"Gioire in Musica" è un piccolo spazio per condividere lo splendore della musica classica e le emozioni che essa suscita in noi; ma anche un luogo in cui raccontare quanto ogni musica nata dal profondo si intrecci alla nostra esistenza nutrendo il cuore e infondendoci vita, sorriso e limpidezza di sguardi.
E' da sempre esperienza comune il fatto che un brano di musica del passato possa rivivere in tutta la sua freschezza nel cuore dell'ascoltatore del presente, grazie al carattere di universalità della musica stessa e al suo linguaggio che, toccando l'interiorità più profonda dell'essere umano, sa superare il tempo. Non fosse così, non avremmo una ricchezza alle nostre spalle, una storia, un patrimonio di autori che ancora ci parlano. E ciò accade per ogni forma d'arte. Se una poesia, un romanzo, un dipinto del passato ancora oggi dialogano con noi, è perchè tanti artisti - pur profondamente immersi nella loro epoca - l'hanno superata consegnandosi all'eternità per aver raggiunto per così dire il nucleo caldo del cuore di ogni uomo abitato da istanze ed emozioni di sempre.
Tuttavia, al di là della fruizione dal parte del pubblico sempre per molti versi significativa, la musica, così come un testo di teatro - e al contrario dell'arte figurativa che nel tempo resta sostanzialmente invariata - ci arriva mediata dall'interpretazione di chi la esegue e la rende viva oggi, attraverso il filtro della propria sensibilità. Si pone quindi con varie sfaccettature il problema del rapporto tra autore ed esecutore che - come accennavo già in passato - si gioca soprattutto all'interno della necessità o meno di restare rigorosamente fedeli al testo originale.
Si tratta di questioni che generano spesso dibattiti, sia quando in sede teatrale un'opera antica viene rivisitata e attualizzata da una regìa particolarmente innovativa, sia quando - in campo strettamente musicale - di una partitura barocca per esempio, si discute se sia più corretto un recupero filologico che si serva anche di copie di strumenti d'epoca o una lettura decisamente più moderna. Sono entrambe prospettive affascinanti, anche se personalmente sono sempre attirata dalla capacità di alcuni interpreti di rendere il brano più vicino alla nostra sensibilità. Per questo, dopo aver dedicato il post della volta scorsa a un'incantevole Suite di Haendel suonata da Keith Jarrett, oggi voglio condividere qui un famosissimo quanto splendido brano del napoletano Domenico Scarlatti (1685 - 1757): la "Sonata in si minore K.27 L.449" interpretata della brava Sara Daneshpour.
Spero che i puristi mi perdoneranno se al clavicembalo ho preferito ancora una volta il pianoforte senza tuttavia scegliere una performance tecnicamente perfetta come, per esempio, quella di Arturo Benedetti Michelangeli. Ma m'incanta veramente la morbidezza di questa esecuzione tutta al femminile che fa parlare le note anche se, forse, un po' al di là di quelle che erano le intenzioni di Scarlatti. Certo, trasformare un autore barocco in romantico non è un'operazione improntata a rigore filologico. Tuttavia cogliere aspetti e sfumature che lo rendano più vicino alla nostra sensibilità non mi sembra tanto un tradimento interpretativo - come talora alcuni sostengono - quanto l'affascinante scoperta di ogni ricchezza nascosta nel brano, una sorta di valore aggiunto che ne sviscera la bellezza facendolo rivivere nel cuore di chi ascolta. Qui, infatti, la morbidezza di alcuni passaggi più lenti, piccole quasi impercettibili pause, il sapore delle dissonanze addolcito dal pianoforte e la voce profonda dei bassi accentuata dal pedale, togliendo al pezzo il timbro un po' secco tipico del clavicembalo, vanno a sviluppare quegli aspetti di modernità insiti già in nuce nel brano come in altre creazioni di questo straordinario compositore contemporaneo di Bach. Un solo rilievo negativo: all'inizio, alcune note alte sono talmente sfumate da perdersi e, al contrario, altre sono a mio avviso eccessivamente marcate. Tuttavia, nel prosieguo, la melodia si fa sempre più modulata e ricca di fascino: un insieme di vivacità e scorrevolezza, intensità e soffuso appassionato lirismo.
Sarà perchè le giornate cominciano ad allungarsi un pochino, sarà per quel sole che è ricomparso da qualche giorno liberandoci dall'oppressione della nebbia, ma sento che la primavera è quasi alle porte. E non fa niente se il vero e proprio equinozio è ancora lontano e le previsioni del tempo parlano di correnti fredde in arrivo, ma la luce è già diversa e in alcuni giardinetti i primi germogli si stanno facendo strada in mezzo alla terra scura o tra la poca neve residua. E' bellissimo spiare l'arrivo della primavera, e dico spiare perchè si tratta di piccoli segnali quasi nascosti da cercare qua e là, nelle aiuole ancora brulle o nelle sottili bordure dietro a una cancellata, così come nell'orizzonte più luminoso o nel profumo dell'aria quando scende il buio. A volte lo si sente addirittura a fine gennaio: ci sono serate in cui al freddo si fonde una sensazione più morbida, come se l'umidità della notte diventasse una carezza. E' quello il preludio di primavera, l'annunzio che qualcosa sta cambiando. E i primi crochi che sbucheranno alla luce, dopo essere stati ricamati nel segreto della terra, saranno il segno persistente e tenace della vita che rinasce e non smette di pulsare allietandoci con il suo splendore.
Proprio per questo, oggi desidero condividere un brano che sto ascoltando da alcuni giorni e che, a mio avviso, sa ridestare davvero tutta la gioia sopita in noi: la "Suite n.1 in La maggiore HWV 426" di Georg Friedrich Haendel(1685 - 1759) nei suoi quattro tempi: Preludio, Allemanda, Corrente, Giga.
Si tratta della prima di una splendida serie di Suites scritte per clavicembalo e contraddistinte in generale da grande vitalità ed energia ritmica. Qui, tuttavia, ho preferito l'esecuzione al pianoforte perchè - come spesso accade - dona alle varie composizioni una morbidezza capace di farne emergere maggiormente le sfumature di colore o la dolce cantabilità. In questo caso, lo strumento mette bene in evidenza il particolare carattere di ogni movimento: dagli appassionati arpeggi del Preludio alla pacata melodia dell'Allemanda,dalla garbata eleganza della Corrente con la sua fioritura di abbellimenti fino alla scattante vivacità della Giga. Ma è anche l'interpretazione di Keith Jarrett che - con tocco ora lieve, ora più marcato - rende affascinanti e vicini a noi questi brani composti ormai quasi tre secoli fa. Riesce infatti a sottolineare la limpida gioia insita in essi, soprattutto in certi passaggi simili allo splendore discreto di queste giornate: sprazzi di sereno che danno sollievo al cuore.
E a questo proposito - se devo confessare le mie preferenze - al di sopra degli altri movimenti trovo davvero incantevole la Corrente, piccolo gioiello di leggiadrìa musicale che non smetterei mai di risentire, dove mi pare che garbo e luminosità s'intreccino a ridestare il sorriso. Ma tutti e quattro i pezzi - nella loro varietà - hanno il pregio di restare dentro di noi e accompagnarci con le loro note, suscitando magari in qualcuno il desiderio di imparare a suonarli per vivere la musica dall'interno della sua magìa.
Buon ascolto! (Poichè su youtube la clip-audio del brano interpretato da Keith Jarret è stata chiusa, l'ho sostituita con la seguente in cui la Suite è eseguita da Andrei Gavrilov)
In una delle mie ultime visite alla Galleria Ricci Oddi di Piacenza - oltre ad altre opere tracui "La colazione del mattino" di Amedeo Bocchi della quale ho parlato qui nel maggio scorso - sono stata affascinata da un quadretto che mi pare adattarsi bene al clima di questi giorni di pieno inverno.
Si tratta di un dipinto del vercellese Francesco Bosso (1864 - 1933) intitolato "A mattutino", che mi ha immediatamente preso per la particolare atmosfera che vi aleggia. Nonostante sia stata realizzata nel 1920 e nasca in un contesto pittorico nel quale si erano già affermate le avanguardie del Novecento, l'opera segue ancora il solco della tradizione figurativa e la si potrebbe definire un bozzetto di vita quotidiana.
Siamo in un quartiere di paese - o forse di una piccola città di
provincia - nella solitudine delle primissime ore di un mattino d'inverno: un ambiente umile e disadorno, tuttavia non privo di una sua bellezza. Qui, in mezzo a vecchie case, una figuretta scura avanza nel
chiuso del mantello sul sagrato di un'antica chiesa. Intorno, il silenzio della neve. Lo percepiamo subito, questo silenzio - rotto solo dal suono quasi impercettibile dei passi - insieme alla particolare luminosità che la neve diffonde dando rilievo agli altri colori e attrattiva al dipinto. Il biancore infatti contrasta con le varie gradazioni della pietra e con la luce rossastra che si accende dietro i vetri di una vecchia finestra, conferendo anche all'angolo più dimesso della piazzetta il fascino di un piccolo fondale di teatro.
E quel vicolo a sinistra - come un freddo cono d'ombra, una curva verso il buio - mi pare metta ancor più in evidenza l'atmosfera d'intimità che la luce di un fuoco interno alla casa ci regala. Sembra di assistere a un progressivo e pacato accendersi del quadro che, dai toni scurissimi e cupi di quel vicolo, passa a gradazioni più calde e accoglienti.
Ma il senso di intimità è sottolineato anche dal taglio dell'immagine che, impedendo una prospettiva più ampia e completa sulla facciata della chiesa, conduce il nostro sguardo in un angolo - anche se, a ben guardare non lo è - al centro del quale procede quella figura tutta raccolta in se stessa.
Intimità esteriore, quindi, ma anche interiore, quasi in un gioco di rimandi. Dalla rappresentazione realistica di tanti particolari esterni - la povertà dell'ambiente, i muri sbreccati, il lampione, i paracarri a delimitare il sagrato - al calore della celebrazione religiosa a cui la protagonista del quadro è avviata - il "mattutino" appunto - e che probabilmente si prefigura in cuore. Dalle orme dei passi lenti nella neve, all'interiorità assorta di questa figura che procede leggermente china, forse custodendo già in sè una preghiera.
Allo stesso modo, il cotto che s'intravvede nell'arco del portale e nelle lesene
laterali, mentre da un lato regala all'edificio un'impressione di severità maestosa e antica, dall'altro ci risulta familiare come cosa che ci appartenga da sempre e da sempre ci parli.
Proprio ciò che talora accade con alcune chiese che si aprono nelle nostre città magari in angoletti segreti: non solo parte dello scenario urbano, ma
pietre vive di un
paesaggio che portiamo scritto dentro.
E ancora una volta è l'immensa produzione di Bach a offrirmi il brano di commento a quest'immagine. Si tratta di un "Adagio" tra i più famosi, quello dal "Concerto per violino, archi e basso continuo in Mi maggiore BWV 1042". Il suo ritmo di fondo pacato e costante, insieme al respiro degli archi, crea un clima di grande intimità, mentre la melodia introdotta dal violino solista - dolce e malinconica ad un tempo - sembra accompagnarci nel silenzio rarefatto del dipinto e unirsi ai passi lenti di quella figuretta scura e al suo cuore assorto.
Ancora una volta, in occasione del "Giorno della Memoria", desidero ricordare qui una figura particolarmente luminosa che ha attraversato l'orrore della deportazione e della morte in campo di concentramento, preservando in sè fino all'ultimo una straordinaria attitudine diamore verso gli altri e verso la vita. Mi riferisco a Etty Hillesum - della quale ho parlato lo scorso anno proprio in questa data - ebrea olandese prima internata nel campo di smistamento di Westerbork e poi ad Auschwitz dove morirà a 29 anni. Come ricordavo in passato, della sua storia è testimonianza particolamente significativa il "Diario" che raccoglie le vicende degli ultimi due anni della sua esistenza. Non intendo ripetere qui quanto ho già detto in precedenza sulla personalità di questa donna, ma soltanto sottolineare la sua ricerca incessante di bellezza e di positività in un mondo devastato da una violenza feroce. Lascio quindi a lei la parola attraverso qualche breve stralcio dei suoi scritti:
12 luglio 1942 : "Il gelsomino dietro casa è completamente sciupato dalla pioggia e dalle tempeste di questi ultimi giorni (...) Ma da qualche parte dentro di me esso continua a fiorire indisturbato,
esuberante e tenero come sempre e spande il suo profumo tutt'intorno
alla tua casa, mio Dio. Vedi come ti tratto bene. Non ti porto soltanto
le mie lacrime e le mie paure, ma ti porto persino, in questa domenica mattina grigia e tempestosa, un gelsomino profumato."
14 luglio 1942: "...Mi sembra che si esageri nel temere per il nostro povero corpo. Lo spirito viene dimenticato, s'accartoccia e avvizzisce in qualche angolino. Viviamo in modo sbagliato, senza dignità e anche senza coscienza storica. Con un vero senso della storia si può anche soccombere. Io non odio nessuno, non sono amareggiata. Una volta che l'amore per tutti gli uomini comincia a svilupparsi in noi, diventa infinito."
23 luglio 1942 : "...Le mie rose rosse e gialle si sono completamente schiuse. Mentre ero là, in quell'inferno, hanno continuato silenziosamente a fiorire. Molti mi dicono: come puoi pensare ancora ai fiori, di questi tempi. Ieri sera, dopo quella lunga camminata nella pioggia e con quella vescica sotto il piede, sono ancora andata a cercare un carretto che vendesse fiori e così sono arrivata a casa con un gran mazzo di rose. Ed eccole lì, reali quanto tutta la miseria vissuta in un intero giorno." 24 luglio 1942 : "...Se tutto questo dolore non allarga i nostri orizzonti e non ci rende più umani, liberandoci dalle piccolezze e dalle cose superflue di questa vita, è stato inutile."
17 settembre 1942: "...In fondo, la mia vita è un ininterrotto ascoltar dentro me stessa, gli altri, Dio. E quando dico che ascolto dentro, in realtà è Dio che ascolta dentro di me. La parte più essenziale e profonda di me che ascolta la parte più essenziale e profonda dell'altro. Dio a Dio."
30 settembre 1942: "...Essere fedeli nel senso più largo del termine, fedeli a se stessi, a Dio, ai propri momenti migliori. E dovunque si è, esserci al cento per cento. Il mio fare consisterà nell'essere."
Sono considerazioni che non necessitano di altre aggiunte, se non per sottolineare la capacità di Etty di tenersi ancorata all'Essenziale e di averne fatto un programma di vita. Sempre e comunque.
A commento di queste riflessioni, un famoso brano del compositore e organista francese Gabriel Fauré (1845 - 1924) a proposito del quale ringrazio l'amica blogger Anna del sito "GLI ULTIMI (brucofelice52.blogspot.it) che, tempo fa, attraverso un suo post mi ha offerto lo spunto per conoscerlo meglio e ascoltare, tra gli altri, il pezzo che qui riporto. Si tratta del canto "In Paradisum" dal "Requiem op.48", composizione priva della drammaticità e della tristezza insite solitamente in un Requiem, ma ricca di tale serenità e stupita dolcezza da essere stata paragonata ad una ninna nanna. E' infatti una musica che lascia un'impressione di grande leggiadrìa e si apre intensamente a suggestioni d'infinito.
Mi è sempre piaciuto vedere l'alba in stazione, prendere il treno nelle mattine invernali quando, solo verso le sette e mezza, la prima luce violetta schiarisce l'orizzonte e sembra illuminare anche il
cuore preparandolo a un nuovo giorno. O veder albeggiare dal treno.
Anche un mezzo di trasporto - strano a dirsi, ma succede - può diventare una
tana calda e luminosa: rumori ovattati, fuori il buio sulla campagna
gelata e la tranquillità di poter lasciar andare i pensieri, in
attesa. Anche l'alba è un'attesa: e ciò che nasce è sempre inedito, fresco, nuovo.
Quanto dico non suoni stonato a chi è costretto da motivi di lavoro a vedere l'alba ogni giorno e a sentirla spesso come sinonimo di fatica. Ho fatto la pendolare anch'io per qualche anno, tanto tempo fa....e so che significa mettersi in strada la mattina con l'ansia di non perdere il treno, e non solo quella. Altre attese, allora, urgevano in cuore e altri sogni si proiettavano in quel viola via via più luminoso; perchè in fondo l'alba - prima che altrove - è dentro di noi, e siamo noi a crearla con pensieri, desideri e speranze che, di tempo in tempo, andiamo a dipingere su quel cielo là fuori.
Ma esistono anche aurore espresse in musica, passaggi interiori dal buio alla luce, risvegli dell'anima raccontati in note, dal primo dileguarsi delle ombre fino al trionfo dei colori più infuocati; ed è a questo proposito che desidero ricordare il recente cd di Giovanni Allevi che dell'alba porta il nome. Si tratta di "Sunrise", ultima fatica del compositore ascolano uscita a fine ottobre e - come lui stesso ha dichiarato - segno di rinascita dopo un periodo di buio e vuoto creativo. Alba esistenziale e artistica, dunque, e simbolo di quella luce che sempre la musica regala, come un sole che illumina interiormente. Tuttavia, al di là del significato letterale della parola, è interessante notare che "Sunrise" è anche il nome di un preziosissimo Stradivari del 1677, uno di violini più mirabili al mondo per suono e preziosità degli intarsi. E non mi sembra casuale che ad una raccolta di brani che - oltre a cinque pezzi per pianoforte e orchestra - presenta la novità di un Concerto per violino, Allevi abbia dato questo titolo, omaggio allo splendore del pregevolissimo Stradivari la cui decorazione, a ben guardare, è richiamata da alcuni dettagli nella grafica del cd. Un'alba dagli aspetti molteplici quindi, ma strettamente legati tra loro come solo può esserlo l'anima di un compositore alla sua musica.
Il branoche riporto qui è il primo tempo, "Mosso", proprio dal "Concerto per violino in fa minore" intitolato "La Danza della Strega". Si tratta di un pezzo rigorosamente classico nella sua forma così come nella cultura che da esso affiora: da Paganini a Bach, ma non solo, svariati riferimenti al passato riecheggiano qua e là nel tessuto musicale. Tuttavia, i temi all'interno dei quali tali richiami s'intrecciano testimoniano varietà e ricchezza inventiva tipiche del musicista ascolano.
Delle tre parti di cui si compone questo primo movimento, quella iniziale vede subito protagonista il violino e si caratterizza per la vivacità tipica di una danza dal ritmo marcato. Belli gli accenti melodici sulle sestine che conferiscono trascinante energia allo strumento solista fin dal suo esordio. Ma, nonostante abbia una sua struttura compiuta, il pezzo - a mio avviso - sembra svolgere quasi una funzione introduttiva al secondo tema che costituisce in realtà la melodia principale, il vero e proprio fulcro del brano. E' questa un'aria intima, struggente, dolcissima e appassionata, un andante conanimaannunciato dall'orchestra e dispiegato poi dal violino in ogni sfumatura del suo canto, dove si alternano momenti di intensa malinconia ad altri dal respiro più disteso e sereno. L'ultima parte del pezzo, invece, si apre di nuovo a un'onda di vivacità, ma torna poi ai primi due temi facendoli risuonare attraverso altre voci orchestrali, ora con pacatezza - suggestiva la ripresa della melodia affidata agli ottoni - ora con impeto.
Amo molto quest'ultima sezione, non solo per gli echi bachiani a mio avviso particolarmente evidenti e resi con ritmica tutta contemporanea, ma anche per la gioia di cui è intrisa. Dopo il momento più intenso e sofferto, qui infatti la vita sembra rinascere proprio come un'alba che porti con sè una sorta di risveglio di tutta la natura, una freschezza primigenia, una leggerezza sorridente e giocosa sottolineata anche dalla danzante vivacità dei pizzicati. Del resto, il motivo della danza - come già ricordavo in un precedente post - non è nuovo nelle creazioni del compositore ascolano.
Superba l'interpretazione del bravissimo violinista Mariusz Patyra che - in questo, come nei successivi movimenti - dà vita alle note del Concerto cogliendone luci ed ombre con un tocco rigoroso e appassionato ad un tempo che ben si accorda allo stile del Maestro Allevi.
Mi è capitato di rivedere sere fa in tv alcune sequenze del film "Il paziente inglese", famosa e pluripremiata pellicola del 1996 del regista Anthony Minghella. E' una vicenda tragica e complessa, un affresco a più piani e continui rimandi tra presente e passato, dove ricordi, storie d'amore e di guerra s'intrecciano sullo sfondo ora del deserto del Sahara, ora della campagna toscana.
Confesso che, a suo tempo, il film mi era piaciuto ma senza suscitarmi particolare entusiasmo e anche se, in genere, amo le storie
giocate come questa su differenti livelli temporali, tuttavia vi avevo colto una certa frammentarietà. Inoltre, nonostante la ricchezza di temi e un cast decisamente superlativo - Ralph Fiennes, Kristin Scott-Thomas, Juliette Binoche e, sia pure in una parte di secondo piano, Colin Firth - avevo trovato la narrazione troppo lenta e prolissa. Ma evidentemente avevo dimenticato una sequenza che l'altra sera ho avuto l'opportunità di rivedere e che mi ha colpito in tutto il suo incanto.
Si tratta di una delle più famose scene del film che vede protagonista Hana, l'infermiera del paziente inglese. E' lei che una sera viene condotta dal soldato indiano di cui è l'amante, a vedere i dipinti di una chiesa vicina che, in realtà, altro non sono che gli affreschi di Piero della Francesca raffiguranti le "Storiedella Vera Croce" nella basilica di S. Francesco ad Arezzo.
Qui, imbragata e issata su di una fune, Hana può salire volando letteralmente da una parete all'altra dell'abside e, al lume di una torcia, contemplare da vicino le immagini. Una scena davvero suggestiva, un'oasi di infinito nel cuore della vicenda, dove il fascino della grande arte si riflette nell'espressione del viso di Hana - la splendida Juliette Binoche - nella freschezza del suo sguardo rapito in questo a tu per tu con la Bellezza.
Ma - come spesso accade nei film - è anche la musica a parlare completando dialoghi e immagini, sottolineando ciò che esse necessariamente non arrivano a dire e dando voce a gesti e sguardi. In questo caso, sono le note di Gabriel Yared -compositore libanese, classe 1949 - a riempire d'intensità la scena accompagnando il funambolico ondeggiare della protagonista fino a trasformarlo in una vera e propria danza dell'anima, in puro stupore.
Meritatissimo, a mio avviso, l'Oscar alla "miglior colonna sonora drammatica" non solo perchè il compositore talora si avvale di vere e proprie citazioni classiche - ne sono un esempio i brani tratti dalle Variazioni Goldberg di Bach - ma per la fantasia con cui Yared rielabora la propria cultura musicale riuscendo a tradurre in note la meraviglia, o l'angoscia o la passione. La sua formazione classica infatti è evidente anche nel brevissimo pezzo che commenta questa scena: un'aria intrisa di reminiscenze bachiane e non solo, ma soprattutto filtrata da un ritmo scandito e disteso, ricco di serenità. E le aperture orchestrali che salgono in una progressiva ricerca di purezza e di luce, sembrano davvero condurci oltre le vicende umane, oltre la guerra, la passione, la tragedia e - attraverso l'arte - verso la contemplazione di ciò che non muore. Buon ascolto!
No....non avete sbagliato blog! Nè io all'improvviso ho cambiato rotta scegliendo di dedicarmi alla cucina, sulle orme di uno di quegli splendidi siti dove fantasiose e instancabili amiche pubblicano ricette corredate da immagini altrettanto splendide. No. Ammiro profondamente la competenza di queste persone in fatto di gastronomia e la varietà delle loro appetitose creazioni qualche volta mi sollecita a imitarle, ma in cucina vivo un po' d'improvvisazione e non mi permetterei di parlare. Il fatto è che ieri, mentre preparavo il pranzo - e si sa che certe mansioni pratiche conciliano i pensieri - mi è tornata in mente la vellutata di legumi gustata giorni fa insieme a un'amica nel tranquillo angoletto di un ristorante veneziano, mentre poco più in là la laguna splendeva sotto un sole quasi primaverile. Ma più che la vellutata - peraltro squisita! - è stato il nostro dialogo a rifiorirmi dentro, la condivisione, i racconti, lo scambio di rispettive esperienze. E' il potere delle piccole cose - un luogo, un cibo, un oggetto - che sanno ricordarci quelle grandi e delle grandi che danno significato alle piccole offrendoci un modo di rileggere la realtà, in questo caso, alla luce sorridente dell'amicizia. Un po' come quando Saint-Exupéry ci narra che al Piccolo Principe - che ha i capelli "color dell'oro" - la volpe dice:"Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te".
E' bello infatti pensarsi anche a distanza, tra amici, sapere che se pure ci s'incontra di rado, ci si porta reciprocamente nel cuore e le cose dette non si perdono nel vuoto, ma ci restano dentro come tacche di una crescita, passi di un cammino. E' il nucleo caldo di ogni relazione, la radice che non appare ma c'è, e costruisce fondamenta di sorriso consolidando quell'attenzione interiore per cui poi - quando ci si vedrà - ci si capirà al primo sguardo e la vicinanza dell'amico sarà "come una musica". Per questo, il brano di oggi è un pezzo di Mozart che - come l'amicizia - certamente tutti conosciamo. Si tratta del famosissimo "Andante" dalla "Sonata n.16 in Do maggiore K.545", un'aria luminosa e pacata che magari abbiamo anche eseguito al pianoforte, caratterizzata da quella tipica semplicità mozartiana che alterna trasparenza a spessore, serenità a qualche momento di ombra. Una sonata tuttavia facile solo in apparenza perchè richiede buone doti interpretative che ne mettano in luce ogni sfumatura. Qui, a mio avviso, l'esecuzione di Eschenbach fa parlare mirabilmente ogni nota di questo Andante ora limpido, ora lievemente soffuso di malinconia, guidandoci in una meditazione tutta interiore, come il filo di un pensiero assorto che si dipana attraverso sentimenti e ricordi che hanno la preziosità di un dono da custodire. E mi suggerisce, appunto, una riflessione sull'amicizia, sulla bellezza del creare dei legami prima di tutto dentro di noi perchè - insegna sempre la volpe al Piccolo Principe - è quest'attenzione che "addomestica".
Buon ascolto! (Nel riquadro, "Caffè sulla Riva degli Schiavoni" di J.S.Sargent)
E' sempre vivissimo - a quattordici anni dalla morte - il ricordo di Fabrizio De André e della poesia che ci ha regalato con le sue melodie e i suoi testi che sanno parlare ancora oggi non solo a chi lo ha seguito fin dal suo esordio, ma anche alle nuove generazioni. Ogni sua composizione infatti esercita un fascino sempre intatto per la capacità con cui il cantautore ha creato in ogni brano un mondo a sè, fatto non solo di note, ma anche di atmosfere e suggestioni. E incontrare i suoi testi che ci raccontano la vita talora con accenti di smisurata dolcezza, talaltra con graffiante disincanto, è entrare ogni volta in una dimensione quotidiana e insieme profonda che va a scandagliare la verità sotto le apparenze indagando i grandi temi dell'esistenza.
Sappiamo tutti quanto De André si sia avvalso nel tempo della collaborazione di altri autori per creare le proprie musiche, facendo talora riferimento anche a composizioni classiche, come già ricordavo in passato. Così, è ancora in quest'ottica che ho scelto il brano di oggi. Si tratta di "Valzer per un amore", canzone tratta dalla raccolta "Nuvole barocche" del 1969 e particolarmente suggestiva nella sua genesi. Qui infatti, il cantautore - in omaggio ai propri genitori che avevano ascoltato il brano al momento della sua nascita - riprende in toto il tema del "Valzer campestre" dalla "Suite siciliana" di Gino Marinuzzi (1882 - 1945); mentre per le parole s'ispira alla famosissima poesia di Pierre de Ronsard (1524 - 1585) "Quand vous serez bien vieille..." daiSonnets pour Hélène, rivisitandone i versi alla luce del proprio stile. E nonostante parole e musica siano d'altri autori, il pregio di De André è quello di fonderle attraverso la propria inconfondibile impronta e in certo qual modo di ricrearle.
Ma c'è di più. Devo confessare che non posso ascoltare questo brano senza che me ne richiami molto da vicino un altro, di un musicista ancor più famoso: si tratta di Dmitri Shostakovich (1906 - 1975) e del suo "Valzer n.2 in do minore e Mi bemolle maggiore" tratto dalla "Suite per orchestra di varietà", pezzo conosciutissimo e inserito anche da Stanley Kubrick nella colonna sonora del film "Eyes Wide Shut". Somiglianza casuale? Probabilmente sì, perchè la cronologia suggerisce che il primo Valzer composto in ordine di tempo è stato quello di Marinuzzi e - per quanto ne so - non ci sono elementi che inducano a pensare a una sua conoscenza da parte del compositore russo. Tuttavia, il ritmo marcato e soprattutto le battute iniziali del brano di Shostakovich mi sembrano richiamare davvero anche gli altri due pezzi. Magari mi sbaglierò, forse è solo una mia impressione....ma chissà se anche il grande Faber ci aveva fatto caso? Buon ascolto!
D'incredibile fascino la foto scattata dal satellite Suomi - una delle tante rese pubbliche recentemente dalla Nasa - con altri video comparsi sul web che ci regalano immagini suggestive della terra così come appare dal cielo. Vi si ritrova il buio dei deserti e degli oceani insieme alla luce intensa e diffusa delle metropoli e dei più estesi agglomerati urbani. E l'occhio del satellite è tanto acuto da poter accarezzare col suo sguardo anche i battelli sui grandi fiumi o l'eruzione di un vulcano. E' il fascino del vedersi dall'alto, da un punto di vista finalmente diverso da quello che tutti i giorni ci restituiscono le cronache o una certa abitudine a cogliere solo il negativo fuori e dentro di noi. E' la novità del cambiare prospettiva aprendosi a una visione più ampia, quasi che - per un attimo e per magìa - ci potessimo osservare così come ci vede Dio dalla sua misteriosa dimora. E' scoprire con stupore che siamo simili a un cielo stellato, a galassie infinite, intrecci di costellazioni che si stendono a perdita d'occhio e forse la bellezza di questa immagine ci restituisce anche una diversa percezione di noi stessi.
Mi si obietterà che - se restiamo saldamente ancorati alla terra - ci accorgeremo subito di essere anche violenza ed egoismo, guerra e strage e le cronache ce lo ricordano tutti i giorni. E' vero, tuttavia non siamo solo quello e mi viene in mente, a questo proposito, la famosa "notte dell'Innominato" di manzoniana memoria. Ripercorrendo il proprio passato costellato di ogni sorta di violenze, il protagonista a un tratto pensa: "Eran tutte sue, eran lui." Mi ha sempre colpito questo efficacissimo passaggio dal plurale al singolare: "...eran lui". Rivela infatti la percezione dell'Innominato che la propria identità profonda si concentrasse ed esaurisse in quei delitti, il suo vedere in se stesso solo una stringente totalità di male e null'altro. In una parola, la disperazione! Ma sarà prima il ricordo delle parole di Lucia e poi l'incontro con il Cardinal Federigo a riaprirgli in cuore la speranza prospettandogli una diversa visione di se stesso. Allo stesso modo, mi pare che il fascino di questa foto ci mostri che non siamo solo violenza e strage, prepotenza e sopruso; e anche se sappiamo bene che le luci che vediamo da lontano non sono stelle ma segni del nostro cammino nel tempo, è bello tuttavia scoprire che siamo vite pulsanti, esistenze in movimento che punteggiano il buio di splendore.
Se infatti la rivoluzione copernicana ha dato
all'essere umano il senso della propria piccolezza insieme alla percezione dello sconfinato
mistero circostante, queste luci palpitanti mi pare possano restituirgli
l'idea più familiare dell'armonia di uno spazio abitato e di una vita comune. Ed è interessante vedere come i sofisticati strumenti informatici che indagano con occhio vigile la vita sulla nostra terra, ci regalino anche lo stupore di scoprire di quanta bellezza siamo portatori.
Ma mi piace anche pensare che, come noi osserviamo il firmamento nel suo splendore e mistero, Dio contempli allo stesso modo l'incanto del creato e col suo sguardo accarezzi la nostra terra - dallo sfavillìo delle grandi metropoli alla più umile fiammella accesa in un deserto - come fossimo il Suo presepio. E dalla Sua prospettiva, il grande interrogativo leopardiano "A che tante facelle?..." abbia unicamente una risposta di Amore perchè le Sue stelle siamo noi ed è nella concretezza di quella miriade di luci e nella vastità di quel buio che Dio ha scelto di abitare.
E a conclusione di queste considerazioni ancora un po' natalizie - del resto, oggi è la festa dell'Epifanìa - un brano che mi pare si adatti bene alla grandiosità e al fascino dell'immagine che ci arriva dallo spazio. Si tratta del "Gloria" dalla "Messa in si minore BWV 232" diJohann Sebastian Bach,composizione articolata e solenne, magistrale intreccio di voci costruito nel segno dell'ordine e dell'armonia. Il pezzo, che la clip video ci regala in un'esecuzione ancora una volta live, è cantato - e anche qui sta il bello - dal famosissimo Thomanerchor di Lipsia, proprio nella Chiesa di San Tommaso dove il compositore è sepolto e che l'estate scorsa ho avuto la gioia di visitare. Un regalo che faccio avoi...e a me! Buona visione e buon ascolto !
Penso che tutti, chi più chi meno, abbiano potuto fare qualche volta il confronto tra un brano di musica ascoltato in un cd e lo stesso brano sentito dal vivo, magari nell'atmosfera di rovente entusiasmo di un concerto rock o nel silenzio incantato e teso di un teatro dall'acustica perfetta.
Anche se la tecnologia attuale consente ormai registrazioni di altissimo livello come fossimo in una sala da concerto, l'ascolto dal vivo resta sempre altra cosa per una serie di fattori che vanno al di là del puro e semplice sentire. C'è l'insostituibile impatto emotivo della diretta con la sua carica di palpitante freschezza, nuova ogni sera anche se la musica in programma è sempre la stessa; c'è la sonorità di uno strumento o di una voce, di un'intera orchestra o di un coro che ci attraversa fisicamente come un'onda viva che viene a lambirci con delicatezza o a investirci con dilagante intensità. C'è la presenza del pubblico, tante anime in attesa che diventano un cuor solo con l'interprete. E ci sono - appunto - gli interpreti con i loro volti: sguardi assorti, sorrisi che sono carezze ai loro strumenti, e quell'attento e gioioso abbandonarsi al fluire della musica!....Spettacolo nello spettacolo, per quanto di se stessi ci regalano al di là della bravura di esecutori, per la passione che da loro traspare e ci porta via.
Per questo, quando scelgo le clip di musica per il blog, dov' è possibile dò la preferenza alle esecuzioni live. Confesso che non sempre posso farlo perchè le registrazioni dal vivo talora non hanno un'acustica perfetta. Tuttavia, se il loro livello è buono, diventano davvero squarci di poesia per la bellezza delle inquadrature che vanno a cogliere l'anima degli interpreti: dalle mani sui singoli strumenti, a quelle di chi dirige - mani che parlano insieme alle note - fino agli sguardi di chi suona intento a leggere la musica dentro il proprio cuore prima ancora che sullo spartito. Se poi protagonista è un coro, allora lo splendore delle varie melodie è veramente completato dalla partecipazione di chi canta: adulti, anziani, giovani, un'eterogeneità di visi e di espressioni, di occhi e di sorrisi, ora seri e compresi, ora illuminati dalla gioia: un panorama di fisionomie diverse, di varia umanità unita per celebrare la magìa delle note! E sono visi dai quali traspare in qualche modo la verità di ciascuno, per quella carica di autenticità che la musica sa far emergere da ogni persona. Davanti alla magnificenza di un brano polifonico o di un'aria per voce solista, non ci sono maschere che tengano e la tensione che vibra in ciascun corista ne fa affiorare l'intimo scintillìo dell'anima, come luce che chiama altra luce.
Quando però gli interpreti sono bambini, il segno di quell'autenticità si fa visibile con una freschezza ancor più immediata che commuove come nella clip video che segue. Il brano di oggi infatti è il famoso inno nataliziotradizionale"Hark! The herald angels sing" cantato dal coro della Cattedrale di Saint Paul a Londra. Il testo del pezzo, scritto nel Settecentodal poeta Charles Wesley, è stato in seguito più volte rimaneggiato, mentre la melodia, sia pure con svariati arrangiamenti, si basa ancora oggi sulle note del secondo tempo della cantata di Felix Mendelssohn Bartholdy (1809 - 1847)"Vaterland in deinem Gauen" che riporto poi di seguito. Si tratta comunque di un'aria famosissima che riecheggia qua e là anche in altri precedenti brani classici: io per esempio - ritmo a parte - la ritrovo nella Gavotta della "Suite n.4 in Re maggiore per orchestra BWV 1069" di Bach. E forse non è lontano dal vero che Mendelssohn - che di Bach era grande cultore - ne abbia ripreso un'aria.
Siano queste note, insieme alle immagini, il mio augurio per il 2013 a tutti voi che passate di qui! Può essere bello che il cammino in una nuova stagione del vivere in cui ci inoltriamo oggi, si compia all'insegna della dimensione comunicativa che traspare da questi giovanissimi coristi, dimensione che la musica sa svegliare in ogni essere umano. Un ritorno a se stessi, a quella parte vera di cui ciascuno è portatore, non
mascherata nè plastificata dall'abitudine, ma viva e illuminata da una gioia
che nasce dal profondo.
Buon ascolto, buona visione e BUON ANNO!!! (Consiglio di guardare il video a schermo intero: entrerete anche voi nella Cattedrale di Saint Paul e, dopo la parte iniziale, sarete a tu per tu con i piccoli coristi!)
Natale è passato da poco, ma desidero soffermarmi di nuovo su di un'immagine natalizia che - al di là delle feste e delle consuete luminarie di questo periodo - riconduca ad un clima di silenzio e di stupore.
Così, per l'angoletto di arte figurativa del mese di dicembre, ho scelto ancora una volta una riproduzione del trecentesco Maestro di Tolentino - o, secondo la critica più recente, Pietro da Rimini - come avevo fatto il giorno di Natale. Si tratta dell' "Annunzio ai pastori",tratto sempre dagli affreschi del Cappellone del Santuario di San Nicola a Tolentino. Purtroppo, non dispongo di una foto che rappresenti la scena nella sua totalità perchè alcune parti del ciclo compositivo sono andate perdute e devo accontentarmi di particolari. Tuttavia sono dettagli suggestivi. Lo scorso anno, dallo stesso ciclo ho pubblicato la tenerissima immagine di Gesù Bambino che sta per fare il bagnetto (vedi post intitolato "Vicinanza"). Ora invece, dopo aver riportato gli angeli della Natività, mi piace focalizzare l'attenzione sui pastori. Sì, sono sguardi di stupore quelli dei due pastori che levano gli occhi al cielo. Guardano
entrambi in alto, probabilmente all'angelo che li ha svegliati con la sua luce,
ma lo stupore si disegna diversamente sui due volti.Più
schietto ed esplicito nel viso di quello biondoe più giovane che manifesta anche col
gesto della mano la propria sorpresa; ma non meno vero in quello bruno e più maturo, nel quale l'intensità dello sguardo e il gesto trattenuto delle mani che
appena s'intravvedono, esprimono una commozione più intima e
forse ancora più profonda. Due figure diverse: l'una estroversa e vivace, colta in un subitaneo moto di sorpresa (o di spavento?...), l'altra più composta e pacata, ma entrambe di grande efficacia espressiva. Facendo un salto narrativo - e con un po' di fantasia -quasi un Giovanni e Pietro la mattina della resurrezione, anch'essi diversi per temperamento, età e modo di accostarsi all'evento.
I tratti degli occhi, il fondo blu, la monumentalità dei corpi, la semplicità dell'ambientazione ricordano da vicino lo stile di Giotto per l'essenzialità ricca di spessore e l'immediatezza narrativa tipica della sua pittura. E tuttavia trovo che qui, nell'indagare i due volti, ci sia una ricerca espressiva che va quasi al di là della sintesi giottesca. Sembra infatti che un muto dialogo s'intrecci tra quegli sguardi e gli angeli che non vediamo, e sia proprio la partecipazione emotiva che leggiamo in viso alle due figure a completare la bellezza dell'evento, coinvolgendo anche noi che forse un po' ci riconosciamo in questi pastori, presidalla loro stessa meraviglia. Ed è quello stupore che rende sacro il luogo in cui ci si trova: la
magnificenza di una cattedrale come la povertà di una capanna, la poesia
di un'accurata celebrazione liturgica come la prosa di una giornata di ordinaria quotidianità. Perciò, mi sembra bello commentare queste immagini con un famoso e suggestivo brano del compositore austriaco Anton Bruckner (1824 - 1896). Si tratta delmottetto "Locus iste", per coro a quattro voci miste, scritto nel 1869 per la dedicazione della cappella votiva della Cattedrale di Linz . La melodia, soffusa di dolcezza e intensità, ci restituisce qua e là echi mozartiani dell'Ave verum, ma al tempo stesso nelle battute iniziali ci regala aperture di sapore wagneriano che mi ricordano l'Ouverture del Tannhauser. Il testo è quello del graduale cantato ordinariamente nelle celebrazioni per la dedicazione delle chiese, e recita così: "Locus iste a Deo factus est,inaestimabile sacramentum, irreprehensibilis est". E il Maestro di Tolentino ci racconta che, nel segno dello stupore, questo luogo può essere ovunque. Buon ascolto!
Mi ha sempre affascinato nell'arte
medioevale sia romanica che gotica, quella nutrita serie di simboli di
cui essa è intessuta, segno che i costruttori del passato - come spesso
anche oggi i contemporanei - non lasciavano nulla al caso, assegnando ad ogni modulo compositivo un suo preciso significato
soprattutto se si trattava di edifici religiosi.
Dalla posizione del fonte battesimale ad un quadriportico, da un matroneo a una cripta o alle decorazioni di un capitello, ogni parte della chiesa aveva una sua ragion d'essere che non nasceva solo dalla fantasia e dal gusto dell'architetto o scultore, ma anche da ciò che quella parte doveva significare nell'insieme della costruzione. Come gli affreschi che narravano la storia sacra erano infatti la cosiddetta "Bibbia dei poveri", così era anche per architettura e scultura: dovevano parlare.
Nel gotico per esempio, esprimono leggerezza e tensione verso l'infinito i ritmi ascensionali, le vetrate che sostituiscono la muratura continua con il loro caleidoscopio di colori, ma anche le mille decorazioni che hanno arricchito soprattutto le grandi cattedrali, facendo letteralmente fiorire la pietra.
Tra queste, i rosoni hanno spesso attirato la mia attenzione sia per la loro bellezza che per il loro significato simbolico. Al di là della stilizzazione del fiore - la rosa - con i suoi petali e della forma circolare che può richiamare il sole nei suoi molteplici aspetti vitali, l'immagine mi colpisce anche per un altro motivo. Se pure non è così in tutti gli edifici, tuttavia in molti casi il rosone si trova inscritto in una cornice quadrata, come nella foto in alto che riporta quello del famosissimo Duomo di Orvieto, opera dell'Orcagna che risale alla seconda metà del Trecento. Qui infatti il cerchio, simbolo dell'infinito, è inserito in un quadrato, simbolo del finito, come a dire che il tempo di Dio si inscrive in quello dell'uomo, il divino entra nell'umano, il celeste nel terrestre, la perfezione nel limite; come a significare il mistero dell'Incarnazione, la Bellezza che s'innesta ed esplode all'interno della nostra storia di tutti i giorni.
Mi sembra interessante ricordarlo proprio ora che ci avviciniamo al Natale perchè è bello sapere che, in tante opere d'arte del passato - e non solo - siamo circondati da segni e geometrie non casuali, ma ricche di rimandi a una dimensione più alta. Ed insieme è scoprire come linee e forme, volumi e superfici modellati dagli artisti ci accompagnano col loro affascinante linguaggio, quasi anche dalle pietre s'innalzi una lode colma di stupore per il mistero che si compie. Così, mi piace commentare quest'immagine con una famosa melodia che celebra il Natale. Si tratta di "Balulalow", canto di antica tradizione scozzese su testo dei fratelli Wedderburn, ripreso da Benjamin Britten (1913 - 1976) all'interno della composizione "ACeremony of Carols op.28", per coro e arpa in dodici movimenti. "Balulalow" ne costituisce il quinto, una dolce ninna-nanna per il Bambino Gesù, al quale - come dice il testo - l'uomo prepara una culla nella propria anima. Un po' come quel quadrato che con il proprio limite e la propria finitudine incornicia il movimento infinito del cerchio, quasi a custodirne la perfezione e il prezioso splendore. Buon ascolto !