giovedì 5 giugno 2014

Giovani di ieri e di oggi

Sappiamo tutti che una delle caratteristiche di chi può essere definito "genio" è la precocità, la capacità di rivelare già da giovane, se non addirittura da bambino, abilità e talento che sarebbero straordinari forse anche in un adulto. 
E mi ha sempre colpito il fatto che diversi autori - e qui parlo naturalmente di musicisti - abbiano composto veri e propri capolavori tra l'adolescenza e la giovinezza, intorno a quei vent'anni - ma talora anche prima - che sempre parlano di speranze, di passioni, di freschezza o di tempestosa irruenza.

Ciò non significa affatto che il cammino successivo verso l'età adulta non abbia valore e che l'esperienza acquisita poi nell'evoluzione  esistenziale e artistica non costituisca una ricca e sfaccettata risorsa interiore destinata ad alimentare l'ispirazione. Tant'è vero che, nel percorso di un artista, le opere della maturità sono spesso contrassegnate da profondo spessore o da nuove aperture.
Tuttavia, resta il fatto che svariati compositori hanno scritto ancora giovanissimi alcune delle loro più celebrate creazioni nelle quali hanno profuso una parte non indifferente del loro genio.
Basti pensare a Mozart e ai suoi cinque incantevoli Concerti per violino: K.207, K.211, K.216, K.218 e K.219, composti nel giro di pochi mesi nel 1775 e cioè quando l'autore aveva solo diciannove anni!
Ma talenti precoci furono anche Rossini, Paganini - solo per citarne alcuni - e numerosissimi altri grandi del mondo delle note. 

Certo, in molti casi si tratta di autori che hanno - per così dire - respirato musica già in famiglia, essendo nati da genitori musicisti e in mezzo a fratelli avviati a loro volta allo studio di uno strumento. Tuttavia, al di là di questo terreno decisamente favorevole, è fondamentale l'insopprimibile desiderio espressivo che li ha mossi spesso nell'impeto di un'età ancora adolescenziale.
Ci si rende conto di ciò se si considera, per esempio, che Bach scrisse il corale "O Gott du frommer Gott" poco più che quindicenne e, se parliamo di Chopin, scopriamo che debuttò come compositore a soli diciassette anni.

E arriviamo a Chopin, appunto. 
E' lui che oggi desidero proporre all'ascolto con il primo movimento, "Allegro maestoso", del "Concerto n.1 in mi minore op.11 per pianoforte e orchestra" qui diretto dal compositore Krzysztof Pendereckj insieme all'Orchestra Filarmonica di Varsavia.
Ho scelto proprio questa clip video perchè mi piace l'idea che sia un autore polacco a dirigere la musica di un altro autore polacco, ma anche che sia un giovane a interpretare un altro giovane.
E' infatti sulle mani del pianista che si concentra la mia attenzione: il russo Daniil Trifonov, classe 1991, esponente di quella splendida generazione di solisti che stanno emergendo come astri nascenti in taluni casi del pianoforte, in altri del violino e via dicendo.

In questo caso, il giovanissimo interprete si misura con il capolavoro di un compositore - in fondo - coetaneo, se si pensa che il concerto che propongo è stato registrato quando Trifonov stava per compiere vent'anni e Chopin ha scritto i suoi concerti per pianoforte più o meno alla stessa età.
E il genio del musicista polacco si esprime qui con freschezza e intensità senza pari, come quelle che solo la giovinezza sa regalare e che Trifonov fa sue con altrettanta passione, entrando nella partitura e rivivendola ora con decisa irruenza, ora con delicatezza e intimità.

Ma si tratta di un concerto che ha segnato anche la mia giovinezza.
La scoperta di Chopin, infatti - all'alba, questa volta, dei miei vent'anni - più che attraverso altri pezzi, coincide proprio con l'ascolto dei due concerti per pianoforte. 
A dire il vero, all'inizio la mia passione è andata tutta per il secondo, quell'incantevole op.21 di cui - se lo desiderate - potete ritrovare il Larghetto qui.  Ne ero talmente attratta che - come spesso mi capitava - lo ascoltavo in continuazione. Ma il suo splendore mi ha poi ricondotto al primo che ho cominciato ad apprezzare proprio dal movimento iniziale.

Si tratta di un brano che alterna sonorità grandiose - è giustamente un Allegro maestoso - a melodie più dolcemente cantabili. 
L'esordio è costituito da una lunga introduzione orchestrale ricca d'intensità tesa a preparare l'entrata del solista che, a sua volta, riprende il tema esposto dall'orchestra declinandolo in registri di vigoroso virtuosismo, ma anche di incantevole dolcezza espressiva. 
Uno Chopin giovanissimo, ma già intenso e compiuto nella sua profondità capace di superare il tempo, e insieme nella sua ricerca di equilibrio tra serenità e malinconia, intimità e irruente passione, così come nel suo scandagliare e restituirci ogni sfumatura dell'anima.

Buon ascolto!
(La clip video riporta solo la prima parte del brano, qui ritrovate la seconda: www.youtube.com/watch?v=NyGW7Uq0GoY. )

mercoledì 28 maggio 2014

Angoli di Sicilia

Castello di Donnafugata
Finalmente, dopo una serie di attese e d'incertezze, ho avuto la



possibilità di trascorrere qualche giorno in giro per la Sicilia, alla scoperta di alcune sue bellezze naturali e artistiche.





A dire il vero, dovrei dire la mia Sicilia perchè - benchè sia nata e vissuta sempre al nord - le mie radici sono là, tra il mare e gli agrumeti, tra pistacchi e fichidindia, in mezzo ai telamoni lugubri di cui parla Quasimodo in una delle sue poesie per me più affascinanti.

Ragusa: Duomo
Il mio itinerario si è limitato però alla zona che da Catania si stende verso Siracusa e poi giù fino alla punta, tra piccoli gioielli barocchi come Noto e Scicli, Ragusa e Modica, senza dimenticare tuttavia lo splendore del passato greco-romano dell'isola, dalla Valle dei Templi di Agrigento alla Villa del Casale di Piazza Armerina.


E' una Sicilia non facile da raccontare. Mi porto dentro infatti sensazioni, colori, profumi, ma anche sapori di tale suggestione che parole e immagini non bastano a tradurre: dal silenzio raccolto e commosso davanti alla tomba di Vincenzo Bellini nel Duomo di Catania, all'animato vociare del mercato del pesce, vera full immersion nel colore locale; dal mare luminoso di Siracusa, alla progressiva arcana penombra delle latomie e dell'"Orecchio di Dionisio"

Ma mi restano impresse anche le
Modica : Duomo
scenografiche scalinate che conducono al Duomo di Ragusa e di Modica fino a quella di Caltagirone ricoperta di maioliche
, così come le storie ascoltate dalle guide che narrano di santi e processioni tradizionali, di ville romane e chiese rupestri.
Aspetti diversi di una Sicilia dai mille volti: dalle vecchie botteghe ricavate ancora oggi da antiche grotte a Scicli, a dimore sontuose e aristocratiche come il Castello di Donnafugata; da una ricchezza umana fatta di grande ospitalità e da un vivo senso di intraprendenza, a una visione della vita venata invece da una punta di rassegnato scetticismo.

Scicli: chiesa rupestre.
Penso allo splendido recupero della cattedrale di Noto dopo il crollo della cupola, ma anche al Duomo di Agrigento da anni ormai in attesa di opportuni restauri. 
Penso alla competenza e alla passione con cui le guide illustrano chiese, palazzi e vicende storiche. 
Ma ho in mente anche la simpatica signora che a Scicli mi ferma per strada per chiedermi "D'unne venite?", e alla mia risposta sgrana occhi meravigliati dicendomi "Accussì luntanu....E cche ci facite ccà?" come se, a suo dire, il paese fosse privo di qualunque attrattiva.

E attraversando poi campagne talora brulle, ma più spesso fitte di colture ben ordinate, incontrando indicazioni di paesi come Lentini, Francofonte o Licodìa, impossibile non pensare al Verga, alle immense piantagioni di Mazzarò e ritrovarsi quasi negli stessi panni del viandante che le percorre sotto la calura del meriggio tra siepi di fichidindia e sughereti grigi.

Noto: balcone di Palazzo Nicolasi
Scicli: S.Giovanni
E poi il barocco di palazzi e chiese, così diverso da quello che s'incontra altrove: talora più severo, talaltra più opulento, un barocco unico al mondo oserei dire, per quell'arenaria dai toni chiari e insieme caldi, resa ancor più luminosa dal particolare azzurro del cielo e dalla splendida vegetazione mediterranea che le fa da cornice.
Ma sono anche le decorazioni a rendere le architetture affascinanti in ogni dettaglio: dai ferri battuti simili a pizzi, fino alle balconate sontuose nelle loro mensole scolpite e direi quasi lussureggianti, come i fiori blu di jacaranda e gli agrumeti già carichi di frutti che costellano le campagne e i viali di città.

Agrigento: Tempio di Hera Lacinia
E infine la Valle dei Templi, alta sul mare, tra mandorli e ulivi nella brezza del mattino, oasi d'incanto senza tempo da percorrere in silenzio, lasciando riaffiorare dal cuore i versi di Quasimodo in "Strada di Agrigentum".  
Pietre vivissime ancora oggi nella loro armonia, nonostante il contrasto stridente con la collina accanto sulla quale s'innalzano i palazzi di Agrigento frutto di una sconsiderata speculazione edilizia.

Agrigento: Tempio della Concordia
Eppure anche questo ai miei occhi non è privo di una sua particolare attrattiva: è la vita ieri e oggi con le sue contraddizioni. 
Ma dall'alto della città, un impagabile panorama si apre fino alla striscia verde-blu del mare: la piana in mezzo alla quale, in contrada Kaos - con la kappa, come precisa la guida - è nato Pirandello e in fondo Porto Empedocle.....dov'è nato anche mio padre.

Mancherà l'Etna a completare il quadro di questa meraviglioso angolo di Sicilia: riusciremo a vederlo uscire dalla foschia solo ripercorrendo la strada verso Catania, alto sulla piana e incappucciato da una nube di vapore. 

Il mare a Siracusa
Dall'aereo del ritorno - poco dopo la partenza - riesco a scorgere però lo stretto di Messina, la città e più su, ancora più vicina alla Calabria, la punta di Ganzirri, luoghi che ho conosciuto da sempre attraverso i racconti di mia madre che lì è nata e ha trascorso la giovinezza. 

Poi l'aereo prende quota e ci porta via inesorabile, sempre più alto sul Tirreno incontro a una bianca barriera di nuvole, verso la mia pianura disseminata di pievi romaniche. 
E resto con in cuore quel verso di Ungaretti che sempre mi risuona ad ogni distacco: "E come portati via / si rimane".

Ma per tornare alla musica, mi sembra bello commentare le immagini che vedete con un brano del catanese Vincenzo Bellini (1801 - 1835). 
Vien quasi da tremare scrivendo queste date - come peraltro quelle di altri autori romantici come Schubert e Chopin, solo per citarne alcuni - ma trentaquattro anni sono davvero pochi e chissà quanta altra musica il compositore ci avrebbe regalato se fosse vissuto più a lungo! 

Parlando di Bellini, il primo pensiero va alla "Norma" con la sua romanza più famosa, "Casta diva", interpretato naturalmente dalla Callas: è un brano che ho già pubblicato tempo fa e che, se volete, potete ritrovare qui. 
Così, ora della stessa opera ho scelto l' "Ouverture", anche perchè mi pare sommi in sè una varietà di temi e caratteri diversi: sono toni ora irruenti e tesi, ora decisamente più lirici; ora marziali, ora pervasi da dolcezza e limpida serenità.
Un insieme di passionalità e di fremiti che possono ben rappresentare gli aspetti così eterogenei dell'anima di Sicilia.

Buon ascolto!





 

martedì 20 maggio 2014

Dolcissimo Schumann....

Renoir: "Fanciulle al pianoforte" - Parigi, Museo d'Orsay.
Probabilmente, chi studia pianoforte, nei suoi primi approcci alla musica, avrà accostato diversi brani che famosi compositori del passato hanno dedicato proprio ai principianti. 
Sono pezzi a volte indirizzati ai figli o ai familiari, ma in alcuni casi si tratta di veri e propri album per la gioventù.

Così, grazie a Schumann - forse il più eseguito da questo punto di vista - a Tchaikovsky e a tanti altri autori, senza dimenticare Bach con il suo Quaderno di Anna Magdalena, molti pianisti in erba hanno iniziato a mettersi in gioco sulle pagine dei grandi musicisti, familiarizzandosi con minuetti e polonaise, preludi e rondò.

Sono in genere brani talora piuttosto semplici, ma non sempre così facili come certi titoli inducono a pensare, anche perchè - al di là di una corretta esecuzione - occorre poi una buona capacità interpretativa per riuscire a trarne tutto il fascino che essi ci sanno regalare. E non è detto che una scrittura musicale in apparenza semplice, non nasconda poi difficoltà proprio a livello di interpretazione.

Come spesso accade quando ci troviamo di fronte a un grande, il suo genio si manifesta nelle creazioni più complesse e articolate così come nelle piccole cose. Ed è meraviglioso, per chi è agli inizi, familiarizzarsi con la musica attraverso composizioni che vanno subito a toccare le corde dell'anima in cento modi e sfumature differenti, accendendo quella passione che consentirà poi di affrontare pagine più difficoltose.

Così, oggi voglio pubblicare un dolcissimo pezzo per pianoforte di Robert Schumann (1810 - 1856): il "Piccolo studio in Sol maggiore op.68 n.14" tratto dal suo Album per la gioventù nel quale questo splendido gioiellino è inserito proprio nella sezione indirizzata ai più piccoli.
Chissà perchè, ma la prima volta che l'ho ascoltato mi ha ricordato subito uno dei brani più conosciuti di Bach: il "Preludio n.1 in Do maggiore BWV 846" che apre il I libro del "Clavicembalo ben temperato", reso poi ancor più famoso da Gounod che ne ha fatto la base della propria "Ave Maria".  
Il brevissimo studio di Schumann mi è parso infatti una sorta di risoluzione in chiave romantica proprio di quel preludio. E anche se il ritmo degli arpeggi è differente, e la scansione del tempo è in sei ottavi e non in quattro quarti, mi pare di ritrovarvi la stessa incantevole semplicità. 
E' come se il compositore, che ha studiato a lungo Bach e il "Clavicembalo ben temperato" in particolare, l'avesse tanto assorbito e - per così dire - metabolizzato, che la linfa di quel preludio è rinata nelle sue note.
Così, qui di seguito ho riportato entrambi i pezzi: Schumann dolcemente eseguito da Jorg Demus e Bach in una nitida interpretazione di Tzvi Erez.

Certo, dire Bach è parlare soprattutto di un rigore quasi matematico, mentre Schumann ci trasporta in un romanticismo pervaso da sognanti atmosfere, una sorta di poetica del vago e dell'indefinito tradotta in musica, in cui la melodia è attraversata da una grande varietà di sfumature e di colori. 
Gli arpeggi esplorano infatti un'ampia gamma di possibilità espressive e il suono delle note diviene ora lievissimo canto, ora rintocco di campane che va lentamente spegnendosi.
Tuttavia, mi pare che vi si possa avvertire chiaramente il saldo legame col passato, la ricchezza di una tradizione che rifluisce nel presente e che, consegnata allo scorrere del tempo, va a rifiorire in nuovi germogli. 

Buon ascolto!

 

martedì 13 maggio 2014

Rose di maggio

Assistiamo, in questo periodo di primavera ormai inoltrata, alla fioritura delle rose. 
E anche se ci sono varietà che mantengono il loro splendore fino ai primi freddi, è sempre maggio il mese che vede la loro bellezza rifulgere al massimo grado. 
Sono fiori che - è risaputo - hanno spesso ispirato gli artisti: vari poeti, infatti, li hanno celebrati nel tempo, ma anche diversi pittori ne hanno fatto rivivere la leggiadria nelle loro opere.

E' a questo proposito che oggi desidero presentare un dipinto piuttosto singolare che, all'interno della produzione di uno degli artisti che amo di più, mi ha sempre colpito.
Si tratta di "Giardino di rose" di Paul Klee (1879 - 1940), olio su tela del 1920 conservato alla Stadtische Galerie im Lenbachhaus di Monaco di Baviera.

E' - a tutta prima - l'insieme delle tonalità calde del quadro a colpirmi: tinte che si accendono fino al fucsia come se il colore delle rose, con la sua intensità, debordasse andando a riflettersi su tutta la costruzione architettonica rappresentata nel dipinto.
Ed è ben strano il giardino che ci si presenta. In realtà è un incastro di geometrie e volumi, quadrati e triangoli, parallelepipedi e coni, un insieme di vuoto e pieno, concavo e convesso dove poi - solo poi - ravvisiamo un panorama fatto di case, torri, chiese, finestre, muri e tetti appuntiti, edifici d'altri tempi come appartenessero a un passato un po' fiabesco.

Chissà a che pensava Klee! A una città arrampicata in collina o ai contrafforti di un castello? O forse ad antiche miniature dalla prospettiva un po' incerta? Probabilmente a nulla di tutto ciò, se il paesaggio che si apre davanti ai nostri occhi in realtà si scompone mostrando il suo nucleo segreto costituito essenzialmente di geometrie. E anche le rose cui il dipinto si riferisce, scandite quasi con regolarità nello spazio del quadro, ci ricordano la semplicità dei disegni infantili fatti di aste e di cerchi. 
Un Klee - questo - che certo avverte l'influsso del Cubismo e, nel rappresentare una prospettiva scomposta, sembra avvicinarsi allo stile del suo contemporaneo Robert Delaunay.
Ma è anche la suggestione coloristica di un mondo forse di fiaba a divenire qui strumento dalle infinite possibilità espressive non tanto per riprodurre la realtà, ma per scandagliarne lo spessore nascosto.

"Fuga in rosso": Zentrum Paul Klee, Berna
Tuttavia, il fascino di Klee nasce per me non soltanto da quest'opera e dal suo itinerario artistico che lo vede esponente dell' Astrattismo e attivo in movimenti come "Il cavaliere azzurro", ma anche dalla sua passione per la musica, essendo stato figlio di musicisti e lui stesso violinista.

Nella sua vita, la pittura s'intreccia infatti alla musica in un legame variegato e complesso che qui mi limito solo ad accennare. Quest'ultima s'imprime nei suoi quadri attraverso colori che diventano una sorta di elemento danzante, fatto di sfumature e vibrazioni di tono tese a donare ritmo alla composizione. 
"Polifonia": Kunstmuseum , Basilea
Ciò risulta evidente in opere come "Fuga in rosso" dove il digradare della tonalità sembra rappresentare un dato ritmico, ma anche in altre composizioni come - per esempio - "Polifonia" in cui la sovrapposizione di tinte crea sfumature particolari, simili all'effetto di un coro polifonico dove le singole voci cantano simultaneamente melodie diverse. 
Proprio la simultaneità sembra interessare a Klee che, nel fondere i colori, stempera le tinte traendone esiti pacati, al contrario dei Futuristi che la traducevano in segni veloci, marcati e talora quasi violenti.

Ma la stessa caratteristica ritrovo anche in altre opere dell'artista per me davvero affascinanti, sia perchè il suo tratto è ancora leggero - mentre si appesantirà nel periodo più vicino alla morte - sia per il gioco di incastri capaci di creare un senso di profonda armonia.
"Pesci che giocano" : Fondazione Mazzotta, Milano
Parlo - per esempio - di "Pesci che giocano", dipinto nel quale la lezione del Cubismo, se perde da un lato parte della propria intensità plastica, dall'altro ci regala però lievi e sognanti geometrie giocate su valori di superficie e sottolineate dai colori pastello.
E anche in questo caso, mi pare che la pittura sappia rendere con grande efficacia  il movimento, rispecchiandone la simultaneità.
 
Ma per passare dall'armonia dei colori a quella dei suoni, considerato che nei suoi "Diari" Klee cita Mozart e Bach tra i propri autori preferiti, ho pensato di associare ai suoi dipinti un brano di Mozart che ricorda da vicino proprio lo stile delle composizioni bachiane.
Si tratta della "Fuga" dalla "Sonata per violino e pianoforte in La maggiore K.402", pezzo di particolare bellezza dove le note, come un disegno dai tratti lievi, vanno costruendo un'architettura polifonica sempre più complessa e tuttavia leggera. Il pianoforte infatti non si limita ad accompagnare il violino come accade altrove, ma i due strumenti dialogano da comprimari prima con delicatezza, poi con crescente intensità.
E' un Mozart, come dicevo, che ricorda da vicino Bach non solo per la struttura fugata del brano, ma anche perchè il tema, nelle sue note iniziali, riprende sia pure con ritmo diverso proprio l'esordio dell' "Invenzione a due voci in re minore BWV 775".

Buon ascolto! 

lunedì 5 maggio 2014

A spasso per Ferrara

E' stata la splendida città di Ferrara a far da cornice, questa volta, all'appuntamento primaverile del nostro ormai collaudato gruppo di blogger.  
...Primaverile si fa per dire perchè, nonostante abbiamo goduto del conforto - finalmente! - di un bel sole caldo, le previsioni dei giorni scorsi ci avevano fatto temere un tempo da tregenda e fino all'altra sera qui da me diluviava.
Tuttavia, nessuno di noi - amici di vecchia data e nuovi - si è lasciato intimidire dalle previsioni e sotto la guida delle nostre tre organizzatissime donzelle del web, Ambra, Sandra ed Erika - che avevano pensato a itinerari alternativi in caso di pioggia, vento e tempeste varie - l'inarrestabile manipolo dei blogger ha potuto trascorrere una piacevolissima giornata. E come si vede dall'azzurro di questa splendida foto scattata da Stefano, siamo stati premiati.

A Ferrara, è stato bello attraversare il centro storico, affollato e vivacizzato da piccoli sbandieratori in festa e bancarelle di artigianato vario, incantarci poi davanti allo splendore del Duomo, o girellare nella tranquillità delle viette più interne e antiche a naso in su, adocchiando un campanile, una torre o un arco ogivale.

Passare dal chiasso e dall'animazione intorno al Castello o al Palazzo Ducale e inoltrarsi poi nel silenzio delle stradette che vedete, ha ravvivato la conversazione che si è fatta talora più intensa e confidenziale in un clima di distensione e spontaneità.
E poi - diciamolo - non sono state solo le bellezze artistiche della città ad incantarci, ma anche la sua ospitalità fatta di simpatia e, cosa non trascurabile, di buona cucina....

Tuttavia, al di sopra di tutto, abbiamo vissuto la gioia di ritrovarci in un rapporto di condivisione che - ce ne siamo resi conto subito - la consuetudine ha reso sempre più facile e spontaneo. 
Ancora una volta, infatti, lo scambio di idee, di esperienze o di emozioni ci ha fatto toccare con mano quanto un blog possa essere il punto di partenza verso legami di concreta amicizia, una base di sintonia destinata a tradursi - quando ci s'incontra - in un'accoglienza reciproca sempre più vera. 

E per festeggiare una giornata così piacevole, mi piace postare un brano di musica molto conosciuto, carico di ritmo e al tempo stesso di distensione : "La Danza delle ore" da "La Gioconda" di Amilcare Ponchielli (1834 - 1886).

Si tratta di un pezzo che alterna passaggi scanditi con levità, quasi fossero appunto i battiti delle lancette di un orologio, ad altri in cui la melodia si dipana in modo più intimo e intenso. Un brano che, se per un verso ci ricorda il passare del tempo, con la sua serenità sembra tuttavia esortarci a riempirlo di sorriso.
Così, alla fine, la danza - prima sempre misuratamente ritmata - sfocia nell'entusiasmo di un trascinante e vivacissimo can-can che ci porta via con sè in tutta la sua effervescenza.

E mi sembra che ciò possa rispecchiare in qualche modo anche l'andamento del nostro incontro, fatto prima di un procedere "a corserelle e a fermatine", talora per raggiungere il gruppo o per indugiare con qualcuno nella conversazione; e poi di una gioia sempre crescente e di un comune rinnovato entusiasmo.

E nel segno della gratitudine, auguro a tutti un buon ascolto!!!

mercoledì 30 aprile 2014

Magneti

Ho la mania di collezionare magneti.
Sì, proprio quelli che si attaccano al frigorifero insieme a eventuali pro memoria. 
Alcuni sono piccoli ricordi di viaggio o di luoghi che amo particolarmente, ma altri li ho presi perchè suggeriscono una visione della vita spensierata e leggera, fresca e gioiosa.
Forse a qualcuno potrà sembrare un'abitudine un po' kitsch - e in parte lo è - ma a me piacciono, a patto di non esporne una quantità esagerata e di scegliere soltanto quelli che sappiano regalare un'idea di felicità e al tempo stesso di leggerezza.

Allora, vediamo: ne ho uno con delle cime innevate contro l'azzurro del cielo, uno con la conchiglia del Cammino di Santiago, gialla su sfondo blu; un altro ancora con tre barchette in mare aperto insieme alla famosissima citazione dantesca "...de' remi facemmo ali al folle volo".....vi par poco???
Ma non è finita: uno - dedicato al marito cicloamatore - inneggia alla libertà delle due ruote e qualche altro poi, più semplicemente, invita a non dimenticare i sogni o ironizza sul fatto che le case ordinate appartengono solo a donne noiose (....e questo chissà perchè l'ho preso, eh???!!!).
Cose serie e meno serie, insomma, sulle quali ogni tanto mi piace posare lo sguardo magari mentre cucino. 

Ed è successo proprio l'altro giorno, dopo una mattinata un po' così, di quelle in cui stenti a ingranare perchè ti attraversano inquietudini alle quali non sai bene dare un nome. 
Stavolta non era il frigo, ma la cappa sui fornelli ad ospitare il magnete che trovate su nel riquadro e che esorta a un sorriso fatto di cose semplici come un vaso di fiori o una dolce casetta. "Sorridi alla vita e la vita....ti sorriderà!": quasi a significare un rapporto di reciprocità tra noi e l'esistenza, una sorta di energia scambievole che si attiva quanto più impariamo a gioire.

A dire il vero, il magnete sulla cappa non è solo, ma sta insieme a un altro che rappresenta lo splendido esemplare di lupo che vedete qui, davvero bello nel suo genere, ma.....ecco, non proprio sorridente!
Il lupo è in alto e l'altro magnete appena sotto, tanto che la frase sembra proprio riferita a lui. 
Ogni tanto mio marito li sposta o ne toglie uno:...che forse colga in essi un implicito riferimento alla propria proverbiale serietà??!!...
Poi io li rimetto sulla cappa e così via. 
Il nostro ménage è fatto anche di queste simpatiche piccolezze, una sorta di dialogo a mezzo magneti.

Ma dicevo appunto dell'altro giorno. Stavo preparando le verdure per il pranzo: pulire la verdura è un lavoro che mi concilia i pensieri e la riflessione, come a volte anche stirare. A volte.
Rimuginavo inquieta non so più quale problema e alzando gli occhi ho incrociato quelli del lupo con quello sguardo così....intenso, direi. Ma stavolta il sottostante invito al sorriso l'ho sentito rivolto a me, come esortazione ad abbandonare quella parte selvatica e quei pensieri un po' ispidi che stavo covando, per aprire la porta a visioni più positive.

Per carità, non sto facendo della filosofia sui magneti, ci vuol altro nella vita! 
Ma, in certi momenti, possiamo avvertire il bisogno di circondarci anche concretamente di piccole cose che ci riportino a una considerazione più spensierata e luminosa, gioiosa e leggera dell'esistenza. Allora serve anche un fiore disegnato sul muro, o una fetta di anguria che già sorride da sola, e magari una grafica come quella del magnete su in alto che ci faccia tornare bambini, per ritrovare uno sguardo di sorridente freschezza.

E così, a conclusione di questi brevi pensieri, in sintonia con l'esigenza di gioia che spesso avvertiamo, ecco un brano ricco di leggerezza.
Si tratta del "Presto" che apre la "Sinfonia n.1 in Re maggiore" di Franz Joseph Haydn (1732 - 1809).
E' noto che il compositore austriaco ha scritto più di cento sinfonie tra le quali questa - la prima - non è la più famosa e forse neppure la più artisticamente riuscita. Tuttavia, a mio avviso, essa ha il pregio di riflettere in sè l'inimitabile entusiasmo degli inizi, come possiamo cogliere nel vivacissimo movimento qui riportato.
Sono proprio i passaggi con le scale ascendenti, infatti, insieme al carattere aperto e solare della tonalità di Re maggiore, a comunicarci energia e a invitarci al sorriso.

Buon ascolto!

giovedì 24 aprile 2014

"Il quadro dell'eternità"

 Chiesa di San Lorenzo - Lodi
No, non mi sto apprestando a descrivere un dipinto, magari di argomento sacro come, ad esempio, un "Giudizio universale".
E "Il quadro dell'eternità" non è neppure un saggio sull'aldilà o un articolo di ipotesi su ciò che pensiamo ci sia dopo la morte. No. 

E' invece un'espressione che usava mia mamma - quando ero adolescente ma anche un po' più in là - e mi è tornata in mente pubblicando il post di Pasqua con la "Resurrezione" di Callisto Piazza che si trova proprio nell'abside della chiesa che vedete qui.

"Non fare il quadro dell'eternità!..." era la raccomandazione che lei mi rivolgeva sempre per dirmi di rientrare puntuale per la cena. 
Con questa espressione, infatti, amava definire la sosta - a suo dire, appunto...eterna! - che io e i miei amici, usciti dalla Messa feriale delle sei di sera, eravamo abituati a fare animando il sagrato col nostro discorrere e con la nostra allegria.
Era proprio il sagrato di questa chiesa il luogo di ritrovo e di scambio, il teatro del "quadro dell'eternità": tre quarti d'ora - minuto più, minuto meno - passati in chiacchiere, confidenze, risate, discussioni, insomma nel fervore e nella gioia del raccontarsi alla fine di una giornata.

Sto parlando di un passato piuttosto remoto: chi frequentava ancora le superiori, chi invece andava a Milano all'università e arrivava di corsa dalla stazione a prendere un ultimo scorcio di Messa e ad attardarsi poi con gli amici. Qualcuno più grande già lavorava. 
Eravamo in tanti: una compagnia varia nella quale s'intrecciavano amicizie, aspirazioni, ansie, iniziative, nel tentativo di un dialogo vero anche se non sempre facile. Avevamo ottimi maestri sotto la ferrea guida dei quali i fermenti dell'età ci portavano talora a scalpitare, ma in realtà li amavamo come fondamentali riferimenti.
Ed era anche questo il bello: potersi affacciare alla giovinezza imparando a confrontarsi con dei valori, a guardarsi dentro, a misurarsi con le prime vere difficoltà affrontando insieme il cammino non sempre piano di chi cerca la propria strada.

Tramontava il sole, scendevano le prime ombre, il quartiere andava facendosi più silenzioso, ma nella luce del crepuscolo o nel buio - secondo la stagione - il nostri discorsi non avevano fine. 
Il sagrestano a un certo punto chiudeva anche i battenti esterni della chiesa, come a sottintendere che era ora di andare, ma che?, noi lì fuori continuavamo imperterriti a chiacchierare allegramente. 
Poi, a poco a poco la piccola folla iniziava a diradarsi, ma cominciava l'altro giro del ritorno a casa. Io accompagno te, tu riaccompagni me e così via: riprendeva l'andirivieni da un portone all'altro, nel vivo di discussioni che volevano scaravoltare il mondo, fino all'ultima sosta all'angolo della strada per darci l'arrivederci al giorno dopo o anche solo al dopocena.

"Ma cosa avete ancora da dirvi - protestava ogni tanto mia mamma - se vi siete appena visti?..."
Ed era proprio vero: avevamo in cuore un'irrefrenabile urgenza di condividere ogni cosa, grande o piccola che fosse.
A pensarci bene, "il quadro dell'eternità" era un po' la nostra "happy hour" di allora: del tutto analcolica, corroborante come una sana amicizia e realmente happy nell'inesausto bisogno che ci animava di dare un senso autentico ai nostri vent'anni.

Così, quest' angolo di città mi è rimasto dentro perchè - seppure non vi abiti più da parecchio tempo - porto disegnate nel cuore le linee sobrie e familiari di quella chiesa, la calda tonalità del cotto, e all'ombra di quella pietra romanica mi sento sempre a casa.
Ritrovo infatti dei fondamenti che mi hanno formato e non posso ignorare, anche se le circostanze poi - come spesso capita - mi hanno condotto altrove. Ritrovo momenti di cui percepivo lo spessore e nei quali coglievo la bellezza della vita nel suo farsi, una bellezza che - lo sentivo fin d'allora - un giorno avrei voluto raccontare.

E a commento di questo piccolo ritorno al passato, mi viene spontaneo postare ancora una volta Bach, riferimento al quale si torna periodicamente come a una sorgente che disseta o a un albero dalle radici salde e dalla chioma sempreverde sotto la quale trovare ristoro.
In un primo tempo, dato il tenore del post che ripercorre un po' le battute iniziali di un cammino, avrei voluto pubblicare una delle sue tante composizioni a scopo didattico. Poi, ripensandoci, ho optato invece per un pezzo decisamente grandioso perchè grandiosi sono stati, in realtà, quegli inizi che ci hanno dato solide basi cui guardare ancora oggi con gratitudine.

Si tratta della "Toccata e fuga in Fa maggiore BWV 540", brano splendido e conosciuto quasi al pari della famosissima "Toccata e fuga in re minore BWV 565", tanto da essere stato inserito in un pezzo di rock progressive, "The only way" (1971), dal gruppo Emerson Lake & Palmer.  
Qui, la clip video - registrata proprio nella Thomaskirche di Lipsia dove Bach è sepolto - riporta solo la prima parte, appunto la toccata: composizione solenne e maestosa che, dopo una lunga introduzione a canone, si apre verso progressioni ricche di gioia e di energico slancio.
E rileggendo il post, sento che questa musica è proprio quella giusta.

Buon ascolto! 

domenica 20 aprile 2014

Buona Pasqua !!!

















Callisto Piazza (1500 - 1561),"Resurrezione". Chiesa di San Lorenzo - Lodi.


W.A. Mozart, "Spatzen Messe K.220" - "Sanctus" e "Benedictus".

venerdì 18 aprile 2014

Venerdì Santo
























William Congdon, "Getsemani" - Galleria d'arte moderna,
Pro Civitate Christiana - Assisi



Piotr Ilic Tchaikovsky, "Inno dei Cherubini".

venerdì 11 aprile 2014

"Kintsugi" : lo splendore delle ferite.

Mi ha sempre interessato scoprire nuovi modi di pensare, osservando come altre civiltà - magari da secoli - posino uno sguardo diverso dal nostro sui vari aspetti della vita, dando degli eventi che accadono una lettura differente rispetto a quella cui siamo abituati.
E' a questo proposito che mi ha affascinato venire a conoscenza di una pratica particolare che nasce nella millenaria civiltà del Giappone: il "kintsugi". Molti, certo, sapranno di che si tratta, ma cercherò comunque di spiegarlo con un esempio.

Quando si rompe un oggetto, se il danno è rimediabile, di solito ricomponiamo i cocci con della colla facendoli combaciare in modo che - nei limiti del possibile - la crepa risulti nascosta e il pezzo torni quasi come nuovo, in nome di un concetto di bellezza che coincide con la ricerca della perfezione.
Al contrario, il "kintsugi" agisce in modo totalmente opposto, in particolare con il vasellame. Di fronte a una ciotola spezzata - fosse anche una preziosa ceramica - nel saldarne i cocci il segno della rottura non viene coperto, ma messo in evidenza e sottolineato con una miscela di metalli fusi tra i quali l'oro. Il termine giapponese, infatti, significa proprio "riparare con l'oro". 
Ne deriva quindi un oggetto ancor più pregiato di prima e al tempo stesso unico, perchè ogni crepa si configura in modo diverso e - di conseguenza - le linee che corrono lungo i margini della rottura disegneranno geometrie sempre differenti e irrepetibili.

Non si tratta tuttavia solo di tecnica, ma essa sottintende un modo di pensare che mi affascina anche sul piano esistenziale. 
Mi suggerisce infatti che, nella vita, ogni ferita ci cambia ma pure ci arricchisce, lascia tracce talora indelebili e tuttavia preziose che ci consentono di crescere facendo spesso di noi persone nuove.
Così, anche una storia travagliata può condurre a sorprendenti rinascite nel nome di una sofferenza non ignorata o nascosta, ma consapevolmente accettata; ma soprattutto nel nome di una bellezza che non è statica perfezione, bensì dinamismo di crescita nel quale, talora, anche le cicatrici del dolore possono risplendere.

E per passare alla musica, mi pare possa correre una particolare sintonia tra questo discorso sul kintsugi e il "Concerto per violino e orchestra in fa minore" intitolato "La Danza della Strega" dal cd "Sunrise" di Giovanni Allevi.
Ciò non solo perchè il compositore è molto legato al mondo giapponese; ma soprattutto perchè il suo concerto, nato - come lui stesso ha dichiarato - dopo un periodo di profonda crisi, si origina proprio da quell'impulso di rinascita che porta a ricomporre una ferita con un afflato di vita ancor più pieno rispetto al passato.
Come scrivevo presentandone il primo tempo in un precedente post che potete ritrovare qui, l'intero "Sunrise" testimonia l'alba interiore del musicista dopo due anni di vuoto creativo. Ma mentre gli altri brani del cd ci guidano in un cammino ormai più luminoso, il concerto ripercorre lo sgomento della crisi e la conseguente ansiosa ricerca di luce.

Più che il primo movimento non privo di gioiosa vivacità, è il secondo tempo,  "Adagio" - che riporto qui di seguito - a condurci attraverso toni decisamente sofferti e drammatici.
E' un brano nel quale addentrarsi in punta di piedi come su di un terreno sacro. Sia nella malinconia del tema iniziale più volte enunciato dal violino ad esplorare il buio dell'anima, sia nelle aperture orchestrali di sapore quasi pucciniano che troviamo al centro del pezzo, avvertiamo infatti l'eco di un dolore capace di raggiungerci e toccarci, fino al lungo, struggente, intensissimo acuto finale.
Una sofferenza trasformata in pura bellezza, un brano simile all'oro che - come il kintsugi - salda e ricompone i lembi di una ferita senza nasconderla, ma traendone quanta più vita possibile.

Buon ascolto!

sabato 5 aprile 2014

Nel verde

Sono in treno - come spesso mi capita - e osservo dal finestrino la campagna che, in questi giorni, si tinge di uno splendido verde, inframmezzato qua e là dal bianco e dal rosa di alberi e arbusti in fiore.
E' di una particolare tonalità il verde all'inizio della primavera, chiaro e lucente, tenero e fresco, una sfumatura destinata tuttavia a durare poco e che andrà scurendosi col passare del tempo.

Assistere al risveglio della natura è sempre gioia che si rinnova: qui da me, i viali di circonvallazione sono una galleria di chiaro splendore, mentre la campagna che sfuma vellutata all'orizzonte è ancora più affascinante quando il cielo si anima di nuvole. Se poi piove o minaccia temporale, il verde tenero fa un bel contrasto con l'atmosfera grigia e plumbea, illuminando il panorama e riempiendo lo sguardo.
Ecco: è proprio questa virtù del colore, questa sua capacità di riempire lo sguardo a farmi sentire dentro le cose e dentro il paesaggio. Non spettatrice ammirata e tuttavia esterna, come talora può accadere, ma immersa nel verde che pervade gli occhi e il cuore regalando respiro e serenità, sollievo e distensione.

E sull'onda di questa distensione, oggi mi piace condividere con voi un delicatissimo brano di Antonio Vivaldi (1678 - 1741). 
Si tratta del secondo tempo - "Andante molto" - del "Concerto in Do maggiore con molti istromenti RV 558", dove i molti istromenti sono: due violini in tromba marina, due flauti dolci, due mandolini, due salmoe, due tiorbe, un violoncello e gli archi. In particolare, violini in tromba marina, salmoe e tiorbe sono strumenti antichi che si possono definire in certo qual modo gli antenati rispettivamente del violino, del clarinetto e del liuto. 

Il pezzo ci presenta un'aria dolcissima e sognante il cui tema viene ripetuto, arricchito e direi quasi impreziosito dal vibrare delle tiorbe e dei mandolini: una melodia incantevole che, con il suo ritmo pacato eppure scorrevole, ci regala un senso di riposante apertura quasi come un prato primaverile.

Confesso che ho indugiato a lungo prima di scegliere la clip audio tra quelle offerte da youtube. Dal primo momento in cui l'avevo ascoltato - tanto tempo fa! - questo brano mi aveva comunicato una profonda sensazione di pace e nelle varie interpretazioni ho cercato d'inseguire proprio quell'antico ricordo. 
Tuttavia, ora le esecuzioni mi parevano sempre troppo lente o, al contrario, eccessivamente veloci e di conseguenza un po' meccaniche e poco espressive. Inoltre, in taluni casi, il particolare timbro degli strumenti antichi finiva per prevalere senza fondersi con tutto il complesso orchestrale.

Poi, ho trovato l'interpretazione dei Solisti Veneti, un luminoso esempio di raffinatezza e felicità musicale: sotto la direzione del Maestro Scimone infatti, il brano prende vita in quella che a me pare una perfetta fusione di ritmo ed espressività.
Il vibrare animato di tiorbe e mandolini emerge dall'insieme con naturalezza, in totale coesione con gli altri strumenti come uno scintillìo di spume sulla superficie di un'onda, conferendo respiro e distensione a questa meravigliosa pagina musicale. 
E noi vi entriamo avvolti dal suo splendore e condotti progressivamente al centro di un panorama di bellezza.

Buon ascolto!
(Purtroppo, a distanza di tempo, su youtube l'interpretazione dei Solisti Veneti non è più disponibile e l'ho sostituita con un'altra clip audio...)