"Gioire in Musica" è un piccolo spazio per condividere lo splendore della musica classica e le emozioni che essa suscita in noi; ma anche un luogo in cui raccontare quanto ogni musica nata dal profondo si intrecci alla nostra esistenza nutrendo il cuore e infondendoci vita, sorriso e limpidezza di sguardi.
D'incredibile fascino la foto scattata dal satellite Suomi - una delle tante rese pubbliche recentemente dalla Nasa - con altri video comparsi sul web che ci regalano immagini suggestive della terra così come appare dal cielo. Vi si ritrova il buio dei deserti e degli oceani insieme alla luce intensa e diffusa delle metropoli e dei più estesi agglomerati urbani. E l'occhio del satellite è tanto acuto da poter accarezzare col suo sguardo anche i battelli sui grandi fiumi o l'eruzione di un vulcano. E' il fascino del vedersi dall'alto, da un punto di vista finalmente diverso da quello che tutti i giorni ci restituiscono le cronache o una certa abitudine a cogliere solo il negativo fuori e dentro di noi. E' la novità del cambiare prospettiva aprendosi a una visione più ampia, quasi che - per un attimo e per magìa - ci potessimo osservare così come ci vede Dio dalla sua misteriosa dimora. E' scoprire con stupore che siamo simili a un cielo stellato, a galassie infinite, intrecci di costellazioni che si stendono a perdita d'occhio e forse la bellezza di questa immagine ci restituisce anche una diversa percezione di noi stessi.
Mi si obietterà che - se restiamo saldamente ancorati alla terra - ci accorgeremo subito di essere anche violenza ed egoismo, guerra e strage e le cronache ce lo ricordano tutti i giorni. E' vero, tuttavia non siamo solo quello e mi viene in mente, a questo proposito, la famosa "notte dell'Innominato" di manzoniana memoria. Ripercorrendo il proprio passato costellato di ogni sorta di violenze, il protagonista a un tratto pensa: "Eran tutte sue, eran lui." Mi ha sempre colpito questo efficacissimo passaggio dal plurale al singolare: "...eran lui". Rivela infatti la percezione dell'Innominato che la propria identità profonda si concentrasse ed esaurisse in quei delitti, il suo vedere in se stesso solo una stringente totalità di male e null'altro. In una parola, la disperazione! Ma sarà prima il ricordo delle parole di Lucia e poi l'incontro con il Cardinal Federigo a riaprirgli in cuore la speranza prospettandogli una diversa visione di se stesso. Allo stesso modo, mi pare che il fascino di questa foto ci mostri che non siamo solo violenza e strage, prepotenza e sopruso; e anche se sappiamo bene che le luci che vediamo da lontano non sono stelle ma segni del nostro cammino nel tempo, è bello tuttavia scoprire che siamo vite pulsanti, esistenze in movimento che punteggiano il buio di splendore.
Se infatti la rivoluzione copernicana ha dato
all'essere umano il senso della propria piccolezza insieme alla percezione dello sconfinato
mistero circostante, queste luci palpitanti mi pare possano restituirgli
l'idea più familiare dell'armonia di uno spazio abitato e di una vita comune. Ed è interessante vedere come i sofisticati strumenti informatici che indagano con occhio vigile la vita sulla nostra terra, ci regalino anche lo stupore di scoprire di quanta bellezza siamo portatori.
Ma mi piace anche pensare che, come noi osserviamo il firmamento nel suo splendore e mistero, Dio contempli allo stesso modo l'incanto del creato e col suo sguardo accarezzi la nostra terra - dallo sfavillìo delle grandi metropoli alla più umile fiammella accesa in un deserto - come fossimo il Suo presepio. E dalla Sua prospettiva, il grande interrogativo leopardiano "A che tante facelle?..." abbia unicamente una risposta di Amore perchè le Sue stelle siamo noi ed è nella concretezza di quella miriade di luci e nella vastità di quel buio che Dio ha scelto di abitare.
E a conclusione di queste considerazioni ancora un po' natalizie - del resto, oggi è la festa dell'Epifanìa - un brano che mi pare si adatti bene alla grandiosità e al fascino dell'immagine che ci arriva dallo spazio. Si tratta del "Gloria" dalla "Messa in si minore BWV 232" diJohann Sebastian Bach,composizione articolata e solenne, magistrale intreccio di voci costruito nel segno dell'ordine e dell'armonia. Il pezzo, che la clip video ci regala in un'esecuzione ancora una volta live, è cantato - e anche qui sta il bello - dal famosissimo Thomanerchor di Lipsia, proprio nella Chiesa di San Tommaso dove il compositore è sepolto e che l'estate scorsa ho avuto la gioia di visitare. Un regalo che faccio avoi...e a me! Buona visione e buon ascolto !
Penso che tutti, chi più chi meno, abbiano potuto fare qualche volta il confronto tra un brano di musica ascoltato in un cd e lo stesso brano sentito dal vivo, magari nell'atmosfera di rovente entusiasmo di un concerto rock o nel silenzio incantato e teso di un teatro dall'acustica perfetta.
Anche se la tecnologia attuale consente ormai registrazioni di altissimo livello come fossimo in una sala da concerto, l'ascolto dal vivo resta sempre altra cosa per una serie di fattori che vanno al di là del puro e semplice sentire. C'è l'insostituibile impatto emotivo della diretta con la sua carica di palpitante freschezza, nuova ogni sera anche se la musica in programma è sempre la stessa; c'è la sonorità di uno strumento o di una voce, di un'intera orchestra o di un coro che ci attraversa fisicamente come un'onda viva che viene a lambirci con delicatezza o a investirci con dilagante intensità. C'è la presenza del pubblico, tante anime in attesa che diventano un cuor solo con l'interprete. E ci sono - appunto - gli interpreti con i loro volti: sguardi assorti, sorrisi che sono carezze ai loro strumenti, e quell'attento e gioioso abbandonarsi al fluire della musica!....Spettacolo nello spettacolo, per quanto di se stessi ci regalano al di là della bravura di esecutori, per la passione che da loro traspare e ci porta via.
Per questo, quando scelgo le clip di musica per il blog, dov' è possibile dò la preferenza alle esecuzioni live. Confesso che non sempre posso farlo perchè le registrazioni dal vivo talora non hanno un'acustica perfetta. Tuttavia, se il loro livello è buono, diventano davvero squarci di poesia per la bellezza delle inquadrature che vanno a cogliere l'anima degli interpreti: dalle mani sui singoli strumenti, a quelle di chi dirige - mani che parlano insieme alle note - fino agli sguardi di chi suona intento a leggere la musica dentro il proprio cuore prima ancora che sullo spartito. Se poi protagonista è un coro, allora lo splendore delle varie melodie è veramente completato dalla partecipazione di chi canta: adulti, anziani, giovani, un'eterogeneità di visi e di espressioni, di occhi e di sorrisi, ora seri e compresi, ora illuminati dalla gioia: un panorama di fisionomie diverse, di varia umanità unita per celebrare la magìa delle note! E sono visi dai quali traspare in qualche modo la verità di ciascuno, per quella carica di autenticità che la musica sa far emergere da ogni persona. Davanti alla magnificenza di un brano polifonico o di un'aria per voce solista, non ci sono maschere che tengano e la tensione che vibra in ciascun corista ne fa affiorare l'intimo scintillìo dell'anima, come luce che chiama altra luce.
Quando però gli interpreti sono bambini, il segno di quell'autenticità si fa visibile con una freschezza ancor più immediata che commuove come nella clip video che segue. Il brano di oggi infatti è il famoso inno nataliziotradizionale"Hark! The herald angels sing" cantato dal coro della Cattedrale di Saint Paul a Londra. Il testo del pezzo, scritto nel Settecentodal poeta Charles Wesley, è stato in seguito più volte rimaneggiato, mentre la melodia, sia pure con svariati arrangiamenti, si basa ancora oggi sulle note del secondo tempo della cantata di Felix Mendelssohn Bartholdy (1809 - 1847)"Vaterland in deinem Gauen" che riporto poi di seguito. Si tratta comunque di un'aria famosissima che riecheggia qua e là anche in altri precedenti brani classici: io per esempio - ritmo a parte - la ritrovo nella Gavotta della "Suite n.4 in Re maggiore per orchestra BWV 1069" di Bach. E forse non è lontano dal vero che Mendelssohn - che di Bach era grande cultore - ne abbia ripreso un'aria.
Siano queste note, insieme alle immagini, il mio augurio per il 2013 a tutti voi che passate di qui! Può essere bello che il cammino in una nuova stagione del vivere in cui ci inoltriamo oggi, si compia all'insegna della dimensione comunicativa che traspare da questi giovanissimi coristi, dimensione che la musica sa svegliare in ogni essere umano. Un ritorno a se stessi, a quella parte vera di cui ciascuno è portatore, non
mascherata nè plastificata dall'abitudine, ma viva e illuminata da una gioia
che nasce dal profondo.
Buon ascolto, buona visione e BUON ANNO!!! (Consiglio di guardare il video a schermo intero: entrerete anche voi nella Cattedrale di Saint Paul e, dopo la parte iniziale, sarete a tu per tu con i piccoli coristi!)
Natale è passato da poco, ma desidero soffermarmi di nuovo su di un'immagine natalizia che - al di là delle feste e delle consuete luminarie di questo periodo - riconduca ad un clima di silenzio e di stupore.
Così, per l'angoletto di arte figurativa del mese di dicembre, ho scelto ancora una volta una riproduzione del trecentesco Maestro di Tolentino - o, secondo la critica più recente, Pietro da Rimini - come avevo fatto il giorno di Natale. Si tratta dell' "Annunzio ai pastori",tratto sempre dagli affreschi del Cappellone del Santuario di San Nicola a Tolentino. Purtroppo, non dispongo di una foto che rappresenti la scena nella sua totalità perchè alcune parti del ciclo compositivo sono andate perdute e devo accontentarmi di particolari. Tuttavia sono dettagli suggestivi. Lo scorso anno, dallo stesso ciclo ho pubblicato la tenerissima immagine di Gesù Bambino che sta per fare il bagnetto (vedi post intitolato "Vicinanza"). Ora invece, dopo aver riportato gli angeli della Natività, mi piace focalizzare l'attenzione sui pastori. Sì, sono sguardi di stupore quelli dei due pastori che levano gli occhi al cielo. Guardano
entrambi in alto, probabilmente all'angelo che li ha svegliati con la sua luce,
ma lo stupore si disegna diversamente sui due volti.Più
schietto ed esplicito nel viso di quello biondoe più giovane che manifesta anche col
gesto della mano la propria sorpresa; ma non meno vero in quello bruno e più maturo, nel quale l'intensità dello sguardo e il gesto trattenuto delle mani che
appena s'intravvedono, esprimono una commozione più intima e
forse ancora più profonda. Due figure diverse: l'una estroversa e vivace, colta in un subitaneo moto di sorpresa (o di spavento?...), l'altra più composta e pacata, ma entrambe di grande efficacia espressiva. Facendo un salto narrativo - e con un po' di fantasia -quasi un Giovanni e Pietro la mattina della resurrezione, anch'essi diversi per temperamento, età e modo di accostarsi all'evento.
I tratti degli occhi, il fondo blu, la monumentalità dei corpi, la semplicità dell'ambientazione ricordano da vicino lo stile di Giotto per l'essenzialità ricca di spessore e l'immediatezza narrativa tipica della sua pittura. E tuttavia trovo che qui, nell'indagare i due volti, ci sia una ricerca espressiva che va quasi al di là della sintesi giottesca. Sembra infatti che un muto dialogo s'intrecci tra quegli sguardi e gli angeli che non vediamo, e sia proprio la partecipazione emotiva che leggiamo in viso alle due figure a completare la bellezza dell'evento, coinvolgendo anche noi che forse un po' ci riconosciamo in questi pastori, presidalla loro stessa meraviglia. Ed è quello stupore che rende sacro il luogo in cui ci si trova: la
magnificenza di una cattedrale come la povertà di una capanna, la poesia
di un'accurata celebrazione liturgica come la prosa di una giornata di ordinaria quotidianità. Perciò, mi sembra bello commentare queste immagini con un famoso e suggestivo brano del compositore austriaco Anton Bruckner (1824 - 1896). Si tratta delmottetto "Locus iste", per coro a quattro voci miste, scritto nel 1869 per la dedicazione della cappella votiva della Cattedrale di Linz . La melodia, soffusa di dolcezza e intensità, ci restituisce qua e là echi mozartiani dell'Ave verum, ma al tempo stesso nelle battute iniziali ci regala aperture di sapore wagneriano che mi ricordano l'Ouverture del Tannhauser. Il testo è quello del graduale cantato ordinariamente nelle celebrazioni per la dedicazione delle chiese, e recita così: "Locus iste a Deo factus est,inaestimabile sacramentum, irreprehensibilis est". E il Maestro di Tolentino ci racconta che, nel segno dello stupore, questo luogo può essere ovunque. Buon ascolto!
Mi ha sempre affascinato nell'arte
medioevale sia romanica che gotica, quella nutrita serie di simboli di
cui essa è intessuta, segno che i costruttori del passato - come spesso
anche oggi i contemporanei - non lasciavano nulla al caso, assegnando ad ogni modulo compositivo un suo preciso significato
soprattutto se si trattava di edifici religiosi.
Dalla posizione del fonte battesimale ad un quadriportico, da un matroneo a una cripta o alle decorazioni di un capitello, ogni parte della chiesa aveva una sua ragion d'essere che non nasceva solo dalla fantasia e dal gusto dell'architetto o scultore, ma anche da ciò che quella parte doveva significare nell'insieme della costruzione. Come gli affreschi che narravano la storia sacra erano infatti la cosiddetta "Bibbia dei poveri", così era anche per architettura e scultura: dovevano parlare.
Nel gotico per esempio, esprimono leggerezza e tensione verso l'infinito i ritmi ascensionali, le vetrate che sostituiscono la muratura continua con il loro caleidoscopio di colori, ma anche le mille decorazioni che hanno arricchito soprattutto le grandi cattedrali, facendo letteralmente fiorire la pietra.
Tra queste, i rosoni hanno spesso attirato la mia attenzione sia per la loro bellezza che per il loro significato simbolico. Al di là della stilizzazione del fiore - la rosa - con i suoi petali e della forma circolare che può richiamare il sole nei suoi molteplici aspetti vitali, l'immagine mi colpisce anche per un altro motivo. Se pure non è così in tutti gli edifici, tuttavia in molti casi il rosone si trova inscritto in una cornice quadrata, come nella foto in alto che riporta quello del famosissimo Duomo di Orvieto, opera dell'Orcagna che risale alla seconda metà del Trecento. Qui infatti il cerchio, simbolo dell'infinito, è inserito in un quadrato, simbolo del finito, come a dire che il tempo di Dio si inscrive in quello dell'uomo, il divino entra nell'umano, il celeste nel terrestre, la perfezione nel limite; come a significare il mistero dell'Incarnazione, la Bellezza che s'innesta ed esplode all'interno della nostra storia di tutti i giorni.
Mi sembra interessante ricordarlo proprio ora che ci avviciniamo al Natale perchè è bello sapere che, in tante opere d'arte del passato - e non solo - siamo circondati da segni e geometrie non casuali, ma ricche di rimandi a una dimensione più alta. Ed insieme è scoprire come linee e forme, volumi e superfici modellati dagli artisti ci accompagnano col loro affascinante linguaggio, quasi anche dalle pietre s'innalzi una lode colma di stupore per il mistero che si compie. Così, mi piace commentare quest'immagine con una famosa melodia che celebra il Natale. Si tratta di "Balulalow", canto di antica tradizione scozzese su testo dei fratelli Wedderburn, ripreso da Benjamin Britten (1913 - 1976) all'interno della composizione "ACeremony of Carols op.28", per coro e arpa in dodici movimenti. "Balulalow" ne costituisce il quinto, una dolce ninna-nanna per il Bambino Gesù, al quale - come dice il testo - l'uomo prepara una culla nella propria anima. Un po' come quel quadrato che con il proprio limite e la propria finitudine incornicia il movimento infinito del cerchio, quasi a custodirne la perfezione e il prezioso splendore. Buon ascolto !
Credo che il mio computer sia vivo. Lo penso da quando ha iniziato ad avere comportamenti e soprattutto emozioni tipiche degli umani. Cercherò di spiegarmi, ma prima devo fare un passo indietro. Bisogna sapere che il mio computer è con me ormai da anni e quindi il tempo e l'assiduità hanno creato tra noi una vicinanza non da poco. Non so se vi è mai capitato di parlare agli oggetti, soprattutto quelli che avete in casa da parecchio: a me succede....e spesso mi sono accorta che con le cose che abitano con noi e silenziosamente ci guardano, scatta una familiarità che ce le rende vicine e....sì, proprio vive! Dunque, dicevo: il mio computer è invecchiato e - come gli umani - sta diventando lento, talora di una lentezza esasperante. A volte serve incoraggiarlo, altre volte no perchè, con l'età, è diventato anche un po' permaloso e devo stare attenta a misurare le parole. E poi si emoziona facilmente, basta un clic di troppo ed è finita. Se per esempio viene un'amica che non conosce a vedere delle foto o altro, lui che aveva funzionato fino a pochi minuti prima, che fa?...Mi fa il timido! Improvvisamente si blocca e non va più nè avanti nè indietro. Allora devo blandirlo un po' ("Dai... non emozionarti! E' un'amica, non un'estranea...") o cercare di farlo ragionare ("Guarda che lei non ha il computer, è qui per imparare e se fai così non si deciderà mai a comprarne uno..."), finchè non gli sibilo tra i denti ("...e non farmi fare brutta figura!!!"). Se poi cerco di giustificarmi con gli altri con qualche battuta dicendo che il mio computer è "assiro-babilonese", lui ha anche il coraggio di offendersi e rispondere per le rime: emette un suonino, un "plin" di tono quasi beffardo come a dire "Sì...perchè tu invece...!!!" E per di più ha i suoi gusti: se carico una foto che gli piace, lo fa in un batter d'occhio senza protestare, ma se per caso l'immagine non è di suo gradimento....non ci sono santi e devo per forza sceglierne un'altra.
Capitano però certe mattine - rare per la verità - in cui diventa obbediente, remissivo e pure incredibilmente veloce; va come una lippa e allora mi viene il dubbio che abbia qualcosa da farsi perdonare.... Insomma, baruffe da vecchi amici come nelle migliori famiglie, insieme a difetti di carattere che si sono accentuati con l'età...la sua! Il guaio però è che ora lo dovrò cambiare perchè la situazione è diventata proprio insostenibile, ma - per quanto desideri avere in mano uno strumento aggiornato e veloce - mi spiace davvero lasciare un compagno di lavoro col quale dialogo da anni, testimone di tanti miei scritti a cominciare da questo blog! Col tempo, mi ci sono affezionata più di quanto non sembri: in fondo - se si eccettua quest'ultimo periodo in cui è diventato un po' bisbetico - ha svolto il suo servizio egregiamente e tra noi è nata quella familiarità tipica degli amici di vecchia data che possono dirsi liberamente di tutto, ma il giorno dopo sono ancora lì, insieme. E del resto, anche lui ha dovuto sopportare la mia impazienza o le mie giornate di luna storta. Allora, per ringraziarlo delle tante ore di lavoro in cui mi è stato accanto - anzi no, davanti! - oggi voglio rendergli omaggio con il brano di musica che segue. Si tratta dell' Ouverture dell'opera "Il signor Bruschino"di Gioacchino Rossini,vivacissima e singolare sinfonia, resa famosa soprattutto dai battiti degli archetti sui leggii da parte dei secondi violini, bizzarro particolare che si ripete alcune volte nel corso del pezzo. Al di là del tono giocoso della composizione rossiniana, mi risulta che battere gli archetti sui leggii da parte degli orchestrali sia anche un modo per manifestare il proprio consenso verso la bravura del direttore o del solista. Bene: allora, nel momento in cui sta per andare in pensione, in segno di affettuoso apprezzamento per il lavoro svolto, desidero dedicare al mio computer questa Ouverture scintillante e festosa, movimentata e sorprendente fino al fragoroso - e meritatissimo - applauso finale! Buon ascolto!
Come per il passato, ho seguito anche quest'anno le varie cronache musicali e mondane che hanno accompagnato la "prima" della Scala, insieme alla diretta dell'evento trasmessa su Rai 5. Mi ha sempre destato meraviglia il grande impegno di lavoro, di mezzi e di cultura che si rende necessario per offrire al pubblico del teatro milanese prima di tutto - e poi al mondo intero - uno spettacolo che raggiunga livelli di eccellenza. E ogni volta ne resto ammirata. Così è stato anche nei giorni scorsi quando - come si sa - è andato in scena il "Lohengrin" di Wagner. Lascio agli esperti i giudizi in merito alla direzione orchestrale del Maestro Barenboim e alla qualità della regia con le discusse novità sull'ambientazione della vicenda. Ciò che mi ha più colpito e su cui vorrei soffermarmi invece è la splendida performance della soprano Annette Dasch che ha cantato nel ruolo di Elsa.
Al di là delle sue apprezzabili doti vocali e delle capacità interpretative, ciò che quest'artista mi ha lasciato è il senso di un'assoluta professionalità, fatta di competenza e passione, di grinta e coraggio. Occorre infatti un altissimo livello di preparazione e una convinzione non da poco in ciò che si fa per accettare un impegno così importante e improvviso - sostituire all'ultimo minuto la protagonista alla "prima" della Scala! - ritagliandosi il tempo tra altre scadenze professionali e il dolcissimo ruolo di mamma. Ed è stato un tempo magico, vissuto con consapevolezza e rigore, ma anche con notevole freschezza e semplicità, quella dei grandi. Quella che ha permesso ad Annette di lanciarsi in quest'avventura superando con determinazione le titubanze che forse avrà avuto prima di una simile prova. La stessa semplicità che, durante l'applauso finale, ho letto nel suo sorriso un po' stupito di tutto quel calore, della pioggia di fiori dai palchi in quella cornice così unica; e che le ha permesso di rinunziare alla rituale cena di gala dopo lo spettacolo - palcoscenico squisitamente mondano - perchè altre priorità urgevano.
Bella la foto che la ritrae già in partenza, con la bimba di pochi mesi in braccio, smessi gli abiti di scena e tornata subito alla quotidianità: una donna alle prese col suo lavoro e il suo ruolo di mamma, capace di incantare il pubblico con la propria bravura, ma anche di scendere da quel piedistallo che, in una sola serata, l'ha "promossa a superstar della lirica" - come si legge sul Corriere della Sera di qualche giono fa - e riprendere i propri impegni già programmati. Una lezione di professionalità e insieme di classe e bellezza, perchè è bella la ricchezza che Annette ci ha regalato non solo in termini musicali, ma anche professionali e umani.
Allora, mi piace risentirla in una performance che la vede interprete non di Wagner stavolta, ma di Franz Joseph Haydn, in un famoso brano dall'oratorio "La Creazione". Il testo dell'opera - che si rifa al racconto biblico della "Genesi" e al "Paradiso perduto" di Milton - si riferisce in questo pezzo alla creazione di erbe, piante, fiori e foreste. E nel descriverne la nascita, a un certo punto dice:
"Qui germoglia l'erba che risana le ferite".
Ecco, mi sembra proprio che queste parole si possano applicare anche alla Musica e alla vita di tutti coloro che ad essa si dedicano con professionalità e passione.
Mi hanno sempre colpito, in cima agli spartiti dei brani musicali, le diverse espressioni poste ad indicare l'andamento e la velocità di un pezzo: brevi didascalie all'inizio dei vari movimenti, quasi sempre in italiano - lingua della musica per eccellenza - che suonano come Allegro, Andante, Adagio, Largo, Vivace, Grave...e via dicendo.
Ma ad attirare la mia attenzione non è stato solo l'uso di questi termini ricorrenti e - se vogliamo - un po' generici, bensì la varietà con cui tali termini vengono precisati e declinati di volta in volta con diminutivi, vezzeggiativi, superlativi, o con l'aggiunta di espressioni volte a illustrare il carattere e in definitiva lo stile del brano. Per fare qualche esempio, troviamo Prestissimo, Vivacissimo, Allegretto, Adagietto (e come non ricordare quello della Quinta Sinfonia di Mahler?!....), Andantino, Andantino rubato, Andantino grazioso e così via. Un Allegro può essere maestoso, ma anche agitato; giocoso, ma anche risoluto; con fuoco oppurecon spirito. Così pure, esiste l'Andante spianato, cantabile, con moto, ma anche l' Andante scolpito (avete presente la Fuga n.20 dal II libro del "Clavicembalo ben temperato" di Bach?....quella!) e spesso si arriva a precisazioni espressive come Arioso, Scorrevole,Sognante, Appassionato e via dicendo. Per non parlare poi di certe notazioni più ampie come l' "Assez doux, mais d'une sonoritélarge" sullo spartito della famosissima "Pavane pour une Infantedéfunte" di Ravel.
Se prima rilevavo una certa genericità, qui al contrario devo riconoscere che la fantasia dei compositori si è sbrigliata in una miriade di sfumature una più sottile dell'altra, che vanno a cogliere e individuare colori e ritmi di un brano, prescrivendo sì il tempo e il modo di esecuzione, ma lasciando forse anche una certa libertà interpretativa a chi lo suona. Lo dico perchè certe bellissime espressioni che inducono talora a sognare, mi sembrano una sorta di "poetica del vago e dell'indefinito" di leopardiana memoria e in questo, a mio avviso, sta il loro fascino. Non sono sempre così nette, infatti, le differenze tra un Andante, un Andante moderato e un Andantino;o un Adagio, un Largo e un Larghetto: dipende dall'epoca del brano, dall'autore e dal contesto musicale. Ma qui sta il bello. Cosi pure, suonare un pezzo con l'indicazione Carezzevole oppure Con sentimento lascia spazi aperti alla sensibilità di chi lo esegue perchè non si tratta solo di rispettare un tempo e una certa quantità di battiti del metronomo, ma di ricreare uno stile, un'atmosfera. E qui il discorso si fa certamente più complesso, perchè entra nel vivo del rapporto autore-esecutore che si gioca tra la necessità di essere fedeli al testo musicale, e l'inevitabile coinvolgimento personale di chi suona seguendo il tocco delle proprie mani, ma soprattutto la percezione del proprio cuore. Tant'è vero che, a volte, anche le esecuzioni del compositore stesso non sono identiche tra loro e ognuna di esse è vita che ricrea la vita.
Ma - dicevo - il bello sta proprio in questo, perchè è dal cuore che tutte le notazioni citate partono e insieme ad esso pulsano: sono tempi, ritmi, stili che nascono dall'anima e ad essa ritornano dopo aver abbracciato anche quella dell'ascoltatore. Notazioni che creano un clima, che sono uno sguardo sul mondo, capriccioso o sereno, calmo o appassionato, tenero o impetuoso come il vento del mattino, come un passo di danza, come un'attitudine verso la vita. Semplicemente. E allora, a commento di queste considerazioni, dal "Concerto per pianoforte e orchestra in la minore op.54" di Robert Schumann (1810 - 1856),propongo il secondo movimento indicato come "Intermezzo: andantino grazioso", con un diminutivo e un aggettivo che ne sottolineano tutta la delicatezza iniziale. Il brano si apre infatti con accenti di straordinaria leggerezza, quasi le note accennassero un lievissimo passo di danza, mentre la melodia si fa poi più struggente e - sia nella parte orchestrale che nella voce dello strumento solista - va acquistando toni di più romantica intensità.
Anche novembre è ormai finito, tra piogge e nebbie - almeno qui in pianura - e qualche spera di sole. Un mese per certi aspetti pieno di fascino, ma per altri opprimente: mi fa tristezza infatti al mattino aprire la finestra e non vedere il cielo, l'orizzonte che si staglia nitido, fosse anche nel vento impetuoso che precede il temporale.
Ma c'è un tempo per ogni cosa, come ci insegna la saggezza delle stagioni coi loro colori, i frutti e l'aria dal soffio sempre nuovo; come ci mostra la natura che, nel periodo autunnale, inizia a chiudersi e a vivere dentro, covando nel segreto
della terra quei semi che, al momento giusto, fioriranno. E il digradare di novembre verso il buio, con giornate che si accorciano e fanno apprezzare la tranquillità, induce anche a lasciare maggiore spazio ai pensieri e a ciò che l'interiorità suggerisce, magari nella solitudine di un angolo appartato.
Sarà per questo che - nei miei vagabondaggi musicali su youtube - a catturarmi oggi è stata l'immagine posta come copertina di una clip audio della quale ringrazio chi l'ha caricata anche per il bel collegamento tra musica e pittura che propone.
Si tratta di un dipintodi Rembrandt van Rijn (1606 - 1669), "Il filosofo in meditazione", conservato a Parigi al Louvre. E' un'opera di grande fascino per i colori caldi e scuri che costituiscono il tessuto pittorico e che - nonostante i contrasti tra ombre e luci - si fondono mirabilmente tra loro tanto che figure e oggetti sembrano emergere da un impasto di tinte e prendere forma ora accarezzati dalla luce, ora affiorando dal buio.
Ci troviamo in un interno, un ampio ambiente segnato e quasi diviso in due dal movimento della scala a chiocciola con le sue linee curve, nel quale si alternano chiazze luminose a spazi d'intensa penombra, sia ai lati che nel vano superiore dove la scala conduce. E' frequente in Rembrandt questo gioco luministico sull'oscurità degli sfondi, comune peraltro a molti pittori del Seicento olandese ma anche italiano, e viene subito in mente Caravaggio. Tuttavia, mentre in quest'ultimo i contrasti tra buio e luce risultano più netti e conferiscono ai dipinti un senso di drammaticità, qui mi pare che contorni, colori e figure siano più sfumati e si fondano in una sorta di tenda protettiva, di caldo intimo rifugio che inquadra il protagonista della rappresentazione.
E com'è raffigurato il filosofo in meditazione? E' un vecchio dalla barba bianca, le mani pacatamente intrecciate in grembo, il capo leggermente chino di chi volge lo sguardo non intorno ma dentro di sè, in un atteggiamento di calma contemplativa. Un fiotto d'intensa luce dorata piove su di lui dalla grande finestra a lato, facendo affiorare dal buio oggetti e particolari, senza tuttavia riuscire a raggiungere tutto lo spazio circostante che resta avvolto dall'oscurità.
Ma è proprio questo spazio, vasto, imponente più delle figure stesse, a parlarci quasi più di esse: dalla scala a chiocciola che sembra rappresentare una salita nell'ombra - o una discesa nel profondo - fino ai tocchi di pennello, talora solo guizzi di luce nel buio, come nel particolare della figura che attizza il fuoco. Sfumature di colore che sono sfumature dell'anima e ci guidano in un percorso verso l'intimità e l'arcano quasi il filosofo - più della luce che piove su di lui - percepisse il buio, l'interiorità col suo mistero che si materalizza nella penombra circostante. Un buio che tuttavia - nonostante la scala sembri salire verso il nulla - non è oscurità che intimorisce, ma ombra che accoglie intima, quasi protettiva, forse anche grazie alla dolcezza degli sfumati e al particolare di quella donna che, in un canto della stanza, ravviva il fuoco conferendo alla scena una sorta di familiarità.
Ed è la stessa atmosfera di intimità che troviamo nel brano di Arcangelo Corelli (1653 - 1713), la "Sarabanda in re minore op.5 n.7". Qui infatti - allo stesso modo dei colori del dipinto - la malinconia della tonalità e la crescente intensa fusione dei vari strumenti nel tessuto orchestrale ci fanno percepire il senso di una discesa nel nostro mondo interiore e invitanoanch'esse, pacatamente, alla meditazione.
Brigata piccola, oggi, all'incontro dei blogger a Milano, ma sempre viva la gioia di ritrovarsi e di godere della reciproca compagnia. E nella cornice sapientamente scelta da Ambra, c'è stato davvero di che rallegrare il cuore e addolcire anche il palato.
Ma....di che cosa avranno parlato i protagonisti di questo appuntamento? Di viaggi o di ricamo? Di attualità o di cinema? Di pittura o di musica?
Di tutto questo e anche di più, perchè a monte degli svariati interessi di cui ciascun blogger si occupa, comune a tutti è il piacere della condivisione, la gioia che i post messi in rete possano costituire "un luogo dove incontrarsi" - come recita il sottotitolo del blog di Ambra - e siano una piccola grande ricchezza per chi vi s'imbatterà navigando nel vasto mare del web. E se il denominatore comune in fondo....è la vita declinata in tutte le sue manifestazioni - dall'intensità di un racconto ai colori di un dipinto, dall'interesse di un réportage o di un'esperienza personale alla perfezione di un lavoro di cucito, solo per fare qualche esempio - è bello, ogni tanto, uscire dalla dimensione virtuale (che poi tanto virtuale non è...) perchè la sintonia che avvertiamo tra noi condividendo i rispettivi scritti, passi anche attraverso gli sguardi e il sorriso. E quella che abbiamo respirato oggi è stata senza dubbio una grande sintonia! Allora, a commento di una giornata così piacevole, propongo all'ascolto il primo movimento, "Allegro", della "Sonata per archi n.3 in Do maggiore" di Gioacchino Rossini (1792 - 1868), una melodia animata e distesa ad un tempo, fluida e scorrevole nel suo andirivieni di luminosissime note. Si tratta di un brano di grande leggerezza che - a mio avviso - riflette bene il clima vivace e sereno che ha accompagnato il nostro incontro, intenso anche se sempre troppo breve per la molteplicità degli argomenti e dei discorsi che si sono intrecciati e che vorremmo continuare con maggiore calma in una prossima puntata. Con un caloroso GRAZIE a chi c'era, un saluto a chi non era presente e la speranza che in futuro la brigata possa essere più numerosa! Buon ascolto!
Ancora una volta, la festa di Santa Cecilia che ricorre oggi viene a ricordarci quanto la Musica scenda dall'alto come una scintilla di Paradiso a illuminare la nostra vita. Nasce dall'alto, fiorisce dall'anima, s'insinua in noi come il rivolo sottile di una sorgente e rimane nel cuore a scorrere con la leggerezza di un ruscello o la potenza di un fiume in piena, ricco di passione. E' da sempre vita che si declina in suoni, infinita e varia come vario e infinito è lo spirito umano dove sette sole note non sono limite angusto alla fantasia, ma orizzonte immenso in cui spaziare volando.
E mi piace pensare che la protezione di Santa Cecilia comprenda proprio tutti coloro che si avventurano in questo volo sognante verso l'infinito della Musica: dai grandi compositori ed esecutori a chi suona solo per diletto, fino ai più piccoli che muovono i primi passi su di uno strumento e sanno gioire della meraviglia delle note con freschezza talvolta rara. Me lo suggerisce anche il dipinto di Nicola Poussin qui riportato, dove la Santa è raffigurata in mezzo ad angioletti e bambini, quasi a significare il cuore intatto come quello di un bimbo che la Musica ci restituisce, consentendoci di riattingere ad una purezza originaria. E' per festeggiare allora Santa Cecilia in nome di questa purezza che oggi torno di nuovo a Bach con un brano che - se ce ne fosse bisogno - dimostra una volta di più la grande modernità del compositore e le potenzialità insite in ogni aspetto della sua monumentale produzione. Si tratta della "Sinfonia" che apre la "Partita in do minore BWV 826" della quale tempo fa avevo postato il brillante Capriccio. Il pezzo si compone di due parti, Grave adagio e Andante, molto differenti tra loro. La prima è una lenta introduzione dai toni malinconici e drammatici, mentre quella che segue è un'aria variegata come un filo che si dipana e s'inanella in modo sempre più animato fino a lasciare il posto a una vivacissima fuga.
Lo riporto qui in duplice versione: quella originaria e l'arrangiamento fatto da Les Swingle Singers, gruppo mitico (..almeno per me!), specializzato nella riproduzione di musica classica, ma non solo, attraverso il canto a cappella o con l'accompagnamento di un bassista e di un batterista. Il brano è tratto da "Jazz Sebastien Bach" primo cd del gruppo che risale agli anni Sessantaeche - tra l'altro - ha contribuito a familiarizzarmi con la musica classica. Immenso Bach! Gli cambi il ritmo - ma rispetto all'originale interpretato dalla Argerich....neppure poi tanto! - e ne viene fuori subito un brano jazz, sincopato e accattivante, nervoso quel tanto che ce lo fa amare subito e capace di restarci nel cuore senza perdere nulla di tutto il suo incanto!
Ancora una volta è la giornalista Marina Terragni ad offrirmi lo spunto per il post di oggi. Nel suo articolo di sabato 17 novembre su "IO donna" infatti, affronta un interessante e delicatissimo argomento domandandosi quanto la forza delle emozioni possa incidere su di una patologia tumorale provocandone l'insorgere o, al contrario, favorendone la guarigione. E lo fa con riferimento al libro di Christian Boukaram - oncologo e professore di neurologia a Montreal - intitolato "Il potere anticancro delle emozioni" (ed. Urra) di cui riporta alcuni concetti essenziali. Partendo dall'osservazione che, a parità di fattori di rischio, non tutti sviluppano la malattia, Boukaram afferma che a creare le condizioni perchè si sviluppi o meno un cancro non sono solo fattori ambientali o genetici, ma anche esistenziali; è quindi evidente la presenza di un legame tra il vissuto psico-emotivo di un individuo e l'insorgere della patologia. Ipotesi non nuove se vogliamo, ma che nel testo vengono suffragate dai risultati di una ricerca condotta presso l'università dell'Ohio che ha verificato l'utilità della terapia psicologica per aumentare la sopravvivenza e ridurre le recidive, in quanto lo stato mentale del paziente è in grado di esercitare una forte influenza sul DNA di tutte le cellule, comprese quelle cancerose.
Anche se una sintesi è spesso riduttiva e l'argomento esige che ogni affermazione sia fatta con molta cautela, è certo affascinante l'idea che la profonda unità del nostro essere - peraltro sostenuta anche dalla medicina antica - crei un continuo scambio tra corpo e psiche.Afferma infatti la Terragni che il messaggio più importante di questo libro è proprio "il superamento dei dualismi che ci affliggono". E nello stesso tempo, pur senza sminuire l'importanza delle terapie ufficialmente riconosciute, è interessante pensare alla potente funzione che possono svolgere le emozioni positive, quasi come fiori che sbocciano su di un terreno arido e brullo ricostituendone l'integrità e la bellezza.
Ciò mi sembra un'ulteriore conferma del fatto che anche le emozioni offerte dalla sfera dell'arte possono attivare processi terapeutici capaci di incidere a fondo sulla nostra vita. Nel creare tali processi - ho avuto occasione di dirlo più volte - la musica ha un ruolo di primo piano soprattutto grazie al suo linguaggio che tocca immediatamente le corde della psiche attraverso le frequenze dei vari suoni e il flusso di energia che essi comunicano. E' una qualità che gli antichi conoscevano bene: nella Bibbia si narra che il giovane Davide placava con l'arpa la follìa di Saul e - per venire a tempi un po' più vicini noi - possiamo ricordare che Bach ha composto le Variazioni Goldberg per alleviare l'ansia e l'insonnia del nobile Von Keyserling. Oggi poi le applicazioni della terapia dei suoni sono ancora più vaste e lo dimostra il fatto che la musicoterapia è divenuta una vera e propria disciplina paramedica. Per questo, propongo all'ascolto il "Canone in Re maggiore" di Johann Pachebel (1653 - 1706) che nella profonda regolarità del suo ritmo ci regala una sorta di pacificante respiro. Si tratta di un brano conosciutissimo, riadattato in numerose versioni moderne - da quella più famosa degli Afrodite's Child in "Rain and Tears" alla più recente dei Modà in "Come un pittore", per fare solo qualche esempio - dove le canzoni sono costruite sullo stesso giro armonico del Canone. E al di sotto delle ventotto variazioni di cui esso è costituito che si succedono con crescente complessità, il ritmo di fondo - reiterato e sempre uguale - apre davvero il cuore ad una riposante meditazione regalandoci uno sguardo progressivamente più positivo e sereno. Buon ascolto!
Giornata di pioggia questa, anzi, di acqua torrenziale. Osservo dalla finestra i campi dietro casa già in parte allagati, mentre l'occhio mi va al calendario: undici novembre???.... Ma non dovrebbe essere l'estate di S. Martino? E dov'è finita?...
Sento il bisogno allora di ritrovare attraverso la musica quella vivacità e quel colore che il paesaggio odierno non mi offre, per ricomporre almeno nel cuore la luminosità e il sereno orizzonte ora nascosti dietro le nubi. Per questo, oggi propongo all'ascolto "Qui danza" di Giovanni Allevi, del quale - tra l'altro - proprio pochi giorni fa è uscito "Sunrise", nuovo cd comprendente una Fantasia concertante di cinque brani per pianoforte e orchestra e un Concerto per violino intitolato "La Danza della Strega". Ed ecco ancora il tema della danza che ritorna come una sorta di segreto filo rosso, a legare due composizioni che nascono dalla stessa sorgente vitale, anche se profondamente diverse nello stile e lontane nel tempo. Il pezzo di oggi infatti non è tratto dall'ultima creazione del musicista ascolano, ma dal cd "No concept" del 2005. Si tratta di un vivacissimo brano per pianoforte solo: gioia di vivere allo stato puro insieme a un sapore un po' rock e un po' jazz, anche se - a proposito di Allevi - di jazz vero e proprio non si può parlare in quanto il compositore ha più volte affermato di non sentirsi portato per l'improvvisazione. Al contrario, come ha precisato spesso usando un'espressione singolare e incisiva, ogni sua nota è sempre stata scritta sul pentagramma "per decreto dell'anima". E l'accostamento di questi due termini così diversi - uno relativo all'ambito della legge e l'altro a quello dello spirito - mi pare ribadisca con notevole forzaquanto sia l'interiorità a guidare l'artista nel progettare ogni sua opera e ogni particolare del processo compositivo.
E' il ritmo la cifra più significativa di questo animatissimo brano, all'inizio martellante e ripetitivo, poi leggero al punto da farsi in alcune battute anche giocoso. Un ritmo che, man mano che la musica procede, ci afferra nel movimento della sua irresistibile e irrefrenabile vivacità fino a coinvolgerci e portarci via - corpo e anima - nel vortice della sua danza. Un ritmo che ci restituisce sorriso, attitudine gioiosa verso l'esistenza insieme alla percezione che a danzare con noi sia la Musica, la Vita stessa, l'Infinito qui e ora : nell'universale e nel particolare, nel grande e nel piccolo, nella volta stellata e nel fiore, nelle passioni e nei sogni quotidiani, nei sospiri o nelle rabbie. "Qui danza", e nulla di noi sfugge a questa danza che da ogni lato ci prende e ci avvolge e talora invece non vediamo presi dal chiasso esteriore o interiore. Ma basterebbe fare un passo indietro quasi a recuperare una visione d'insieme, per cogliere il segreto linguaggio dell'universo e sentir rinascere in cuore la gioia, nell'ebbrezza di un vivacissimo ritmo così come nella delicatezza di un battito d'ali di farfalla. Ed è proprio ciò che Allevi sembra suggerirci con questa musica carica di irrefrenabile energia. La clip video - peraltro ricca di splendide immagini - si chiude purtroppo pochi secondi prima che il brano finisca, ma in compenso l'acustica è perfetta. Buon ascolto!
Primi di novembre: il cuore della stagione autunnale. Ma si alternano giornate dal tempo un po' strano. Appena ieri si parlava di ottobrate, poi d'improvviso il freddo pungente ha portato un anticipo d'inverno: mattinate gelide, pioggia insistente, in certe località già la neve. Oggi invece....sembra primavera e - almeno qui da me - il cielo ci regala una brezza tiepida e una trasparenza che esalta i colori. Ma le previsioni dicono brutto tempo, o forse nebbia.
E' un po' un'altalena, ma per certi aspetti anche un dolce digradare verso la stagione invernale che ci permette di godere di ogni sfumatura dell'autunno abituando al clima gli occhi e il cuore prima di chiuderci nel fascino - ma anche nel disagio - del gelo.
Sarà per questa particolare atmosfera che sono tornata ad ascoltare un artista che amo molto, Sting, in uno dei suoi più affascinanti cd: "If on a Winter's Night...", raccolta dalla quale tempo fa ho già postato qui due brani: "You Only Cross My Mind in Winter", sulle note di una meravigliosa Sarabanda di Bache "Lo, How a Rose E'er Blooming" ripreso da un canto di Michael Praetorius.
Oggi, in sintonia con questo lento cammino verso l'inverno, è la volta di "Now Winter Comes Slowly", pezzo che ricalca l'omonimo brano di Henry Purcell (1659 - 1695) tratto da una delle sue più celebrate opere, "The Fairy Queen". Da inglese a inglese, dunque, a distanza di più di tre secoli: da uno degli esponenti più significativi della musica barocca britannica fino al poliedrico Sting che, nel suo itinerario dal rock al jazz e al pop, non ha mai dimenticato la musica classica. Qui, attraverso la sua interpretazione e la sua voce straordinaria, le antiche note non solo mantengono intatta la propria bellezza, ma a mio avviso assumono un fascino ancora maggiore per l'atmosfera d'incanto fiabesco e d'intimità che Sting sa creare. E proprio lentamente l'artista ci accompagna verso il chiuso dell'inverno, così come il tema iniziale del pezzo scende gradatamente lungo la scala cromatica. Ho riportato qui di seguito anche la clip video del brano originale nella rappresentazione dell'opera di Purcell: protagonista è la figura che impersona l'Inverno, la musica è uguale, ma diverso il tono, qui meno intimo e molto più marcato e solenne.