domenica 7 giugno 2015

Un esordio esagerato

V. Pervuninsky, "Nel vortice del valzer"
Ed è arrivato il caldo, è scoppiata l'estate col suo esordio di afa e anticicloni africani cui i meteorologi danno ogni volta nomi sempre più battaglieri e minacciosi.  
Un esordio - come ormai spesso accade - improvviso, esagerato e decisamente in anticipo sulla tabella di marcia.

Lo si vede bene dai colori della vegetazione che, nel giro di pochi giorni, si è fatta di un verde più scuro e pieno rispetto alla fresca tonalità dei germogli primaverili. Ma sembra davvero che tutta la natura abbia compiuto un balzo improvviso verso una pienezza di maturazione. 
Si allargano rigogliose anche le chiome di miei alberelli - li ricordate, ancora adolescenti, in questo vecchio post? - che sono ormai in grado di offrire una certa ombrosa frescura. Ne controllo la crescita ogni giorno dal balcone della cucina e faccio il tifo per loro come per tutto il verde circostante. Mi auguro infatti che il fogliame arrivi a togliermi la vista dell'asfalto, restituendomi l'illusione di abitare in piena campagna o - perchè no? - al limitare di un bosco invece che, più prosaicamente, sulla circonvallazione della città.

Anche se non amo in particolare i mesi caldi ai quali preferisco la dolcezza delle sfumature autunnali o la limpidezza primaverile, mi pare stia proprio qui il bello di una stagione a tinte forti come l'estate: nel vigore e nel rigoglìo della natura che esplode al massimo grado della propria vitalità, creando paesaggi - per così dire - a luce spiegata.
Vengono in mente - a questo proposito - alcuni versi di Pablo Neruda con le loro intense suggestioni coloristiche proprio nel descrivere questa stagione:

"Oh estate, / abbondante carro / di mele mature, / bocca / di fragola / in mezzo al verde / (.....) mezzogiorno / tamburo / di rame rosso (.....)".

E se poi vogliamo passare dalla poesia alla musica, l'estate fa immediatamente correre col pensiero a quei compositori che hanno descritto in note le stagioni, primo fra i quali è certamente Vivaldi.
Tuttavia, questa volta l'improvviso irrompere della calura mi ha indotto a scegliere un brano diverso e per certi aspetti esagerato proprio come il clima di questo esordio di giugno: un'esplosione di sonorità in un valzer acceso e vivace che mi è capitato di riascoltare nei giorni scorsi. 
Confesso che, la prima volta che l'ho sentito, non ho apprezzato subito il suo andamento tumultuoso e gli accenti talora eccessivi e caricati delle percussioni. Ma riascoltandolo, ho capito che il fascino del pezzo sta proprio in quel suo ritmo forte, ripetitivo, che va facendosi progressivamente più vorticoso e trascinante.

Si tratta del "Masquerade Waltz" di Aram Khachaturian (1903 - 1978), compositore russo di origine armena, conosciuto dal grande pubblico soprattutto per la "Danza delle spade", ma autore anche di vari brani classici utilizzati talora nelle colonne sonore di alcuni film per la loro comunicativa immediata e passionale.
Contemporaneo di Rachmaninov e Shostakovich - del quale questo brano può richiamare per certi aspetti il famoso "Valzer n.2" - se ne allontana però per uno stile più semplice e non privo di note descrittive e folkloristiche.

Accordi fragorosi al limite della dissonanza e tocchi più lievi si susseguono in questo pezzo, primo di cinque movimenti di una Suite composta da Khachaturian per alcune musiche di scena. 
Potenza orchestrale e leggerezza vi si alternano e, nonostante la tonalità minore di per sè crei un clima nostalgico e un poco ombroso, l'intensità delle percussioni ci regala un ritmo che ci travolge nell'ebbrezza della danza, mentre il tema sembra inseguire se stesso in un vortice di note e di timbri sempre più rapinoso.

Buon ascolto!

domenica 31 maggio 2015

Ombre nella notte


Circa due anni fa, in questo blog mi sono brevemente occupata di un pittore statunitense al quale ho dedicato il post che trovate qui, ma avevo promesso a me stessa che non sarebbe stato l'unico, tanto le sue opere mi hanno sempre affascinato.
Invece, altri argomenti hanno avuto poi la precedenza e torno solo ora a parlare di lui.

Mi riferisco a Edward Hopper (1882 - 1967) del quale, a suo tempo, avevo presentato una piccola carrellata di dipinti tra i più famosi.
Questa volta, a catturarmi è stata un'opera ugualmente celebre e ricca di fascino, ma realizzata con una tecnica differente rispetto alle precedenti: si tratta dell'acquaforte che vedete, intitolata "Night Shadows" e conservata al Whitney Museum of American Art di New York.

E' un'immagine carica di suggestione per il particolare punto di vista e per quello spazio che si allarga chiaro a sottolineare il vuoto attorno alla figura umana, piccola e sola tra edifici scuri e incombenti.
Misterioso, nella sua solitudine, un uomo cammina nella notte quasi spiato dall'alto da noi che guardiamo, mentre le ombre del suo corpo - e forse di un lampione - si allungano sulle vie deserte in un'atmosfera sinistra, accentuata dalle pesanti architetture e dal contrasto tra il bianco e il nero.
Di lui - forse simbolo di noi tutti - non vediamo il viso nè l'espressione, ma nonostante la composizione sia costruita con geometria precisa, l'angolo di visuale fa emergere netta la sproporzione tra la figura e l'ambiente circostante, a cominciare dal marciapiede spropositatamente largo in rapporto alle dimensioni dell'uomo. 
Magistrale l'inquadratura offertaci da Hopper, eppure sconcertante come un occhio nascosto che osservi la creatura inconsapevole, conoscendone già il destino e l'angosciosa provvisorietà. 
Quella che l'artista rappresenta infatti, non è l'ombra protettiva e sicura sotto la quale ci si rifugia in cerca di conforto, ma un'atmosfera minacciosa e straniante, come se il buio fitto che si addensa tra gli edifici li rendesse irriconoscibili facendone affiorare dimensioni ignote.

Non amo particolarmente il noir, ma devo riconoscere che talora è affascinante, soprattutto quando a monte ci sono artisti decisamente grandi nella loro capacità di  coinvolgere lo spettatore.
Osservando quest'opera datata 1921, mi sembra di respirare proprio l'atmosfera onirica che caratterizza certi film riconducibili all'Espressionismo tedesco, anche se qui non ci troviamo ancora di fronte alla distorsione di immagini cui arriverà il cinema di quegli anni. 
Ma la suggestione del mistero, di ciò che non è detto o non esplicitato dalla rappresentazione, ci sollecita ad inoltrarci in essa con la fantasia facendo nostro lo sgomento che da essa promana.

E per commentare quest'immagine con un brano di musica che ne rispecchi un po' il clima, oggi mi concedo una breve diversione dalla classica e torno a un amore di parecchio tempo fa. 
Si tratta di Sting e della sua bellissima quanto famosa "Moon over Bourbon street" da "The Dream of Blue Turtles", primo cd da solista del compositore britannico, dopo l'esperienza dei Police.
Nonostante la mia predilezione vada ad altri generi, questa canzone mi ha sempre conquistato col suo ritmo e la sua atmosfera accattivante e grintosa, come il suono di quella tromba che fa da sottofondo e sembra duettare con la straordinaria voce dell'artista.
Un suono che inizia lieve, con un fraseggio leggero appena accennato, per farsi poi grido e lamento lontano, inanellandosi col suo andamento tormentato tra le parole del brano e dando loro uno spessore che - senza l'andirivieni jazzato di quelle note - forse non sarebbe lo stesso.
In effetti, delle varie clip audio che ho ascoltato prima di scegliere questa, nessuna - a mio avviso - ci offre uno sfondo così meravigliosamente efficace, un'interpretazione così profonda e coinvolgente.

E ad aggiungere fascino, nel cuore della canzone, un breve intermezzo bachiano o quantomeno barocco - almeno così mi pare - sempre sorprendente e tuttavia non nuovo nei brani di Sting. Non è un riferimento preciso, ma un clima quello che vi riecheggia, quasi un richiamo a certi passaggi bachiani tra i più drammatici, dalle Passioni alla Messa in si minore.

Una musica che non smette di prenderci fino all'ultimo accordo oscuro e roco, quasi sinistro, a ricordarci che la canzone è stata ispirata dal libro di Anne Rice "Intervista col vampiro", un testo che si addentra nell'eterno dualismo tra bene e male. Narra infatti la storia di un vampiro dalla sensibilità umana ancora viva, in lotta perenne con la propria anima, dilaniato dal tormento di essere costretto a uccidere, ma nel contempo incapace di accettare l'inevitabilità dell'omicidio. Storia di solitudine e di mistero quindi, di contraddizione ed esigenza di riscatto.
Forse può essere qui il senso dei possibili riferimenti ad un compositore di vertiginosa altezza come Bach, nella vicenda di un essere inchiodato al proprio oscuro destino e al tempo stesso desideroso di salvezza.
E quell'ultimo accordo cupo che sembra sprofondare nel buio sta a ricordarcene il dramma.

Buon ascolto! 

 

lunedì 25 maggio 2015

Musica che risponde a musica....

W. Turner, "Tramonto sul lago"
Parlavo pochi giorni fa del potere terapeutico della musica, ed ecco un articolo proprio su questo tema.
Leggo infatti sul "Corriere della Sera" di ieri un interessante pezzo di Elisabetta Andreis intitolato "Curarsi aprendo lo spartito. Il gran potere delle note".
  
Vi si parla del successo della musicoterapia presso varie case di cura - dalla Fondazione Don Gnocchi all'Ospedale San Gerardo di Monza - e della necessità della sua diffusione  dato il numero sempre più consistente di effetti positivi ormai da tempo scientificamente provati.
L'argomento non è nuovo, ma è sempre bello scoprire quanto la musica sappia risvegliare in chi l'ha perduta la consapevolezza delle proprie emozioni e quindi della propria identità profonda. In particolare, nell'articolo si sottolinea il fatto che essa può ridare vita ad un universo di ricordi, riannodare fili, richiamare memorie che costituiscono patrimoni di ricchezza vitale di cui i diversi pazienti tornano in possesso. 
Nel testo si fa riferimento più che altro alle canzoni che - anche attraverso le parole - vanno a suscitare tali memorie toccando di volta in volta quel tasto a cui ciascuno è più sensibile e reattivo. Tuttavia, resta vero che in questo compito è coinvolto tutto il mondo dei suoni e dei generi musicali.
Funziona dai cardiopatici ai malati di tumore, dai disabili a chi è affetto da demenza senile, dai bambini agli anziani. E dalle dichiarazioni dei vari esperti del settore, emerge sempre più chiara la funzione delle note nell'attivare processi terapeutici che migliorano nei pazienti l'umore, la capacità comunicativa e di conseguenza la qualità della vita.

Ma in tutti, anche in coloro che non manifestano particolari patologie e godono di buona salute, le note hanno il potere d'incidere a fondo placando ansie o restituendo energie, come già mi è capitato di sottolineare più volte in vari post.
Allora, proprio a questo proposito, mi piace regalarvi un brano che di una terapia ha tutti i caratteri e l'efficacia.
Si tratta del terzo movimento, "Poco adagio", della "Sinfonia n.4 in Sol maggiore" di Gustav Mahler, pezzo piuttosto lungo e articolato di cui la clip audio riporta solo la prima parte, ma sufficiente - a mio avviso - a farcene percepire tutta la suggestione. 
Bello lasciarsi portare da queste note dal carattere intensamente lirico, consentendo che, per qualche momento, siano esse ad impadronirsi con dolcezza delle redini del cuore e ad accompagnarci nel nostro cammino con passo lento e pacato, al ritmo di un respiro sempre più largo e profondo!
Bello entrare in questa melodia che sale con progressiva intensità orchestrale e sembra introdurci in una dimensione contemplativa, soave e solenne, espressiva e ricca di una molteplicità di colori!
Ci si immerge in essa come in un fiume, sentendosene parte e cogliendo l'affinità profonda fra le note e il tessuto del cuore che ne viene per così dire rigenerato, quasi vi ritrovasse una somiglianza antica: siamo musica che risponde a musica....
Tale è l'atmosfera di quiete da cui siamo pervasi insieme alla percezione d'infinito che - in alcuni tratti - sembra di ripercorrere i versi leopardiani per addentrarsi nei "sovrumani silenzi" di cui parla il poeta, senza tuttavia contraddizione alcuna perchè è proprio la musica a guidarci verso la dimensione del silenzio.
E l'infinito che le note di Mahler ci fanno percepire non genera sgomento, ma solo dolcezza.

Buon ascolto!

lunedì 18 maggio 2015

Maggio veronese

E' stata Verona, città ricca di storia, arte, musica e cornice di una delle più struggenti vicende d'amore di ogni tempo, ad accogliere il tradizionale incontro blogger di primavera che ha visto riunita l'ormai consolidata brigatella di amici, più qualche graditissima new entry.

Il piccolo raduno - già iniziato al sabato per chi poteva con visita alla città e cena - ha avuto il suo clou la domenica con passeggiata (lunga) al mattino, pranzo sontuoso e passeggiata (più breve...) al pomeriggio, il tutto inframmezzato da un gran fervore di conversazioni e qualche risata. 
Un copione ormai consueto - ma non per questo meno piacevole - e arricchito da una sempre più intensa gioia di ritrovarsi, insieme a un pensiero per gli amici che stavolta non hanno potuto essere presenti ai quali diamo appuntamento per il prossimo autunno.
L'itinerario non ha preso in considerazione solo le mete tradizionali come l'Arena, Piazza delle Erbe o Piazza del Signori; non solo il centro storico e il ponte di Castelvecchio, ma....vedete il panorama della foto a lato ??? Splendido vero???
E' qui che, in qualità di padrone di casa, ci ha condotto Luigi del blog "luce sepolta". 
Attraverso un percorso pensato con certosina precisione di tempi, ci ha portato infatti alla scoperta della Verona più affascinante, fatta non solo dei luoghi più frequentati e famosi, ma anche degli angoli più riposti nel verde, tra fioriture di rose e profumatissimi gelsomini. 
Una passeggiata incantevole che, complice la bella giornata, ci ha condotto alla collina di Castel San Pietro, itinerario del quale Luigi ha scandito il percorso - e le rampe di scale - come fosse un bravo insegnante che, con pacata autorevolezza, sa portarsi dietro tutti, compresi gli allievi più recalcitranti (e per questa volta non faccio nomi!...).
  
Ma anche nel pomeriggio, é stato bello andare alla scoperta di angoli della città decisamente suggestivi: stradette tranquille, cortili pieni di silenzio e palazzi di antica signorilità dalle facciate dipinte e dalle finestre goticheggianti: una meraviglia!!!
Davvero quindi un incontro all'insegna dello splendore delle cose viste, dello star bene inseme e di quella condivisione sempre più profonda che consente di parlarsi a cuore aperto nel segno della vera amicizia.
E sul treno di ritorno, riguardando il badge che - come sempre, nella sua perfetta organizzazione - Ambra aveva puntualmente preparato per ogni blogger partecipante, mi sono ritrovata piena di gratitudine per il sorriso e la schietta cordialità di ciascuno.
  
Allora, proprio sull'onda di questa gratitudine, vi regalo un brano di musica nella speranza che vi piaccia.
Trattandosi di Verona, ero tentata di postare un pezzo dal "Romeo e Giulietta" di Prokofiev o da "I Capuleti e i Montecchi" di Bellini. Tuttavia, le musiche mi sono parse intrise di una malinconia e talora di una drammaticità non proprio in sintonia con la gioia e la piacevolezza del nostro incontro.
Allora ho optato per il brano che segue che, pur essendo pervaso da intenso romanticismo, ha la leggerezza gioiosa di una danza.
Si tratta del "Valzer in do diesis minore op.64 n.2" di Chopin che forse molti ricorderanno anche di aver suonato, ma che qui riporto non nella versione per pianoforte solo, ma in quella orchestrale predisposta in seguito da Alexander Glazunov per il balletto "Le silfidi".  
Trovo che questa versione esalti la ricchezza e la varietà di temi del brano: ogni singolo strumento infatti si fa voce particolare che ne sottolinea ora il ritmo, ora la delicatezza romantica, in un movimento che, pur nella soavità melodiosa del suono, va facendosi sempre più trascinante.

Un valzer che mi richiama alla mente l'immagine forse più dolce che mi ha lasciato la giornata veronese: Anna del blog "GLI ULTIMI"  che improvvisa un passo di danza insieme al figlio Michele: un'immagine di libertà e respiro, di levità e gioiosa leggerezza.

GRAZIE e buon ascolto!

lunedì 11 maggio 2015

Note come carezze....

Mi è capitato, in questi ultimi tempi, di rivedere in tv alcuni vecchi film e, in taluni casi, di apprezzarli maggiormente rispetto alla prima volta.
La possibilità di ripercorrere a distanza di tempo una pellicola può essere infatti fonte di nuove emozioni, cosa che del resto accade anche con la lettura di un libro, l'ascolto di un brano di musica o la fruizione di un dipinto.
Tuttavia il linguaggio cinematografico, di per sè più complesso e articolato, è per me quasi sempre occasione di rinnovato interesse e, rivedendole, capita che riesca a gustare anche pellicole che magari in passato non mi avevano destato particolare entusiasmo.

Confesso che - al di là della trama, della costruzione dei personaggi, dell'ambiente, della recitazione e via dicendo - uno degli elementi chiave che mi consente di entrare nel vivo di un film e me ne suggerisce una più profonda comprensione è la colonna sonora, ed è quasi automatico che sia essa a catturare per prima la mia attenzione.
Ne parlavo già tempo fa, sottolineando il ruolo e la straordinaria capacità delle note nel commentare immagini, nel suggerire e interpretare, dando ampiezza e rilievo ad una sequenza filmica con un linguaggio che ci raggiunge in modo immediato.

Penso tuttavia che la musica sappia arrivare ancora più a fondo, andando a svelare la bellezza insita in una storia - e dunque nel nostro vivere - anche quando essa non è subito evidente e facendola emergere da qualunque situazione, comprese quelle più contraddittorie o impensate.
Ho in mente - a questo proposito - alcune famosissime colonne sonore che parlano più di tanti discorsi o immagini, completando il senso di ciò che vediamo e facendo affiorare un tale universo di emozioni che, senza quel particolare commento musicale, un film non sarebbe più lo stesso.

Le citazioni potrebbero essere tante, ma due esempi mi sono sempre parsi più significativi di altri: la "Passione secondo Matteo" di Bach nel film "Accattone" di Pierpaolo Pasolini, e l' "Adagio" di Barber nelle sequenze conclusive di "Platoon" di Oliver Stone. Brani certo differenti, eppure entrambi intrisi di sacralità - non dimentichiamo che il pezzo di Barber diventerà un "Agnus Dei" - e che con questo loro afflato vanno tuttavia a commentare una realtà umana degradata e violenta.
Ma l'effetto che in apparenza potrebbe risultare stridente, diventa invece rivelatore, il contrasto diventa luce, come uno sguardo che fa emergere da quell'umanità un desiderio di riscatto, quasi l'abisso della miseria contenesse implicita un'invocazione di pietà che la musica coglie facendola affiorare.
Questa musica infatti ci aiuta a leggere la bellezza anche dove non ce l'aspetteremmo, ce la fa scoprire per risvolti inattesi, magari scavando al fondo di vicende di tragica violenza e svelando, dietro la fragilità dell'uomo, il suo inesausto bisogno di Essenziale.

Non si tratta di rinunziare a chiamare le cose col loro nome: la musica non mette maschere e non nasconde. Ma mirabilmente conduce all'origine di ogni gesto - o di ogni rabbia - svelando il desiderio di amore che abita il cuore di ciascuno, desiderio spesso tradito e contraddetto, nascosto e negato, ma vero come l'estrema verità che ci fa esseri umani.
E' questa - almeno così a me sembra - la radice profonda che talora la musica va a toccare. 

Allora essa non può non lasciare un segno in chi ascolta, come il brano di Ennio Morricone che vi propongo oggi, tratto dalla colonna sonora scritta dal compositore per il capolavoro di Sergio Leone "C'era una volta in America". 
Una musica che - come la vicenda narrata dal film - riflette una storia di umanità a tutto tondo che ci parla di amicizia, memoria, nostalgia, delinquenza, tradimento, delusione, ma soprattutto amore: inarrivabile e perduto, capace di tradursi in violenza, ma anche in afflato lirico.
Non una storia romantica, ma uno specchio di vita con le sue contraddizioni, come contraddittoria è la personalità del protagonista, fragile e talora grandioso, eroico e al tempo stesso brutale. E di questa vita la musica ci restituisce ogni dimensione andando a leggere, nelle pieghe della vicenda e nel cuore di personaggi, quella tormentosa nostalgia che ce li fa vicini.

Una storia sulla quale le note del famosissimo "Tema di Deborah" che qui vi propongo, si aprono come uno sguardo dall'alto, come carezze d'indicibile soavità. 

Buon ascolto!

domenica 3 maggio 2015

Siamo tutti quindicenni !

Già altre volte, in passato, mi è capitato di parlare del potere terapeutico della musica e di quanto essa agisca come catalizzatore capace di creare in noi reazioni e mutamenti, trasformando e plasmando le nostre emozioni.

Ma trovo che essa non sappia semplicemente rasserenare o rinfrancare, sanando ferite o ricomponendo il tessuto del cuore. Proprio per la sua capacità di pacificare interiormente, sa anche ringiovanirci dentro, aprendoci a uno sguardo nuovo su noi stessi e sulle cose.

Ci regala così uno spirito verdeggiante, ricco di germogli sorprendenti e inaspettati anche dopo il più rigido inverno perchè - se glielo permettiamo - essa ci raggiunge nel profondo dandoci forza, sorriso, amore per la vita e talora anche sete. Certe musiche, infatti, placano in noi una sete ma al tempo stesso l'accendono, come se comprendessimo che la sorgente a cui attingiamo è solo una scintilla, il rivolo di un fiume ben più grande e infinito.
Questo non soltanto perchè il numero dei compositori e delle loro creazioni è immenso, ma perchè tanti brani - ciascuno a suo modo - ci conducono verso quella musica del cosmo che risuona in un angolo profondissimo dell'universo e di noi stessi, lasciandocene la nostalgia.
E quando giungiamo a percepire la corrispondenza tra il tutto e il frammento, a cogliere il legame tra l'immensamente grande e il piccolo, insieme al fascino delle note riscopriamo in noi anche i palpiti di una giovinezza senza fine.
Sì, la musica sa ringiovanire il cuore di tutti: da chi la compone a chi la esegue, da chi l'ascolta a chi la canta. E cantare significa entrare in essa non solo con la mente e con l'anima, ma con ciò che ci è fisicamente più vitale come la voce e il respiro.

Allora, per addentrarci nel suo splendore in modo ancor più vivo, vi regalo un brano di Georg Friederich Haendel (1685 - 1759), compositore dallo stile spesso festoso e fastoso - e la "Musica sull'acqua" o la "Musica per i reali fuochi d'artificio" ne sono un esempio - ma anche ricco di grande intimità come in tante arie a cominciare dal famosissimo "Largo".
Quello che desidero condividere con voi oggi è il coro "Let their celestial concerts" che conclude l'oratorio "Samson" (HWV 57), una pagina fatta di architetture musicali scintillanti e leggere che, in certi passaggi, possono ricordare il celeberrimo "Hallelujah" dal "Messiah".
Insieme a un'atmosfera di solennità, infatti, la musica di Haendel è spesso attraversata da una vena di profondissima gioia che - come in questo brano - risplende nello spessore della polifonìa, restituendoci un cuore giovane e uno sguardo di più luminosa speranza.

E a proposito di giovinezza, mi piace concludere riprendendo l'espressione usata dal maestro del coro parrocchiale di un paesetto vicino che da qualche tempo ho iniziato a frequentare. 
Forse perchè vede l'età non sempre verde dei componenti, sottoscritta compresa, prima che cominciamo a cantare ci esorta così:
  "E ricordate che siamo tutti quindicenni!!!"
Il che significa: attaccate coraggiosamente senza incertezze, state a tempo, seguite il ritmo, rispettate i diminuendo senza rallentare e insieme alla voce metteteci la mente e il cuore, freschi come ragazzini!

Appunto! La musica fa scaturire energia e sorriso, entusiasmo ed ebbrezza  soprattutto quando il canto ci conduce al suo interno ringiovanendoci dentro....e speriamo anche fuori!!!

Buon ascolto!

venerdì 24 aprile 2015

Semplicità

Aprile volge quasi al termine, ma il mio calendario - ancora una volta! - resta caparbiamente aperto sul mese scorso, nè so decidermi ad aggiornarlo.
Faccio un po' fatica infatti a rinunziare all'immagine che vedete qui a fianco, con quel viola intenso dei campi di lavanda che m'illumina gli occhi e il cuore ogni volta che vi passo davanti.
E' il mio calendario provenzale di cui ho già parlato tempo fa, che raffigura casolari di pietra, campagne verdeggianti, fiori e frutta, l'abbazia di Sénanques - per quella però, abbiate pazienza, dovete aspettare qualche mese! - e molto altro ancora.

Adoro il viola di questa foto: ferisce e al tempo stesso riempie lo sguardo ed è bello scoprirlo al mattino, in alto sul muro bianco della cucina, quando il sole me lo illumina esaltandone la vivacità.
Ma amo anche il contrasto col verde rigoglioso della vegetazione circostante e il grigio chiaro della casa che ha finestrelle tra l'azzurro e il lavanda, tendine fantasia blu di Provenza e - ingrandite la foto! - dei fiori e un cagnetto sul davanzale. Particolari di un paesaggio vivo e rasserenante, di un luogo tranquillo in cui riposare lo sguardo, segno di una vita attenta al gusto e alla bellezza della semplicità, come il lindore di quella pietra chiara marezzata di ombre sotto la folta chioma dell'albero.
E mi rendo conto ancora una volta che è proprio la luce, con le sue variazioni, a dare forma e rilievo a ciò che abbiamo intorno, conferendo smalto ai colori della natura così come agli oggetti quotidiani, facendone emergere la solarità, ma anche la freschezza e il fascino. Proprio come quest'angolo di paesaggio che ci offre un ambiente di pace, una cornice semplice e serena insieme a quel viola lumeggiato di sole in cui affondare lo sguardo e l'anima.

Allora, in sintonia con quest'immagine, oggi desidero regalarvi un brano di Mozart tra i più ricchi di soavità, nel suo alternarsi di luci ed ombre e nella limpida semplicità della sua melodia.
Si tratta del quarto movimento, "Adagio", dal "Divertimento n.15 in Si bemolle maggiore K.287".  
Un Adagio regala sempre un senso di soavità, ma questo in particolare, oltre alla sua leggiadrìa, riecheggia tanto altro Mozart e non solo.
Frutto del compositore appena ventunenne, il pezzo infatti ha in sè la dolcezza di altri tempi lenti già composti o ancora da venire come - ad esempio - quelli dei "Concerti per violino K. 218, K.219 e K.211" richiamati nella conclusione di certi passaggi. Ma vi si può ritrovare anche la luminosità del "Concerto per clarinetto K.622", o ancora la pace assolutamente terapeutica della "Serenata Gran Partita K.361" soprattutto nel suo terzo movimento.
Ma il clima che questo pezzo ci regala può anche ricondurci, in qualche breve squarcio, alle atmosfere intime e ombrose di certi quartetti di Haydn.

E' la semplicità mozartiana a dominare, miracolo di equilibrio tra profondità e leggerezza, una semplicità che non ignora la complessità spesso sofferta dell'esperienza umana, ma che dal suo abisso risale facendola fiorire con sorridente consapevolezza e sublime distacco.
La melodia esordisce nitida come una finestra aperta verso un mondo di serenità, e prosegue segnata dal canto pieno del violino e dal sommesso ritmo dei pizzicati cui gli archi danno spessore. Ne deriva un'aria marezzata di luci ed ombre, ricca di limpida gioia e tuttavia punteggiata qua e là di malinconia com'è lo sguardo di Mozart.
Note semplici e intense che ci aiutano a leggere la vita con gli occhi della Musica per scorgervi - anche attraverso le ombre - ogni suo segreto splendore.

Buon ascolto!

 

venerdì 17 aprile 2015

Da un genio all'altro...

Ormai lo sapete: ogni tanto mi piace tornare sui miei passi a riconsiderare i brani di musica già pubblicati. 
Così, non posso lasciar passare senza neppure una piccola riflessione i due pezzi postati il Venerdi Santo e il giorno di Pasqua, non perchè le mie parole possano aggiungere anche solo una virgola alla bellezza di certe melodie, ma perchè non riesco a tacere le emozioni che esse mi suscitano.

Comincio da Pergolesi e a colpirmi non è solo l'intensità struggente del suo "Quando corpus morietur", ma sono gli anni che circoscrivono la sua esistenza: 1710 - 1736 ! 
Non è la prima volta che mi capita di tremare scrivendo alcune date: quanti compositori hanno avuto vita breve! Certo, a ciò hanno contribuito malattie, povertà, in taluni casi una vita sregolata, a volte anche la follia...ma resto sempre stupita di fronte a esistenze che, in una breve manciata di tempo, sono state comunque in grado di lasciare un segno immortale. 
Ho in mente per esempio Chopin, Schubert, Bellini, Mozart.....e Pergolesi morto a soli ventisei anni, poco più che un ragazzo!

Siamo talora portati a pensare che la maturità, anche quella artistica, sia frutto dell'età o dell'esperienza e in tanti casi è davvero così. 
Ma il genio è un vento che soffia dove vuole e quando vuole, spalancando a  qualunque età squarci d'infinito nell'anima del compositore e suscitando in lui   la capacità di esprimere la passione che lo ricolma.
E il tempo della giovinezza, tempo di palpiti, ha in sè l'incanto di una sensibilità finissima, di un cuore nudo e stupito di fronte alla bellezza tanto da lasciarsene trafiggere, cogliendo in essa ogni sfumatura di sentimento quasi l'anima l'avesse già attraversato e vissuto.
Il "Quando corpus morietur" dallo "Stabat mater" di Pergolesi, nel suo canto dolcissimo e scuro, nel suo ritmo dolente, mi dà proprio questa percezione.
E mi viene da pensare che se ne sia ricordato Mozart nel "Requiem" - in particolare nelle battute introduttive del "Lacrimosa" - tanto è simile, per così dire, l'ansito delle note, il respiro, il clima in cui esse ci conducono.

Ma vorrei soffermarmi brevemente anche sul luminoso brano che ho postato il giorno di Pasqua per passare - oltre che da un genio all'altro della composizione - da un genio all'altro della direzione: dal giovane Abbado nel pezzo di Pergolesi, a un altrettanto giovane direttore nella "Messa in si minore" di Bach.
Allora per piacere tornate qui, ad osservare il gesto netto e rigoroso di Karl Richter, il suo sguardo di acciaio ma pure capace di addolcirsi nel guidare i singoli coristi, di entusiasmarsi nel cantare con loro vivendo la partitura bachiana dell' "Et resurrexit" con una forza che spalanca il cuore! 
Guardate l'espressività delle sue mani, ora sobria e pacata, ora viva e imperiosa nel dirigere un pezzo che, in certi passaggi, ha l'ampiezza e l'architettura delle Suites per orchestra, mentre altrove ci offre quasi la leggerezza e la vivacità di una danza!
Una direzione che è assoluta gioiosa fedeltà alla precisione dei tempi e allo splendore della musica, come potete osservare anche dal brano che desidero offrirvi oggi. 
Si tratta - sempre dalla "Messa in si minore BWV 232" di Bach - del "Sanctus", composizione lenta e grandiosa nella prima parte in cui le note sembrano declinare il testo in ogni possibile tonalità, ma poi più vivace e animata nella successiva fuga.
E Richter - insieme al Munchener Bach-Chor e alla Munchener Bach-Orchester - ci conduce con le mani, con lo sguardo e con rigorosa passione fino al cuore dell'universo bachiano.

Buona visione e buon ascolto! 

 

venerdì 10 aprile 2015

La rugiada della notte

Prima di passare ad altri argomenti, permettetemi oggi di aggiornarvi sullo stato di salute delle mie primule. 
Ricordate??? 
Sì, proprio quelle di cui ho postato la foto circa un mese fa esattamente qui.

Stante la mia assoluta mancanza di pollice verde come ormai sapete, la sfida era quella di mantenerle in vita il più possibile e - cosa incredibile! - nonostante la chiara incompetenza della sottoscritta, sono sopravvissute. 
Hanno avuto, è vero, un periodo di crisi più o meno dopo una settimana che - si fa per dire - le curavo. Allora, mi sono ricordata del consiglio datomi una volta dalla mamma della mia parrucchiera che vanta da sempre uno splendido giardinetto: rose, gelsomini, giacinti, gerani....e naturalmente primule che, di tempo in tempo, sono una vera e propria gioia per gli occhi. 
"Le primule - mi aveva detto - non vanno annaffiate troppo, ma lasciate fuori, quando la temperatura lo consente, a prendere la rugiada della notte".

Così, invece di tenerle in casa in bella vista sul tavolo del tinello, quando temevo non ci fosse più nulla da fare, le ho messe fuori in un angolo del balcone riparato dal sole, come in una sorta di sala di rianimazione o di terapia intensiva. E lì, al freddo della notte e al tepore del giorno, all'aria di queste mattine ancora rigide, ma anche all'umidità ristoratrice delle pioggerelle primaverili, si sono riprese. 
L'ideale sarebbe forse trapiantarle in un vaso più grande e con altra terra, ma....conoscete i miei limiti, una cosa alla volta!
Insomma, passato il momento di crisi, sono tornate a risplendere superando le mie aspettative e, nonostante i nuovi fiori siano leggermente più piccoli rispetto ai primi, quando li guardo mi regalano ancora luminosità e freschezza.

Certo, ora le mie primule sono diventate un po' timide e non amano più essere fotografate, come una bella donna che non desideri essere vista in veste da camera. Ma mi piace ugualmente questo loro splendore casalingo e mi lascia sempre colma di stupore il modo in cui la natura fa il suo corso continuando il suo prezioso rammendo anche al di là delle nostre speranze.

E mi viene da pensare che non solo per le piante e i fiori, ma anche per gli esseri umani, quando si trovano ad attraversare il buio, possa esistere la rugiada della notte a rianimare e ristorare infondendo nuova freschezza.
Una sorta di carezza notturna che scenda quando la tenebra toglie ogni altra percezione, un silenzioso respiro, un segreto lavorìo simile a quello che cova d'inverno sotto i rami stecchiti degli alberi e darà frutti alla sua stagione.

Per questo, oggi desidero dedicare a voi - e alle mie primule - un brano di musica d'incomparabile dolcezza che certo tutti conoscete: il "Largo" dal "Concerto in fa minore per violino, archi e continuo n.4 op.8 RV 297" di Antonio Vivaldi (1678 - 1741).
Sì!....Proprio l'Inverno da "Le quattro stagioni", nel suo famosissimo secondo tempo qui eseguito dai Solisti Veneti diretti da Claudio Scimone, in una raffinata interpretazione che esalta l'assoluto incanto della melodia vivaldiana. I pizzicati degli archi ne segnano infatti la ritmica in modo sapiente, mentre i passaggi in cui l'aria si fa dolcemente più lenta ci conducono in un'atmosfera sognante, consentendoci di assaporarne ogni sfumatura.

Certo, può risultare anacronistico un richiamo all'inverno ora che siamo già in primavera, ma queste note, lungi dall'essere tristi, scendono in cuore - almeno così a me pare - proprio come una rugiada notturna e una lieve pioggia rigeneratrice. E non solo per il canto del violino solista e il senso di sereno abbandono della composizione, ma anche perchè è nel buio invernale che la natura prepara la primavera e ricama la futura luminosità dei suoi fiori.

Buon ascolto!
  

domenica 5 aprile 2015

Buona Pasqua !!!

Giotto: "Noli me tangere" - Cappella degli Scrovegni, Padova.

 
 




























 
J. S. Bach : "Et resurrexit" dal "Credo" della "Messa in si minore BWV 232".

venerdì 3 aprile 2015

Venerdì Santo

Vincent Van Gogh (1853 - 1890) : "Pietà", Van Gogh Museum, Amsterdam.

























Giovanni Battista Pergolesi (1710 - 1736), "Stabat mater" : 
"Quando corpus morietur".

mercoledì 25 marzo 2015

Soavità


Sto contemplando da qualche giorno - e non riesco a staccarmene - un dipinto che mi ha particolarmente affascinato tra i tanti capolavori del suo autore.

Si tratta dell' "Annunciazione" del Beato Angelico (1395 - 1455) conservata a San Giovanni Valdarno nel Museo della basilica di S.Maria delle Grazie: un' opera incantevole che l'artista ha dedicato al tema dell'Annunciazione insieme a quelle altrettanto famose di Cortona, di Madrid e del Convento di S.Marco a Firenze.
E anche se la definitiva attribuzione di questo dipinto all'Angelico è relativamente recente e risale al 1978 dopo il restauro, da tempo la tavola è giustamente celebrata per il suo splendore.

La composizione ci rimanda a una fase di passaggio tra stile tardo-gotico e primo Rinascimento. Il decorativismo, la cura attenta dei particolari e la presenza della predella sono ancora eredità del passato, mentre la chiarezza dell'impostazione prospettica e la cornice classicheggiante ci parlano già delle novità artistiche del Quattrocento.

Lo spazio del dipinto è bipartito da due grandi arcate, un'architettura nitida all'interno della quale sono incorniciate le figure della Vergine e dell'Angelo, mentre l'apertura a sinistra in un piccolo scorcio ci mostra un giardino - un hortus conclusus simbolo della verginità di Maria - e, nell'angolo in alto, la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre.

Della tavola - per tanti aspetti simile alla pala di Cortona e a quella di Madrid - colpisce subito la raffinatezza: dai panneggi ornati di ricche bordure alla preziosità delle aureole, dal sottilissimo velo di Maria alle ali dell'Angelo, dalla cura dei dettagli alla luminosità dei colori. 
Sono caratteri che andranno gradatamente scomparendo nelle successive Annunciazioni del Convento di S.Marco che risultano più semplici, spoglie e caratterizzate da colori più spenti, come se il pittore ricercasse una progressiva essenzialità, privilegiando la concretezza narrativa rispetto alla decorazione.

Ma al di là della posa di Maria e dell'Angelo, del libro aperto sulle ginocchia della Vergine, della colomba dello Spirito Santo e della finestrella nel vano restrostante - elementi che appartengono alla tradizionale iconografia del tema dell'Annunciazione - ciò che mi colpisce è proprio la figura della Vergine.

E' il suo viso ad affascinarmi: soavissima infatti la sua espressione che unisce stupore a sgomento, pudore a una lontana tristezza, lievissima ritrosia ad ascolto, con quell'attitudine pensosa che accomuna lo sguardo di Maria a diverse altre rappresentazioni di questo tipo. 
Una figuretta delicata e leggera come il suo velo o come quelle mani dalle dita affusolate, eppure ferma nel suo viso ancora fanciullesco e insieme consapevole. 
Una raffigurazione di soffusa dolcezza che desidero commentare con una musica di altrettanta soavità.
Ho letteralmente contato le ore pregustando la gioia di regalarvi qui - proprio oggi, nella ricorrenza dell'Annunciazione - questo brano così capace di riempire l'anima.
Le note che desidero condividere con voi sono quelle dell' "Et incarnatus est" dal "Credo" della "Missa in angustiis", famosa anche come "Nelson Messe" di Franz Joseph Haydn (1732 - 1809).

Si tratta di uno dei pezzi più suggestivi dell'intera composizione, che alterna passaggi delicatissimi ad altri più fortemente drammatici, squarci solistici di straordinaria bellezza ad intense aperture corali e orchestrali.
Incantevoli note con le quali il compositore austriaco, ai tempi difficili e alle afflizioni della sua epoca (in angustiis), oppone il culmine della soavità. 
Uno splendore sottolineato anche dalla voce della solista Margaret Marshall, dolcissima nella levità dei suoi crescendo e nelle sue modulazioni.

Buon ascolto!

giovedì 19 marzo 2015

Armonia imitativa

Nella sua multiforme ricchezza di stili e ispirazioni, la musica - nel corso del tempo - non ha avuto unicamente lo scopo di divertire, celebrare, dar voce a vicende d'amore o di morte, divenire terreno di preghiera o esprimere quell'infinita varietà di sentimenti e passioni che abita da sempre il cuore umano. 
Tanti compositori di ieri e di oggi, infatti, hanno rivolto la loro attenzione anche alla natura, cercando di descriverla e imitarla nei suoi ritmi e nei suoi fenomeni, dai più appariscenti ai più piccoli - dalla tempesta al verso di un animale, dallo scorrere dell'acqua al soffio del vento - riproducendone in note gli aspetti più toccanti e suggestivi.

Il passare del tempo con l'alternarsi delle stagioni è stato più volte oggetto di composizioni musicali: dalle celeberrime "Quattro stagioni" di Vivaldi all'oratorio "Le stagioni" di Haydn, dai dodici pezzi per pianoforte di Tchaikovsky ispirati ai mesi e raccolti sempre sotto il titolo di "Stagioni", fino alla "Sagra della primavera" di Stravinsky, e via dicendo.
Per non parlare poi dei brani dedicati al fragore del temporale, alla luna, al mare, al fuoco o alle suggestioni della foresta. Da Beethoven a Debussy, da De Falla a Schumann tante potrebbero essere le citazioni, senza dimenticare Smetana che, con la sua famosissima "Moldava", ci racconta in note lo scorrere di un fiume dalla sorgente alla foce.
Si tratta di brani ricchi di un'armonia imitativa tesa a ricreare soprattutto delle atmosfere, anche se occorre precisare che in taluni autori - per esempio in Debussy - la percezione dei fenomeni naturali va oltre il piano puramente  descrittivo per restituirci un paesaggio più che altro interiore.

In altri casi tuttavia, la musica si sofferma più particolareggiatamente su suoni ben precisi e determinati, riproducendo per esempio il verso o l'incedere degli animali. Basti ricordare Rimskij-Korsakov col suo famosissimo "Volo del calabrone", Saint-Saens con "Il carnevale degli animali" o Prokofiev con "Pierino e il lupo", composizioni nelle quali sono proprio i singoli strumenti musicali ad imitare i caratteri dei vari protagonisti.
  
Ma è stato forse il canto degli uccelli a suggestionare più frequentemente i diversi autori spingendoli a ricrearne in note la vivacità o la malinconia, il timbro melodioso così come i trilli più acuti. 
Due soli esempi, per non dilungarmi: Vivaldi col "Concerto in La maggiore RV 335" detto "The Cuckoo" ed Haendel coll'ancor più famoso "Concerto per organo in Fa maggiore N.13 HWV 295" detto "The Cuckoo and the Nightingale" che - se volete - potete ritrovare qui nel suo Allegro iniziale.
 
Allora oggi, proprio sull'onda di questo argomento, vi propongo un pezzo di Louis-Claude Daquin (1694 - 1772), compositore parigino virtuoso dell'organo e del clavicembalo, ma rinomato anche per la sua fama d'improvvisatore.
"Le coucou" che trovate qui di seguito è uno dei suoi brani più famosi, oggetto - tra l'altro - di numerosissime trascrizioni e arrangiamenti. 
Si tratta di un rondò in mi minore, un piccolo pezzo di bravura perfettamente ritmato, costruito in modo da imitare proprio il canto regolare di un cùculo. 
L'andamento è veloce e per quanto la tonalità d'inizio ci restituisca un clima di malinconia, questa poi si stempera e la melodia s' illumina di gioia nel vivacissimo prosieguo del brano.
E mi piace regalarvelo in doppia versione: la prima per pianoforte e la seconda per chitarra, due diversi strumenti che danno differente risalto alla composizione facendone emergere tutta la bellezza e la versatilità. 
Dolce e melodioso il suono del pianoforte con il canto che affiora evidentissimo ora dalla mano sinistra, ora dalla destra; più scattante quello della chitarra che ci affascina anche grazie all'abilità e alla sincronia dei due interpreti. 

Buon ascolto!

mercoledì 11 marzo 2015

Un asteroide fiorito di primule

Mi sono comprata le primule. 
Un po' in ritardo sulla mia consueta tabella di marcia, è vero, ma quest'anno va così...

Di solito, me le prendo almeno un mese prima, appena le vedo occhieggiare nelle vetrine dei fioristi o al mercato.
Ma non si possono acquistare in un momento qualsiasi tanto per averle. Per goderne in pieno la bellezza, devi sentirteli dentro quei colori - il giallo, il viola, la luminosità del fucsia o del bianco - come un abito a tinte vivaci che indossi se nel cuore ti senti in primavera, altrimenti resta un'esteriorità che può servire certo, ma non più di tanto. Insomma....adesso le ho comprate.

Sono tornata a casa tenendo il mio sacchetto come un piccolo tesoro e le ho sistemate, come sempre, nella fioriera bianca e blu, sul tavolo chiaro del tinello davanti alla finestra. Da lì mi guardano e, mentre spero che durino a lungo a dispetto della mia ormai risaputa mancanza di pollice verde, penso ancora una volta a quanto il loro splendore, anche solo per brevi istanti, sappia punteggiare di luce la mia giornata.
Brevi istanti e piccole cose, certo, capaci però di farci sorridere dentro e di aiutarci ad alimentare i nostri sogni, magari proiettandoli insieme a una musica in una dimensione d'infinito.

Allora mi piace associare a questo momento di gioia un brano di Giovanni Allevi preso da "Love", il suo recentissimo cd per pianoforte solo.
Si tratta di "Asteroid 111561", pezzo dedicato a un vero e proprio asteroide in orbita attorno al Sole e situato tra Marte e Giove, che la NASA ha intitolato al compositore marchigiano.
E' un brano tutto arpeggiato, un gioiellino di entusiasmante leggerezza che si snoda irrefrenabile dalle ottave più alte a quelle più basse dello strumento: una trascinante rincorsa nella quale Allevi trae dal suo pianoforte tocchi delicatissimi, ma anche sonorità dall'ampiezza quasi orchestrale. 

Lontanissimo dalla percezione di un ignoto oscuro, segnato da un clima di cupa minaccia come in certi film di fantascienza, il compositore ci conduce qui in un mondo festoso, dove gli spazi siderali sono gioisamente solcati dal piccolo asteroide, lanciato in una sorta di danza tra le meraviglie del creato.
Bello l'intrecciarsi del tema con le progressioni bachiane e suggestivo anche il punto in cui - proprio nel cuore di questo spazio, scandita da poche note basse - per qualche istante la musica rallenta, quasi un invito a un attimo di silenzioso stupore nello sgomento del vuoto siderale.
Ma è uno sgomento che non intimorisce e - forse perchè il brano è ancorato alla positiva e terrena tonalità di Re maggiore - quella che ci comunica è la percezione di un infinito sorridente e familiare. 

Un asteroide - dimensioni a parte - è praticamente un sasso, ma il compositore ha dichiarato in un' intervista di immaginarselo coperto da una natura rigogliosa. E anche a me piace pensarlo così: verdeggiante come un giardino e magari tutto fiorito di primule!
Allora, sull'onda delle note possiamo sbrigliare la fantasia e, nello spazio sconfinato simile ai sogni che portiamo in cuore, volare sul nostro asteroide, piccolo mondo alieno colorato di felicità dove rifugiarci per qualche momento - giusto il tempo di questa breve composizione - a far provvista di gioia e di sorriso.

Buon ascolto!