martedì 27 ottobre 2015

Nella patria del violino....


Sì, proprio nella patria del violino si è tenuto domenica scorsa il dodicesimo incontro del nostro ormai consolidato gruppetto di amici blogger. 
E' stata Cremona infatti - città di Antonio Stradivari, della più raffinata liuteria e di tanto altro splendore artistico nonchè gastronomico - la cornice di questo appuntamento autunnale atteso con gioia da tutti i partecipanti.
Mi è capitato di osservare già in passato che il tempo gioca a nostro favore. Ed è stato così anche stavolta perchè - complice appunto il trascorrere degli anni e la condivisione dell'esperienza di blogger - abbiamo goduto di una crescente familiarità e di un'intesa sempre più facile e spontanea.
Un clima di distensione e di allegria ci ha quindi accompagnato per tutti i momenti del nostro incontro, tra rinomate bellezze artistiche e squisiti piaceri della tavola.
Inoltre, la coincidenza di date con la tradizionale Festa del Torrone - studiata con occhio sopraffino dalle nostre instancabili organizzatrici Ambra, Sandra ed Erika - ha reso la giornata ancor più piacevole e gustosa in tutti i sensi.

Mattinata trascorsa tra le sale del Museo del Violino, ad ammirare gli splendidi Stradivari, Guarneri, Amati e non solo, ma anche ad osservarne - attraverso filmati e foto - le varie fasi costruttive, dal legno grezzo fino alla realizzazione dell'oggetto finito. Sequenze che ci hanno illustrato l'affascinante arte della liuteria, consentendoci di apprezzare meglio i vari strumenti nelle loro decorazioni, nel colore ricco di calda intensità e nella nitida finezza di suono. 
Un'esposizione di assoluta meraviglia, dagli esemplari più antichi e preziosi fino al singolarissimo violino muto di Pietro Grulli, usato nell'Ottocento per studiare e dotato di una cassa armonica molto ridotta in modo che il suono venga percepito solo dall'esecutore.
Successivamente, visita al Duomo, davvero sontuoso nella sua ricchezza artistica, dove non è mancata un'emozionante sorpresa: un concerto d'organo offerto ai visitatori! Impagabile ascoltare nientemeno che la "Toccata e fuga in re minore" di Bach sul prestigioso organo "Mascioni", sentendosi attraversare l'anima dalle potenti vibrazioni dello strumento! Un autentico, inaspettato regalo!
Poi, pranzo in uno dei più rinomati ristoranti della città per gustare le specialità locali e pomeriggio nella splendida e affollatissima piazza ad attendere il corteo storico organizzato in occasione della festa. 
Infine, giro per bancarelle e pasticcerie, tra dolciumi vari, torroni di ogni tipo e violini di cioccolato, con la tentazione di cedere a una crisi di shopping compulsivo che - chissà mai perchè....eh?! - ha improvvisamente contagiato parte dell'allegra brigata.

E per commentare la piacevolezza di quest'incontro nella patria di Antonio Stradivari, il brano di musica non può essere che per violino. 
Si tratta del "Cantabile e valzer in Mi maggiore op.19" di Niccolò Paganini (1782 - 1840) pezzo composto, come ricorda il titolo, da due parti ben distinte nel ritmo e nella melodia. La prima, nella sua dolcezza e - appunto - nella sua distesa cantabilità, serve quasi da introduzione alla seconda dove il violino, qui accompagnato dal pianoforte, ci regala un valzer vivace e garbatissimo.
Anche se non si tratta di un brano di carattere spiccatamente virtuosistico come altri del compositore, il canto di Paganini è sempre ricco di fioriture e lo si avverte chiaramente in diversi passaggi.
E mi sembra che il suo ritmo possa rispecchiare un po' il passo del nostro gruppetto per la vie della città: un'andatura pacata per consentire il dialogo, uno sguardo ai monumenti, un sorriso, uno scambio di confidenze, un'esplosione di risate. La gioia e la gratitudine, insomma, di una giornata tra amici felicemente ritrovati, insieme a un pensiero di affetto per chi - questa volta - ci ha seguito solo col cuore, ma che ci auguriamo d'incontrare al prossimo appuntamento.

Buon ascolto!

lunedì 19 ottobre 2015

Dalla Russia alla Spagna....

Ogni tanto ci vuole! 
Ogni tanto fa bene sperimentare l'effetto catartico di un brano di musica dall'intensa e prorompente vivacità, un brano capace di ridestare l'entusiasmo quando sembra languire, di mobilitare risorse che magari non sospettavamo di possedere, rinfocolando l'incorruttibile scintilla di giovinezza che cova in ciascuno di noi!

Certo la musica, poichè va a toccare immediatamente la sfera emotiva, conosce mille modi diversi per essere terapeutica. Lo è un adagio di Mozart con la sua pacificante serenità, lo è un corale bachiano con la sua atmosfera di mistico stupore, ma lo è anche un pezzo di eccezionale vitalità, una rutilante fantasmagorìa di note proprio come quella che vi propongo oggi.

Quando due anime si fondono, il risultato può essere travolgente e se poi ad incontrarsi sono lo spirito russo e quello spagnolo, l'impatto può dar luogo a una musica di straordinaria esuberanza come quella di Nicolai Rimsky-Korsakov (1844 - 1908) nel suo "Capriccio spagnolo op.34".
Si tratta di una composizione articolata in cinque movimenti di cui la clip video vi riporta gli ultimi tre: "Alborada", "Scena e canto gitano" e "Fandango asturiano".
Il termine "Capriccio" indica una creazione talora virtuosistica - pensiamo ai famosi 24 Capricci di Paganini - e comunque generalmente libera nella costruzione musicale dei vari elementi. E davvero questo brano ci regala una varietà di movimenti talora lenti e cadenzati, talaltra più accesi in un crescendo sempre più infuocato in cui si alternano e s'intrecciano liberamente temi e ritmi. 
E' il trionfo della danza: scintillante, frenetica, colorita, fino alla conclusione caratterizzata da una vivacità sempre più concitata e quasi delirante. 
Certamente un pezzo di grande effetto in cui l'autore prende spunto dalla musica popolare iberica, offrendocela nell'interpretazione di un'orchestra sinfonica nella quale largo spazio è affidato alle percussioni, mentre violisti e violoncellistici hanno il compito di imitare il suono della chitarra.

Rimsky-Korsakov - tra l'altro - non è l'unico tra i musicisti russi ad essersi lasciato ammaliare dal fascino spagnolo: con lui anche Tchaikovsky, Glinka e Borodin vi hanno fatto riferimento in alcune loro composizioni che ci testimoniano quanto, nella sua ricchezza di spunti folkloristici e nella sua passionalità, lo spirito iberico abbia qualche affinità col mondo russo. 
Qui, ne deriva un brano dove l'attitudine malinconica data dall'uso frequente della tonalità minore si accende di vibrante energia e le tipiche danze spagnole si animano di particolare esuberanza.
Intenso e vibrante anche il direttore - nientemeno che Valerij Gergiev! - grintosissimo nel padroneggiare la musica quanto singolare nella sua bizzarria: vi siete accorti che invece della bacchetta....ha in mano uno stuzzicadenti?...

Un brano che dedico a tutti quegli amici lettori - conosciuti, sconosciuti, occasionali o affezionati - che stanno attraversando un momento un po' così...e vivono magari la sensazione di essere deprivati di energia e di risorse.
Un brano che - a mio modesto avviso - può restituirci gioia, festa, brio, libertà e col suo crescendo quasi parossistico, ci permette di entrare nella musica e nel suo ritmo con ogni fibra.
Il ritmo, appunto. Impossibile non lasciarsene afferrare in questo pezzo che intreccia temi e melodie, passaggi meravigliosamente arpeggiati e scatenate percussioni, che ci fa danzare e danzare ancora sul volo degli archi come sulla leggerezza scandita dalle nacchere.

E se ci saremo abbandonati all'ebbrezza di una musica così scintillante, l'applauso finale del pubblico sarà anche per noi!!!

Buon ascolto!

lunedì 12 ottobre 2015

Nell'oro dell'autunno


Difficile non cedere al fascino della stagione autunnale, coi suoi colori e le sue sfumature, senza andare in cerca di un dipinto che di questi colori ci riempia lo sguardo, lasciandoci una sensazione di vibrante armonia.
Sono tornata allora a Claude Monet che ci consente di cogliere lo splendore della natura nelle diverse stagioni, attraverso la sua pittura "en plein air" così calda e insieme così lieve e ariosa. Sono numerose, infatti, le composizioni in cui l'artista ha esplorato la meraviglia del trascorrere del tempo sul paesaggio: dal silenzio invernale della campagna innevata alle fioriture primaverili, dai filari di pioppi nel fremito del vento alle mille sfumature di un tramonto, ai riflessi di un corso d'acqua o alle brume mattutine. 
Il dipinto che vi regalo oggi s'intitola "La Senna ad Argenteuil, autunno", un olio su tela del 1873 conservato alla Courtauld Gallery di Londra.  
E' una delle tante opere ambientate ad Argenteuil dove Monet ha soggiornato dal 1871 al 1878, periodo ricco di creatività e di attenzione alla resa pittorica della luce, grazie all'interesse per la pittura inglese di Constable e Turner conosciuta dall'artista durante un precedente viaggio in Gran Bretagna.

Il quadro ci presenta uno splendido insieme di colori, riflessi, luce, vibrazioni, riverberi: una straordinaria veduta che non si finirebbe mai di contemplare non solo per la ricchezza di particolari soprattutto sullo sfondo, ma anche per quella sensazione di vibrante leggerezza che ci consente di entrare nel paesaggio - e quasi di percorrerlo - non solo con lo sguardo, ma col cuore. 
Dalle nuvole nel loro dolce e un po' indistinto vagare alle chiome degli alberi che si riflettono nella Senna; dall'acqua che si fa specchio lievemente increspato in primo piano fino al paese sullo sfondo, incerto nei contorni eppure ricco di dettagli appena accennati, tutto si fonde - e talora si confonde - in dolce, serena armonia.
Colori caldi e limpidi, come le varie sfumature di giallo e di azzurro, come l'oro sfolgorante della stagione autunnale che risplende senza ferire lo sguardo in una luminosità dolce e soffusa.
Mirabili quegli alberi sul fiume e il leggero confondersi e quasi scomporsi delle forme riflesse nell'acqua. Impressioni - è proprio il caso di dirlo - che l'artista riesce a cogliere grazie alla sua totale immersione nella natura. 
Non dimentichiamo a questo proposito che, ad Argenteuil, Monet aveva allestito una sorta di battello-atelier con cui si spostava lungo il fiume per ritrarne le rive e il paesaggio da punti di vista altrimenti impossibili. Possiamo illuderci allora di procedere insieme a lui lungo il corso della Senna e di contemplare col suo sguardo ogni angolo, avvertendo sul viso il vento leggero che trasporta quelle nuvole vaganti e un po' sfumate, nell'atmosfera di dolcezza e pure di lieve malinconia del paesaggio autunnale.

Atmosfera che mi pare si respiri anche nel brano che vi propongo oggi.  
Si tratta del terzo movimento - Adagietto - dalla Suite n.1 da "L'Arlesiana" di George Bizet (1838 - 1875).
Il termine "Adagietto" ci conduce in un clima di meditazione lenta e dolcissima  e ci riporta col pensiero ad un successivo e forse più famoso "Adagietto", tratto della Quinta Sinfonia di Mahler che - se volete - potete ritrovare qui. 
Una trentina d'anni separa le due composizioni - quella di Bizet scritta nel 1872 e quella di Mahler nel 1901 - eppure mi pare che, per certi aspetti, in entrambi i pezzi si respiri un'atmosfera simile, fatta di una serenità che sfuma in lieve malinconia.
Nonostante questo di Bizet sia un brano molto più breve e meno grandioso di quello mahleriano, la sua melodia affascinante e nostalgica sembra in qualche modo preludere al futuro, soprattutto in certi passaggi che salgono verso luminose aperture e poi dolcemente si smorzano.
Note di cui riempirsi l'anima, mentre gli occhi contemplano i contorni del paesaggio autunnale e l'oro del fogliame che si tinge di bruno.

Buon ascolto!

lunedì 5 ottobre 2015

Colore di lavanda

Ogni promessa è debito e mi pare di avervi detto mesi fa - a proposito del mio calendario provenzale - che avrei pubblicato ancora qualche immagine.
Parlavo, a suo tempo, di lavanda e dei colori del paesaggio. 
E allora eccoli di nuovo i campi viola - nella foto del mese di ottobre - a illuminare del loro splendore l'abside dell'abbazia di Sénanque!!!

A dire il vero, non mi risulta che la lavanda fiorisca dopo la fine di agosto....ma vi assicuro che - miracoli di Provenza! - nel mio calendario accade, e così la foto mi regala l'illusione che ottobre possa trasformarsi in una nuova estate.
Mi affascina la luminosità mediterranea di quei colori e la limpidezza di quel cielo che sa si vento, così bello e pure così diverso, nella sua intensità, dal mio cielo di Lombardia di manzoniana memoria. Anche da me, talora l'azzurro contrasta serenamente col romanico di chiese e abbazie, ma a prevalere è il colore caldo del cotto e dei mattoni a vista.

Qui invece, è la pietra grigia a dominare in un insieme rustico dove i colori prendono risalto gli uni dagli altri e la luce nitida di un cielo che ha la freschezza del mattino, dà rilievo alle ombre e agli incastri della muratura. 
Sono figure solide innestate e sovrapposte in un'architettura di straordinaria semplicità: un cilindro, un cono e una struttura poligonale che termina con un campanilino a spioventi. Poche finestre a tutto sesto si aprono nella costruzione massiccia eppure non pesante, ma equilibrata nelle sue forme spoglie e severe: una severità che quel colore di lavanda accende gioiosamente, andando a suggerire sogni in cui perdersi....

Mi piace immaginare, per esempio, come l'avrebbero dipinta i tanti artisti che hanno amato la Provenza - da Monet a Van Gogh - trasferendo sulla tela la magia di tutto quel fremere di viola, di quella natura così ridente attorno all'antico edificio.
Forse, con tocchi veloci di pennello, ne avrebbero colto il vibrare leggero al soffio del vento, con una una delicatezza capace di farci avvertire anche il profumo dei fiori; o forse ci avrebbero restituito un'immagine segnata da tratti densi e materici, quasi il paesaggio fosse deformato dal sogno. 
Ma immagino anche come la luce del sole - nelle diverse ore del giorno - sappia trarre differenti sfumature e riverberi da quei solchi viola che danno profondità al panorama, e da quella muratura chiara, di un grigio leggero che parla di semplicità.

Un insieme che dà riposo allo sguardo e al cuore, come il brano di musica di oggi che ci conduce in un'atmosfera di luminosità quasi mozartiana.
Ma non si tratta di Mozart: l'autore del "Largo" che vi propongo - dal "Concerto in mi minore op.57 per flauto e orchestra" - è invece Saverio Mercadante (1795 - 1870), compositore vissuto nel clima vivace della scuola musicale napoletana e al quale dobbiamo un nutrito numero di opere tra melodrammi, sinfonie, concerti e pezzi sacri.
In questo brano, dopo la drammaticità degli accordi introduttivi, si apre invece una melodia nitida, dal fascino immediato, che si snoda con ritmo disteso arricchendosi delle eleganti fioriture del flauto. Sono dolci virtuosismi che ci accompagnano fino alla conclusione del pezzo, ora dialogando con l'orchestra, ora riservati allo strumento solista, ma disegnando sempre un'aria di limpida cantabilità che ben si adatta - almeno così a me pare - allo splendore delle immagini.

Buon ascolto!
 

domenica 27 settembre 2015

Tra esotismo e antichità

A tutti sarà capitato di osservare che la prima maestra di musica intorno a noi è la natura, con la sua molteplicità di suoni, sommessi o squillanti, cupi o limpidi, rochi o melodiosi e via dicendo.
Dallo scorrere delle acque di un ruscello al fragore delle onde del mare, dai versi più vari degli animali al soffio del vento o al temporale, una musica ci avvolge in continuazione, creando in noi rispondenze e suggestioni.

Ma come è affascinante la scoperta di tali armonie in natura, lo è altrettanto la storia della nascita degli strumenti musicali con cui l'uomo ha tentato di riprodurre ritmi e timbri, esplorando le infinite possibilità espressive dei suoni.
Mosso poi dal desiderio di sperimentare tali possibilità anche attraverso la danza o le attività rituali, si è creato nel tempo strumenti più raffinati, adottando tecniche costruttive che si sono evolute dalle meccaniche più semplici a quelle più sofisticate e vagliando materiali e soluzioni creative sempre nuove. 
Basti pensare alla complessità di un organo a canne o all'importanza del tipo di legno usato per la realizzazione di un violino o alle modifiche che hanno portato dal clavicordo al clavicembalo, al fortepiano e finalmente al pianoforte. Ma gli esempi si potrebbero moltiplicare.

Ci sono tuttavia strumenti che vantano un'origine antichissima e che - nonostante nel tempo siano variati nei materiali e in taluni particolari - hanno sostanzialmente mantenuto la primitiva semplicità. 
Uno di questi è il cosiddetto "flauto di Pan" che le fonti ci dicono essere nato in Cina nel III millennio a.C., comparso in Grecia nel 600 a.C., poi in Egitto e nel mondo romano dov'era conosciuto col nome di "syrinx"
Altre testimonianze lo registrano inoltre nelle Americhe precolombiane e ancora oggi è usato dai musicanti di strada peruviani.

In Italia, è possibile trovare un'antica immagine di questo tipo di flauto nei mosaici pavimentali della Basilica di Aquileia risalenti al IV secolo d.C.
Il Cristo Buon Pastore - qui raffigurato in un'iconografia che interpreta in senso cristiano elementi della precedente tradizione pagana - non ha in mano un attrezzo da lavoro, ma proprio un "flauto di Pan".
Il nome deriva dal riferimento mitologico a Pan, dio dei boschi e dei pastori (dal greco paein, cioè pascolare), ma anche dio di tutto (in greco pan), quindi della natura considerata nella sua totalità. 
La leggenda - ripresa tra l'altro da Débussy in una sua composizione intitolata appunto "Syrinx" - ci racconta che Pan, nato con busto d'uomo ma gambe e corna di capra, si era innamorato della ninfa Siringa che, per sfuggirgli, si sarebbe tramutata in un ciuffo di canne capaci di emettere al soffio del vento un dolcissimo suono. Così Pan, per ricordare la ninfa, costruì lo strumento musicale che chiamò siringa.

Si tratta di un insieme di più flauti diritti di diversa lunghezza, costruiti con materiali che andavano dalle canne palustri al legno, alla terracotta, ma in seguito anche al metallo e talora all'alabastro. Uno strumento usato ancora oggi soprattutto nella musica etnica, il cui suono ci trasporta subito in un'atmosfera esotica simile a quella dei canti andini.
Recentemente tuttavia, alcuni interpreti lo hanno fatto uscire dall'ambito specifico in cui si è affermato, contribuendo a farlo conoscere al grande pubblico. 
Fra gli altri, va ricordato il flautista rumeno Gheorghe Zamfir - forse il più famoso a questo riguardo - ma insieme a lui anche Ulrich Herkenoff che ha elevato lo strumento al rango di solista all'interno di un insieme da concerto o di un'orchestra sinfonica, ispirando vari compositori a scrivere brani per "flauto di Pan".

Ne possiamo apprezzare il suono in un famoso pezzo di Ennio Morricone: "Cockeye's Song", tratto dalla colonna sonora dell'altrettanto famoso film di Sergio Leone "C'era una volta in America".
Qui, dopo una concitata introduzione, il particolarissimo e inconfondibile timbro di questo flauto ci immerge in un'atmosfera singolare, soffusa di malinconica dolcezza e di poesia. Vi troviamo passaggi ora più mossi, ora più lenti e prolungati, note ora roche, ora squillanti soprattutto nelle ottave più alte. 
Una melodia peraltro adattissima alla pellicola di Sergio Leone che ci offre un'immagine di umanità a tutto tondo in cui s'intrecciano poesia e durezza, violenza e nostalgia come facce della stessa medaglia.
Un brano da gustare in solitudine, lasciando che il suono del "flauto di Pan" ci conduca lontano - o dentro di noi - sull'onda del suo fascino. 

Buon ascolto!
  

sabato 19 settembre 2015

Musica per le grandi occasioni

Passa il tempo, ma tenere in vita questo blog continua ad essere per me una splendida avventura ricca di interesse per svariati motivi.
Uno dei più importanti è certamente il fatto che il contatto con la musica e con voi che ascoltate, mi sollecita sempre ad imparare, consentendomi di scoprire nuovi autori e nuovi brani con tutta la ricchezza che ne consegue.

Mi ha regalato infatti l'abitudine alla ricerca e all'ascolto, un'abitudine che non stanca perchè avere a che fare con la musica significa trattare una materia viva, capace di suscitare ogni volta risonanze impensate. 
Talora si tratta dell'incontro con autori per me sconosciuti, e qui devo ringraziare alcuni di voi per i preziosi suggerimenti; altre volte si tratta del desiderio di approfondire la conoscenza del panorama compositivo di musicisti già ben noti. 
Ma, al di là di questo, periodicamente si rinnova in me il bisogno di tornare a una fonte di splendore altissimo e di bellezza inesauribile come Bach.

Così, mi sono trovata ancora una volta a navigare su youtube tra cantate e mottetti, fughe e invenzioni, presa dalla nostalgia di uno di quei brani fatti di energia pura, proprio come il pezzo che ho deciso di postare qui oggi. 
Si tratta del primo movimento della Cantata BWV 129 "Gelobet Sei der Herr, mein Gott", scritta dal compositore per la festa della SS.Trinità, un brano che - come accade in parecchie altre sue creazioni - fonde rigore e fantasia, profondità e leggerezza attraverso architetture vive, gioiose e scintillanti che ci afferrano coinvolgendoci nel loro splendore.

Certo, lo so: se si considera che Bach ha riferito le sue numerosissime Cantate sacre ai vari momenti dell'anno liturgico, questa, dedicata alla festa della SS.Trinità, risulta ora decisamente fuori tempo ed ero quasi tentata di rimandarne la pubblicazione.
Ma poi mi sono detta: "E perchè mai aspettare???...." 
Una ricorrenza non si esaurisce nel giorno preciso della sua celebrazione anche se lì ne vive il culmine, e in fondo cosa impedisce che ogni momento possa essere festa come nelle grandi occasioni, se ne coltiviamo in cuore il significato??? Secondo me anche Bach, che con le sue note ha fatto risplendere ugualmente ricorrenze importanti e giorni, diciamo così, ordinari....sarebbe d'accordo!!!
Allora, confortata da queste considerazioni, eccomi qua a proporvi proprio il brano citato.

La "Cantata BWV 129" mette in musica un testo del teologo tedesco Johannes Olearius (1611 - 1684), un inno di lode alla SS.Trinità vista come fonte di creazione, vita, luce, salvezza e conforto. Si comprende quindi come la caratteristica principale del movimento che apre la composizione sia la gioia, una gioia espressa - prima ancora che dal coro - da fiati, timpani e da un organico orchestrale particolarmente scintillante. 
Ne deriva un andamento animato e festoso, una fantasia corale dove Bach ci conduce attraverso una varietà di passaggi e costruzioni contrappuntistiche che sembrano portarci sempre più in alto, quasi volesse esortare chi ascolta a rallegrarsi proclamando con forza la propria lode.

Tutti sappiamo quanto Bach sia maestro di preghiera attraverso la sua musica che - a cominciare dalle Passioni - ne ha scandagliato di volta in volta ogni atteggiamento: dalla lode al lamento, dal giubilo all'invocazione e al grido.
E' tipico, infatti, della sensibilità bachiana leggere un testo addentrandosi in esso fino a tradurne in note lo spessore esistenziale, con una comprensione altissima sia dell'interiorità umana che dell'universo della fede.
Per questo, nel pezzo di apertura della "Cantata BWV 129" la lode - viva e reiterata - risulta al tempo stesso sorprendente, come se il progressivo salire della musica ci introducesse nel cuore di una comunicazione sempre più sublime e tuttavia non rarefatta, ma concreta fino al punto di toccarci.
Ci troviamo di fronte alla stessa grandiosità delle Suites per orchestra, ma l'aggiunta del coro ci attrae in un vortice polifonico potente come una cascata di grandi acque, dandoci proprio la percezione di essere raggiunti e toccati dalla gioia.
Particolarmente pregevole, a questo riguardo, anche la direzione di Gardiner che ho preferito ad altre interpretazioni per il suo ritmo veloce che - pur mantenendo intatto il rigore della composizione - la rende più energica, movimentata e leggera.

Un gioiello musicale di assoluto splendore, quindi, un regalo per le grandi occasioni non solo segnate sul calendario, ma nascoste nel cuore del quotidiano: note che ci prendono in una gioiosa circolarità di Amore e con le quali Bach ci conduce fino alle soglie del Mistero.

Buon ascolto!

sabato 12 settembre 2015

"Ostinato"

Lo splendore del brano di Holst che ho pubblicato la scorsa settimana, mi ha indotto ad approfondire la conoscenza del compositore, così oggi sono qui a proporvi un' altra creazione del musicista inglese.
Si tratta, stavolta, di un pezzo molto diverso dal precedente e dimostra la versatilità dell'autore, capace di regalarci con uguale efficacia musiche ricche di romanticismo ed altre la cui cifra più significativa sta nel segno della vivacità e del ritmo.

Il brano è uno dei quattro movimenti - precisamente il secondo "Ostinato: Presto" - della "St.Paul's Suite op.29, n.2", composizione originariamente per archi, scritta da Holst per la St. Paul's Girls School di Londra di cui era direttore musicale. Un'opera per certi aspetti didattica, che unisce ritmi di danza ad antiche melodie della tradizione celtica, come ci dimostra il primo tempo in forma di Giga e, nel finale, la presenza di un'aria che riprende la famosissima Greeensleeves.

Ma torno al secondo movimento: a colpirmi è stata la sua vivacità così sapientemente ritmata dalla figura musicale dell'ostinato.  
Di che si tratta? Dal significato del termine possiamo facilmente immaginare quale sia la sua applicazione in campo musicale, ma per maggiore chiarezza, vi riporto qui nientemeno che la definizione della Treccani.
E voilà:

"Ostinato. In musica, si dice di figura melodica che si ripete incessantemente, invariata e alla stessa altezza, per tutta una composizione o una parte di essa; appare di solito nel basso, che prende in tal caso il nome di basso ostinato. Più genericamente, per indicare la persistenza di un ritmo o di un effetto strumentale." 

Monotono, allora??? Niente affatto perchè, se è pur vero che tale figura musicale nasce dalla prolungata ripetizione di una breve idea ritmica, è proprio la sua ripetitività a far sì che, su questa base, si possano sovrapporre vari altri moduli compositivi.
Qualche esempio? Uno sopra tutti gli altri, chiaro e conosciutissimo: il "Bolero" di Ravel, nel quale le battute dell'ostinato vengono ripetute dal rullante per ben 169 volte, mentre su di esse s'imposta il tema, ripetuto a sua volta dai diversi strumenti in modo sempre più vario e fragoroso.

Ma per tornare a Holst, nella foto qui sopra relativa alla prima pagina del suo brano, è facile riconoscere la scrittura musicale dell'ostinato, anche se in questo caso non eseguito da un basso, ma dai secondi violini che, per tutto il pezzo, ripetono le stesse battute come leggero sottofondo.
Il tema principale è invece annunciato dal violino solista - esattamente dove compare il numero 1 - ed esordisce con intervalli di sesta e di quinta discendente che danno impulso e slancio alla musica. 
Segue un intreccio di arie e di ritmi sempre più vivaci e concitati dove il tempo iniziale di tre quarti - ma successivamente di due e infine ancora di tre - ci conduce in un clima di danza progressivamente più acceso. 
Il brano si apre infatti con un'atmosfera delicata, segnata dai pizzicati quasi fossero lievi passi saltellanti e leggeri, e si fa poi trascinante come un valzer, poi ancora travolgente come una corsa, cadenzato come una marcia per tornare infine alla levità iniziale. E si comprende bene che avesse funzione didattica, data la varietà di tempi, di ritmi e di fantasia.

Un pezzo che - seppur brevissimo - sa rapirci e portarci via con sè nel suo vortice ora ritmato e persistente, ora leggero e scintillante come una danza giocosa e spensierata.

Buon ascolto!

sabato 5 settembre 2015

Luci nella notte

Immagine presa dal web
E' per me un piccolo rito serale, quando sono in montagna, prima di chiudere affacciarmi per qualche momento al balcone e ascoltare il silenzio.
Dal mio punto di vista, infatti, posso spaziare sull'anfiteatro dei ghiacciai, vedere le vette più alte ancora lambite dai riflessi del tramonto e le ombre che salgono dalla vallata, mentre la grandiosità del paesaggio mi regala un ineffabile senso di pace.

Quando poi fa buio, se la notte è serena, stagliato contro il cielo stellato resta il profilo delle cime che coronano maestose il panorama e l'oscurità si colma di un mistero in cui le voci della natura riprendono a dominare incontrastate.
Mi arriva il canto del torrente dal fondo dei prati, come pure il soffio del vento insieme a qualche lontano latrato di cani, suoni che non spezzano l'incanto del silenzio circostante, ma - al contrario - lo sottolineano. 
Qualche volta, rassicurata dall'ombra crescente, nel vicolo sotto casa tra vecchi tronchi e ciò che resta di una baita in rovina, arriva una volpe in cerca di cibo. Non viene proprio a notte fatta, ma un po' prima. Talora, nelle ultime sere di agosto, suonano le nove al campanilino del paese e, dopo qualche istante, lei compare puntuale inerpicandosi tra le pietre e girando all'intorno i suoi occhi fosforescenti.

Se poi alzo lo sguardo, si apre davanti a me una scura vallata in direzione del Gran Paradiso. Qui, una strada si addentra nel parco raggiungendo la piccola frazione dove iniziano i sentieri: un gruppetto di case e di baite che dal mio punto di osservazione non riesco a vedere, nascoste come sono dall'incrocio di due versanti fitti di abeti. Così, ogni volta, ho la sensazione di perdermi in un buio ricco di suggestioni e nella magìa del silenzio notturno.

E ad accrescere tali suggestioni, da diversi giorni laggiù in lontananza, proprio nel cuore di quel buio, è comparso un piccolo cerchio di lumi. 
Non si tratta dei fari delle rare auto che occhieggiano qua e là in mezzo alla pineta secondo le curve della strada, ma proprio di luci fisse poco più in su. Che mai saranno?
Tutte le sere, quando prima di chiudere mi affaccio per qualche istante, controllo se per caso si vedano ancora. Non si scorgono subito, occorre aguzzare lo sguardo per vederle, ma ci sono: piccole e palpitanti nella loro distanza, troppo basse per provenire da rifugi o bivacchi e al tempo stesso troppo alte per appartenere a qualche casa o campeggio.
Ho osservato la zona anche in pieno giorno, ho percorso i sentieri vicini, ma nulla vi compare se non la montagna fitta di abeti.

Che mai saranno allora quelle luci? Segnali di un alpinista o viandante solitario? Finestre di qualche baita o tenda nascosta? 
Chi mai osa violare l'intatta solitudine notturna della mia valle? E dico mia perchè - benchè dimori qui solo d'estate - mi sento profondamente legata a questi luoghi e attenta a che non se ne disperda l'incanto.
Così, dalla mia postazione lontana, ogni sera mi affaccio come ripetendo un rito, quasi fossi Giovanni Drogo che, dagli spalti della Fortezza Bastiani ai margini del deserto, spia con ansia l'arrivo dei Tartari; o immedesimandomi nel guardaboschi Bàrnabo, altro personaggio uscito dalla fantasia di Buzzati.
Ma il mistero rimane, un mistero che l'oscurità accentua fuori e dentro di me, ammantandosi di sogno e regalandomi ogni volta lo sgomento di antiche favole.

Allora, a questa breve descrizione della mia sera in montagna, mi piace associare le note ricche di suggestione di un musicista nuovo per questo blog.
Si tratta del compositore inglese Gustav Holst (1874 - 1934), autore di numerose opere di successo tra le quali la "St.Paul's Suite" e soprattutto "The Planets".
Quello che vi regalo oggi è il brano per violino e orchestra "A Song of the Night op.19, n.1", che mi è parso particolarmente adatto all'argomento del post non solo per il titolo, ma anche perchè nella sua varietà di temi musicali, ci fa spaziare tra grandiosità e romanticismo, sgomento e delicatezza, un po' come il fascino che ci regala la notte in montagna.
Il pezzo, dolce e sognante, solenne e al tempo stesso intimo, ci accompagna riecheggiando un po' il concerto per violino di Bruch - almeno così a me pare - ma in taluni passaggi anche Wagner.
Soavissimo l'intervento graduale dell'orchestra dietro il violino solista col quale intreccia poi un dialogo di struggente bellezza.
Un'aria ricca di luminose aperture e di crescente intensità che resta nel cuore e sembra dar voce anche a ciò che è ineffabile.

Buon ascolto!

 

venerdì 14 agosto 2015

"Dormitio Virginis"

"Dormitio Virginis" - Scuola russa di Tver (XV sec.)
Vola il tempo e già un anno è passato dal mio viaggio in Russia dove mi sono recata la scorsa estate proprio di questi giorni.
Un viaggio che ricordo con particolare gioia per l'interesse che hanno suscitato in me soprattutto la cultura e l'arte figurativa.

E non mi riferisco solo alle collezioni di uno dei più grandi musei del mondo come l'Ermitage di San Pietroburgo o alle icone della Galleria Tret'jakov di Mosca, ma anche allo splendore di monasteri e cattedrali ortodosse che mi hanno proiettato in un'atmosfera per me nuova e affascinante. 
Si tratta infatti di una ricchezza iconografica che nasce da altrettanta ricchezza culturale e religiosa che, come spesso accade, sta all'origine delle varie manifestazioni artistiche e delle diverse tradizioni.

Tra queste - sia all'interno delle cattedrali del Cremlino che altrove - mi hanno colpito le numerose immagini che ricordano la "Dormitio Virginis".
Il termine indica il trapasso della Madonna simile a un sonno profondo in cui la sua anima è presa dalle mani di Cristo, mentre solo successivamente Maria verrà assunta in cielo anche col corpo.
La ricorrenza della "Dormitio" si celebra il 15 agosto in quasi tutte le Chiese ortodosse, come accade nel mondo cattolico per l'"Assunzione".
Si tratta di due momenti diversi di un evento, in realtà, unico del quale la tradizione teologica orientale ha distinto - se così si può dire - delle fasi mentre quella latina, come recita il dogma, afferma che Maria "terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo".

Nell'iconografia di origine ortodossa, infatti, il trapasso della Madonna è rappresentato con Maria adagiata in un sarcofago, attorniata da angeli ed apostoli mentre, in piedi accanto a Lei, il Figlio Gesù accoglie tra le braccia la sua piccola anima.
 Tiziano, "Assunta"
Nel mondo cattolico invece, è più frequente raffigurare Maria mentre è portata in Paradiso da un tripudio di angeli, come si può vedere dalle opere di numerosi artisti tra i quali - solo per citarne alcuni - Mantegna, Lotto, Perugino, Rubens e, forse il più famoso a questo riguardo, Tiziano con la pala conservata a Venezia, nella basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari.

Ciò non significa che in Occidente manchino immagini di madonne dormienti secondo l'iconografia bizantina: se ne contano vari esempi soprattutto ad opera di autori del periodo medioevale, come si può osservare anche dalla tavola di Giotto (1267 - 1337) qui riportata. 
Si tratta tuttavia di una tradizione figurativa più antica che andrà modificandosi nel tempo. 
Se pensiamo infatti ad altri dipinti sul tema della Morte della Vergine - e non si può non ricordare quello del Caravaggio - ci rendiamo conto di quanto le successive iconografie siano ben lontane dai caratteri precedenti.

Giotto, "Dormitio Virginis"
Nel dipinto di Giotto - una tavola a tempera e oro conservata alla Gemaldegalerie di Berlino - compostezza ed emozione, ieraticità e pathos si fondono in un'espressività contenuta e nonostante ciò evidentissima.

Ma a restarmi dentro è la tenerezza del gesto di Gesù che - accanto alla madre dormiente in un sonno che la condurrà poi in Paradiso - ne accoglie l'anima prendendola in braccio come fosse una bambina da coccolare con dolcezza.
E il fascino del gesto mi fa pensare anche a quel capovolgimento esistenziale e affettivo che accade di norma agli esseri umani. Infatti, dopo che Maria - al pari di tutte le madri e come è spesso raffigurata - ha tenuto tra le braccia Gesù Bambino, alla fine della sua vita terrena è il Figlio, a sua volta, ad abbracciare ciò che di lei è la parte più profonda in un soavissimo scambio di amore.

E per commentare queste immagini, oggi vi propongo un brano altrettanto soave: il mottetto "Omni die dic Mariae" del compositore polacco Grzegorz G.Gorczycki (1665 - 1734). 
E' un canto che non conoscevo e sono grata all'amico blogger Aldo del sito semplice-aldo.blogspot.it, raffinato esperto di musica antica e non solo, che me lo ha segnalato. 
Il pezzo alterna parti lente e pacate ad altre più concitate e vivaci, in un ritmo che può rispecchiare anche i diversi momenti e i differenti toni della preghiera. Splendida ed efficace, a questo riguardo, la ripetizione delle varie strofe, talora in modo sempre più sostenuto, altrove in maniera più sommessa.
Anche se il brano non è specificamente legato alla ricorrenza dell' Assunta, mi piace pubblicarlo ugualmente per la sua particolare bellezza e perchè contiene un'esortazione alla fiducia in Maria insieme all'invito a celebrarne i diversi momenti della vita. Un pezzo d'incantevole polifonia che il coro rende con una fusione a mio avviso perfetta tra profondità e leggerezza.

Sull'onda di queste note vi auguro allora buona festa dell' Assunzione.....e mi prendo una breve pausa!

Buon ascolto!

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giovedì 6 agosto 2015

Dal treno....

Ancora una volta è un articolo dal "Corriere della Sera" quello che desidero condividere qui oggi, tanto le osservazioni e gli spunti di riflessione che esso fornisce mi sono parsi veri e interessanti.

Si tratta di un vecchio scritto di Luca Goldoni, ricomparso sul quotidiano dello scorso 26 luglio a pag. 31 e oggetto di un particolare ricordo da parte dell'autore in quanto, all'epoca della sua pubblicazione - circa a metà degli anni Ottanta - per esso aveva ricevuto gli elogi di Oriana Fallaci.
Intitolato "La prospettiva dal finestrino del treno", l'articolo parla del fatto che persone e immagini consuete, viste talora da una prospettiva insolita come quella di un viaggiatore dal treno, possono rivelare aspetti inusitati apparendo straordinarie, nuove e suscitando altrettanto nuove emozioni.
A me che amo viaggiare e contemplare la vita che scorre da quel particolare osservatorio che è il finestrino di un treno, lo scritto ha subito destato interesse e, anche se Goldoni parla di un'esperienza in fondo comune a tutti, mi pare tuttavia che ne colga aspetti persino poetici nella loro semplicità.
Ne riporto qualche stralcio:

"La mia nipotina Elisabetta mi confida che tornando in treno alla sua città, ha visto a un passaggio a livello suo padre fermo con la macchina. Quante volte l'ha visto arrivare a casa in auto e la cosa non l'ha colpita....Perché "dal treno" ha provato quella sorpresa e quella insolita tenerezza?
Rifletto e concludo che anche a me capita a volte, quando il treno costeggia la periferia della città, di incollarmi al finestrino per individuare tra quel mare di tetti casa mia. Cerco i punti di riferimento, quel campanile, quella quinta di pioppi. Ed eccola spuntare per qualche attimo: non più l'immagine banale che intravvedo distrattamente quando rincaso, ma un'apparizione quasi emozionante."

E ancora :

"....se scopro la mia arcinota casa da una visuale nuova e imprevista, la inquadro in uno spazio che posso afferrare col pensiero perché non ci sono dentro e allora mi emoziono come se vedessi la mia vita dal di fuori."

Ecco: mi affascina questo vedere dall'esterno la propria vita o quella degli altri come può accadere solo in quei momenti che Goldoni definisce poi "attimi abbaglianti di conoscenza universale". Vi si coglie infatti una dimensione che libera la nostra esistenza dalla gabbia dell'abitudine e ce la ridona nuova e fresca, attraverso una carica di sentimenti forse dimenticata, quasi per un attimo la vedessimo non come l'abbiamo fissata nel nostro immaginario, ma nella sua misteriosa essenza. E forse l'emozione nasce anche dallo scoprirsi, con una sorta di pudore, sul palcoscenico della vita.

Il viaggio ci dà infatti sulla realtà che ci scorre accanto un punto di vista esterno che cambia il nostro modo di essere e di guardare, e la visione che ne deriva carica talora d'inusitata dolcezza - o talaltra di sgomento - il paesaggio naturale e umano sotto i nostri occhi.
È la scoperta della nostalgia o dell'affetto con cui si cerca il proprio paese o la propria casa, è un guardare all'esistenza non più distrattamente, ma scandagliandone con attenzione i particolari. E mi vengono in mente tanti riferimenti....persino la Lucia manzoniana che - ovviamente non dal treno, ma dalla barca - cerca nel buio il suo paesello, la sua casa fino alla finestra della sua camera.
Ma è osservare anche altro: il profilo dell'orizzonte, i campi o il tramonto, persone in attesa davanti a un passaggio a livello, intente a discorrere o affannate nel traffico cittadino o - a sera - dietro le finestre illuminate delle case. E dietro ogni finestra una storia.

Ma se la visuale da un treno in corsa ci restituisce inevitabilmente anche il senso della precarietà del presente, la percezione che "tutto scorre" e del suo esistere possiamo cogliere solo frammenti qua e là, è tuttavia altrettanto vero che il punto di vista distaccato e mutevole ci rivela squarci di verità insospettate sugli altri ma anche su noi stessi.
Sono talora impressioni folgoranti e fuggevoli, gesti un attimo colti e subito perduti come stralci di un discorso incompleto, di vicende delle quali il finale resta affidato alla nostra fantasia.
E senza andare a formulare ipotesi oscure come in quell'avvincente racconto di Buzzati che è "Qualcosa era successo", incentrato proprio su ciò che un viaggiatore scorge dal finestrino di un treno, possiamo pensare invece che tutto ciò che vediamo anche di corsa vada poi a inserirsi nella nostra vita sostanziandola di segreta ricchezza.
In effetti, la prospettiva di Luca Goldoni non si carica dell'ansia cupa del viaggiatore di Buzzati, ma ci conduce in un clima di tranquilla familiarità che ci consente di recuperare in noi forse anche uno sguardo d'amore.

Lo so, mi sono lasciata prendere dal discorso, ho divagato un po' e sono andata forse al di là di ciò che nell'articolo s'intendeva significare. Ma il bello di uno scritto è anche la sua capacità di suscitare riflessioni e riferimenti, magari a ruota libera....
Così, alla profondità del testo di Luca Goldoni e a queste mie considerazioni un po' vaghe, mi piace associare un brano di Chopin, autore sempre ricco di sfumature d'anima le cui note sanno mirabilmente tradurre anche le emozioni più intime e riposte.
Si tratta del "Notturno in Si maggiore op.9 n.3" qui eseguito da Arthur Rubinstein, che ci guida attraverso una melodia dolcissima e varia, capace di scandagliare i sentimenti più segreti, sia nella prima parte pacata e serena che in quella centrale più drammaticamente accesa e agitata.
Una musica che possiamo sentir risuonare in noi - colonna sonora del nostro viaggio - mentre accompagna le intermittenze del cuore suggerendo al nostro sguardo una tenerezza nuova: per gli altri, per le cose e insieme per noi stessi.

Buon ascolto!

 

mercoledì 29 luglio 2015

Tra penombra e luminosità

Mi accade d'estate - quasi tutte le estati da un po' di tempo - e non c'entra questo caldo eccezionale. 
Ma più fuori il sole e la luce abbagliano, più ho bisogno di rifugiarmi a contemplare la penombra riposante di certi interni, la frescura di dipinti o nature morte che conciliano la quiete.

È senza dubbio fisiologico, per tanti aspetti, che si vada in cerca di un'alternanza tra sole e ombra e che, dopo essersi saziati di luce, si desideri il chiuso di un ambiente fresco e riposante.
Ma non è un luogo qualsiasi quello che cerco. Più che monti, praterie e distese fiorite che pure amo, a volte ho bisogno di sostare nella penombra pomeridiana di certi ambienti dal fascino senza pari come quelli che ci regala la pittura del Seicento olandese.
Penso alla frescura del blu lapislazzuli della cucina raffigurata da Vermeer nel dipinto "La lattaia", o alla tranquillità delle stanze di De Witte nel quadro intitolato "Interno con donna alla spinetta" che ho postato qui in passato.  
Ma ho in mente anche tante nature morte, nella varietà dei materiali e degli oggetti rappresentati. 

Non so da dove nasca in me il fascino per un certo mondo pittorico.
Forse ha radici lontane che risalgono a quando, da bambina, sfogliavo vecchi libri o enciclopedie di casa per guardarne le figure. Da piccoli, si è come spugne nell'assorbire tutto, e talora certe immagini sanno imprimersi nella mente e nel cuore segnando con la loro suggestione le passioni e i gusti futuri.

Così, oggi desidero condividere qui un dipinto dell'olandese Pieter De Hooch (1629 - 1684) intitolato "Cure materne" o - più prosaicamente - "Madre che spidocchia i capelli della sua bambina" e conservato al Rijksmuseum di Amsterdam.
E' all'interno della sua penombra riposante ma anche dei suoi angoli di luce serena che mi piace rifugiarmi, in cerca di un ambiente che mi comunichi un senso di quiete.
La luce, appunto: De Hooch, contemporaneo di Vermeer e Rembrandt, conosce bene la loro lezione e ne fa tesoro in maniera del tutto originale con particolare sensibilità coloristica, modulando penombra e luminosità in modo realistico e dolce, soffuso e - a mio avviso - affascinante.

E' la quiete del dipinto ad attrarmi: una stanza nella quale possiamo individuare due parti, l'una più chiusa e ombrosa dove s'intravvede il vano del letto, l'altra più spaziosa e aperta verso il resto della casa, illuminata da un bellissimo scorcio prospettico dove una fresca luce piove da una finestrella retrostante. 
Assoluto il silenzio che vi regna, sottolineato dalla compostezza della donna e della bambina, ma anche dal cagnetto fermo davanti alla porta aperta, in muta, tranquilla attesa. Una scena domestica come altre raffigurate dal pittore che ama ritrarre interni piccolo borghesi e, tuttavia, incentrata qui su di un tema decisamente popolaresco come tanta pittura del Seicento.
  
Interessante la cura dei particolari che nulla lasciano alla genericità della rappresentazione.
Una casa modesta, ma non priva di arredi: dal quadro sopra la porta - dettaglio che ricorre anche in altri dipinti dell'autore - ai cesti di vimini, dal velluto dei tendaggi che chiudono il vano del letto ai cuscini bianchi in secondo piano. Bellissimi i particolari del profilo e delle mani della donna, come pure il rosso del corpetto insieme alle calde tonalità di colore che caratterizzano tutto il quadro, a cominciare dal pavimento in cotto.  
Delicatezza e semplicità anche nei particolari come l'ampolla che si scorge dietro il disegno di una vetrata, insieme alla tenda scura sopra un pezzo di parete a piastrelle: piccole nature morte, vivissime in realtà nell'atmosfera e nello splendore che accendono.
Ma straordinario, a mio avviso, è lo scorcio prospettico che ci apre la vista su di una stanza retrostante e - di lì - fuori da una finestrella: un angolo di serenità che ci conduce all'aria aperta, in un'atmosfera che ha la freschezza del mattino e al tempo stesso la luce dorata del pomeriggio. Alcuni alberelli di cui intravvediamo anche il fogliame sembrano sfumare sul piano di fondo, mentre la luce che si disegna pacata sul pavimento - e un po' più soffusa sulla porta - costruisce uno spazio di magica bellezza, di semplicità e di pace davanti al quale sostare in silenzio, proprio come il cagnetto.

Allora, mi piace commentare queste immagini con un dolcissimo brano di Ludwig van Beethoven
Si tratta del VI movimento " Adagio, quasi un poco andante" dal "Quartetto per archi in do diesis minore n.14 op.131", creazione famosa che appartiene all'ultima produzione del compositore e che, insieme ad altri brani, segna un'ulteriore evoluzione del suo genio musicale.
Il pezzo che vi propongo, pur nella sua estrema brevità, è una pausa di pace tra due altri movimenti molto accesi e funge da introduzione al finale.
Ci conduce infatti in una clima di pacata malinconia che si dissolve poi in un'apertura più serena nell'alternanza tra tonalità minore e maggiore.
Una melodia struggente, ricca di luci ed ombre quasi come l'atmosfera del dipinto nella sua pacata bellezza.

Buon ascolto!

martedì 21 luglio 2015

"Yuzen" : alla ricerca dell'attimo presente.

Piove, finalmente: un temporale ha alleggerito l'afa che, in questa stagione rovente, mi ha raggiunto persino qui ad alta quota.

La prima sera di pioggia, dopo tanta calura, è una benedizione. 
Dalla cucina dove sto preparando la cena, guardo fuori le ultime case del paese fino alla fitta abetaia che si vela di grigio: un paesaggio improvvisamente autunnale che mi avvolge con la sua penombra piena di fascino.
Nuvole chiare salgono dalla vallata, presto copriranno ogni pendio e, se apro la finestra, sento solo il suono dell'acqua e il silenzio.

Mi piace quest'atmosfera ovattata dove sembra che tutto si fermi: dopo giorni di sole caldissimo e luce abbacinante, questa sera di pioggia è lieve come una carezza e va riconciliandomi col presente. 
Mi muovo per casa piano, pacatamente, evitando rumori inutili, attenta a non spezzare l'incanto che mi coglie e mi pervade, mentre mi accorgo che poter vivere questo silenzio fino in fondo, senza essere portata altrove dai pensieri, è un dono. Ad assaporarlo infatti non basta la mente e talora neppure la forza delle emozioni: occorre che vi si aggiungano i sensi, quasi l'attimo presente fosse una linfa che scorre nelle nostre vene come il sangue. 
Ed immergersi in esso è rara magìa.

Così, mi piace prolungare questo incanto con una musica che della ricerca del presente mi pare faccia il proprio centro, il nucleo attorno a cui le note si avvolgono, la meta a cui tendono. 
Si tratta di "Yuzen", brano di Giovanni Allevi per pianoforte solo, tratto dal cd "Love" uscito all'inizio di quest'anno.
Il titolo del pezzo ci conduce in Giappone, luogo cui il compositore ascolano è particolarmente legato non solo per esservisi recato più volte in tournée, ma anche perchè, proprio qui, ha preso spunto per diverse altre creazioni. 
In particolare, Allevi ha dichiarato di aver avuto ispirazione per questo pezzo mentre si trovava a Kanazawa, una delle città giapponesi famose per l'antica arte di pittura su seta chiamata appunto yuzen.

Il brano è un preludio totalmente arpeggiato, animato da forte tensione e al tempo stesso da una varietà di suoni che sembrano esprimere tutte le sfaccettature della passione. E a buon diritto è posto proprio in apertura di un cd dedicato all'amore.
Si va dai toni più energici e animati a quelli più lievi, da passaggi che talora si accendono in ritmi decisamente rock, ad altri delicatissimi, ripetuti sulle ottave più alte - cosa peraltro non nuova nello stile del compositore - come se le note si facessero parole sussurrate all'orecchio.
Gli arpeggi - dai suoni più bassi a quelli più acuti del Bosendorfer Imperial su cui è stato registrato il brano - sembrano declinare il tema in una ricerca incessante e tormentosa del nucleo caldo dell'ispirazione musicale, quasi essa fosse un'amante da possedere. 
Attorno a tale nucleo s'inanellano infatti le note, tese ad afferrare la magìa dell'attimo presente: ora rigorose ed energiche, ora tenere e fluide come acqua che scorre, a volte sferzanti, altrove nostalgiche, ricche di passaggi di più maestosa apertura ed altri che sfumano in pacata morbidezza. 
Luminosità e malinconia, impeto e delicatezza si avvicendano in questo brano, nel suo respiro ora ansioso, ora più calmo, ma sempre teso ad un abbraccio pieno con la musica.

Un pezzo inconfondibilmente alleviano che - se nella sua struttura ricorda la matrice classica del compositore, in particolare il Bach del "Clavicembalo ben temperato" e non solo - nella sua anima profonda, tuttavia, risolve la forma tradizionale del preludio in chiave contemporanea, con inventiva e sensibilità legate all'oggi.
Rigore e passionalità dunque, nell'incessante ricerca del cuore vivo della musica, fino a giungere al finale dove l'arcano si scioglie in dolcezza.
E come sempre, sotto le dita di Allevi il Bosendorfer si fa orchestra.

Buon ascolto!

lunedì 13 luglio 2015

Aria fresca

Leggo sul "Corriere della Sera" di giovedì scorso che - nell'ambito della rassegna "Milano Arte Musica" - nella basilica di Santa Maria della Passione si è tenuto un concerto del famosissimo e prestigioso "Westminster Abbey Choir", coro di voci bianche dell'Abbazia di Westminster, antica istituzione musicale come del resto molte altre, a cominciare dal "King's College Choir" di Cambridge e dal "Thomanerchor" di Lipsia.

Non è la prima volta che il coro londinese - trenta ragazzi dai sei ai sedici anni circa, più dodici adulti - si esibisce nel capoluogo lombardo e penso che la possibilità di ascoltare una formazione musicale di tale eccellenza artistica sia stata per i milanesi una boccata di aria fresca in questa torrida estate.
Mi hanno colpito infatti - riportate nel breve articolo di presentazione di Enrico Parola - le parole del direttore Martin Baker che afferma tra l'altro:

"L'eccellenza di questo coro è data dal lavoro che svolge: ogni giorno, a parte il mercoledì, i coristi provano alle 8,10 e alle 16,30, prima e dopo la scuola, cantano la messa e i vespri. Per questo i tanti concerti e le tournée internazionali sono solamente la punta dell'iceberg della loro attività; la dimensione non è quella dello spettacolo, ma dell'educazione al bello e al servizio. Per questo, il sentimento che prevale nei ragazzi che lo compongono, non è di esaltazione, ma di familiarità e umiltà."

M'illumina un itinerario educativo che persegue valori come la bellezza, il servizio e l'umiltà, soprattutto in considerazione del fatto che, data la concretezza dell'impegno quotidiano richiesto ai giovanissimi coristi, non si tratta solo di parole. 
Penso a come debbano crescere interiormente robusti questi piccoli e al tempo stesso grandi artigiani del canto, in un'esperienza comune - del resto - a quanti in ogni parte del mondo si trovano a vivere, fin dalla giovane età, l'impegno e la straordinaria avventura di far parte di un coro.
Ha infatti una portata educativa immensa la disciplina del canto corale perchè, consentendo ai piccoli di rivestire un ruolo preciso all'interno di un grande organismo al servizio degli altri, regala loro la consapevolezza luminosa di essere portatori di Bellezza, insieme a uno sguardo positivo su se stessi e sull'infinito mondo delle note.
Certamente, ciò accade anche nell'ambito di un complesso o di un'orchestra giovanile, ma forse l'esperienza del canto si può rivelare ancora più coinvolgente in quanto mette in gioco il più semplice gesto vitale di ciascuno di noi: il fiato, il respiro, la voce.

Ascoltiamo allora i giovanissimi del "Westminster Abbey Choir" nell'esecuzione di un famoso brano di Georg Friedrich Haendel (1685 - 1759): "Zadok the Priest - Coronation Anthem n.1 HWV 258".  
Si tratta del primo dei quattro inni composti dall'autore per l'incoronazione di Giorgio II di Gran Bretagna nel 1727 e ancora oggi eseguito ad ogni incoronazione di sovrano britannico.
Il testo, che rimaneggia alcuni versetti biblici tratti dal I Libro dei Re, fa riferimento all'unzione di Salomone da parte del sacerdote Zadok.
Dopo la parte introduttiva, un esplosivo crescendo corale ci apre alla grandiosità del pezzo: solenne e sontuoso nelle sue parti, perfettamente adatto ad una cerimonia come un'incoronazione che somma in sè aspetti religiosi, celebrativi e insieme teatrali.
Brano conosciutissimo non solo per il suo splendore, ma anche perchè il suo tema - e guarda un po' dove troviamo la musica di Haendel! - è divenuto l'inno della UEFA Champions League.

Buon ascolto!