sabato 5 aprile 2014

Nel verde

Sono in treno - come spesso mi capita - e osservo dal finestrino la campagna che, in questi giorni, si tinge di uno splendido verde, inframmezzato qua e là dal bianco e dal rosa di alberi e arbusti in fiore.
E' di una particolare tonalità il verde all'inizio della primavera, chiaro e lucente, tenero e fresco, una sfumatura destinata tuttavia a durare poco e che andrà scurendosi col passare del tempo.

Assistere al risveglio della natura è sempre gioia che si rinnova: qui da me, i viali di circonvallazione sono una galleria di chiaro splendore, mentre la campagna che sfuma vellutata all'orizzonte è ancora più affascinante quando il cielo si anima di nuvole. Se poi piove o minaccia temporale, il verde tenero fa un bel contrasto con l'atmosfera grigia e plumbea, illuminando il panorama e riempiendo lo sguardo.
Ecco: è proprio questa virtù del colore, questa sua capacità di riempire lo sguardo a farmi sentire dentro le cose e dentro il paesaggio. Non spettatrice ammirata e tuttavia esterna, come talora può accadere, ma immersa nel verde che pervade gli occhi e il cuore regalando respiro e serenità, sollievo e distensione.

E sull'onda di questa distensione, oggi mi piace condividere con voi un delicatissimo brano di Antonio Vivaldi (1678 - 1741). 
Si tratta del secondo tempo - "Andante molto" - del "Concerto in Do maggiore con molti istromenti RV 558", dove i molti istromenti sono: due violini in tromba marina, due flauti dolci, due mandolini, due salmoe, due tiorbe, un violoncello e gli archi. In particolare, violini in tromba marina, salmoe e tiorbe sono strumenti antichi che si possono definire in certo qual modo gli antenati rispettivamente del violino, del clarinetto e del liuto. 

Il pezzo ci presenta un'aria dolcissima e sognante il cui tema viene ripetuto, arricchito e direi quasi impreziosito dal vibrare delle tiorbe e dei mandolini: una melodia incantevole che, con il suo ritmo pacato eppure scorrevole, ci regala un senso di riposante apertura quasi come un prato primaverile.

Confesso che ho indugiato a lungo prima di scegliere la clip audio tra quelle offerte da youtube. Dal primo momento in cui l'avevo ascoltato - tanto tempo fa! - questo brano mi aveva comunicato una profonda sensazione di pace e nelle varie interpretazioni ho cercato d'inseguire proprio quell'antico ricordo. 
Tuttavia, ora le esecuzioni mi parevano sempre troppo lente o, al contrario, eccessivamente veloci e di conseguenza un po' meccaniche e poco espressive. Inoltre, in taluni casi, il particolare timbro degli strumenti antichi finiva per prevalere senza fondersi con tutto il complesso orchestrale.

Poi, ho trovato l'interpretazione dei Solisti Veneti, un luminoso esempio di raffinatezza e felicità musicale: sotto la direzione del Maestro Scimone infatti, il brano prende vita in quella che a me pare una perfetta fusione di ritmo ed espressività.
Il vibrare animato di tiorbe e mandolini emerge dall'insieme con naturalezza, in totale coesione con gli altri strumenti come uno scintillìo di spume sulla superficie di un'onda, conferendo respiro e distensione a questa meravigliosa pagina musicale. 
E noi vi entriamo avvolti dal suo splendore e condotti progressivamente al centro di un panorama di bellezza.

Buon ascolto!
(Purtroppo, a distanza di tempo, su youtube l'interpretazione dei Solisti Veneti non è più disponibile e l'ho sostituita con un'altra clip audio...)

venerdì 28 marzo 2014

Prospettive

Piermatteo d'Amelia: "Annunciazione", Museo Stewart-Gardner, Boston
Marzo: mese della primavera, della natura che rinasce aprendosi a un nuovo ciclo di vita, e mese dell'Annunciazione.

Così, è proprio pensando a questa ricorrenza trascorsa da soli tre giorni, che vorrei soffermarmi su alcuni dei numerosissimi dipinti che, nel tempo, sono stati dedicati all'evento che essa ricorda e celebra.

Non è solo la rappresentazione del fatto in sè, seppur grandioso, a colpirmi, ma l'ambientazione in cui esso, di volta in volta, è stato inquadrato dopo che dal fondo oro delle tavole più antiche - pensiamo per esempio a Simone Martini - è stato inserito in un contesto più realistico.

Da Giotto al Beato Angelico, tutti ricordiamo le stanzette ordinate in cui l'Angelo si presenta a Maria che legge e prega nel silenzio di una cornice architettonica talora semplice come la cella di un monastero, talaltra più ricca e adorna come una dimora signorile.
Solitamente più movimentata la figura dell'angelo, mentre più composta e a volte quasi ritrosa, quella della Vergine. Poche aperture di paesaggio ai lati o sullo sfondo e talora una finestrella o una porta - Maria è sempre Ianua Caeli - dalla quale giunge un raggio di luce o la colomba dello Spirito Santo.

Tuttavia nel tempo - nel passaggio dal Medioevo al Rinascimento e oltre - di pari passo con l'acquisizione da parte dei vari artisti di una sempre più sicura capacità di collocare le figure nello spazio, assistiamo a una progressiva uscita di queste dalla stretta cornice di alcuni interni. 

Fra' Bartolomeo: "Annunciazione" - Cattedrale di Volterra
Vengono situate infatti in ambienti più ampi e ariosi o sotto porticati che le inquadrano in luminose prospettive, o talvolta anche all'aria aperta come farà, ad esempio, Leonardo.

Ma non è di questo che oggi voglio parlare. Desidero invece fermare la mia attenzione su alcuni dipinti realizzati nel cuore del Rinascimento sempre sul tema dell' Annunciazione, che disegnano meravigliose prospettive proprio al centro del quadro. 
Sono quattro opere in particolare, realizzate da autori tra loro contemporanei anche se non tutti destinati ad ugual fama : 
Piermatteo d'Amelia (1448 -1508) Fra' Bartolomeo (1472 - 1517) Pietro Perugino (1448 - 1523) e Raffaello Sanzio (1483 - 1520).

Si tratta di composizioni dalla struttura ordinata che ritraggono - com'è tradizione - l'Angelo da un lato e la Vergine dall'altro. 
Ma mentre numerose altre rappresentazioni raffigurano la Vergine raccolta nella sua stanzetta e l'Angelo - sia fuori o dentro la casa di Maria - incorniciato comunque dalla luce di un'apertura, nei dipinti che vediamo qui lo spazio esterno si apre invece al centro.
E proprio al centro - esattamente dove va a posarsi lo sguardo dello spettatore - invece del pilastro o della colonnina che a volte separano i due personaggi, troviamo una prospettiva profondissima che si apre verso la natura e il mondo là fuori, uno spazio che ci conduce oltre, quasi al di là della scena rappresentata. 
Una prospettiva che dà ampiezza e luminosità, spessore e respiro: punto da cui tutto s'irradia e a cui tutto ritorna. 

Desta interesse una simile iconografia e mi fa riflettere perchè non si sofferma, in realtà, sui due protagonisti della scena, ma si spinge oltre, lasciando intendere che l'Annunciazione crea un'attesa che rimanda altrove. 
Perugino: "Annunciazione"- Santa Maria Nuova, Fano
E mi suggerisce che quello spazio al centro non è un vuoto da riempire a caso, ma il significato ultimo dell'evento perchè è proprio al mondo che esso s'indirizza.

Così, in fondo ad ariosi loggiati rinascimentali e ad una pavimentazione che segna uno spazio misurato con matematica proporzione tra figure, edifici e oggetti, si aprono di volta in volta paesaggi che ci conducono oltre. 
Sono le colline e i due alberelli che s'intravvedono nel dipinto di Piermatteo d'Amelia al di là della porta classicheggiante e in fondo a una meravigliosa fuga di riquadri sul pavimento. 
E' la visuale più varia e articolata della composizione di Fra' Bartolomeo dove, oltre all'albero e alle colline, possiamo scorgere torri, campanili, una cupola e un ponte, segni insomma di una vera e propria città.

Ma ci fa spaziare con lo sguardo anche la morbidezza della campagna verdeggiante dipinta dal Perugino, con le differenti tonalità di colore che scendono dalle alture fino all'orizzonte sconfinato.
E così pure ci porta lontano il paesaggio indistinto e dai contorni incerti che dipinge Raffaello, rendendo omaggio allo sfumato leonardesco da un lato, ma precorrendo dall'altro quella che sarà - di lì a poco - la pittura tonale degli artisti veneti. 

Tutto ci conduce al di là, in mirabili aperture cui fa da sfondo il cielo, come l'evento altrettanto mirabile dell'Incarnazione che - seppur nato nel silenzio assorto di Maria - non può restare poi chiuso tra mura. 
Sembra infatti che le varie composizioni - sia pure nelle loro differenze formali - vogliano significare che l'Angelo e la Vergine sono testimoni di un mistero più grande che si compirà andando a deflagrare in quel mondo laggiù, in mezzo a quel fervore di vita dal quale ormai non c'è più separazione.
Raffaello: "Annunciazione" - Pala Oddi (predella), Città del Vaticano
Quasi a dire che, dal momento del di Maria, non esiste più frattura tra sacro e profano perchè ogni spazio è divenuto sacro, a iniziare da quello in cui si gioca l'esistenza dell'uomo nella sua concretezza quotidiana. 

Per questo, mi piace commentare le immagini qui riportate, con un brano che celebra proprio l'evento che esse rappresentano: l' "Et incarnatus est" dal "Credo" della "Messa n.6 in Mi bemolle maggiore D 950" di Franz Schubert (1797 - 1828). 

Si tratta di un Andante pastorale in 12/8 caratterizzato dalla presenza di tre solisti - primo e secondo tenore e poi il soprano - che introducono con entrate successive uno splendido canone. 
Il pezzo alterna momenti di delicata dolcezza ad altri più intensi e drammatici e la melodia che si dispiega con grande fluidità, quasi come un lieve passo di danza, contrasta poi con la rievocazione della morte in croce e della deposizione.
Qui infatti subentra il coro e la musica, in tonalità minore, assume accenti più forti e tragici.

Incantevole, a mio avviso, l'intreccio delle voci, così come la morbidezza del tema iniziale che, col suo ritmo, ci regala un senso di riposante abbandono. 
E mi sembra che la dolcezza di queste note si fonda con lo splendore delle immagini riportate, offrendoci uno spazio su cui indugiare in serena contemplazione.
 
Buon ascolto!

 

lunedì 24 marzo 2014

Versatile???...

Ringrazio di cuore l'amica blogger del piacevolissimo sito Mondod'arte di S.Pia che, per la seconda volta, mi ha fatto un regalo - come potete vedere dall'immagine a lato - attribuendo a questo mio piccolo spazio un premio per la sua "versatilità".
Confesso che la qualità mi piace molto, ma non so se il mio blog la possieda veramente perchè, in fondo, mi occupo sempre un po' delle stesse cose. 
Il premio, se mai, va alla Musica perchè la versalità è sua e dei compositori che essa ispira, donando loro la capacità di coniugare melodie e ritmi diversi in una molteplicità infinita di armonie quanto infinito è lo spirito umano. Plauso alla Musica, dunque!!!

Il gioco m'imporrebbe poi di nominare altri 15 blogger e scrivere 7 cose su di me. Come in passato, tuttavia, non mi sento di seguire tutta la procedura. 
Sono moltissimi infatti i siti meritevoli di premio e la scelta non è facile. 
Mi limito quindi a indicare alcuni aspetti che mi caratterizzano e - per non tediarvi troppo - ne riporto solo tre, quelli di cui sono graniticamente sicura.
Allora.....due li conoscete già:
- amo appassionatamente la musica 
- e provo sempre un desiderio incontenibile di condividerla qui con voi
 
....e il terzo l'avrete forse intuito:
- tecnologicamente parlando, sono una frana!!!

...Ecco, sì, l'ho detto! Credo che chi mi conosce almeno un po' se ne sia reso conto. Infatti, se da un lato l'aver creato questo blog per me costituisce già un exploit, dall'altro mi manca quell'abilità che consente di usare la tecnologia con sicurezza sfruttando le opportunità che essa offre anche solo per arricchire la pagina di un sito. 
Tuttavia, per la serie "non è mai troppo tardi", sono felice ogni volta che imparo qualcosa di nuovo e profondamente grata a chi me lo insegna.

Allora oggi, per festeggiare il premio e ringraziare l'amica dalla quale l'ho ricevuto insieme a tutti voi che passate di qui, vi propongo un brano vivacissimo di Johann Strauss jr. (1825 - 1899), una polka veloce dal ritmo incalzante e tumultuoso.
Si tratta di "Unter Donner und Blitz op.324", pezzo famosissimo che qui vediamo eseguito sotto la direzione del grande Carlos Kleiber.  
Forse il più rumoroso tra quelli del compositore, il brano evoca il suono di tuoni e fulmini attraverso incessanti rulli di timpani e crash di piatti. Tuttavia, anche se il titolo fa pensare a un temporale, il ritmo d'impagabile vivacità è tale da restituire allegria a chi lo ascolta.
C'è infatti in queste note un movimento di irrefrenabile danza e un'attitudine gioiosa verso la vita, espressa molto bene anche dal sorriso e dallo sguardo di Kleiber che non solo guida l'orchestra con brio, ma sembra abbandonarsi in pieno alla felicità di tale musica.

Buona visione e buon ascolto!

 

mercoledì 19 marzo 2014

Dirigere

E' sempre affascinante osservare in video - ma meglio ancora se dal vivo - un'orchestra che suona creando quella perfetta fusione di note che danno luogo al miracolo della musica.
Come dicevo in un vecchio post, è necessario che ciascun esecutore faccia la propria parte, ma soprattutto che si armonizzi con gli altri nel gioco di ritmi, incastri, alternanze, pause e riprese che caratterizza il lavoro orchestrale. 
E' certo un compito impegnativo, spesso faticoso, un esercizio di mani o di fiato che comporta concentrazione assoluta e nel contempo ascolto reciproco come appare spesso dagli sguardi dei musicisti.
E tuttavia non è raro che, mentre suonano, nel passaggio dalla teoria della partitura alla pratica dell'esecuzione traspaia anche quella gioia profonda che la musica comunica nel suo farsi. E' la meraviglia della partecipazione al processo creativo di un brano, perchè se esso è principalmente opera del compositore, non meno importante è il ruolo di chi lo esegue, mettendo in gioco la propria abilità tecnica e la propria sensibilità per farlo vivere.

Ma se essenziale è la corretta collaborazione di ogni singolo strumento al grande insieme, che dire di chi dirige e ha il compito di guidare la totalità del gruppo alla coesione che ogni brano richiede, all'intensità di un passaggio o alla delicatezza di un pianissimo, a creare in sostanza armonia tra le diverse voci? 
E che dire soprattutto della gioia che un direttore d'orchestra può provare nel momento in cui tale armonia si crea proprio sotto il suo sguardo, dietro il movimento delle sue mani e della sua bacchetta? 
E' una corrente di profonda reciprocità quella che si stabilisce. 
Chi dirige immerge gli esecutori nel vasto oceano della musica e a sua volta ne è immerso, guida gli altri nella gioia e a sua volta ne è pervaso in un gioco di rispondenze al quale - nei concerti live - non è estraneo il pubblico che viene spesso coinvolto in un'onda di empatia fatta di sfumature infinite come infinita è la musica.

E' bello poi osservare come di ogni direttore, nel momento in cui è sul podio, emerga anche l'anima attraverso gesti differenti quanto differenti sono le personalità di ciascuno; così non è raro cogliere dal viso e dagli atteggiamenti l'espressione delle varie sensibilità interpretative.
C'è un modo di focalizzare la direzione nello sguardo o nelle mani, o talora in un appassionato seguire la partitura cantandola nota per nota.
Tutti conosciamo il gesto imperioso e scattante di Toscanini o di Muti, quello più pacato e intenso di Abbado, gli occhi di acciaio di Karajan o le mani di Pretre, solo per fare qualche esempio, ma l'elenco potrebbe continuare. 
Nel modo di vivere la musica, infatti, c'è un'affascinante molteplicità di atteggiamenti comunicativi. Talora, nell'atto del dirigere tutto il corpo viene coinvolto, altre volte per dominare l'orchestra basta un cenno, carico però di quella sotterranea intesa con chi suona maturata nel tempo. Altre volte ancora c'è chi dirige ad occhi chiusi, esprimendo la propria passione musicale in una dimensione tutta interiore.

E poi c'è il sorriso inimitabile di Leonard Bernstein, uno dei direttori che ho sempre amato di più e che - come potete osservare nel video seguente - alterna momenti di partecipazione intensa e quasi plateale ad altri in cui affiora il suo gioioso abbandono al fluire della musica.
Lo vediamo qui dirigere uno splendido brano che s'intona proprio alla dolcezza di queste giornate di marzo: il quarto tempo, "Allegro animato e grazioso" della "Sinfonia n.1 in Si bemolle maggiore op.38" detta "La primavera" di Robert Schumann (1810 - 1856).
Preceduto da alcuni forti accordi introduttivi, il primo tema si svolge come una danza ora delicata e giocosa, ora più sonora e vivace ma dal ritmo sempre crescente che Bernstein scandisce e sottolinea. Ma anche nel prosieguo del pezzo, nel fitto dialogo tra fiati ed archi, garbo, eleganza e leggerezza caratterizzano la sua direzione fatta di gesti ora composti, ora più animati fino al brioso, entusiasmante finale.
E nell'ultimo segno di approvazione rivolto all'orchestra a brano già concluso,  insieme alla gioia per la bella esecuzione possiamo leggere anche un lampo di commossa gratitudine.

Buona visione e buon ascolto!

mercoledì 12 marzo 2014

Sulle ali dei Cherubini

Kiev, "Il monastero delle grotte"

Navigare in lungo e in largo per il vasto mare del web può allontanare di molto dal punto di partenza fino a metterci a rischio di smarrimento, ma a volte può riservare bellissime sorprese aprendoci a novità che non conoscevamo.
E' ciò che mi sta accadendo durante le mie frequenti peregrinazioni su youtube dove - di video in video - vado scoprendo nuove meraviglie.

Questa volta, protagonista è la musica russa che amo da sempre, ma che ultimamente mi ha riservato, come dicevo, splendide sorprese soprattutto nel campo della polifonia.
Dopo l' "Ave Maria" (Bogorodice djevo) di Rachmaninov pubblicata agli inizi del blog e il "Padre Nostro" (Otche Nash) di Kedrov già postato ormai tempo fa, in questo periodo sono tornata ad ascoltare canti legati alla tradizione liturgica ortodossa. 
Così, da poco ho scoperto quel meraviglioso brano che è l'Inno dei Cherubini,  inserito solitamente nella liturgia delle Chiese cristiane d'Oriente. 
Viene cantato da un coro che rappresenta spiritualmente gli angeli nel momento in cui, all'interno della celebrazione, vengono portati all'altare i doni del pane e del vino. L' offerta viene quindi solennizzata proprio dall'inno che simboleggia la concelebrazione della liturgia terrena con quella celeste.
Il testo recita così:

"Noi che misticamente rappresentiamo i Cherubini e alla Trinità vivificante cantiamo l'inno "Tre volte santo", deponiamo ora ogni sollecitudine mondana....affinchè possiamo accogliere il Re dell'universo, scortato invisibilmente dalle angeliche schiere. Alleluia, alleluia, alleluia."
  
Molti sono gli autori che hanno musicato questo testo, in maggioranza russi quali Tchaikovsky, Rachmaninov, Glinka, Bortniansky, solo per citarne alcuni. 
Sono tutte pagine di grande pregio tra le quali spicca - a mio avviso - la versione di Tchaikovsky che ci offre una melodia grandiosa e solenne, in un clima di meditazione sublime e quasi rarefatto. Un'autentica meraviglia che posterò certamente qui tra non molto.

Oggi però mi preme condividere la versione altrettanto suggestiva ma più luminosa dell' "Inno dei Cherubini" di Dmitrj Bortniansky (1751 - 1825), musicista di origine ucraina vissuto nella Russia imperiale, alla corte di San Pietroburgo. Si tratta di un autore divenuto famoso per le sue composizioni di carattere sacro in cui ha fuso i caratteri della polifonia dell'Europa orientale con quelli dell'Europa occidentale appresi durante un viaggio in Italia.

L'Inno - un coro a quattro voci miste - è un brano di dolce, pacificante soavità,  lento e pacato per buona parte del suo corso fino a quando - preceduta da un breve pausa - esplode vivacissima la conclusione. 
E benchè il prorompere dell'Alleluia finale con la sua potente sonorità renda questo canto più adatto al periodo pasquale che alla Quaresima, tuttavia mi piace postarlo ora per due motivi. 
Primo: è una melodia di tale trasparenza che - se mi credete - non vedo letteralmente l'ora di condividerla con voi!!!
Secondo: Bortniansky è di origine ucraina e la bella clip video che accompagna la musica riporta una serie di immagini proprio della città di Kiev. 
Così, mi piace dedicare la serenità di quest' inno, che si chiude con un'autentica esplosione di gioia, al popolo ucraino e russo, nella speranza che le vicende che, in questo periodo, ne stanno segnando la vita possano avviarsi verso un futuro di pace.

Buona visione e buon ascolto!

P.S. Purtroppo il precedente video è stato eliminato e ho dovuto sostituirlo con un altro che ha  immagini differenti. Ma la musica è sempre stupenda!!!

 


giovedì 6 marzo 2014

Suprema armonia

Marzo già s'incammina verso la primavera, ma più che mai vengono in mente i versi del poeta Salvatore Di Giacomo:

"Marzo: nu poco chiove 
e n'ato ppoco stracqua, 
torna a chiovere, schiove;
ride 'o sole cu ll'acqua."

Proprio vero, la tradizionale fama di questo mese pazzerello non si smentisce. 
A qualche occhiata di sole si sono alternati, nei giorni scorsi, acquazzoni brevi ma talora così violenti da raggiungere in certe zone un'intensità da pioggia tropicale.
Invece, più che mai gli occhi e il cuore hanno bisogno di riempirsi di serenità e di calma, di accarezzare il verde della campagna fino all'orizzonte, di spiare nei giardini il giallo delle prime forsizie fiorite o perdersi nello splendore di una colorata distesa di primule.

Allora, per rispondere all'esigenza di leggerezza che portiamo in cuore, al desiderio di luminosa vivacità simile a quella che reca con sè la primavera, oggi torno di nuovo a Bach e in particolare a quella meraviglia costituita dalle sue Sonate in trio per organo. 
Il nome si riferisce al fatto che, originariamente, erano eseguite da tre strumenti diversi, mentre Bach le ha ridotte ad organo solo, probabilmente trascrivendole da sue precedenti composizioni e affidando il tema dei vari brani per le mani a due tastiere differenti, e per il basso alla pedaliera. 
Una notevole sfida, se si considera che la loro esecuzione comporta grande padronanza tecnica per suonare melodie collegate, ma al tempo stesso indipendenti tra loro.  

Il brano di oggi è il terzo movimento, "Allegro", della "Sonata in trio in Mi bemolle maggiore BWV 525"
Qui in particolare - come risulta evidente anche dallo spartito in video - le voci s'inseguono e si scambiano da una tastiera all'altra in un bellissimo gioco d'intrecci e il tema, in alcuni punti, si scioglie in un canto scorrevole e ricco di freschezza, regalandoci ritmi di soprendente modernità. 
Splendidi i passaggi dalla tonica (mi bemolle maggiore) alla dominante (si bemolle maggiore), quasi un invito ad abbandonarsi a un senso di gioiosa leggerezza. E se si considera che le Sonate in trio sono state scritte dal compositore come semplici esercizi didattici per uno dei suoi figli, si comprende quanta genialità abbia profuso in ogni sua creazione.

Ma l'aspetto a mio avviso più interessante di questo brano è il fatto che la seconda parte è costituita da una struttura che è l'esatto contrario della prima, cosa non rara in Bach e che ritorna - ad esempio - anche nel famoso "Capriccio" della Partita in do minore che potete riascoltare qui. 
Ciò che colpisce è la sua capacità di creare costruzioni contrappuntistiche di matematica perfezione dalle quali, nel contempo, scaturisce una Bellezza che ci fa volare nelle sfere più alte dell'armonia. Così come un fiore unisce la precisione millimetrica di forme e dimensioni all'incanto dei suoi colori e al fascino del suo profumo.
C'è infatti nelle composizioni di Bach una tale divina proporzione che mi verrebbe da paragonarlo a quegli artisti del Rinascimento - e non solo - che  applicavano la regola della sezione aurea riportando nelle loro opere un rapporto di misure peraltro già presente in natura, dalle spirali di una conchiglia alla disposizione delle foglie in una pianta.     
Una perfezione matematica che non può non essere, contemporaneamente, anche suprema armonia che scende dall'Alto.

Buon ascolto!

venerdì 28 febbraio 2014

Una sera di Carnevale

Tempo di Carnevale, mi dice il calendario. 
Ma me lo suggeriscono anche i dolcetti tipici di questo periodo che occhieggiano invitanti dai post di varie amiche blogger, insieme a quelli - stavolta non virtuali - che vedo nella vetrina del mio panettiere.

Confesso che non ho mai amato in particolare il Carnevale e non tanto per l'idea di mettersi in maschera che - una volta tanto - può costituire un divertente e bizzarro scambio di ruoli, un'inversione di parti non priva di un certo fascino. 
Ma a non piacermi è l'idea di schiamazzo e confusione che la festa porta con sè e che diversi pittori nel tempo hanno rappresentato, peraltro splendidamente, da Pieter Bruegel il Vecchio a Mirò.

Sarà forse per questo che oggi, aggirandomi tra le immagini carnevalesche offerte dal web, mi sono lasciata prendere dal dipinto che vedete, molto differente rispetto alle consuete raffigurazioni.
Si tratta di un'opera di Henri Rousseau detto "il Doganiere" (1844 - 1910), un olio su tela intitolato "Una sera di Carnevale" e conservato al Museum of Art di Filadelfia. 
E' una delle prime creazioni di un artista autodidatta che diventerà significativo esponente dell'avanguardia pittorica francese di fine Ottocento, muovendosi tra Post-Impressionismo e suggestioni esotiche e primitive. 
E anche se i caratteri che lo renderanno famoso - colori dall'infinita gamma di verdi e di rossi, natura rigogliosa e lussureggiante, stile naif - qui non sono ancora del tutto presenti, tuttavia l'opera è già ricca di fascino.

Ci troviamo ai margini di un bosco di alberi fitti e spogli davanti al quale stanno due maschere: Colombina e Pierrot. Accanto, un capanno scuro e in alto il cielo dove una nuvolaglia sparsa va colorandosi delle tinte della sera.

Solitudine e silenzio, insieme a una punta di malinconia sono i tratti distintivi del quadro, creati non solo dalla cortina scura del bosco illuminata sullo sfondo dalle luci pacate del tramonto, ma anche dal fatto che la figura di Pierrot, nella tradizione popolare e pittorica, è spesso avvolta da un'aura di mestizia.

Più che l'atmosfera movimentata e bizzarra di una sera di festa, il dipinto mi sembra evocare la tristezza di certi personaggi da circo fuori dallo spettacolo: mi pare di leggere infatti una sorta di clownesca malinconia nelle due figurette in primo piano, a braccetto come due innamorati certo, ma immerse in una solitudine resa ancor più evidente dal grande spazio alto al di sopra di loro che ne fa risaltare la piccolezza. 
Nè si possono scorgere le espressioni dei volti, ma la postura piuttosto rigida dei piedi di Colombina e delle gambe di Pierrot può far pensare a due marionette sospese a fili invisibili. O forse a maschere solitarie, fuggite dalla festa e dal ruolo per il desiderio di vivere qualche istante di vita propria...

E' la sera di Carnevale, certo, e tuttavia il dipinto ci offre suggestioni ben diverse. 
Le figurette chiare stagliate contro i tronchi scuri, il cielo che le sovrasta sconfinato, il cerchio freddo della luna e quelle nuvole dalle forme un po' realistiche e un po' stravaganti, s'inquadrano in uno spazio dalla prospettiva incerta che crea una visione immaginaria, forse più adatta ad evocare un paesaggio dell'anima che un luogo preciso.
Infatti, accanto a un minuzioso realismo che indugia nel delineare gli alberi nei loro singoli rami, sono proprio questi e le nuvole in alto a suggerirci poi fantasie tra l'onirico e il fiabesco. 
Non una serata di movimentato e fantasmagorico divertimento quindi, ma un'aura di mistero quasi angosciosa e tuttavia affascinante.  

Così, a commento di queste immagini, ho scelto un brano che, più che alla vivacità della festa, mi pare s'intoni al clima del dipinto.
Si tratta della "Sicilienne op.78" di Gabriel Fauré (1845 - 1924), francese e contemporaneo di Henri Rousseau. 
La melodia - qui nella versione per violoncello e pianoforte - si dipana con delicatezza e fluidità in un clima nostalgico di malinconia ben sottolineato dal ritmo e dal timbro dei due strumenti. 
Ma la voce bassa del violoncello, in particolare, ci conduce in un'atmosfera più  raccolta e sognante.

Buon ascolto!

sabato 22 febbraio 2014

Tachicardìa

Tranquilli, anzi, tranquillissimi! 
Non lasciatevi allarmare dal titolo, sto benone!
Solo, mi capita un fenomeno strano che continua a ripetersi ogniqualvolta sono in procinto di pubblicare un post.
All'inizio pensavo fosse una reazione da principianti: l'emozione delle prime volte, la paura di sbagliare o il timore che qualcosa nel vasto oceano del web non andasse per il verso giusto. E credevo che col tempo, come forse accade a chi è più navigato di me, tutto sarebbe sparito. Invece no. 
Che succede, insomma?
In poche parole: una volta che - terminato un post, letto, riletto, pianificato ecc. - mi accingo a mettere la spunta accanto al titolo e cliccare "Pubblica", immediatamente il mio cuore "parte". Anzi, inizia già qualche minuto prima ad accelerare i battiti e le palpitazioni si fanno poi sempre più frequenti proprio come quando ci afferra una morsa di ansia e sentiamo per così dire le "farfalle nello stomaco".
Poi, dopo che il post è stato pubblicato e la creatura ha preso felicemente il volo verso lidi vicini o lontani, allora il cuore si calma placandosi come un mare che, cessato il vento che lo agitava, torni liscio come un olio.

L'ho detto: all'inizio poteva essere solo paura di sbagliare, ma poi con l'andar del tempo, mi sono accorta che a farmi questo effetto è l'emozione che provo nel condividere musica; emozione gioiosa certo, ma così persistente da attraversarmi tutte le volte che pubblico un pezzo. 
Ogni tanto, dico a me stessa che sono un po' un'oca a reagire così....manco i brani che metto in rete fossero miei!!!
Ma poi ci ripenso e mi rendo conto che, in fondo, quella musica è anche mia perchè non so parlarne in modo asettico, senza lasciarmi prendere e toccare dalla sua bellezza. Al contrario, essa entra a far parte di me al punto che non potrò mai regalarvi un pezzo di Bach o di Mozart, di Haydn o di Vivaldi - solo per fare qualche esempio - senza che a quelle note sia legato un po' del mio cuore, almeno un pochino. 

Forse anche per questo, al momento di condividere, riaffiorano in me antiche timidezze. E' ben vero, infatti, che quando ho aperto il blog le mie intenzioni erano di mantenermi decisamente nell'ombra lasciando spazio solo alla musica. Ma quasi subito mi sono resa conto che - lo si voglia o no - tutto parla comunque di noi, dalle scelte degli autori e dei brani, fino all'ultimo aggettivo usato per descriverli o alle foto nel riquadro (....a proposito, visto che bella questa???).

Così, l'angoletto di web in cui condivido musica e immagini, è diventato pian piano un luogo di dialogo che è, in realtà, la dimensione più significativa di cui vi sono molto grata. Virtuale quanto si vuole, ma un blog è pur sempre un incontro tra persone con tutta la preziosità e la ricchezza che questo comporta. Allora, nonostante dai miei inizi sia trascorso del tempo, ancora mi emoziono e, ogni volta che pubblico un pezzo, vivo la gioia e il tremore di mettere in rete una parte di me.

E ora, mentre - lo sento - il cuore sta già aumentando la frequenza dei battiti, vi regalo un brevissimo quanto famoso brano di Chopin, forse uno dei primi che mi ha portato ad appassionarmi al suo autore: lo "Studio in Sol bemolle maggiore op.25 n.9" detto "La farfalla". La musica ne riprende infatti l'incedere lieve e staccato così come ce lo offre, in particolare, lo splendido tocco della Lisitsa. 
Ma caratteristica evidente di questo pezzo è anche il ritmo, scandito proprio come una pulsazione ora più giocosa e leggera, ora più decisa e sostenuta, ma sempre all'interno di in un'interpretazione di grande fluidità.

Buon ascolto!

domenica 16 febbraio 2014

Costruire la casa

Mi è piaciuta molto l'iniziativa a seguito della quale venerdì scorso, giorno di San Valentino, Papa Francesco ha incontrato in piazza San Pietro più di venticinquemila fidanzati provenienti da tutto il mondo.
Un modo, a mio avviso, efficace di andare al di là dell'aspetto consumistico e pubblicitario con cui la festa degli innamorati viene ormai normalmente ricordata, per restituirle il significato essenziale. 
Non serve festeggiare San Valentino per abitudine, ma - come ogni altro tipo di ricorrenza - essa ha valore solo se esprime una verità di fondo, se è la punta di un iceberg che poggia su solide basi.

Credo di aver detto anche in passato di essere un po' allergica alle giornate istituite nel tempo per celebrare uno svariato numero di cose. 
Certo, possono nascere da buone intenzioni, ma tante ricorrenze sono spesso dettate da chiari interessi commerciali e non amo festeggiare a comando. 
Lo faccio se ho un motivo, un'esperienza profonda da condividere. Festeggio se la gioia è prima di tutto nel cuore e - se è così - tutti i giorni sono buoni per scambiarsi delicatezze da innamorati di Peynet. Altrimenti San Valentino diventa solo una bella facciata e nulla più.

Allora mi piace che Papa Francesco abbia voluto entrare in questa festa, divenuta ormai del tutto profana nonostante porti il nome di un Santo, per restituirle significato e sacralità riportandola alla sua essenza.
Non è facile parlare di amore oggi, esperienza meravigliosa e incantata, e tuttavia fragile e precaria più che mai. Ma con la sua nitida concretezza, il Papa ha paragonato l'amore tra fidanzati e sposi a una casa da costruire insieme, "luogo di affetto, di aiuto, di speranza, di sostegno" con fondamenta solide e coraggiose che non si adeguino alla "cultura del provvisorio". 
La sua esortazione a non temere scelte definitive nel contesto attuale dove - al contrario - tutto sembra scivolar via e dissolversi, mi è parsa più che mai ricca di speranza. Coglie infatti quell'aspirazione profonda che, nonostante tanti timori e insicurezze, ogni essere umano porta in sè: il desiderio di un "sogno fermo" - per dirla con Ungaretti - su cui tornare a fissare lo sguardo.

Ma mentre leggevo i vari resoconti dell'udienza papale, pensavo anche a quanto la musica - come del resto ogni forma d'arte - sia in questo un validissimo aiuto, quasi un cammino privilegiato che riconduce all' essenziale poichè attinge a una sorgente di Bellezza non provvisoria. Ci regala infatti intense emozioni che aprono alla verità di noi stessi e insieme al mistero, a quel nucleo segreto dove finito e Infinito s'incontrano e in cui ogni esperienza può ritrovare il suo senso profondo.
Così, oggi vi propongo un brano di assoluto splendore, capace davvero di parlarci con la sua leggiadrìa: la prima parte della "Romanza in fa minore op.11" di Antonin Dvorak (1841 - 1904), qui nella versione per violino e orchestra. 
Si tratta di una melodia di grande lirismo, dolce e appassionata proprio come il dialogo di due innamorati in un'atmosfera intima e sognante, ma non priva di aperture a un disteso ritmo di danza. 
Il pezzo riprende l’Andante con moto quasi allegretto dal "Quartetto d’archi in fa minore n.5 op.9", scritto dal compositore solo pochi anni prima.
Della "Romanza", inoltre, esiste anche una versione per violino e pianoforte che potete trovare qui, a mio avviso molto suggestiva soprattutto nella parte iniziale. I due strumenti ci fanno dono infatti di una straordinaria purezza di suono insieme a un'incomparabile intensità.

Buon ascolto!

 

domenica 9 febbraio 2014

Sguardi a ritroso

Quando si è raggiunta quella che si dice "una certa età", capita talora di guardarsi indietro riconsiderando la strada percorsa, le cose fatte, le scelte compiute e via dicendo. 
Sono valutazioni che, ultimamente, è occorso di fare anche a me sollecitata dal tempo che passa e dalla gioia sempre viva della condivisione.

Naturalmente, mi sto riferendo a questo blog (eh, eh....cosa credevate???) che - nato nell'ottobre del 2010 - conta già la bellezza di tre anni e qualche mese e non mi par vero.
Così, amo ogni tanto ripercorrere il cammino compiuto, grata del dialogo che si è instaurato con chi passa di qui, talora più aperto, talaltra implicito, ma non per questo meno vero nella comune passione per il mondo delle note. 
Ma riandare alla strada percorsa è per me un gesto tutt'altro che autocelebrativo: infatti, un po' pignolina come sono, se rileggo un post sento subito che avrei potuto esprimermi meglio, tagliare qui, approfondire là e così via. Solo quando riascolto la musica, allora sto bene....

Tempo fa, qualcuno mi ha chiesto quale brano, tra quelli pubblicati, considero in assoluto il migliore per una particolare interpretazione o anche solo perchè capace di restituirmi determinati ricordi o suggestioni.
Devo confessare che non so rispondere, un po' perchè tutta la musica che condivido mi piace ed è legata a un'emozione - diversamente questo blog per me non avrebbe senso - e un po' perchè, come penso capiti a tanti, vado a momenti: ho il periodo violinistico, quello organistico, oppure quello in cui vivo del fascino del pianoforte solo. Ma sono attratta anche dalla polifonia e inoltre mi appassionano quei contemporanei che riprendono autori del passato, a cominciare da Sting o dai miei mitici Swingle Singers quando rielaborano Bach.

Bach, appunto....E' chiaro come il sole che lo adoro da sempre, ma insieme a lui ho imparato ad amare anche altri compositori, tutti straordinariamente comunicativi perchè capaci di far vibrare in noi corde diverse ma ugualmente profonde.
Posso dire quindi cosa mi affascina di tempo in tempo in base alla ricettività del momento, ma senza stilare graduatorie assolute. Più grande Mozart o Bach? Chopin o Rachmaninov? Meglio il passato o il presente? Scarlatti o Philip Glass? Sarebbe come voler dibattere se Michelangelo sia più grande di Leonardo o di Giotto, oppure Leopardi di Dante. Non si può. Ciascun autore è unico nella sua personalità artistica se le sue opere sanno raggiungere il cuore delle persone.
Così, ogni musicista è una particolare sfaccettatura di quel meraviglioso cristallo che è la musica, capace di risuonare in modi differenti attraverso il genio di ciascun compositore. Insomma, armonia di bellezze diverse....

Allora, a completare questo discorsetto, oggi vi farò fare una breve passeggiata proprio fra le bellezze diverse degli autori postati, segnalandovi qua e là i brani che, di tempo in tempo, mi capita di riascoltare più spesso. 
Ma ve li indicherò senza citarli con precisione, per lasciarvi il bello della sorpresa qualora vogliate aprire i link riportati.
Di solito, se la giornata è un po' fiacca e ho bisogno di ritmo e grinta, vado subito qui . Se poi voglio ascoltare una musica che sia un dialogo di voci, questo è l'angoletto giusto per trovarla.
Quando invece sento l'esigenza di una pausa rasserenante e terapeutica, torno inevitabilmente qua; o se cerco luminosità, mi affido alle note di una splendida colonna sonora. Ma se avverto il desiderio di vivacità e insieme di leggerezza ecco il brano per me più adatto.  
Inoltre, mi capita spesso di ripercorrere le note di un concerto mirabile che potete ritrovare nel seguente post.
Se poi voglio tornare a una melodia assorta, simile a una profonda meditazione, allora vado a riascoltare questo brano, forse non il più famoso tra quelli del suo autore, ma per me sempre straordinario. 
Infine, il canto polifonico dal quale non mi staccherei mai è qui.
......Ma ora mi fermo, ben consapevole che si tratta di alcuni esempi che nulla tolgono allo splendore e alla gioia che mi regalano anche gli altri brani postati finora.

E per chiudere, oggi vi propongo una new entry, nientemeno che Richard Wagner (1813 - 1883) cha fa il suo ingresso in questo blog con un pezzo che appartiene proprio alle mie prime frequentazioni della musica classica: il "Preludio" del terzo atto del "Lohengrin".
Faceva parte infatti di uno dei miei primi LP, una miscellanea in cui il brano, con la sua scintillante vivacità, precedeva la mirabile pace del "Largo" di Haendel. 
La seguente clip video mi ricorda proprio quell'antica interpretazione
dal ritmo concitato e teso, ricca di tale trascinante energia da essermi rimasta nel cuore.

Buon ascolto!

lunedì 3 febbraio 2014

Germogli

Nevica. 
Sui vetri obliqui della mansarda è rimasto uno strato di fiocchi che smorza il biancore esterno e pervade l'ambiente di una bellissima luce ovattata, discreta, quasi la neve fosse una tenda all'interno della quale sentirsi dolcemente al riparo. 
E mi sembra che la stanza, zeppa di libri e un po' disordinata, diventi un rifugio ancora più intimo e pieno di silenzio.

Mi piace quest'atmosfera, questo sentirsi protetti dalla neve come fossimo terreno invernale che aspetta paziente di germogliare covando una vita in segreto.

Tuttavia mi rendo conto che non sempre è così. Può accadere talora di sentirsi terra arida, battuta dai venti o indurita dal gelo, quasi il cuore non riuscisse più a nutrire emozioni e a far verdeggiare la speranza. O forse è solo il susseguirsi delle stagioni che - come si avvicendano nel cielo - si alternano anche in noi in una sorta di meteorologia dell'anima: giorni di pioggia o di grigiore ed altri di sole pieno, tempeste che pensavamo non dovessero finire mai e inattese albe sfolgoranti di colori. 

Sempre più sperimento che la vita è alternanza, ma proprio questo ci consente di avvertire l'energia di un ritmo più dinamico dopo il riposo o il sollievo della distensione dopo la fatica; di sorridere a una sorpresa che vivacizza il quotidiano, ma anche alla pacificante tranquillità dell'ordinaria amministrazione.
Colori diversi e sfumature differenti di quell'arcobaleno di cui, in fondo, si compongono le nostre giornate e le alterne vicende delle nostre stagioni.

Tuttavia non è mai facile - e lo si coglie soprattutto in questi tempi - attraversare i periodi in cui le nubi si addensano o, peggio ancora, il cielo appare vuoto, privo di prospettiva o di aperture al sereno. 
Occorrono perseveranza e fiducia per tenere salde le speranze e intuire, vedendoli già con lo sguardo del cuore, i fiori che sbocceranno a primavera, come i bucaneve della foto si aprono sopra la bianca coltre invernale. 
Fragili e teneri, certo, ma vivi e ammantati di assoluto splendore come neppure sapremmo pensarli, piccoli segni leggiadri di una vita che non cessa di avvolgerci, dentro e fuori di noi.

E la loro delicatezza oggi mi ha fatto pensare a un brano di Franz Joseph Haydn (1732 - 1809): il secondo movimento, "Adagio", dalla "Sonata in Fa maggiore Hob XVI/23".  
Si tratta di una melodia nitida e semplice nella quale mi pare di cogliere da un lato reminiscenze mozartiane e dall'altro accenti di una modernità che Haydn ci testimonia, del resto, anche altrove.
Il pianoforte solo conferisce grande dolcezza a quest'aria che - nella sua alternanza di fa minore e la maggiore - sembra simile a un cielo che si offusca qua e là di nuvole e poi s'illumina di luci di speranza. 
Il tema infatti, accompagnato dai pacati arpeggi della mano sinistra, si anima e si placa in morbidissime fioriture di note, luminoso e lieve come i piccoli bucaneve della foto, teneri germogli a ricordarci che dal buio invernale rinasce lo splendore.

Buon ascolto!