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| Foto di Danilo Rainò |
E' una città che adoro nonostante - insieme a tanto splendore artistico e ricchezza di eventi culturali - porti in sè anche problemi, disagi e alcuni aspetti di degrado come del resto altre metropoli.
Sarà perchè vi abitano molti cari amici di recente ma anche di veccha data; sarà perchè la frequento dai tempi dell'università e di anni ne sono passati; sarà che l'ho girata spesso a piedi, imparando a conoscerne gli angoli più riposti e affascinanti....
Ma so che di Milano ho respirato l'anima, cogliendo da un lato l'attitudine operosa e concreta che la contraddistingue da sempre, e dall'altro tanta bellezza viva ancora oggi, nonostante varie evidenti contraddizioni.
Ho in mente - per esempio - alcune vie del centro, a pochi passi dai luoghi più celebrati, dove il chiasso cittadino tuttavia non arriva e il verde ombroso di cortili e giardini sembra custodire il silenzio: tratti di una signorilità che Milano offre in modo non ostentato e scenografico, ma riservato e discreto.
Ma porto in cuore anche alcuni flash dei miei anni di università. Studiavo allora con un'amica che abitava in una traversa vicino ai Navigli.
Ricordo il profilo scuro e il campanile aguzzo della chiesa di San Cristoforo che - poco lontano - emergeva dalle brume nelle giornate autunnali: uno scorcio affascinante e suggestivo della periferia di un tempo, un'immagine che cercavo ogni volta, appena scesa dall'autobus.
Verso sera poi, tornando in stazione, soprattutto d'inverno amavo restare in fondo sulla piattaforma del mezzo, e osservare da lì la città che mi scorreva accanto. Agli incroci, il giallo delle lampade al sodio si allungava su strade poco frequentate che ancora non conoscevano la movida ma, via via che ci avvicinavamo al centro, la metropoli si animava e si riempiva di luci da via Torino fino a piazza Duomo. Sprazzi di vita in cui m'immergevo e di cui mi riempivo gli occhi e il cuore.
Lì, prendevo la metropolitana per la Stazione Centrale e un altro mondo ancora mi si apriva davanti.
Si sa, sono i legami con le persone ma è anche il nostro vissuto a rendere significativi i vari luoghi, come se in ognuno dei loro angoli rimanesse una parte di noi e, ripercorrendoli, potessimo ritrovarla e in qualche modo riviverla.
Per questo, per quanto strano possa sembrare, di una Milano così eterogenea amo particolarmente la Stazione Centrale.
Sotto quelle arcate scure risento infatti il respiro della vita nel suo farsi: le gioie dei miei anni universitari, l'ansia dei giorni d'esame, le corse serali per non perdere il treno, gli amici da accompagnare o aspettare al binario, sogni, passioni, stanchezze, ma talora anche quella solitudine amica che ci dà occhi per leggere dentro le cose.
E' pur vero che, nel tempo, la stazione ha subito diverse modifiche: anche se al suo ingresso vi sono ancora aree di profondo degrado, gli ambienti sembrano essersi dilatati e nei suoi atri luminosi dove transita un'umanità sempre più varia e colorata, si affaccia una serie di modernissimi negozi.
Tuttavia, la Centrale resta uno spazio in cui - ancora oggi - posso aggirarmi ad occhi chiusi come in una sorta di ventre materno in cui muovermi con sicurezza. E ciò non solo per quell'abitudine ormai acquisita che talora ottunde i sensi togliendo la percezione delle cose.
Al contrario, entrare in stazione è per me coglierne il respiro e sentirmi accolta in un abbraccio familiare: quello di un classico non-luogo in realtà fortemente connotato, che mi regala una sensazione di casa allargata in cui ritrovo emozioni passate e recenti, e dove il cuore si apre a un ritmo che gli appartiene come quello del viaggio.
Ma è anche una dimensione cosmopolita quella che percepisco, nelle mille storie che s'intrecciano mute nel viavai di tante persone e insieme nelle tracce del loro passaggio.
Bello il grande albero allestito sotto Natale, pieno di post-it dove chi passa lascia un pensiero, un ricordo, un augurio, una preghiera, un commento insomma, dai quali traspaiono scorci del vissuto di ciascuno. Al posto delle classiche decorazioni, messaggi d'amore, biglietti magari frettolosi ma colmi di vita vera che raccontano in controluce sprazzi di esistenze. Piccoli segni per significare una presenza, per dire: "Ci sono anch'io, esisto!".
E del resto, un luogo di arrivi e partenze come una grande stazione non è forse uno dei più adatti a suscitare sentimenti ed emozioni e a farci avvertire più acuto il senso della nostra provvisorietà?
A volte, penso a come apparirebbe se gli stati d'animo di tutti coloro che quotidianamente vi s'intrecciano in un passaggio incessante, per un attimo si potessero materializzare e diventassero visibili....quasi si riuscisse a percepire in contemporanea il respiro interiore di ciascuno fissato in una sorta di fermo-immagine.
Ne risulterebbe forse un'onda d'urto da togliere il fiato o - al contrario - un mosaico bellissimo, simile a quelle figurazioni formate a loro volta da tante minuscole foto che insieme ne compongono appunto una più grande.
Un mondo vivo insomma, fatto di amore e nostalgia, come quelle melodie intense e struggenti che arrivano a toccarci dentro.
Per questo, per la mia Stazione Centrale ho scelto le note di un compositore poliedrico come il contemporaneo Giovanni Sollima - classe 1962 - in un brano che ha il fascino di un adagio barocco e al tempo stesso la modernità dell'oggi.
Si tratta di "Igiul", secondo movimento di "L.B.Files" dedicato a Luigi Boccherini da cd "We were trees".
E' il violoncello che Sollima fa cantare e che scende nelle profondità dell'anima con un suono sottile come una lama e persistente come la nostalgia.
La melodia, un tema di poche note enunciato in apertura dal solista, viene poi scandita dal meraviglioso ritmo degli archi e va progressivamente ad aprirsi e a tradursi in lenta danza, quasi il compositore si volesse soffermare su ogni singolo suono consentendoci di assaporarne il riverbero.
E mi piace commentare questa mia Milano proprio con la musica di un autore che ha invece le sue radici in Sicilia - a Palermo, per l'esattezza - quasi a significare quella dimensione di apertura che ogni grande città e in particolare ogni grande stazione ci offre, con i suoi problemi e il suo affanno, ma anche con la varietà e il fascino stesso della vita.
Buon ascolto!























