante che le percorre sotto la calura del meriggio tra siepi di fichidindia e sughereti grigi.

Noto: balcone di Palazzo Nicolasi
Scicli: S.Giovanni
E poi il barocco di palazzi e chiese, così diverso da quello che s'incontra altrove: talora più severo, talaltra più opulento, un barocco unico al mondo oserei dire, per quell'arenaria dai toni chiari e insieme caldi, resa ancor più luminosa dal particolare azzurro del cielo e dalla splendida vegetazione mediterranea che le fa da cornice.
Ma sono anche le decorazioni a rendere le architetture affascinanti in ogni dettaglio: dai ferri battuti simili a pizzi, fino alle balconate sontuose nelle loro mensole scolpite e direi quasi lussureggianti, come i fiori blu di jacaranda e gli agrumeti già carichi di frutti che costellano le campagne e i viali di città.

Agrigento: Tempio di Hera Lacinia
E infine la Valle dei Templi, alta sul mare, tra mandorli e ulivi nella brezza del mattino, oasi d'incanto senza tempo da percorrere in silenzio, lasciando riaffiorare dal cuore i versi di Quasimodo in "Strada di Agrigentum".  
Pietre vivissime ancora oggi nella loro armonia, nonostante il contrasto stridente con la collina accanto sulla quale s'innalzano i palazzi di Agrigento frutto di una sconsiderata speculazione edilizia.

Agrigento: Tempio della Concordia
Eppure anche questo ai miei occhi non è privo di una sua particolare attrattiva: è la vita ieri e oggi con le sue contraddizioni. 
Ma dall'alto della città, un impagabile panorama si apre fino alla striscia verde-blu del mare: la piana in mezzo alla quale, in contrada Kaos - con la kappa, come precisa la guida - è nato Pirandello e in fondo Porto Empedocle.....dov'è nato anche mio padre.

Mancherà l'Etna a completare il quadro di questa meraviglioso angolo di Sicilia: riusciremo a vederlo uscire dalla foschia solo ripercorrendo la strada verso Catania, alto sulla piana e incappucciato da una nube di vapore. 

Il mare a Siracusa
Dall'aereo del ritorno - poco dopo la partenza - riesco a scorgere però lo stretto di Messina, la città e più su, ancora più vicina alla Calabria, la punta di Ganzirri, luoghi che ho conosciuto da sempre attraverso i racconti di mia madre che lì è nata e ha trascorso la giovinezza. 

Poi l'aereo prende quota e ci porta via inesorabile, sempre più alto sul Tirreno incontro a una bianca barriera di nuvole, verso la mia pianura disseminata di pievi romaniche. 
E resto con in cuore quel verso di Ungaretti che sempre mi risuona ad ogni distacco: "E come portati via / si rimane".

Ma per tornare alla musica, mi sembra bello commentare le immagini che vedete con un brano del catanese Vincenzo Bellini (1801 - 1835). 
Vien quasi da tremare scrivendo queste date - come peraltro quelle di altri autori romantici come Schubert e Chopin, solo per citarne alcuni - ma trentaquattro anni sono davvero pochi e chissà quanta altra musica il compositore ci avrebbe regalato se fosse vissuto più a lungo! 

Parlando di Bellini, il primo pensiero va alla "Norma" con la sua romanza più famosa, "Casta diva", interpretato naturalmente dalla Callas: è un brano che ho già pubblicato tempo fa e che, se volete, potete ritrovare qui. 
Così, ora della stessa opera ho scelto l' "Ouverture", anche perchè mi pare sommi in sè una varietà di temi e caratteri diversi: sono toni ora irruenti e tesi, ora decisamente più lirici; ora marziali, ora pervasi da dolcezza e limpida serenità.
Un insieme di passionalità e di fremiti che possono ben rappresentare gli aspetti così eterogenei dell'anima di Sicilia.

Buon ascolto!





 

martedì 20 maggio 2014

Dolcissimo Schumann....

Renoir: "Fanciulle al pianoforte" - Parigi, Museo d'Orsay.
Probabilmente, chi studia pianoforte, nei suoi primi approcci alla musica, avrà accostato diversi brani che famosi compositori del passato hanno dedicato proprio ai principianti. 
Sono pezzi a volte indirizzati ai figli o ai familiari, ma in alcuni casi si tratta di veri e propri album per la gioventù.

Così, grazie a Schumann - forse il più eseguito da questo punto di vista - a Tchaikovsky e a tanti altri autori, senza dimenticare Bach con il suo Quaderno di Anna Magdalena, molti pianisti in erba hanno iniziato a mettersi in gioco sulle pagine dei grandi musicisti, familiarizzandosi con minuetti e polonaise, preludi e rondò.

Sono in genere brani talora piuttosto semplici, ma non sempre così facili come certi titoli inducono a pensare, anche perchè - al di là di una corretta esecuzione - occorre poi una buona capacità interpretativa per riuscire a trarne tutto il fascino che essi ci sanno regalare. E non è detto che una scrittura musicale in apparenza semplice, non nasconda poi difficoltà proprio a livello di interpretazione.

Come spesso accade quando ci troviamo di fronte a un grande, il suo genio si manifesta nelle creazioni più complesse e articolate così come nelle piccole cose. Ed è meraviglioso, per chi è agli inizi, familiarizzarsi con la musica attraverso composizioni che vanno subito a toccare le corde dell'anima in cento modi e sfumature differenti, accendendo quella passione che consentirà poi di affrontare pagine più difficoltose.

Così, oggi voglio pubblicare un dolcissimo pezzo per pianoforte di Robert Schumann (1810 - 1856): il "Piccolo studio in Sol maggiore op.68 n.14" tratto dal suo Album per la gioventù nel quale questo splendido gioiellino è inserito proprio nella sezione indirizzata ai più piccoli.
Chissà perchè, ma la prima volta che l'ho ascoltato mi ha ricordato subito uno dei brani più conosciuti di Bach: il "Preludio n.1 in Do maggiore BWV 846" che apre il I libro del "Clavicembalo ben temperato", reso poi ancor più famoso da Gounod che ne ha fatto la base della propria "Ave Maria".  
Il brevissimo studio di Schumann mi è parso infatti una sorta di risoluzione in chiave romantica proprio di quel preludio. E anche se il ritmo degli arpeggi è differente, e la scansione del tempo è in sei ottavi e non in quattro quarti, mi pare di ritrovarvi la stessa incantevole semplicità. 
E' come se il compositore, che ha studiato a lungo Bach e il "Clavicembalo ben temperato" in particolare, l'avesse tanto assorbito e - per così dire - metabolizzato, che la linfa di quel preludio è rinata nelle sue note.
Così, qui di seguito ho riportato entrambi i pezzi: Schumann dolcemente eseguito da Jorg Demus e Bach in una nitida interpretazione di Tzvi Erez.

Certo, dire Bach è parlare soprattutto di un rigore quasi matematico, mentre Schumann ci trasporta in un romanticismo pervaso da sognanti atmosfere, una sorta di poetica del vago e dell'indefinito tradotta in musica, in cui la melodia è attraversata da una grande varietà di sfumature e di colori. 
Gli arpeggi esplorano infatti un'ampia gamma di possibilità espressive e il suono delle note diviene ora lievissimo canto, ora rintocco di campane che va lentamente spegnendosi.
Tuttavia, mi pare che vi si possa avvertire chiaramente il saldo legame col passato, la ricchezza di una tradizione che rifluisce nel presente e che, consegnata allo scorrere del tempo, va a rifiorire in nuovi germogli. 

Buon ascolto!

 

martedì 13 maggio 2014

Rose di maggio

Assistiamo, in questo periodo di primavera ormai inoltrata, alla fioritura delle rose. 
E anche se ci sono varietà che mantengono il loro splendore fino ai primi freddi, è sempre maggio il mese che vede la loro bellezza rifulgere al massimo grado. 
Sono fiori che - è risaputo - hanno spesso ispirato gli artisti: vari poeti, infatti, li hanno celebrati nel tempo, ma anche diversi pittori ne hanno fatto rivivere la leggiadria nelle loro opere.

E' a questo proposito che oggi desidero presentare un dipinto piuttosto singolare che, all'interno della produzione di uno degli artisti che amo di più, mi ha sempre colpito.
Si tratta di "Giardino di rose" di Paul Klee (1879 - 1940), olio su tela del 1920 conservato alla Stadtische Galerie im Lenbachhaus di Monaco di Baviera.

E' - a tutta prima - l'insieme delle tonalità calde del quadro a colpirmi: tinte che si accendono fino al fucsia come se il colore delle rose, con la sua intensità, debordasse andando a riflettersi su tutta la costruzione architettonica rappresentata nel dipinto.
Ed è ben strano il giardino che ci si presenta. In realtà è un incastro di geometrie e volumi, quadrati e triangoli, parallelepipedi e coni, un insieme di vuoto e pieno, concavo e convesso dove poi - solo poi - ravvisiamo un panorama fatto di case, torri, chiese, finestre, muri e tetti appuntiti, edifici d'altri tempi come appartenessero a un passato un po' fiabesco.

Chissà a che pensava Klee! A una città arrampicata in collina o ai contrafforti di un castello? O forse ad antiche miniature dalla prospettiva un po' incerta? Probabilmente a nulla di tutto ciò, se il paesaggio che si apre davanti ai nostri occhi in realtà si scompone mostrando il suo nucleo segreto costituito essenzialmente di geometrie. E anche le rose cui il dipinto si riferisce, scandite quasi con regolarità nello spazio del quadro, ci ricordano la semplicità dei disegni infantili fatti di aste e di cerchi. 
Un Klee - questo - che certo avverte l'influsso del Cubismo e, nel rappresentare una prospettiva scomposta, sembra avvicinarsi allo stile del suo contemporaneo Robert Delaunay.
Ma è anche la suggestione coloristica di un mondo forse di fiaba a divenire qui strumento dalle infinite possibilità espressive non tanto per riprodurre la realtà, ma per scandagliarne lo spessore nascosto.

"Fuga in rosso": Zentrum Paul Klee, Berna
Tuttavia, il fascino di Klee nasce per me non soltanto da quest'opera e dal suo itinerario artistico che lo vede esponente dell' Astrattismo e attivo in movimenti come "Il cavaliere azzurro", ma anche dalla sua passione per la musica, essendo stato figlio di musicisti e lui stesso violinista.

Nella sua vita, la pittura s'intreccia infatti alla musica in un legame variegato e complesso che qui mi limito solo ad accennare. Quest'ultima s'imprime nei suoi quadri attraverso colori che diventano una sorta di elemento danzante, fatto di sfumature e vibrazioni di tono tese a donare ritmo alla composizione. 
"Polifonia": Kunstmuseum , Basilea
Ciò risulta evidente in opere come "Fuga in rosso" dove il digradare della tonalità sembra rappresentare un dato ritmico, ma anche in altre composizioni come - per esempio - "Polifonia" in cui la sovrapposizione di tinte crea sfumature particolari, simili all'effetto di un coro polifonico dove le singole voci cantano simultaneamente melodie diverse. 
Proprio la simultaneità sembra interessare a Klee che, nel fondere i colori, stempera le tinte traendone esiti pacati, al contrario dei Futuristi che la traducevano in segni veloci, marcati e talora quasi violenti.

Ma la stessa caratteristica ritrovo anche in altre opere dell'artista per me davvero affascinanti, sia perchè il suo tratto è ancora leggero - mentre si appesantirà nel periodo più vicino alla morte - sia per il gioco di incastri capaci di creare un senso di profonda armonia.
"Pesci che giocano" : Fondazione Mazzotta, Milano
Parlo - per esempio - di "Pesci che giocano", dipinto nel quale la lezione del Cubismo, se perde da un lato parte della propria intensità plastica, dall'altro ci regala però lievi e sognanti geometrie giocate su valori di superficie e sottolineate dai colori pastello.
E anche in questo caso, mi pare che la pittura sappia rendere con grande efficacia  il movimento, rispecchiandone la simultaneità.
 
Ma per passare dall'armonia dei colori a quella dei suoni, considerato che nei suoi "Diari" Klee cita Mozart e Bach tra i propri autori preferiti, ho pensato di associare ai suoi dipinti un brano di Mozart che ricorda da vicino proprio lo stile delle composizioni bachiane.
Si tratta della "Fuga" dalla "Sonata per violino e pianoforte in La maggiore K.402", pezzo di particolare bellezza dove le note, come un disegno dai tratti lievi, vanno costruendo un'architettura polifonica sempre più complessa e tuttavia leggera. Il pianoforte infatti non si limita ad accompagnare il violino come accade altrove, ma i due strumenti dialogano da comprimari prima con delicatezza, poi con crescente intensità.
E' un Mozart, come dicevo, che ricorda da vicino Bach non solo per la struttura fugata del brano, ma anche perchè il tema, nelle sue note iniziali, riprende sia pure con ritmo diverso proprio l'esordio dell' "Invenzione a due voci in re minore BWV 775".

Buon ascolto! 

lunedì 5 maggio 2014

A spasso per Ferrara

E' stata la splendida città di Ferrara a far da cornice, questa volta, all'appuntamento primaverile del nostro ormai collaudato gruppo di blogger.  
...Primaverile si fa per dire perchè, nonostante abbiamo goduto del conforto - finalmente! - di un bel sole caldo, le previsioni dei giorni scorsi ci avevano fatto temere un tempo da tregenda e fino all'altra sera qui da me diluviava.
Tuttavia, nessuno di noi - amici di vecchia data e nuovi - si è lasciato intimidire dalle previsioni e sotto la guida delle nostre tre organizzatissime donzelle del web, Ambra, Sandra ed Erika - che avevano pensato a itinerari alternativi in caso di pioggia, vento e tempeste varie - l'inarrestabile manipolo dei blogger ha potuto trascorrere una piacevolissima giornata. E come si vede dall'azzurro di questa splendida foto scattata da Stefano, siamo stati premiati.

A Ferrara, è stato bello attraversare il centro storico, affollato e vivacizzato da piccoli sbandieratori in festa e bancarelle di artigianato vario, incantarci poi davanti allo splendore del Duomo, o girellare nella tranquillità delle viette più interne e antiche a naso in su, adocchiando un campanile, una torre o un arco ogivale.

Passare dal chiasso e dall'animazione intorno al Castello o al Palazzo Ducale e inoltrarsi poi nel silenzio delle stradette che vedete, ha ravvivato la conversazione che si è fatta talora più intensa e confidenziale in un clima di distensione e spontaneità.
E poi - diciamolo - non sono state solo le bellezze artistiche della città ad incantarci, ma anche la sua ospitalità fatta di simpatia e, cosa non trascurabile, di buona cucina....

Tuttavia, al di sopra di tutto, abbiamo vissuto la gioia di ritrovarci in un rapporto di condivisione che - ce ne siamo resi conto subito - la consuetudine ha reso sempre più facile e spontaneo. 
Ancora una volta, infatti, lo scambio di idee, di esperienze o di emozioni ci ha fatto toccare con mano quanto un blog possa essere il punto di partenza verso legami di concreta amicizia, una base di sintonia destinata a tradursi - quando ci s'incontra - in un'accoglienza reciproca sempre più vera. 

E per festeggiare una giornata così piacevole, mi piace postare un brano di musica molto conosciuto, carico di ritmo e al tempo stesso di distensione : "La Danza delle ore" da "La Gioconda" di Amilcare Ponchielli (1834 - 1886).

Si tratta di un pezzo che alterna passaggi scanditi con levità, quasi fossero appunto i battiti delle lancette di un orologio, ad altri in cui la melodia si dipana in modo più intimo e intenso. Un brano che, se per un verso ci ricorda il passare del tempo, con la sua serenità sembra tuttavia esortarci a riempirlo di sorriso.
Così, alla fine, la danza - prima sempre misuratamente ritmata - sfocia nell'entusiasmo di un trascinante e vivacissimo can-can che ci porta via con sè in tutta la sua effervescenza.

E mi sembra che ciò possa rispecchiare in qualche modo anche l'andamento del nostro incontro, fatto prima di un procedere "a corserelle e a fermatine", talora per raggiungere il gruppo o per indugiare con qualcuno nella conversazione; e poi di una gioia sempre crescente e di un comune rinnovato entusiasmo.

E nel segno della gratitudine, auguro a tutti un buon ascolto!!!

mercoledì 30 aprile 2014

Magneti

Ho la mania di collezionare magneti.
Sì, proprio quelli che si attaccano al frigorifero insieme a eventuali pro memoria. 
Alcuni sono piccoli ricordi di viaggio o di luoghi che amo particolarmente, ma altri li ho presi perchè suggeriscono una visione della vita spensierata e leggera, fresca e gioiosa.
Forse a qualcuno potrà sembrare un'abitudine un po' kitsch - e in parte lo è - ma a me piacciono, a patto di non esporne una quantità esagerata e di scegliere soltanto quelli che sappiano regalare un'idea di felicità e al tempo stesso di leggerezza.

Allora, vediamo: ne ho uno con delle cime innevate contro l'azzurro del cielo, uno con la conchiglia del Cammino di Santiago, gialla su sfondo blu; un altro ancora con tre barchette in mare aperto insieme alla famosissima citazione dantesca "...de' remi facemmo ali al folle volo".....vi par poco???
Ma non è finita: uno - dedicato al marito cicloamatore - inneggia alla libertà delle due ruote e qualche altro poi, più semplicemente, invita a non dimenticare i sogni o ironizza sul fatto che le case ordinate appartengono solo a donne noiose (....e questo chissà perchè l'ho preso, eh???!!!).
Cose serie e meno serie, insomma, sulle quali ogni tanto mi piace posare lo sguardo magari mentre cucino. 

Ed è successo proprio l'altro giorno, dopo una mattinata un po' così, di quelle in cui stenti a ingranare perchè ti attraversano inquietudini alle quali non sai bene dare un nome. 
Stavolta non era il frigo, ma la cappa sui fornelli ad ospitare il magnete che trovate su nel riquadro e che esorta a un sorriso fatto di cose semplici come un vaso di fiori o una dolce casetta. "Sorridi alla vita e la vita....ti sorriderà!": quasi a significare un rapporto di reciprocità tra noi e l'esistenza, una sorta di energia scambievole che si attiva quanto più impariamo a gioire.

A dire il vero, il magnete sulla cappa non è solo, ma sta insieme a un altro che rappresenta lo splendido esemplare di lupo che vedete qui, davvero bello nel suo genere, ma.....ecco, non proprio sorridente!
Il lupo è in alto e l'altro magnete appena sotto, tanto che la frase sembra proprio riferita a lui. 
Ogni tanto mio marito li sposta o ne toglie uno:...che forse colga in essi un implicito riferimento alla propria proverbiale serietà??!!...
Poi io li rimetto sulla cappa e così via. 
Il nostro ménage è fatto anche di queste simpatiche piccolezze, una sorta di dialogo a mezzo magneti.

Ma dicevo appunto dell'altro giorno. Stavo preparando le verdure per il pranzo: pulire la verdura è un lavoro che mi concilia i pensieri e la riflessione, come a volte anche stirare. A volte.
Rimuginavo inquieta non so più quale problema e alzando gli occhi ho incrociato quelli del lupo con quello sguardo così....intenso, direi. Ma stavolta il sottostante invito al sorriso l'ho sentito rivolto a me, come esortazione ad abbandonare quella parte selvatica e quei pensieri un po' ispidi che stavo covando, per aprire la porta a visioni più positive.

Per carità, non sto facendo della filosofia sui magneti, ci vuol altro nella vita! 
Ma, in certi momenti, possiamo avvertire il bisogno di circondarci anche concretamente di piccole cose che ci riportino a una considerazione più spensierata e luminosa, gioiosa e leggera dell'esistenza. Allora serve anche un fiore disegnato sul muro, o una fetta di anguria che già sorride da sola, e magari una grafica come quella del magnete su in alto che ci faccia tornare bambini, per ritrovare uno sguardo di sorridente freschezza.

E così, a conclusione di questi brevi pensieri, in sintonia con l'esigenza di gioia che spesso avvertiamo, ecco un brano ricco di leggerezza.
Si tratta del "Presto" che apre la "Sinfonia n.1 in Re maggiore" di Franz Joseph Haydn (1732 - 1809).
E' noto che il compositore austriaco ha scritto più di cento sinfonie tra le quali questa - la prima - non è la più famosa e forse neppure la più artisticamente riuscita. Tuttavia, a mio avviso, essa ha il pregio di riflettere in sè l'inimitabile entusiasmo degli inizi, come possiamo cogliere nel vivacissimo movimento qui riportato.
Sono proprio i passaggi con le scale ascendenti, infatti, insieme al carattere aperto e solare della tonalità di Re maggiore, a comunicarci energia e a invitarci al sorriso.

Buon ascolto!