domenica 2 aprile 2017

Il volo dell'allodola

San Pietroburgo: ponte mobile sulla Neva (foto presa dal web)
Aprile è iniziato, il clima invita a stare all'aria aperta, la primavera si è avviata in modo incantevole ed è questo il periodo in cui - come sempre accadeva anche quando lavoravo - il pensiero comincia a correre alle vacanze.

Così, mi ritrovo sul web a guardare i panorami di svariate località, talora sognando itinerari del tutto improbabili - almeno per me - altre volte cercando mete più concretamente raggiungibili.  
Spesso però, mi capita anche di ripercorrere attraverso le immagini lo splendore di luoghi già visitati e, in qualche modo, la gioia provata a suo tempo si rinnova.
Sono una che, se scopre un bel libro, ama rileggerlo tante e tante volte ritrovando con gusto trame, atmosfere e personaggi; se ascolta un brano di musica, può risentirlo all'infinito - ma questo già lo sapete - immergendosi in un clima ricco di emozioni. Lo stesso mi accade con certi luoghi già conosciuti che mi piacerebbe rivedere più volte, ma non potendolo sempre fare, mi accontento dei sogni e ad essi mi affido.

E' stato proprio guardando alcuni panorami di San Pietroburgo - dove mi sono recata tre anni fa - che ho trovato l'immagine nel riquadro, una foto che, per certi aspetti, m'incanta suscitando mille ricordi.
Suggestivo il cielo chiaro delle notti bianche quando il tramonto va a confondersi con l'alba, e il ponte mobile attraverso il quale si scorge il campanile della Fortezza di San Pietro e Paolo! Poi le acque della Neva che riflettono le luci della sera, così vicine da darci la sensazione di vederle da un battello, persi in mezzo alla vastità del fiume; e quelle nuvole, simili a un volo di uccelli dalle larghe ali che ci portano lontano...
Suggestione, storia e fascino di una città dai grandi spazi che prende il cuore con le sue drammatiche vicende del passato, la sua sofferenza, ma anche con la sua arte d'inarrivabile splendore.

Così, ho pensato di associare alla foto la musica di un compositore russo al quale il benvenuto su questo blog: Michail Glinka (1804 - 1857).
Dico la verità, non lo conoscevo se non di nome: ne avevo sentito distrattamente qualche brano tempo addietro, ma senza particolare attenzione. Poi - potenza del web! - pochi giorni fa quando ho pubblicato Shostakovic, seguendo le indicazioni che youtube ci offre sui video correlati, l'ho trovato di nuovo ma stavolta ho prestato ascolto.

Ho scoperto in tal modo il brano che vi propongo oggi. 
S'intitola "The Lark" (L'allodola), decima delle dodici romanze raccolte proprio sotto il nome di "Farewell to St.Petersburg" (Addio a San Pietroburgo), forse su testi del poeta Nestor Kukolnik. Ma chissà se Glinka, pensando all'allodola, non avesse anche in mente la definizione di "messaggera dell'alba" che ne aveva dato Shakespeare...
Il pezzo, composto originariamente per voce e pianoforte ma successivamente trascritto da Balakirev per piano solo, è una piccola meraviglia che mi affascina. A prendermi è l'atmosfera che vi si respira e che mi ricorda da un lato la dolcezza di Chopin - direi in particolare il "Notturno n.20 in do diesis minore" che potete trovare qui - e dall'altro la profondità dell'anima russa con la sua attitudine talora malinconica, ma spesso anche fortemente appassionata.
Dopo un'introduzione lenta, scandita da pause, ma molto melodiosa, si apre un'aria pervasa di tristezza che Balakirev ha trasposto in si bemolle minore, prima enunciata con semplicità, poi sempre più ricca di abbellimenti che fondono espressività e virtuosismo. 
Proprio tale crescendo conduce il brano dalla dolcezza iniziale a una progressiva intensità in cui le note sprigionano tutta l'energia possibile: un passaggio graduale da un romanticismo di stampo quasi chopiniano a una forza che porta con l'eco dell'anima popolare russa.
Bellissima infine l'apertura con la quale - in prossimità della conclusione e precisamente a 5,03 dall'inizio - dopo una serie di trilli sempre più accesi forse ad imitare il fremito d'ali con cui l'allodola si libra nel cielo, il brano passa in tonalità maggiore, il ritmo rallenta e la tensione si scioglie in pacata luminosità.

Buon ascolto!

sabato 25 marzo 2017

Narcisi per Maria

Anche se, nei giorni scorsi, non ho festeggiato qui San Giuseppe come altri hanno fatto nei loro blog, in qualche modo vorrei tentare di ricordarlo oggi perché mi è venuta un'idea che mi sembra carina. 
E come spesso accade, le idee nascono da piccoli spunti quotidiani.

Tutto è successo all'inizio della settimana quando, entrata un attimo in una chiesetta della mia città, ho scoperto che - nonostante la festa di San Giuseppe fosse già passata - la sua statua era ancora lì, esposta a lato dell'altare. Mi sono avvicinata un po' distrattamente, ma la mia attenzione è stata attirata da un bellissimo mazzo di narcisi bianchi e gialli che troneggiava in un vaso davanti al Santo. Esattamente quelli che vedete e vi assicuro che la foto non rende bene il loro splendore.

Confesso che la mia prima reazione è stato un moto subitaneo di invidia!
San Giuseppe....ma sono una meraviglia, li voglio anch'io!!!
Ho pensato proprio così, e mentre ci guardavamo un attimo interdetti - io, San Giuseppe e i narcisi - ho anche allungato due dita per assicurarmi che non fossero finti: erano veri e freschissimi.
Ma non si può lasciar andare la bellezza senza fermarla, così, guardandomi intorno circospetta nel timore che entrasse qualcuno, per potermene appropriare in qualche modo....ho scattato la foto che vedete in alto. 
(Certo, una foto....cosa credevate???)
Il fatto è che per i narcisi nutro una passioncella di vecchia data, una di quelle passioni mai pienamente appagate, come quando l'oggetto del desiderio sfugge in continuazione. E la radice sta forse in un episodio della mia infanzia.

Avrò fatto la quinta elementare o giù di lì, e ogni tanto alle soglie della bella stagione, con le mie compagne di scuola si andava per viole nella prima campagna intorno alla città, tra prati e terrapieni che, finito l'inverno, si riempivano di fiori. C'era una costa particolarmente ricca di viole e ci si recava in gruppo, magari con qualche mamma che sorvegliava l'allegra brigata di amichette. E' bello raccogliere viole, ma ci vuole anche un po' di occhio per vederle e io in questo non brillavo; così, al ritorno, il mio mazzetto era sempre più misero degli altri.
Poi, un giorno, avevamo trovato un terrapieno oltre un fossatello, tutto fiorito di narcisi. Era uno spettacolo veder ondeggiare le loro corolle su quel piccolo pendio...Ecco, io volevo proprio quelli, il mio mazzetto stavolta sarebbe stato più bello e più ricco! Si trattava solo di allungare un piede oltre il fossato e i fiori sarebbero stati miei. Allora, seguendo le mie compagne mi ero sporta per coglierli. 
E chi - secondo voi - era finito nel fosso???...
Niente di grave per carità, ma ero scivolata nella melma fino alla caviglia, per la gioia delle mie scarpe e soprattutto dei miei calzettoni di cotone bianco traforati che - qualcuno se li ricorderà - si usavano una volta per le bambine.

Così, per un po' ho dovuto interrompere le relazioni diplomatiche con i narcisi. 
Ma il desiderio inquieto di trovarmi in campagna, su di un prato - meglio se lontano dai fossi - a coglierne a piene mani mi è rimasto dentro, come quei sogni in cui all'improvviso sei in mezzo a un paesaggio meraviglioso, ma poi il sogno cambia e non sai più come ritrovarlo.

Non so perchè, tutto questo mi è tornato in mente l'altra mattina in chiesa, insieme a un desiderio prepotente di avere quei fiori. 
Ma è stato quando ho scattato la foto che mi è venuta l'idea: e se la mettessi nel blog??? 
Fra pochi giorni - mi sono detta - ricorre la festa dell'Annunciazione che mi piace sempre ricordare con brani di musica adeguati all'evento, e questi fiori potrebbero diventare uno splendido omaggio alla Vergine da parte di San Giuseppe che li offrirebbe a Lei attraverso il mio spazio virtuale. 
A parole sembra un giro complicato, ma non più di tanto: io sarei solo un tramite e mi basta così, il Santo farebbe la sua bella figura e, in fondo, sarebbe una cosa carina....o no???
  
Giuseppe - mi perdoni la familiarità - in un primo tempo mi è sembrato un po' perplesso e attonito. Pensavo non gli tornasse il concetto di spazio virtuale, invece ha solo obiettato - almeno così mi è parso - che forse i narcisi non sono i fiori più adatti all'umiltà della sua sposa, e avrebbe visto meglio dei gigli o più ancora dei mughetti. Ma quando gli ho detto che per quelli eravamo decisamente fuori stagione non ha più posto difficoltà e si è trovato d'accordo. Insomma, affare fatto!
Del resto, Maria sa leggere di ogni cosa il più puro splendore e dalla sua nicchia in alto dietro l'altare, nonostante fosse rimasta in silenzio, mi è parsa contenta e di certo non ha pensato "Ma questa, per caso, è ammattita?", come forse starà facendo qualcuno di voi....

Bene, ora che conoscete il retroscena del post di oggi, sarà meglio passare alla musica. Naturalmente il brano per la festa dell'Annunciazione che celebra l'avvenimento più dirompente della storia, non può essere che un "Et incarnatus est" e precisamente quello tratto dal "Credo in mi minore RV 591" di Antonio Vivaldi (1678 - 1741).
E' un pezzo molto breve, profondo e insieme delicato, al quale la direzione di Carlo Maria Giulini con l'orchestra dei Berliner conferisce ulteriore dolcezza
Giocato sull'alternanza di tonalità minori e maggiori, ci conduce pacatamente all'incontro tra l'umanità di Maria e il mistero di Dio fatto vicino all'uomo e sceso a condividere la sua umanità.  
Una composizione pervasa di ombre che tuttavia si aprono a 0,53 dall'inizio dove il coro, cantando "et homo factus est", si carica di forte intensità e per un momento la musica sembra veramente illuminarsi e sorridere. Poi però, prosegue più tormentata e si conclude lentamente in minore, quasi a descrivere una parabola di vita che non sarà priva di sofferenza.
 
A me il brano sembra molto toccante e la foto coi narcisi mi pare faccia la sua figura. Spero che San Giuseppe sia contento.... 
Maria da parte sua rimane in silenzio, ma sono certa che custodisce un sorriso.  

Buon ascolto!