venerdì 29 luglio 2011

Luglio

L'immagine che ci regala Luglio, nel "Ciclo dei Mesi" dei fratelli Limbourg, torna all' iconografia che abbiamo già ammirato in Marzo e Giugno con la rappresentazione dei lavori agricoli in primo piano.
L'immagine che ci regala Luglio nell'ambito del "Ciclo di Mesi" dei fratelli Limbourg torna all'iconografia che abbiamo già ammirato in Marzo e Giugno con i lavori agricoli in primo piano.
Si tratta questa volta della mietitura del grano e della tosatura delle pecore, illustrate come di consueto con grazia e ricchezza di particolari.

Il quadretto ci presenta una figura maschile e una femminile che tosano le pecore mentre, al di là di un corso d'acqua, altri due contadini sono impegnati nella mietitura di un campo.
Sullo sfondo, biancheggia un elegante castello con le torri stagliate contro il cielo il cui colore sfuma dall' azzurro chiaro alla consueta tonalità di blu intenso della lunetta.

Come al solito, si tratta di una rappresentazione ordinata e serena, ricca di particolari realistici e di verosimiglianza, come pure - in questo caso - di qualche aspetto un po' immaginifico: se infatti il castello raffigurato è quello di Poitiers, i due monti che gli s'innalzano a lato sembrano frutto della fantasia e riproducono un'iconografia piuttosto convenzionale.

Ritroviamo la precisione però in tutti gli altri elementi: dalla riproduzione degli abiti nei loro dettagli, al contesto naturalistico nel quale scopriamo una fila di papaveri e fiordalisi che occhieggiano in mezzo alle spighe, piante palustri in riva al corso d'acqua e, in basso a sinistra, addirittura i cigni.
Anche la prospettiva è ben individuata dal campo di grano posto in diagonale come il corso d'acqua, mentre il castello di forma triangolare sembra chiudere la visuale e immediatamente riaprirla, con i lati obliqui, verso l'orizzonte.

A commento di questa immagine, ancora una volta un brano di Respighi in cui il compositore rielabora antiche melodie.
Si tratta della Suite N.1 da "Antiche arie e danze" che, a confronto con i pezzi postati in precedenza (l' Italiana e la Siciliana dalla Suite N.3), si carica di maggiore vivacità e ritmo.


Buon ascolto!

lunedì 25 luglio 2011

"Lascia ch'io pianga..."

Tira vento, stamattina, il vento di una perturbazione che - se ha abbassato le temperature e alleggerito l'afa in pianura - ci sta però riservando giornate praticamente autunnali e freddo in montagna.

Eppure, al di là del disagio che per tanti aspetti ciò può riservare, è il regalo quotidiano della natura: siamo sempre sotto lo stesso cielo, ma ogni giorno è nuovo, con le sue sfumature di luce o di foschìa, la sua opacità e la sua trasparenza, la calma o il soffio del vento che ci offre un altro ritmo, un differente respiro.
E' sempre lo stesso cielo, ma ogni stagione ha la sua carezza e le sue spine, come un suono diverso a cui intonare la nostra giornata.

Così è anche con la musica: anche le note ci regalano il sereno, la brezza o il temporale. In fondo sono solo sette, ma interpretate dallo spirito umano nelle mille coniugazioni della Bellezza, ci conducono dalla terrena semplicità alle soglie dell'Infinito.
Nel tempo infatti, compositori di ieri e di oggi attraverso le note hanno espresso tutta la gamma dei sentimenti, creato atmosfere e scavato abissi insondabili nel cuore di chi ascolta. La musica è stata ed è grido, protesta, lamento, trionfo, esultanza e si è arricchita di tutte le sfumature della gioia come della sofferenza. Ma soprattutto ha dato voce a se stessa facendosi interprete di ciò che a parole è ineffabile.

Ed è un accorato lamento di dolore il brano che propongo oggi, un pezzo che, a mio avviso, raggiunge le vette di una bellezza sublime.
Si tratta della famosa aria "Lascia ch'io pianga" dal "Rinaldo" di Haendel con cui - al di là del significato che essa riveste nel contesto dell'opera - desidero ricordare due dolorosissimi eventi di questi ultimi giorni che mi hanno colpito più di ogni altra cosa: l'attentato in Norvegia e la morte della cantante Amy Winehouse.
Due eventi, certo, diversissimi tra loro: il primo, una spaventosa strage che ha precipitato di colpo nell'orrore, nella precarietà e nella paura un paese civile e tollerante, sempre vissuto in una compagine di serenità; il secondo, la scomparsa a soli 27 anni (inquietante coincidenza con la morte di altre famose rockstar) di una straordinaria voce nel cuore di una giovinezza ormai irreparabilmente "dannata".

Eventi diversi, appunto, ma che suscitano entrambi una pena immensa.
Ad essi, il ricordo, l'omaggio e il compianto attraverso le note di Haendel.
E insieme al testo, sia la musica a parlare, nel suo profondissimo anelito d'Infinito!

Buon ascolto!


mercoledì 20 luglio 2011

Sentieri bachiani

Amo molto le Allemande di Bach, in particolare quelle delle "Suites francesi" e delle "Partite per clavicembalo".Qualcuna - da principiante quale sono - tento anche di suonicchiarla ed è bellissimo vivere la musica dall'interno, avviandosi per un itinerario che riserva sempre delle sorprese.

Con Bach spesso mi sembra di entrare in un bosco: è un autore di tali proporzioni che il cammino, per quanto rigoroso e coerentissimo con se stesso, risulta sempre inedito e conduce per una varietà inimmaginabile di paesaggi e sfumature.
E' come percorrere uno di quei meravigliosi sentieri di montagna dove la visuale cambia quasi ad ogni tornante: ora ci s'inoltra nel folto di un'abetaia, ora si scende in riva a un torrente, ora ci s'innalza fino a vedere scorci del ghiacciaio lontano o si riposa lo sguardo in una verdissima radura.
Anche colori e luci mutano in continuazione, col sole che suscita riflessi nel fogliame e regala un'aura dorata soprattutto nel pomeriggio.

Ma non tutto si scopre subito: occorrono calma e attenzione per cogliere anche la più piccola sfumatura.
Come nella piccola foto in alto: se la si vede dall'esterno non dice molto, ma se la s'ingrandisce e ci si addentra nel bosco, un mondo di particolari affiora alla vista: colori, contrasti, ombre che definiscono lo spazio, rocce che segnano il percorso, angoli, anfratti che - diversamente - resterebbero nascosti allo sguardo.

Così è in Bach, in particolare nella splendida Allemanda della "Partita N.4 in Re magg. BWV 828" che oggi propongo: un lungo brano dolcemente articolato, dove il compositore ci precede sul sentiero e pure cammina con noi accompagnandoci attraverso una ricca sequenza di passaggi.
Come un sentiero in cui penombra e luce si alternano e talora quasi si fondono, così la musica sfuma continuamente dal tono maggiore al minore esplorando una variegata gamma di temi che s'intrecciano fiorendo l'uno dall'altro, pacatamente.

Anche se al clavicembalo ci sono pregevoli interpretazioni come quella di Trevor Pinnock, ho preferito postare qui quella di Maria Tipo al pianoforte perchè conferisce a questo brano particolare morbidezza.

Buon ascolto!

giovedì 14 luglio 2011

"Trovare l'alba dentro l'imbrunire..."


Giovedì mattina, ore nove: contemplo il panorama che mi riserva l'angolo di montagna in cui mi trovo in vacanza.
Dall'alto vedo il paese, i prati, le abetaie e il ripido pendio sotto di me dove sono cresciuti cespi di rosa selvatica e qualche epilobium.

Nel Duemila, qui c'è stata un'alluvione che ha dissestato la zona modificando in parte la morfologia della vallata.
Dove ora fiorisce la rosa canina, una frana di vaste dimensioni aveva portato via tutto. Con la loro tipica costanza però, i valligiani non si sono lasciati piegare e hanno realizzato grandi opere di canalizzazione delle acque. Così ora, sul pendio dove il terreno era stato devastato, la vegetazione è tornata a fiorire.

Mentre mi guardo intorno, penso e spero che possa essere così per tante altre cose fuori e dentro di noi.
Non tutto si può ricostruire, tuttavia credo che ciò che spesso ci fa tornare alla vita sia un'incrollabile, indistruttibile capacità di pensare di nuovo in termini di futuro, vedendo la strada aperta davanti a noi. E se non c'è, sognandola, anche quando - come accade il più delle volte - è difficile.

E mi viene in mente proprio stamattina una frase di "Prospettiva Nevskj", la canzone di Battiato che amo di più tra quelle del cantautore siciliano.
Conosciamo tutti questo suggestivo affresco della Russia degli anni immediatamente successivi alla rivoluzione d'ottobre, affresco incentrato sulla Prospettiva Nevskj, l'arteria principale di San Pietroburgo-Leningrado.
Il testo, quasi un collage di immagini che in pochi tratti dipingono un'epoca, è un quadro in cui tradizioni e novità si fondono: le guardie rosse, le vecchie coi rosari, il vento gelido, la danza, la musica, il cinema, le nuove generazioni col loro desiderio di esprimersi.
Infine quelle parole : "E il mio maestro m'insegnò com'è difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire."

Ecco: "trovare l'alba dentro l'imbrunire" è la frase che mi affiora dentro stamattina nel vedere queste rose selvatiche, povere e tenaci nella loro bellezza.
Certo le parole della canzone forse avevano un significato più profondo come la ricerca di una luce di vita al di là dell'imbrunire (la morte), o forse alludevano alla situazione politica della Russia di allora.
O, più semplicemente, si riferivano al fenomeno delle "notti bianche" di San Pietroburgo: al fatto cioè che all'inizio dell'estate, per la particolare latitudine della città, le ore di luce sono tanto lunghe che il tramonto si confonde quasi con l'alba ed è difficile cogliere il momento in cui il sole smette di calare e inizia a sorgere.
Tuttavia la frase lascia spazio a interpretazioni più ampie, come tutti i testi che ci restano dentro e poi riaffiorano misteriosamente intrecciati alla nostra vita.

Sì, è difficile trovare il punto in cui nel cuore della notte - qualunque essa sia - inizia a baluginare la prima luce dell'alba. E' duro, ma esserne consapevoli aiuta a restare in silenziosa attesa, a rinverdire tacitamente la ricerca e la speranza : l'alba c'è e arriva di sicuro.
Me lo dicono questi cespi di rose selvatiche e questo epilobium, nella loro semplicità e nella tenacia con cui stanno abbarbicati ad un pendio o si sono fatti strada in mezzo ai sassi.

Buon ascolto, con la straordinaria voce di Alice!

venerdì 8 luglio 2011

Quando la musica riscatta l'uomo

Già in altra occasione, mi è capitato di osservare quanta importanza rivesta in un film la colonna sonora.
Parlavo della sua capacità di commentare scenari e sentimenti servendosi della comunicazione piena delle note e facendosi portavoce di ciò che parole e immagini non arrivano a dire.

A tale scopo, ci sono splendide musiche create proprio per il cinema - basti ricordare il grande Morricone - ma anche tanti pezzi classici opportunamente inseriti in parecchi film, talora nelle loro versioni originali o più spesso rielaborati in qualche arrangiamento.
Da Mahler a Brahms, da Bach a Haendel, da Mozart a Beethoven, molte pellicole si sono avvalse per la loro colonna sonora - o anche solo per alcune parti di essa - di brani classici, non ultimo "Il discorso del re" di cui ho parlato in un recente post.

E' a questo proposito che voglio ricordare "Platoon" ritrasmesso in tv sere fa, film famosissimo che ripercorre la vicenda americana in Vietnam e nel quale - sulla scorta della propria esperienza personale - il regista Oliver Stone sfronda l'illusione del "sogno americano" mostrandoci una realtà cruda, violenta, disincantata, durissima.
L'entusiasmo idealistico del protagonista, il volontario Chris Taylor, si scontra infatti con un contesto disumano, fatto di massacri, soprusi e dissidi anche all'interno dello stesso plotone fino al tragico epilogo.

Devo ammettere che non amo in particolare questo genere di film, ma rivedere "Platoon" stavolta mi ha consentito di apprezzarne meglio non solo la costruzione narrativa, ma anche alcune parti della colonna sonora.

E' lo splendido "Adagio for Strings" di Samuel Barber - compositore classico statunitense vissuto nell'arco del Novecento - che, a mio avviso, ha un peso significativo all'interno della pellicola e soprattutto nel finale, restituendo umanità ad un contesto esistenziale devastante.
La sua melodia sembra infatti uno sguardo di pietà che si stende su di una vicenda intrisa di orrore, come se l'abisso della miseria umana e dell'abiezione contenesse implicita un'invocazione di riscatto.
Si tratta di un brano intenso, che valorizza splendidamente il messaggio della sequenza conclusiva e ci fa sentire che dal nemico che "è dentro di noi" esiste davvero una via di salvezza, nel nome della bontà, della salvaguardia della propria anima e della ricerca di senso all'esistenza.

E mi pare significativo che questo Adagio sia stato successivamente rielaborato dall'autore inserendovi la parte corale e facendone un "Agnus Dei" di rara bellezza.
Proprio questo è il brano che oggi propongo qui in un video che lo riporta però solo parzialmente. Ma tra le varie interpretazioni offerte da youtube mi è parsa la più suggestiva.

Buon ascolto!

domenica 3 luglio 2011

"Abbracciami" : se la musica è specchio dell'anima.

Vi è mai capitato di riconoscervi in una fotografia?
Certo che sì - mi direte - che domande!

Ma non sto parlando di riconoscimento esteriore, bensì interiore.
Intendo dire se vi è mai capitato di "ritrovarvi", di sentire che il vostro cuore è davvero rispecchiato da quello sguardo o da quella postura o dal gesto in cui siete ritratti.


Succede, a volte, ed è bellissimo.
Magari sono foto vecchie, di quando eravamo bambini, ma è meraviglioso riscoprire nel fondo degli occhi quella luce che ci anima anche adesso: è un sorridente ritrovarsi che ci riconduce ad unità o che talora ci fa scoprire di noi cose che non credevamo.


A me è capitato significativamente un paio di volte: la prima con una foto di quando ero bambina e la seconda con una più recente, due anni fa. Vale la pena raccontare qualcosa di quest'ultima.

Luglio 2009 : sono a un concerto con alcune amiche. La serata trascorre piacevolmente e prima di salutarci una di loro scatta una foto al nostro gruppetto. Dice però che la manderà più avanti, ora ha il computer guasto. Va bene.
Poi me ne dimentico.

Passa circa un mese e sono già in vacanza, ma è un periodo strano: qualcosa non gira, fatico a ritrovarmi, sono interiormente sfasata, colta da mille dubbi su tutto a cominciare da me.

Poi, una sera accendo il computer e arriva la foto. Toh!... l'avevo proprio scordata.
La guardo, siamo in quattro: due mie amiche, la splendida figlia di una di loro ed io. Mi guardo....io quella ???....Davvero ???
E resto sorpresa perchè, anche se l'immagine - che risale al 10 luglio e avevo appena finito gli esami di maturità - mi ritrae sbattuta, pallida, insomma....uno spaventapasseri, i miei occhi però sorridono e dalla mia espressione affiora un'incontenibile gioia!

Ma sono proprio io quella??? Mi osservo: vero...sarò pure uno spaventapasseri, ma raggiante di felicità!
E' come se una vocetta interiore mi dicesse: "Vedi?...Scopri chi sei nel profondo e non farti ingannare dalla tua parte oscura! Puoi attraversarla con tranquillità, senza lasciarti impaurire dalle sue ombre!".
Ed è un gioioso ritrovarmi, riscoprirmi capace di sorriso come se finalmente i lembi del mio tessuto interiore tornassero a combaciare. Potenza di una semplice immagine!

Ma ci sono anche altri mezzi che possono portare alla luce la nostra interiorità in maniera più o meno nitida, l'arte ce lo insegna e in particolare la musica.
Il brano di Allevi che posto qui oggi intitolato "Abbracciami", dal recentissimo "Alien", a mio avviso s'inserisce bene in questo discorso perchè - forse più ancora di ogni altro pezzo di questo cd - apre un varco verso l'anima del compositore, come se le note fossero proprio specchio della verità che portiamo nel profondo.
In questo profondo, infatti, il brano si addentra con crescente intensità e si accende d'impetuosa irruente passione, alternando momenti segnati da fortissimi vibranti bassi e concitati cambi di tonalità, ad altri di delicata
struggente dolcezza.

E se per un compositore "riconoscersi" significa scoprire di essere stato fedele alla propria ispirazione, penso che qui Allevi - riascoltando le sue note - potrebbe a buon diritto affermare di avere spalancato il cuore alla Musica.
In totale sconvolgente trasparenza.

Buon ascolto!

mercoledì 29 giugno 2011

Moltiplicare la gioia

Ancora Bach ???
Sì, ancora!
!!
Ho una bella riserva di brani che attendono dentro di me "in gioiosa lista di attesa" - come ho già scritto tempo fa - e mi urgono nella testa e nel cuore.

E' come se venissero a bussare alla mia porta, a volte in modo discreto e sommesso, ma altre in maniera più insistente chiedendo di essere condivisi.

Oggi Bach insiste e la richiesta si fa pressante.


Fuor di metafora, intendo dire che la gioia che mi regala la musica non è solo quel tipo di godimento tranquillo e riservato per cui accendi lo stereo (o l'ipod), ti metti in poltrona, infili le cuffie e ti lasci beare dalle note in perfetta solitudine. Sì...magari anche quello!

Ma la Bellezza, quando è proprio con la maiuscola, chiede di per se stessa di andare per il mondo ed essere condivisa
perchè è viva e ti lavora l'anima come qualcosa di vivo.
Così, anche la musica - come ogni altra forma di arte - se ti colma il cuore non può restare solo tua, ma trabocca e dilaga verso gli altri come le acque di un torrente impetuoso e vivace.


Il blog diventa allora un utilissimo strumento che consente di metterla in rete, farla volare ad amici e sconosciuti perchè - se vogliono - se ne possano nutrire anche solo per poco.
Ed è un condividere che, in realtà, non divide affatto ma moltiplica l'onda del nostro sentimento e ne accresce l'intensità per la gioia di averlo messo in comune.

Il brano di oggi, il Preambulum dalla "Partita n.5 in Sol magg. BWV 829" di Bach, è uno di quei pezzi (tanti!...) che mi fanno coltivare nel profondo il desiderio (folle per le mie capacità di principiante...) di imparare a suonarlo.
E' dall'interno infatti che la musica rivela la sua segreta magìa. Ascoltare va benissimo, ma suonare....è un'esperienza divina! E' entrare nella melodìa e assaporarne tutto il gusto, anche nella più piccola frase musicale.

In questo Preambulum che apre la Partita in modo più vivace ed energico del classico preludio, la bravissima interprete sfrutta in pieno la sonorità del pianoforte per far fiorire tutta l'espressività degli arpeggi bachiani. Ma nella velocità dell'esecuzione, sottolinea meravigliosamente anche i bassi che segnano e costruiscono il discorso ritmico.

Buon ascolto!

venerdì 24 giugno 2011

Un Bach quasi a passo di danza

Si avvicina a grandi passi la fine di giugno e, per chi può, l'inizio di un periodo di vacanza.
Inutile dire che, per tanti, quella delle ferie è un'attesa sempre piena di gioia, anche se la vigilia della partenza talora diventa una giornata campale, con mille incombenze da sbrigare prima di andarsene tranquilli senza aver dimenticato niente.


Ma poi, una volta via, si riesce - come si suol dire - a "staccare la spina" ?
Confesso che, fino a quando lavoravo, ho sempre fatto molta fatica: non credo di esagerare se dico che mi serviva almeno una settimana di decompressione, durante la quale affioravano tutti i malesseri e i malumori del mondo, quasi fosse lo scotto da pagare dopo un anno di lavoro che, se per certi aspetti era appassionante, per altri aveva ritmi convulsi.

Era stress che doveva uscire, mi dicevano.

Poi, una mattina mi svegliavo e all'improvviso stavo bene: il cielo azzurro era azzurro e il sole era il sole, nel senso che - finalmente - ero capace di goderne con la semplicità di chi riesce a vivere il presente in pienezza, senza sentirsi trascinato indietro a rimuginare il passato o già ansiosamente proiettato in avanti a preoccuparsi del futuro.

Godere il presente e basta, ecco la vera vacanza! Senza affannarsi, però, nè strafare col rischio di rientrare più stanchi di prima. Una vacanza infatti dovrebbe ritemprare anche lo spirito, donare tranquillità e distensione, restituire calma e leggerezza.

Così, a chi va in ferie auguro di potersi staccare, una volta tanto, dai rumori e assaporare invece l'incanto dei suoni: dalla voce del silenzio - magari il silenzio che si vive in montagna, rotto solo dal fragore di una cascata o dal soffio del vento - a quella della musica.
Per questo, ho postato la foto in alto, perchè mi riporta alle vacanze e al fascino del silenzio: cliccateci sopra, s'ingrandisce e vi potrete distendere sul verde dell'erba, sentirne il tocco di freschezza, contemplare in perfetta solitudine la pace della radura più lontana e poi levare lo sguardo verso le cime.

Per questo, ho postato uno straordinario Bach, un brano che dilata l'anima e le consente di riacquistare un respiro più sereno, riprendere un ritmo più disteso, ricongiungersi in pieno al nostro essere.
L'Adagio dal "Concerto per violino e oboe BWV 1060" si snoda infatti come un canone le cui voci si susseguono lente, inanellandosi quasi a ritmo di danza, in un incantevole dialogo tra i due strumenti solisti.

E' questa musica - insieme con la foto - il mio augurio per chi nei prossimi mesi partirà, ma anche per chi resterà a casa: basterà contemplare l'immagine e aprire l'audio del computer; o starsene ad occhi chiusi custodendo tutto nell'anima e lasciando che quel ritmo ci pervada, prima nel respiro, poi nella pulsazione del cuore e nel sangue, finchè non saremo totalmente portati dalle note.

Buon ascolto!

sabato 18 giugno 2011

Colonne sonore

Non amo molto andare al cinema, ma da un paio d'anni a questa parte ho fatto l'abbonamento a una videoteca proprio vicino a casa. Così, ogni tanto, prendo un dvd e me lo guardo.

L'ultimo, una quindicina di giorni fa, è stato
"Il discorso del re" diretto da Tom Hooper, protagonisti Colin Firth e Geoffrey Rush insieme a un cast di altri notevoli attori tra i quali la brava Helena Bonham Carter.
Il film, uscito lo scorso anno riscuotendo grande successo, ripercorre una singolare pagina di storia della monarchia inglese: i problemi di balbuzie del re Giorgio VI e la nascita del suo rapporto di amicizia col logopedista che lo aiuterà a superare tale difficoltà.

Splendidi i due protagonisti peraltro già famosi per aver interpretato notevoli ruoli sia leggeri che drammatici.
Ricordiamo per esempio Geoffry Rush nel famosissimo "Shine", dove ha dato vita alla figura del pianista David Helfgott da adulto.

Ma torniamo al film. Al di là di qualche lentezza narrativa e di un paio di figure minori a mio avviso poco convincenti, l'ho trovato decisamente apprezzabile per la straordinaria bravura dei due attori e per la sceneggiatura che scava nel cuore dei protagonisti alla ricerca della loro umanità. Tant'è vero che, superando incertezze, contrasti e soprattutto la gabbia dei ruoli, riescono a stabilire un'autentica relazione di amicizia.

Non sta a me, tuttavia, fare qui la recensione del film che presenta diversi piani di lettura e di cui è già stato detto tutto dalla critica.
Vorrei invece sottolineare un aspetto che riveste non poca importanza nel valorizzare ogni tipo di pellicola: la colonna sonora, strumento che parla senza parole, sottolinea, interpreta, crea spessori e profondità, completa discorsi e immagini.

Mi sembra interessante notare che qui l'autore delle musiche, Alexander Desplat, ha lasciato largo spazio anche a pezzi classici.
C'è Mozart con l'Ouverture da Le Nozze di Figaro e il Concerto per clarinetto K.622 ma, a mio avviso, vero colpo d'ala è Beethoven: scelta assolutamente magistrale è infatti il commento alla scena conclusiva - il discorso del re alla nazione - affidato prima all' Allegretto della Settima Sinfonia e, proprio sul finire, all'Adagio del Concerto "Imperatore".


L'Allegretto infatti, con le sue battute prima sommesse e via via più incalzanti, col suo ritmo uguale e ripetuto di un dattilo e uno spondéo, conferisce alla sequenza spessore e intensità, e ben sottolinea il gioco dei due volti, dalla tensione di Colin Firth all'espressione pacata e autorevole di Geoffrey Rush.
Così pure, dona particolare solennità l' Adagio del Concerto n.5 op.73 "Imperatore", pagina grandiosa e soave ad un tempo, che nella scena finale del film viene però eseguita solo in parte e che ho riportato qui integralmente, in tutta la magnificenza di una splendida esecuzione.

Ultima nota: interessante che, per commentare il discorso in cui il re inglese annuncia la dichiarazione di guerra ad Hitler, sia stata scelta la musica di Beethoven, tedesco e nemico di ogni potere assoluto: un duplice tocco d'ironia!

Buon ascolto!


giovedì 16 giugno 2011

Giugno

Si avvicina il solstizio d'estate e con l'approssimarsi del caldo anche la natura cambia aspetto e colori.
In alcune zone, soprattutto in pianura, i campi coltivati già imbiondiscono, mentre sui prati da tempo è iniziata la raccolta del fieno.


E sono proprio le operazioni agricole al centro della miniatura del "Ciclo dei
Mesi" dei fratelli Limbourg che rappresenta Giugno, un'immagine che, per certi versi, sembra in contrasto con quella del precedente Maggio.
Là infatti, davanti agli edifici più importanti di Parigi, si snodava un'elegante parata, un corteo di nobili in festa, mentre qui - sempre davanti alla città che però ci appare da un altro angolo di visuale - protagonista della scena è il lavoro dei campi.
Pare quasi che l'autore della miniatura abbia voluto mostrare in questi due mesi, due diversi aspetti della società del Quattrocento francese, un mondo ancora per molti versi legato al feudalesimo, in una compagine che già si era avviata - per esempio in Italia - verso configurazioni sociali e politiche differenti.


La miniatura ci presenta i campi su cui i contadini stanno raccogliendo il fieno: dai tre uomini in secondo piano che falciano l'erba, alle due donne in primo piano che la rastrellano e ne fanno dei piccoli covoni
. Dietro di loro, al di là di un filare di alberi e della Senna, si eleva la città di Parigi con le sue mura e il Palais de la Cité, dimora reale e allora sede dell'amministrazione.

Bellissima la prospettiva segnata dalla triplice linea dei covoni, del filare di alberi (forse gelsi?...) e delle mura merlate, così come estremamente particolareggiata è la rappresentazione degli edifici completi di pinnacoli, comignoli, torri, finestre, finestrelle e il magnifico rosone.
Tutto è registrato con grande realismo, nulla è lasciato al caso, neppure la vegetazione sulla riva del fiume che presenta esemplari di
Tipha latifolia, pianta che anche oggi troviamo di frequente nei canneti vicino ai corsi d'acqua.

Come di consueto, da tutta la composizione spira un'aura di serenità data sia dall'equilibrio e dalle rispondenze dei colori, verdi e blu in particolare, sia dalla grazia delle figure femminili in primo piano alle quali l'autore restituisce eleganza e dignità, quasi a valorizzare il lavoro contadino un tempo disprezzato o ignorato.

A commento di questa immagine, il Preludio di Bach per liuto tratto dal "Preludio, Fuga e Allegro BWV 998".
Interessante la morbidezza e la profondità di suono che lo strumento conferisce al pezzo e pregevole l' interpretazione di Luciano Contini che fa fiorire il canto bachiano con limpida continuità.

Buon ascolto!

lunedì 13 giugno 2011

Il regalo di S.Antonio

Ho sempre festeggiato fin da bambina il 13 giugno, S. Antonio di Padova, sia perchè una zia che abitava con noi si chiamava Antonietta, sia perchè la festa coincideva per me con la fine della scuola e il tanto sospirato inizio delle vacanze.
Ma insieme al ricordo di pomeriggi luminosi e deliziose merende, mi è rimasta anche molta simpatia per questo santo che ho sempre sentito quasi di casa e che - me ne sono resa conto tempo dopo - nel giorno della sua festa mi ha riservato spesso qualche bella sopresa.


Per questo voglio ricordare quanto è accaduto un anno fa, esattamente la sera del 13 giugno 2010.

Mi trovavo a Medjugorje, ultimo giorno di permanenza con un gruppo di pellegrini, e avevo scoperto che, in occasione della festa di S.Antonio, nella chiesa parrocchiale si sarebbe tenuto un concerto del Coro polifonico S.Eufemia di Padova. Certo non me lo sarei lasciato sfuggire.
Così, mi ero staccata dal gruppo e alle nove di sera ero lì pronta, col cuore in ascolto.


Mi rivedo, mentre mi guardo intorno cercando qualche locandina col programma, ma non c'è nulla, e posso solo sperare che eseguano musiche di mio gradimento, chissà!...
Ma già il poter assistere a un concerto è per me un gran regalo, non devo pretendere troppo.

Inizia il coro con una serie di canti religiosi ovviamente mariani, belli certo, eseguiti anche bene, ma è come se dentro di me fossi in attesa di altro.
Penso a Verdi, allo splendore de "La Vergine degli Angeli"....quella vorrei!
Ma non faccio in tempo a formulare il desiderio che iniziano a cantarla : "La Vergine degli Angeli mi copra del suo manto...", un sussurro d'anima assolutamente sublime, e ascoltarlo in quella circostanza, in quel luogo, mi pare una dolcissima risposta:
"Vedi?... A te piace la musica... e io te la regalo, proprio quella che vuoi tu!"


Il concerto prosegue con diversi altri brani, mentre silenziosa mi aggiro per la chiesa scattando qualche foto con la pacificante sensazione di essere in una sorta di grembo materno.
Però dentro di me avrei ancora un desiderio: vorrei l'Hallelujah di Haendel, con tutta la sua potenza esultante.
I canti si susseguono, ma...nulla! C'è anche un Magnificat di una bellezza che mette i brividi, stupendo. Ma io spero sempre in Haendel, almeno alla fine...
E poco dopo inizia inconfondibile l'Hallelujah, mentre mi si accende in cuore un irrefrenabile entusiasmo.

Però era proprio il canto finale, il concerto è finito.
Sì, sono stati tutti bravissimi, posso ritenermi soddisfatta.
Certo.....per me il massimo sarebbe stato sentire anche un coro alpino, magari "Signore delle cime", a mio avviso il più bello in assoluto, ma un canto di montagna non c'entra in un concerto di musica sacra e non si può avere tutto. Pazienza!

La gente applaude vivacemente, il direttore ringrazia, qualcuno si prepara a uscire. Sono già con la mente altrove, quando capisco che ci sarà un bis e mi dispongo tranquilla all'ascolto.
Il direttore spiega che, poco tempo prima, è venuto a mancare uno dei membri della corale e per ricordarlo degnamente canteranno....giuro che dentro di me lo so già.... canteranno "Signore delle cime"!
Faccio un salto sulla panca, un sussulto di felicità e gratitudine! Questo sì che è un regalo!

E cantano, cantano, nella chiesa tornata di colpo silenziosa e attenta, mentre lenta e pacata sale la melodia dandomi la sensazione di trovarmi in un angolo di Paradiso, accolta dal profondo proprio nel segno della musica, e mentre penso che - in realtà - questo canto è sacro davvero! Lo è in tutti i modi possibili, non tanto perchè è una preghiera e siamo in chiesa, ma perchè sa addentrarsi mirabilmente a toccare il terreno sacro dell'anima.

Lo condivido qui con voi, non nell'esecuzione della Corale S.Eufemia che non è stata registrata, ma in un'interpretazione altrettanto splendida offerta da youtube.


Buon ascolto!

lunedì 6 giugno 2011

"Ti scrivo" : dialogare con le note

Sappiamo tutti che, se ogni forma di arte è un linguaggio comunicativo, la musica lo è per eccellenza perchè, superando la necessità o in qualche modo il vincolo delle parole e andando dritto alle emozioni, assume una portata universale.

Come ad esempio le arti visive, alle quali la mancanza del filtro delle parole conferisce immediatezza, così anche la musica - per quanto sia dotata di un suo linguaggio che va comunque compreso perchè se ne possa fruire pienamente - ha la virtù di raggiungere la nostra sensibilità in modo più diretto e toccante.

Il brano di
Allevi che presento oggi intitolato "Ti scrivo" (dal cd "No concept" del 2005) s'inserisce in questo contesto.
Se pensiamo al precedente
"Carta e penna" (da "13 Dita") che ho postato qui mesi fa, dove il titolo induce a pensare alla tastiera proprio come al foglio bianco sul quale l'autore scrive, scopriamo che non è nuova in Allevi l'esigenza chiaramente esplicitata di dialogare attraverso le note.
"Ti scrivo"
però, sembra sottolineare questo aspetto comunicativo con intensità ancora maggiore, come se le note potessero tradursi non tanto in parole, quanto in onde emotive - frequenze interiori per così dire a monte delle parole stesse - andando a toccare quel nucleo segreto presente in ciascuno di noi dove nascono i pensieri.

Ed è singolare questo brano perchè, al di là del tema - talora leggero, talaltra più incisivo - il suo pregio sta nei dettagli: nel lieve quasi impercettibile rallentare e nelle successive riprese più veloci, nello sfumare qua e là una frase musicale modulandola con dolcezza, sempre alla ricerca di una perfezione non asettica, ma di un suono vivo e palpitante. Tutti aspetti che il tocco del compositore e il
Bosendorfer Imperial con cui il brano è registrato ci fanno apprezzare maggiormente.
Ma tutti aspetti tipici anche di un vero e proprio discorso dove un'inflessione di voce, una pausa, un accento particolare, l'indugiare su di una parola piuttosto che lo scorrere via, ne affinano il significato.

Un discorso ricco di sfumature e di scioltezza nel ritmo fluido e a volte sincopato di certe battute, a tratti animato da martellante intensità, e poi ancora sommesso verso la fine.


Il brano è dedicato a un amico, prete e filosofo, scomparso improvvisamente senza che il compositore potesse salutarlo, ma al quale Allevi parla con queste note - come afferma lui stesso - "...sicuro che da lassù continua a seguire i miei passi".


Buon ascolto!

mercoledì 1 giugno 2011

Buon Compleanno, Flautista!!!

Il post di stamattina - come si evince già dal titolo - è dedicato all'amica blogger LaFlautista che, se non ho inteso male, proprio oggi compie diciotto anni !!!
Insieme agli auguri e agli abbracci da stritolo che le mando online, colgo l'occasione per manifestare il mio apprezzamento per il suo blog intitolato "Vasetto di margherite" che raccomando a tutti di visitare.


Si tratta di uno spazio ricco di freschezza e profondità, dove gli avvenimenti quotidiani sono scandagliati con gli occhi del cuore e gli eventi anche più piccoli divengono occasione per arricchirci dentro.
Passione, delicatezza e sincerità mi sembrano i tratti distintivi di questa giovanissima amica, sia che racconti l'entusiamo di un viaggio, o che confidi le proprie ansie, o che condivida - a volte con tratti di mirabile profondità - la propria esperienza di flautista.

I suoi post sono a volte notazioni brevissime, sintetiche, quasi a dire "Ci sono". Ma dove più si dilunga, sotto l'apparente minimalismo delle osservazioni, fiorisce la poesia, quella vera.

Ho pensato a lungo a che brano postare qui per lei, come regalino di compleanno.
Meglio musica rock o un valzer di Strauss? Un coro di montagna o un brano che renda omaggio al suo flauto?
Poi invece ho seguito le mie passioni e sono tornata a Bach scegliendo il Presto dal "Concerto italiano", un brano vivacissimo che adoro e che, a mio avviso, ben si adatta allo slancio e alla grinta di una diciottenne.
Il pezzo infatti - singolare concerto senza orchestra ma col solo pianoforte - ricostruisce l'ampiezza orchestrale attraverso il continuo inseguirsi delle voci, gli accenti posti alternativamente sulla destra o sulla sinistra a riprendere il filo della melodia e a condurlo fino alla conclusione.
Ne deriva un andamento veloce dove, dalle frasi musicali più scintillanti a quelle più sommesse, è una gioiosa vitalità a scaturire dalle note, fresca come acqua sorgiva
.

Lo dedico ai diciotto anni della nostra amica con un mondo di auguri, una tirata di orecchie e tanti baci. Anzi, come direbbe lei... bacini!

Buon ascolto!


venerdì 27 maggio 2011

La chiesa nel prato

Ho sempre amato l'arte figurativa, soprattutto gli stili semplici e spogli come il romanico.
Mi incantano le pievi o le abbazie di cui è disseminata, per esempio, la Toscana e delle quali apprezzo l'architettura sobria - muri di pietra e soffitti a capriate - quasi totalmente priva di decorazione.


Non pensavo perciò che, col tempo, mi avrebbero affascinato stili completamente diversi quali il barocco, e in certi casi addirittura il rococò.

Ripeto, non amo la sovrabbondanza di decorazione che appesantisce gli interni di un edificio, e del barocco mi è sempre piaciuta più che altro la sua capacità di creare il movimento nelle architetture, come le chiese del Bernini o del Borromini con le loro linee curve, gli ovali, le facciate che si snodano sinuose.

Pensavo perciò - la prima volta che mi sono recata in Germania - che il barocco d'oltralpe, così ricco e ridondante, non mi avrebbe colpito gran che.

Invece mi sbagliavo.

Una cosa è vedere aggiunte di questo stile in tante delle nostre chiese romaniche o gotiche. Altro invece è il barocco d'oltralpe, dove pitture e sculture si fondono perfettamente con la struttura architettonica e la muratura sulla quale fioriscono le decorazioni è chiara, talora proprio bianca.


Tanti sono i capolavori dell'arte tedesca a questo riguardo, ma quello che, veramente a sorpresa, ha esercitato su di me l'impatto più forte è stato il santuario della
Wieskirche, la "chiesa nel prato".
Si tratta di uno dei più famosi edifici religiosi della Baviera, nei pressi di Steingaden, che risale circa alla metà del 1700 e presenta notevoli differenze tra l'esterno e l'interno.
Quanto infatti è semplice - sia pure nella sua struttura movimentata - l'esterno, altrettanto ricco e fastoso è l'interno, di un fasto però che non appesantisce l'insieme.

Qui infatti, anche la più ricca decorazione rococò (opera di fratelli Zimmermann), si stempera in un risultato di grande leggerezza attraverso i colori chiari: gli azzurri e i rosati dei marmi che si fondono col bianco dell'intonaco e l'oro degli stucchi.

Ed è la luce l'elemento fondamentale che differenzia questo barocco da quello di tante nostre chiese, una luce che permea ogni particolare
sia architettonico che pittorico conferendogli una straordinaria leggiadrìa.
Così, colonne, sfondati prospettici, balconate simili a marmorei ricami, nicchie, persino l'organo, diventano un tutt'uno.


Il bellissimo video che segue - che suggerisco di guardare a schermo intero e di cui ringrazio l'autore per averlo condiviso su youtube - mostra diverse inquadrature dell'interno del santuario e accompagna la visione con una splendida pagina di Schubert : il Sanctus ("Heilig") dalla "Deutsche Messe".
Si tratta di un brano molto popolare anche nelle nostre chiese, nonostante venga cantato in parte con altre parole.
Ma questa versione originale, nella sua solennità, mi sembra adattissima a commentare le immagini della Wieskirche nella quale si venera proprio un'antica statua raffigurante il Cristo flagellato e considerata miracolosa.


Buon ascolto!


mercoledì 25 maggio 2011

Ineguagliabile Hitchcock !

Non ho mai amato particolarmente i gialli, nè come genere di lettura, nè come film: troppa tensione e talora anche violenza, soprattutto in quelli più recenti.
Certo, se capita un bel film in tv, lo vedo e magari ci resto inchiodata davanti fino alla fine, ma non lo vado a cercare appositamente.


C'è però un'eccezione, un maestro assoluto del brivido di cui conosco molta cinematografia :
Alfred Hitchcock.
I suoi film e telefilm mi hanno sempre appassionato fin da ragazzina, sia per le trame ben congegnate che per le studiatissime inquadrature e le colonne sonore.
Chi non ricorda, per esempio, la colonna sonora di
"Psycho" opera di Bernard Herrmann? Solo quella varrebbe un Oscar: tesa, martellante, ossessiva, assolutamente magistrale!

Così, quando qualche giorno fa ho scoperto che in tv ridavano
"La finestra sul cortile", l'ho rivisto con piacere.
Si tratta di uno dei film più famosi e meglio riusciti del maestro del giallo, dove la trama vera e propria (il sospetto di un omicidio e la ricerca di indizi che lo confermino) si fonde con altre tematiche.
Da un lato, lo spettacolo di un microcosmo che il protagonista dal suo punto di osservazione va progressivamente scoprendo: uno spaccato di vita quotidiana di cui ricostruisce vicende e riannoda fili, proprio come fa lo spettatore davanti allo schermo.
Dall'altro, la relazione tra i due protagonisti che implicitamente trova una sorta di termine di confronto nelle storie che si svolgono al di là del cortile, nelle speranze, delusioni, gioie o rabbie che in esse affiorano.

E al di sopra di tutto, un gioco di scatole cinesi : la magistrale capacità di Hitchcock di prendere spunto dai particolari per indurre noi che guardiamo a entrare nella psicologia dei personaggi, così come - a loro volta - i due protagonisti entrano nelle esistenze che si dipanano davanti a loro.

Un capolavoro, insomma!

Bene. Ma che c'entra Hitchcock con la musica, magari anche classica?
C'entra, perchè al di là della produzione cinematografica, c'è una famosissima serie di telefilm per la tv intitolata "Alfred Hitchcock presenta", andata in onda parecchi anni fa e caratterizzata da una leggendaria sigla divenuta per così dire il simbolo stesso di Hitchcock.

Tutti la ricorderanno sicuramente, a cominciare dai meno giovani: accompagnato da
un'originale colonna sonora, il regista vi commentava brevemente e ironicamente l'episodio e poi andava a riempire con la sua figura il proprio profilo stilizzato.

Quella colonna sonora è appunto un brano di musica classica e precisamente la "Marcia funebre per una marionetta" di Charles Gounod.
Sì, il Gounod del Faust e delle arie d'amore, dell' Ave Maria e di altre musiche sacre, proprio lui è l'autore di questa composizione un po' ammiccante, che procede a scatti quasi come una marionetta, giocosa e amara ad un tempo, decisamente singolare.

Questo per significare la versatilità d'ispirazione di Gounod e per scoprire quanta musica classica si annida là dove forse non ce l'aspettiamo.

Buon ascolto!