giovedì 25 agosto 2011

Sesto grado

Come si fa a parlare....
Ci sono eventi di fronte ai quali manca il respiro e il cuore salta un battito, come in alta montagna quando l'aria diventa rarefatta ma in compenso il panorama è mozzafiato.
Ogni parola sembra superflua, un inutile girare intorno a una realtà che non ha bisogno di commenti ed è tanto grande che in fondo ci sfugge.
Eppure...
Eppure va ricordata perchè ci resti dentro scolpita come le rocce che si stagliano verticali e taglienti contro il cielo terso.

Ma non mi sto riferendo a una scalata in parete, sto parlando invece di ciò ho letto ormai giorni fa, sulle pagine di un quotidiano : le parole di perdono di quella mamma di Sovico, Carolina Cenzato, alla quale è stato ammazzato il figlio diciottenne in una rissa, una delle tante risse estive col morto alle quali purtroppo le cronache ci hanno abituato.
Ne riporto due stralci, perchè non si perdano nel vortice delle notizie:

"Abbraccio il ragazzo che mi ha tolto mio figlio, e abbraccio i suoi genitori in attesa di un incontro con loro perchè, alla fine di tutto, il bene deve vincere. Sempre......"
".....Dobbiamo avere la forza di tornare a casa e dimenticare ogni rancore, cercando di essere più umili, di non offendere nessuno e di offrire sempre ad ogni uomo la possibilità di rialzarsi e di ricominciare."

Parole semplici, di perdono e solidarietà nel dolore che si accendono come un faro d'intensissima luce nello sfascio della nostra convivenza.
Una mano tesa all'altra famiglia - quella dell'uccisore - devastata da un dolore forse non meno cocente.
Parole che testimoniano la capacità non comune di scalare il sesto grado dell'Amore, appunto come una di quelle pareti che lasciano col fiato sospeso, ma offrono poi una visuale di incredibile bellezza.

Non aggiungo altro. Non voglio e non posso. Nessuno che non abbia vissuto lo strazio per la morte di un figlio può addentrarsi in questo dolore.
Lascio spazio invece alla musica col brano, grandioso e dirompente, che apre la "Passione secondo Matteo BWV 244" di Bach.
Siano le note del compositore più eccelso, attraverso la rigorosa e misurata direzione di Karl Richter (e per favore, all'inizio del video, guardategli le mani, mani che parlano!...), a rendere omaggio alla luminosa speranza che queste parole spalancano davanti a tutti noi con la loro volontà di bene.

Buon ascolto!

sabato 20 agosto 2011

Agosto

Il mese di Agosto, così come ci viene presentato nella miniatura del fratelli Limbourg, ci regala un quadretto particolarmente luminoso sia per l'intensità del blu - caratteristica peraltro comune a tutte le immagini del Ciclo dei Mesi e del libro d'ore da cui è tratto - sia per il contrasto col bianco del cavallo in primo piano.

Qui gli autori hanno creato una rappresentazione decisamente completa, raffigurando sia scene di vita cortese che attività del mondo contadino, senza dimenticare poi il castello sullo sfondo.
Davanti a noi infatti, un piccolo corteo principesco - in cui ammantato di blu compare il Duca de Berry - si sta dedicando ad una delle attività preferite dalla nobiltà del tempo : la caccia col falcone, simbolo di ricchezza e raffinatezza. Notiamo appunto sulla destra il falconiere e dietro a lui l'elegantissimo seguito descritto in modo non convenzionale poichè, a ben guardare, ogni cavaliere è colto in atteggiamenti diversi.

In secondo piano, un corso d'acqua attraversa la campagna e si allarga a formare una conca dove diverse figure stanno facendo il bagno. Sempre qui, sono rappresentati poi i lavori agricoli corrispondenti al mese nelle loro varie fasi e infine, sullo sfondo, il castello di Etampes.

Come di consueto, l'immagine riflette un quadro di vita ordinato e realistico, dove ogni attività è serenamente sottoposta ai ritmi della natura ed è l'avvicendarsi delle costellazioni a regolare lavori e svaghi, feste e rituali.
Al di là delle varie occupazioni descritte infatti, non è da perdere di vista la lunetta che sovrasta e conclude il quadretto, dove la puntuale annotazione della posizione del carro del sole, dei segni zodiacali e il blu che si fonde sempre con quello della scena sottostante, altro non sono che riferimenti ad una realtà superiore che tutto presiede e governa, secondo una visione ancora squisitamente medioevale, benchè siamo già all'inizio del Quattrocento.
Ed è anche tale particolare aspetto a conferire alle scene rappresentate un gran senso di serenità e di pace.

A commento di questa immagine, la ballata inglese "Scarborough Fair" nella famosissima interpretazione di Simon and Garfunkel. Si tratta di un brano che riprende un'antica melodia del Seicento forse di origine scozzese, della quale esistono numerose versioni.
La fiera di Scarborough cui il pezzo si riferisce era una delle più frequentate esposizioni commerciali del Medioevo che iniziava proprio nel mese di Agosto in corrispondenza della festa dell'Assunta e proseguiva per ben quarantacinque giorni.
Lo stile folk della ballata e il testo che gli autori hanno attinto al patrimonio popolare e poi rielaborato, ne fanno - anche a distanza di anni - una pagina sempre affascinante.

Buon ascolto!

venerdì 12 agosto 2011

"So dove l'erba nasconde la rugiada..."

Contemplare la natura, immergersi in essa fino a sentirsene parte riconoscendosi "docile fibra dell'universo" è un miracolo che il cuore dell'uomo cerca dal profondo, talora affannosamente.

Il brano di Bepi de Marzi che propongo qui oggi, intitolato "Cantare", è una pagina di poesia in parole e musica che scende nell'anima a farci cogliere proprio l'angolo segreto in cui nasce la contemplazione della natura e da cui - insieme alla gioia - sgorga il desiderio dolce e irrefrenabile di condividerla attraverso il canto.
Il pezzo, simile nel ritmo ad altri brani dello stesso autore, è tuttavia originale per i frequenti cambi di tonalità che ne costituiscono uno degli aspetti più moderni e suggestivi.

Dedicato a tutti, ma in particolare a chi - magari pervaso da ansia - anela a ritrovare quella pacificante comunione con la natura che rasserena e dissolve ogni tensione, il brano alleggerisce e dilata il cuore restituendoci un po' di quello spazio segreto dove vive la Bellezza increata.

Riporto qui di seguito il testo che sembra costruito proprio per un musicista: chi infatti, meglio di un compositore, può dire di conoscere i luoghi segreti della natura dove si genera la Musica?

Buon ascolto!

"So dove l'erba nasconde la rugiada;
so dove i grilli accordano i violini;
so dove il vento si ferma quando trema;
so dove nasce la voglia di cantare.

Ma dove l'erba tiene la rugiada,
ma dove i grilli suonano i violini,
è dove il vento tace quando trema,
è dove il vento preme per cantare.

So dove l'erba nasconde la rugiada;
so dove i grilli accordano i violini;
è dove nasce la voglia di cantare."

venerdì 5 agosto 2011

Fantasia veneziana

Quando ero adolescente e talvolta la sera non riuscivo subito a prender sonno, così per gioco immaginavo di perdermi a Venezia.
Nella mia fantasia, calli e campielli si aprivano davanti a me e m’inoltravo in essi fino a smemorarmi, a smarrirmi, fino a perdere la via del ritorno.
Abbandonato ogni pensiero, dimenticati compiti, occupazioni e soprattutto la dimensione del tempo, m’immergevo nell'affascinante magìa della città come si fa con un’onda che ci sovrasta.

Ed era una Venezia crepuscolare quella che mi attirava, talora decadente e un po’ sfatta: non era la solarità di piazza S. Marco a venirmi incontro, erano invece certe atmosfere presaghe di morte, la muffa sui muri a fior d'acqua, la malinconia di certi sestieri o di alcuni angoli vicini alle Fondamenta Nuove o all’Arsenale militare.
Avevo visto “Morte a Venezia” e “Senso” di Visconti e mi ero riempita la fantasia di tutto ciò che di sottinteso vi era in quella Venezia talora solo accennata, eppure così presente che la si poteva respirare.

Oppure la sognavo per nascondermici, fuggire, far perdere le mie tracce.
Contrariamente a quella che forse è la realtà, ho sempre pensato che sia facile nascondersi in una città come Venezia.
Immaginavo di essere inseguita e dileguarmi nel dedalo di calli, campi, campielli e sottoporteghi, alcuni così stretti da non consentire il passaggio di due persone insieme; poi attraversare una piazzetta con un albero, una vera da pozzo e una cortina di case simili a un fondale di teatro, costeggiare un rio, passare sotto festoni di biancheria stesa o vicino all’arco sbreccato di una bifora....
Non avevo mai un luogo preciso in cui approdare, ma la mia immaginazione vagava tra gli angoli più riposti e suggestivi: coglievo qualche riflesso di luce nei canali, il romanico dei campanili che vi si specchiavano, il breve inarcarsi dei ponti sopra i rii o l’aprirsi luminoso del Campo dei Miracoli dove le specchiature marmoree della chiesa si dilatano come un gioiello che appare di sorpresa, tanto più prezioso quanto più semplice è la custodia.
Era la Venezia povera che mi attirava, non quella pomposa e pure fatiscente di alcuni palazzi sul Canal Grande: non sarei andata a rifugiarmi tra le prospettive a cielo aperto del Tiepolo, né tra le cupe ombre rossastre o i lampi di luce del Tintoretto. Non so perché.

La vera anima della città per me non è mai stata quella gotica e infiorettata del Palazzo ducale e neppure quella barocca e fastosa della Madonna della Salute. Ma quella sommessa dello sciabordìo dell’acqua nei canali o dei motori rauchi dei barconi.
Non la Venezia tradizionale dove girare teneramente allacciati come due innamorati che abbiano perso l’ultimo treno, ma quella che odora di morte e disfacimento, di fatica e di nebbia, dove l’eternità della bellezza s’intreccia alla segreta consunzione del tempo.

E’ l'immagine che vidi una volta dal vaporetto, tornando da Torcello : un profilo grigio nelle brume del crepuscolo contro il rosso del tramonto autunnale, un miracolo di splendore a fior d’acqua in precario equilibrio tra cielo e abisso.
Penso sia proprio d’allora che Venezia mi è rimasta dentro come “possesso per l’eternità”, luogo segreto dell’anima a cui riandare con la memoria per l’atmosfera straordinariamente simile alla nostra vita: un dondolìo leggero nel riflesso del sole sull’acqua, un’immagine che per un attimo vi si specchia luminosa e poi lievemente si dissolve “cullata e / piano / franta”.

Impossibile non dedicare a Venezia un brano di Vivaldi.
Dal "Concerto a due cori RV 585" propongo l' Allegro iniziale, ma soprattutto la struggente malinconica bellezza dell' Adagio col suo sapore di crepuscolo, col suo respiro lento simile allo sciabordio delle onde e a tratti luminoso come il riflesso dell'acqua nei canali.


Buon ascolto!


venerdì 29 luglio 2011

Luglio

L'immagine che ci regala Luglio, nel "Ciclo dei Mesi" dei fratelli Limbourg, torna all' iconografia che abbiamo già ammirato in Marzo e Giugno con la rappresentazione dei lavori agricoli in primo piano.
L'immagine che ci regala Luglio nell'ambito del "Ciclo di Mesi" dei fratelli Limbourg torna all'iconografia che abbiamo già ammirato in Marzo e Giugno con i lavori agricoli in primo piano.
Si tratta questa volta della mietitura del grano e della tosatura delle pecore, illustrate come di consueto con grazia e ricchezza di particolari.

Il quadretto ci presenta una figura maschile e una femminile che tosano le pecore mentre, al di là di un corso d'acqua, altri due contadini sono impegnati nella mietitura di un campo.
Sullo sfondo, biancheggia un elegante castello con le torri stagliate contro il cielo il cui colore sfuma dall' azzurro chiaro alla consueta tonalità di blu intenso della lunetta.

Come al solito, si tratta di una rappresentazione ordinata e serena, ricca di particolari realistici e di verosimiglianza, come pure - in questo caso - di qualche aspetto un po' immaginifico: se infatti il castello raffigurato è quello di Poitiers, i due monti che gli s'innalzano a lato sembrano frutto della fantasia e riproducono un'iconografia piuttosto convenzionale.

Ritroviamo la precisione però in tutti gli altri elementi: dalla riproduzione degli abiti nei loro dettagli, al contesto naturalistico nel quale scopriamo una fila di papaveri e fiordalisi che occhieggiano in mezzo alle spighe, piante palustri in riva al corso d'acqua e, in basso a sinistra, addirittura i cigni.
Anche la prospettiva è ben individuata dal campo di grano posto in diagonale come il corso d'acqua, mentre il castello di forma triangolare sembra chiudere la visuale e immediatamente riaprirla, con i lati obliqui, verso l'orizzonte.

A commento di questa immagine, ancora una volta un brano di Respighi in cui il compositore rielabora antiche melodie.
Si tratta della Suite N.1 da "Antiche arie e danze" che, a confronto con i pezzi postati in precedenza (l' Italiana e la Siciliana dalla Suite N.3), si carica di maggiore vivacità e ritmo.


Buon ascolto!

lunedì 25 luglio 2011

"Lascia ch'io pianga..."

Tira vento, stamattina, il vento di una perturbazione che - se ha abbassato le temperature e alleggerito l'afa in pianura - ci sta però riservando giornate praticamente autunnali e freddo in montagna.

Eppure, al di là del disagio che per tanti aspetti ciò può riservare, è il regalo quotidiano della natura: siamo sempre sotto lo stesso cielo, ma ogni giorno è nuovo, con le sue sfumature di luce o di foschìa, la sua opacità e la sua trasparenza, la calma o il soffio del vento che ci offre un altro ritmo, un differente respiro.
E' sempre lo stesso cielo, ma ogni stagione ha la sua carezza e le sue spine, come un suono diverso a cui intonare la nostra giornata.

Così è anche con la musica: anche le note ci regalano il sereno, la brezza o il temporale. In fondo sono solo sette, ma interpretate dallo spirito umano nelle mille coniugazioni della Bellezza, ci conducono dalla terrena semplicità alle soglie dell'Infinito.
Nel tempo infatti, compositori di ieri e di oggi attraverso le note hanno espresso tutta la gamma dei sentimenti, creato atmosfere e scavato abissi insondabili nel cuore di chi ascolta. La musica è stata ed è grido, protesta, lamento, trionfo, esultanza e si è arricchita di tutte le sfumature della gioia come della sofferenza. Ma soprattutto ha dato voce a se stessa facendosi interprete di ciò che a parole è ineffabile.

Ed è un accorato lamento di dolore il brano che propongo oggi, un pezzo che, a mio avviso, raggiunge le vette di una bellezza sublime.
Si tratta della famosa aria "Lascia ch'io pianga" dal "Rinaldo" di Haendel con cui - al di là del significato che essa riveste nel contesto dell'opera - desidero ricordare due dolorosissimi eventi di questi ultimi giorni che mi hanno colpito più di ogni altra cosa: l'attentato in Norvegia e la morte della cantante Amy Winehouse.
Due eventi, certo, diversissimi tra loro: il primo, una spaventosa strage che ha precipitato di colpo nell'orrore, nella precarietà e nella paura un paese civile e tollerante, sempre vissuto in una compagine di serenità; il secondo, la scomparsa a soli 27 anni (inquietante coincidenza con la morte di altre famose rockstar) di una straordinaria voce nel cuore di una giovinezza ormai irreparabilmente "dannata".

Eventi diversi, appunto, ma che suscitano entrambi una pena immensa.
Ad essi, il ricordo, l'omaggio e il compianto attraverso le note di Haendel.
E insieme al testo, sia la musica a parlare, nel suo profondissimo anelito d'Infinito!

Buon ascolto!


mercoledì 20 luglio 2011

Sentieri bachiani

Amo molto le Allemande di Bach, in particolare quelle delle "Suites francesi" e delle "Partite per clavicembalo".Qualcuna - da principiante quale sono - tento anche di suonicchiarla ed è bellissimo vivere la musica dall'interno, avviandosi per un itinerario che riserva sempre delle sorprese.

Con Bach spesso mi sembra di entrare in un bosco: è un autore di tali proporzioni che il cammino, per quanto rigoroso e coerentissimo con se stesso, risulta sempre inedito e conduce per una varietà inimmaginabile di paesaggi e sfumature.
E' come percorrere uno di quei meravigliosi sentieri di montagna dove la visuale cambia quasi ad ogni tornante: ora ci s'inoltra nel folto di un'abetaia, ora si scende in riva a un torrente, ora ci s'innalza fino a vedere scorci del ghiacciaio lontano o si riposa lo sguardo in una verdissima radura.
Anche colori e luci mutano in continuazione, col sole che suscita riflessi nel fogliame e regala un'aura dorata soprattutto nel pomeriggio.

Ma non tutto si scopre subito: occorrono calma e attenzione per cogliere anche la più piccola sfumatura.
Come nella piccola foto in alto: se la si vede dall'esterno non dice molto, ma se la s'ingrandisce e ci si addentra nel bosco, un mondo di particolari affiora alla vista: colori, contrasti, ombre che definiscono lo spazio, rocce che segnano il percorso, angoli, anfratti che - diversamente - resterebbero nascosti allo sguardo.

Così è in Bach, in particolare nella splendida Allemanda della "Partita N.4 in Re magg. BWV 828" che oggi propongo: un lungo brano dolcemente articolato, dove il compositore ci precede sul sentiero e pure cammina con noi accompagnandoci attraverso una ricca sequenza di passaggi.
Come un sentiero in cui penombra e luce si alternano e talora quasi si fondono, così la musica sfuma continuamente dal tono maggiore al minore esplorando una variegata gamma di temi che s'intrecciano fiorendo l'uno dall'altro, pacatamente.

Anche se al clavicembalo ci sono pregevoli interpretazioni come quella di Trevor Pinnock, ho preferito postare qui quella di Maria Tipo al pianoforte perchè conferisce a questo brano particolare morbidezza.

Buon ascolto!

giovedì 14 luglio 2011

"Trovare l'alba dentro l'imbrunire..."


Giovedì mattina, ore nove: contemplo il panorama che mi riserva l'angolo di montagna in cui mi trovo in vacanza.
Dall'alto vedo il paese, i prati, le abetaie e il ripido pendio sotto di me dove sono cresciuti cespi di rosa selvatica e qualche epilobium.

Nel Duemila, qui c'è stata un'alluvione che ha dissestato la zona modificando in parte la morfologia della vallata.
Dove ora fiorisce la rosa canina, una frana di vaste dimensioni aveva portato via tutto. Con la loro tipica costanza però, i valligiani non si sono lasciati piegare e hanno realizzato grandi opere di canalizzazione delle acque. Così ora, sul pendio dove il terreno era stato devastato, la vegetazione è tornata a fiorire.

Mentre mi guardo intorno, penso e spero che possa essere così per tante altre cose fuori e dentro di noi.
Non tutto si può ricostruire, tuttavia credo che ciò che spesso ci fa tornare alla vita sia un'incrollabile, indistruttibile capacità di pensare di nuovo in termini di futuro, vedendo la strada aperta davanti a noi. E se non c'è, sognandola, anche quando - come accade il più delle volte - è difficile.

E mi viene in mente proprio stamattina una frase di "Prospettiva Nevskj", la canzone di Battiato che amo di più tra quelle del cantautore siciliano.
Conosciamo tutti questo suggestivo affresco della Russia degli anni immediatamente successivi alla rivoluzione d'ottobre, affresco incentrato sulla Prospettiva Nevskj, l'arteria principale di San Pietroburgo-Leningrado.
Il testo, quasi un collage di immagini che in pochi tratti dipingono un'epoca, è un quadro in cui tradizioni e novità si fondono: le guardie rosse, le vecchie coi rosari, il vento gelido, la danza, la musica, il cinema, le nuove generazioni col loro desiderio di esprimersi.
Infine quelle parole : "E il mio maestro m'insegnò com'è difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire."

Ecco: "trovare l'alba dentro l'imbrunire" è la frase che mi affiora dentro stamattina nel vedere queste rose selvatiche, povere e tenaci nella loro bellezza.
Certo le parole della canzone forse avevano un significato più profondo come la ricerca di una luce di vita al di là dell'imbrunire (la morte), o forse alludevano alla situazione politica della Russia di allora.
O, più semplicemente, si riferivano al fenomeno delle "notti bianche" di San Pietroburgo: al fatto cioè che all'inizio dell'estate, per la particolare latitudine della città, le ore di luce sono tanto lunghe che il tramonto si confonde quasi con l'alba ed è difficile cogliere il momento in cui il sole smette di calare e inizia a sorgere.
Tuttavia la frase lascia spazio a interpretazioni più ampie, come tutti i testi che ci restano dentro e poi riaffiorano misteriosamente intrecciati alla nostra vita.

Sì, è difficile trovare il punto in cui nel cuore della notte - qualunque essa sia - inizia a baluginare la prima luce dell'alba. E' duro, ma esserne consapevoli aiuta a restare in silenziosa attesa, a rinverdire tacitamente la ricerca e la speranza : l'alba c'è e arriva di sicuro.
Me lo dicono questi cespi di rose selvatiche e questo epilobium, nella loro semplicità e nella tenacia con cui stanno abbarbicati ad un pendio o si sono fatti strada in mezzo ai sassi.

Buon ascolto, con la straordinaria voce di Alice!

venerdì 8 luglio 2011

Quando la musica riscatta l'uomo

Già in altra occasione, mi è capitato di osservare quanta importanza rivesta in un film la colonna sonora.
Parlavo della sua capacità di commentare scenari e sentimenti servendosi della comunicazione piena delle note e facendosi portavoce di ciò che parole e immagini non arrivano a dire.

A tale scopo, ci sono splendide musiche create proprio per il cinema - basti ricordare il grande Morricone - ma anche tanti pezzi classici opportunamente inseriti in parecchi film, talora nelle loro versioni originali o più spesso rielaborati in qualche arrangiamento.
Da Mahler a Brahms, da Bach a Haendel, da Mozart a Beethoven, molte pellicole si sono avvalse per la loro colonna sonora - o anche solo per alcune parti di essa - di brani classici, non ultimo "Il discorso del re" di cui ho parlato in un recente post.

E' a questo proposito che voglio ricordare "Platoon" ritrasmesso in tv sere fa, film famosissimo che ripercorre la vicenda americana in Vietnam e nel quale - sulla scorta della propria esperienza personale - il regista Oliver Stone sfronda l'illusione del "sogno americano" mostrandoci una realtà cruda, violenta, disincantata, durissima.
L'entusiasmo idealistico del protagonista, il volontario Chris Taylor, si scontra infatti con un contesto disumano, fatto di massacri, soprusi e dissidi anche all'interno dello stesso plotone fino al tragico epilogo.

Devo ammettere che non amo in particolare questo genere di film, ma rivedere "Platoon" stavolta mi ha consentito di apprezzarne meglio non solo la costruzione narrativa, ma anche alcune parti della colonna sonora.

E' lo splendido "Adagio for Strings" di Samuel Barber - compositore classico statunitense vissuto nell'arco del Novecento - che, a mio avviso, ha un peso significativo all'interno della pellicola e soprattutto nel finale, restituendo umanità ad un contesto esistenziale devastante.
La sua melodia sembra infatti uno sguardo di pietà che si stende su di una vicenda intrisa di orrore, come se l'abisso della miseria umana e dell'abiezione contenesse implicita un'invocazione di riscatto.
Si tratta di un brano intenso, che valorizza splendidamente il messaggio della sequenza conclusiva e ci fa sentire che dal nemico che "è dentro di noi" esiste davvero una via di salvezza, nel nome della bontà, della salvaguardia della propria anima e della ricerca di senso all'esistenza.

E mi pare significativo che questo Adagio sia stato successivamente rielaborato dall'autore inserendovi la parte corale e facendone un "Agnus Dei" di rara bellezza.
Proprio questo è il brano che oggi propongo qui in un video che lo riporta però solo parzialmente. Ma tra le varie interpretazioni offerte da youtube mi è parsa la più suggestiva.

Buon ascolto!

domenica 3 luglio 2011

"Abbracciami" : se la musica è specchio dell'anima.

Vi è mai capitato di riconoscervi in una fotografia?
Certo che sì - mi direte - che domande!

Ma non sto parlando di riconoscimento esteriore, bensì interiore.
Intendo dire se vi è mai capitato di "ritrovarvi", di sentire che il vostro cuore è davvero rispecchiato da quello sguardo o da quella postura o dal gesto in cui siete ritratti.


Succede, a volte, ed è bellissimo.
Magari sono foto vecchie, di quando eravamo bambini, ma è meraviglioso riscoprire nel fondo degli occhi quella luce che ci anima anche adesso: è un sorridente ritrovarsi che ci riconduce ad unità o che talora ci fa scoprire di noi cose che non credevamo.


A me è capitato significativamente un paio di volte: la prima con una foto di quando ero bambina e la seconda con una più recente, due anni fa. Vale la pena raccontare qualcosa di quest'ultima.

Luglio 2009 : sono a un concerto con alcune amiche. La serata trascorre piacevolmente e prima di salutarci una di loro scatta una foto al nostro gruppetto. Dice però che la manderà più avanti, ora ha il computer guasto. Va bene.
Poi me ne dimentico.

Passa circa un mese e sono già in vacanza, ma è un periodo strano: qualcosa non gira, fatico a ritrovarmi, sono interiormente sfasata, colta da mille dubbi su tutto a cominciare da me.

Poi, una sera accendo il computer e arriva la foto. Toh!... l'avevo proprio scordata.
La guardo, siamo in quattro: due mie amiche, la splendida figlia di una di loro ed io. Mi guardo....io quella ???....Davvero ???
E resto sorpresa perchè, anche se l'immagine - che risale al 10 luglio e avevo appena finito gli esami di maturità - mi ritrae sbattuta, pallida, insomma....uno spaventapasseri, i miei occhi però sorridono e dalla mia espressione affiora un'incontenibile gioia!

Ma sono proprio io quella??? Mi osservo: vero...sarò pure uno spaventapasseri, ma raggiante di felicità!
E' come se una vocetta interiore mi dicesse: "Vedi?...Scopri chi sei nel profondo e non farti ingannare dalla tua parte oscura! Puoi attraversarla con tranquillità, senza lasciarti impaurire dalle sue ombre!".
Ed è un gioioso ritrovarmi, riscoprirmi capace di sorriso come se finalmente i lembi del mio tessuto interiore tornassero a combaciare. Potenza di una semplice immagine!

Ma ci sono anche altri mezzi che possono portare alla luce la nostra interiorità in maniera più o meno nitida, l'arte ce lo insegna e in particolare la musica.
Il brano di Allevi che posto qui oggi intitolato "Abbracciami", dal recentissimo "Alien", a mio avviso s'inserisce bene in questo discorso perchè - forse più ancora di ogni altro pezzo di questo cd - apre un varco verso l'anima del compositore, come se le note fossero proprio specchio della verità che portiamo nel profondo.
In questo profondo, infatti, il brano si addentra con crescente intensità e si accende d'impetuosa irruente passione, alternando momenti segnati da fortissimi vibranti bassi e concitati cambi di tonalità, ad altri di delicata
struggente dolcezza.

E se per un compositore "riconoscersi" significa scoprire di essere stato fedele alla propria ispirazione, penso che qui Allevi - riascoltando le sue note - potrebbe a buon diritto affermare di avere spalancato il cuore alla Musica.
In totale sconvolgente trasparenza.

Buon ascolto!

mercoledì 29 giugno 2011

Moltiplicare la gioia

Ancora Bach ???
Sì, ancora!
!!
Ho una bella riserva di brani che attendono dentro di me "in gioiosa lista di attesa" - come ho già scritto tempo fa - e mi urgono nella testa e nel cuore.

E' come se venissero a bussare alla mia porta, a volte in modo discreto e sommesso, ma altre in maniera più insistente chiedendo di essere condivisi.

Oggi Bach insiste e la richiesta si fa pressante.


Fuor di metafora, intendo dire che la gioia che mi regala la musica non è solo quel tipo di godimento tranquillo e riservato per cui accendi lo stereo (o l'ipod), ti metti in poltrona, infili le cuffie e ti lasci beare dalle note in perfetta solitudine. Sì...magari anche quello!

Ma la Bellezza, quando è proprio con la maiuscola, chiede di per se stessa di andare per il mondo ed essere condivisa
perchè è viva e ti lavora l'anima come qualcosa di vivo.
Così, anche la musica - come ogni altra forma di arte - se ti colma il cuore non può restare solo tua, ma trabocca e dilaga verso gli altri come le acque di un torrente impetuoso e vivace.


Il blog diventa allora un utilissimo strumento che consente di metterla in rete, farla volare ad amici e sconosciuti perchè - se vogliono - se ne possano nutrire anche solo per poco.
Ed è un condividere che, in realtà, non divide affatto ma moltiplica l'onda del nostro sentimento e ne accresce l'intensità per la gioia di averlo messo in comune.

Il brano di oggi, il Preambulum dalla "Partita n.5 in Sol magg. BWV 829" di Bach, è uno di quei pezzi (tanti!...) che mi fanno coltivare nel profondo il desiderio (folle per le mie capacità di principiante...) di imparare a suonarlo.
E' dall'interno infatti che la musica rivela la sua segreta magìa. Ascoltare va benissimo, ma suonare....è un'esperienza divina! E' entrare nella melodìa e assaporarne tutto il gusto, anche nella più piccola frase musicale.

In questo Preambulum che apre la Partita in modo più vivace ed energico del classico preludio, la bravissima interprete sfrutta in pieno la sonorità del pianoforte per far fiorire tutta l'espressività degli arpeggi bachiani. Ma nella velocità dell'esecuzione, sottolinea meravigliosamente anche i bassi che segnano e costruiscono il discorso ritmico.

Buon ascolto!

venerdì 24 giugno 2011

Un Bach quasi a passo di danza

Si avvicina a grandi passi la fine di giugno e, per chi può, l'inizio di un periodo di vacanza.
Inutile dire che, per tanti, quella delle ferie è un'attesa sempre piena di gioia, anche se la vigilia della partenza talora diventa una giornata campale, con mille incombenze da sbrigare prima di andarsene tranquilli senza aver dimenticato niente.


Ma poi, una volta via, si riesce - come si suol dire - a "staccare la spina" ?
Confesso che, fino a quando lavoravo, ho sempre fatto molta fatica: non credo di esagerare se dico che mi serviva almeno una settimana di decompressione, durante la quale affioravano tutti i malesseri e i malumori del mondo, quasi fosse lo scotto da pagare dopo un anno di lavoro che, se per certi aspetti era appassionante, per altri aveva ritmi convulsi.

Era stress che doveva uscire, mi dicevano.

Poi, una mattina mi svegliavo e all'improvviso stavo bene: il cielo azzurro era azzurro e il sole era il sole, nel senso che - finalmente - ero capace di goderne con la semplicità di chi riesce a vivere il presente in pienezza, senza sentirsi trascinato indietro a rimuginare il passato o già ansiosamente proiettato in avanti a preoccuparsi del futuro.

Godere il presente e basta, ecco la vera vacanza! Senza affannarsi, però, nè strafare col rischio di rientrare più stanchi di prima. Una vacanza infatti dovrebbe ritemprare anche lo spirito, donare tranquillità e distensione, restituire calma e leggerezza.

Così, a chi va in ferie auguro di potersi staccare, una volta tanto, dai rumori e assaporare invece l'incanto dei suoni: dalla voce del silenzio - magari il silenzio che si vive in montagna, rotto solo dal fragore di una cascata o dal soffio del vento - a quella della musica.
Per questo, ho postato la foto in alto, perchè mi riporta alle vacanze e al fascino del silenzio: cliccateci sopra, s'ingrandisce e vi potrete distendere sul verde dell'erba, sentirne il tocco di freschezza, contemplare in perfetta solitudine la pace della radura più lontana e poi levare lo sguardo verso le cime.

Per questo, ho postato uno straordinario Bach, un brano che dilata l'anima e le consente di riacquistare un respiro più sereno, riprendere un ritmo più disteso, ricongiungersi in pieno al nostro essere.
L'Adagio dal "Concerto per violino e oboe BWV 1060" si snoda infatti come un canone le cui voci si susseguono lente, inanellandosi quasi a ritmo di danza, in un incantevole dialogo tra i due strumenti solisti.

E' questa musica - insieme con la foto - il mio augurio per chi nei prossimi mesi partirà, ma anche per chi resterà a casa: basterà contemplare l'immagine e aprire l'audio del computer; o starsene ad occhi chiusi custodendo tutto nell'anima e lasciando che quel ritmo ci pervada, prima nel respiro, poi nella pulsazione del cuore e nel sangue, finchè non saremo totalmente portati dalle note.

Buon ascolto!

sabato 18 giugno 2011

Colonne sonore

Non amo molto andare al cinema, ma da un paio d'anni a questa parte ho fatto l'abbonamento a una videoteca proprio vicino a casa. Così, ogni tanto, prendo un dvd e me lo guardo.

L'ultimo, una quindicina di giorni fa, è stato
"Il discorso del re" diretto da Tom Hooper, protagonisti Colin Firth e Geoffrey Rush insieme a un cast di altri notevoli attori tra i quali la brava Helena Bonham Carter.
Il film, uscito lo scorso anno riscuotendo grande successo, ripercorre una singolare pagina di storia della monarchia inglese: i problemi di balbuzie del re Giorgio VI e la nascita del suo rapporto di amicizia col logopedista che lo aiuterà a superare tale difficoltà.

Splendidi i due protagonisti peraltro già famosi per aver interpretato notevoli ruoli sia leggeri che drammatici.
Ricordiamo per esempio Geoffry Rush nel famosissimo "Shine", dove ha dato vita alla figura del pianista David Helfgott da adulto.

Ma torniamo al film. Al di là di qualche lentezza narrativa e di un paio di figure minori a mio avviso poco convincenti, l'ho trovato decisamente apprezzabile per la straordinaria bravura dei due attori e per la sceneggiatura che scava nel cuore dei protagonisti alla ricerca della loro umanità. Tant'è vero che, superando incertezze, contrasti e soprattutto la gabbia dei ruoli, riescono a stabilire un'autentica relazione di amicizia.

Non sta a me, tuttavia, fare qui la recensione del film che presenta diversi piani di lettura e di cui è già stato detto tutto dalla critica.
Vorrei invece sottolineare un aspetto che riveste non poca importanza nel valorizzare ogni tipo di pellicola: la colonna sonora, strumento che parla senza parole, sottolinea, interpreta, crea spessori e profondità, completa discorsi e immagini.

Mi sembra interessante notare che qui l'autore delle musiche, Alexander Desplat, ha lasciato largo spazio anche a pezzi classici.
C'è Mozart con l'Ouverture da Le Nozze di Figaro e il Concerto per clarinetto K.622 ma, a mio avviso, vero colpo d'ala è Beethoven: scelta assolutamente magistrale è infatti il commento alla scena conclusiva - il discorso del re alla nazione - affidato prima all' Allegretto della Settima Sinfonia e, proprio sul finire, all'Adagio del Concerto "Imperatore".


L'Allegretto infatti, con le sue battute prima sommesse e via via più incalzanti, col suo ritmo uguale e ripetuto di un dattilo e uno spondéo, conferisce alla sequenza spessore e intensità, e ben sottolinea il gioco dei due volti, dalla tensione di Colin Firth all'espressione pacata e autorevole di Geoffrey Rush.
Così pure, dona particolare solennità l' Adagio del Concerto n.5 op.73 "Imperatore", pagina grandiosa e soave ad un tempo, che nella scena finale del film viene però eseguita solo in parte e che ho riportato qui integralmente, in tutta la magnificenza di una splendida esecuzione.

Ultima nota: interessante che, per commentare il discorso in cui il re inglese annuncia la dichiarazione di guerra ad Hitler, sia stata scelta la musica di Beethoven, tedesco e nemico di ogni potere assoluto: un duplice tocco d'ironia!

Buon ascolto!


giovedì 16 giugno 2011

Giugno

Si avvicina il solstizio d'estate e con l'approssimarsi del caldo anche la natura cambia aspetto e colori.
In alcune zone, soprattutto in pianura, i campi coltivati già imbiondiscono, mentre sui prati da tempo è iniziata la raccolta del fieno.


E sono proprio le operazioni agricole al centro della miniatura del "Ciclo dei
Mesi" dei fratelli Limbourg che rappresenta Giugno, un'immagine che, per certi versi, sembra in contrasto con quella del precedente Maggio.
Là infatti, davanti agli edifici più importanti di Parigi, si snodava un'elegante parata, un corteo di nobili in festa, mentre qui - sempre davanti alla città che però ci appare da un altro angolo di visuale - protagonista della scena è il lavoro dei campi.
Pare quasi che l'autore della miniatura abbia voluto mostrare in questi due mesi, due diversi aspetti della società del Quattrocento francese, un mondo ancora per molti versi legato al feudalesimo, in una compagine che già si era avviata - per esempio in Italia - verso configurazioni sociali e politiche differenti.


La miniatura ci presenta i campi su cui i contadini stanno raccogliendo il fieno: dai tre uomini in secondo piano che falciano l'erba, alle due donne in primo piano che la rastrellano e ne fanno dei piccoli covoni
. Dietro di loro, al di là di un filare di alberi e della Senna, si eleva la città di Parigi con le sue mura e il Palais de la Cité, dimora reale e allora sede dell'amministrazione.

Bellissima la prospettiva segnata dalla triplice linea dei covoni, del filare di alberi (forse gelsi?...) e delle mura merlate, così come estremamente particolareggiata è la rappresentazione degli edifici completi di pinnacoli, comignoli, torri, finestre, finestrelle e il magnifico rosone.
Tutto è registrato con grande realismo, nulla è lasciato al caso, neppure la vegetazione sulla riva del fiume che presenta esemplari di
Tipha latifolia, pianta che anche oggi troviamo di frequente nei canneti vicino ai corsi d'acqua.

Come di consueto, da tutta la composizione spira un'aura di serenità data sia dall'equilibrio e dalle rispondenze dei colori, verdi e blu in particolare, sia dalla grazia delle figure femminili in primo piano alle quali l'autore restituisce eleganza e dignità, quasi a valorizzare il lavoro contadino un tempo disprezzato o ignorato.

A commento di questa immagine, il Preludio di Bach per liuto tratto dal "Preludio, Fuga e Allegro BWV 998".
Interessante la morbidezza e la profondità di suono che lo strumento conferisce al pezzo e pregevole l' interpretazione di Luciano Contini che fa fiorire il canto bachiano con limpida continuità.

Buon ascolto!

lunedì 13 giugno 2011

Il regalo di S.Antonio

Ho sempre festeggiato fin da bambina il 13 giugno, S. Antonio di Padova, sia perchè una zia che abitava con noi si chiamava Antonietta, sia perchè la festa coincideva per me con la fine della scuola e il tanto sospirato inizio delle vacanze.
Ma insieme al ricordo di pomeriggi luminosi e deliziose merende, mi è rimasta anche molta simpatia per questo santo che ho sempre sentito quasi di casa e che - me ne sono resa conto tempo dopo - nel giorno della sua festa mi ha riservato spesso qualche bella sopresa.


Per questo voglio ricordare quanto è accaduto un anno fa, esattamente la sera del 13 giugno 2010.

Mi trovavo a Medjugorje, ultimo giorno di permanenza con un gruppo di pellegrini, e avevo scoperto che, in occasione della festa di S.Antonio, nella chiesa parrocchiale si sarebbe tenuto un concerto del Coro polifonico S.Eufemia di Padova. Certo non me lo sarei lasciato sfuggire.
Così, mi ero staccata dal gruppo e alle nove di sera ero lì pronta, col cuore in ascolto.


Mi rivedo, mentre mi guardo intorno cercando qualche locandina col programma, ma non c'è nulla, e posso solo sperare che eseguano musiche di mio gradimento, chissà!...
Ma già il poter assistere a un concerto è per me un gran regalo, non devo pretendere troppo.

Inizia il coro con una serie di canti religiosi ovviamente mariani, belli certo, eseguiti anche bene, ma è come se dentro di me fossi in attesa di altro.
Penso a Verdi, allo splendore de "La Vergine degli Angeli"....quella vorrei!
Ma non faccio in tempo a formulare il desiderio che iniziano a cantarla : "La Vergine degli Angeli mi copra del suo manto...", un sussurro d'anima assolutamente sublime, e ascoltarlo in quella circostanza, in quel luogo, mi pare una dolcissima risposta:
"Vedi?... A te piace la musica... e io te la regalo, proprio quella che vuoi tu!"


Il concerto prosegue con diversi altri brani, mentre silenziosa mi aggiro per la chiesa scattando qualche foto con la pacificante sensazione di essere in una sorta di grembo materno.
Però dentro di me avrei ancora un desiderio: vorrei l'Hallelujah di Haendel, con tutta la sua potenza esultante.
I canti si susseguono, ma...nulla! C'è anche un Magnificat di una bellezza che mette i brividi, stupendo. Ma io spero sempre in Haendel, almeno alla fine...
E poco dopo inizia inconfondibile l'Hallelujah, mentre mi si accende in cuore un irrefrenabile entusiasmo.

Però era proprio il canto finale, il concerto è finito.
Sì, sono stati tutti bravissimi, posso ritenermi soddisfatta.
Certo.....per me il massimo sarebbe stato sentire anche un coro alpino, magari "Signore delle cime", a mio avviso il più bello in assoluto, ma un canto di montagna non c'entra in un concerto di musica sacra e non si può avere tutto. Pazienza!

La gente applaude vivacemente, il direttore ringrazia, qualcuno si prepara a uscire. Sono già con la mente altrove, quando capisco che ci sarà un bis e mi dispongo tranquilla all'ascolto.
Il direttore spiega che, poco tempo prima, è venuto a mancare uno dei membri della corale e per ricordarlo degnamente canteranno....giuro che dentro di me lo so già.... canteranno "Signore delle cime"!
Faccio un salto sulla panca, un sussulto di felicità e gratitudine! Questo sì che è un regalo!

E cantano, cantano, nella chiesa tornata di colpo silenziosa e attenta, mentre lenta e pacata sale la melodia dandomi la sensazione di trovarmi in un angolo di Paradiso, accolta dal profondo proprio nel segno della musica, e mentre penso che - in realtà - questo canto è sacro davvero! Lo è in tutti i modi possibili, non tanto perchè è una preghiera e siamo in chiesa, ma perchè sa addentrarsi mirabilmente a toccare il terreno sacro dell'anima.

Lo condivido qui con voi, non nell'esecuzione della Corale S.Eufemia che non è stata registrata, ma in un'interpretazione altrettanto splendida offerta da youtube.


Buon ascolto!