Passa veloce il tempo.
Scaricate e archiviate in computer le foto delle vacanze, l'estate sembra già lontana, mentre le temperature si fanno più fresche al mattino, la sera scende in fretta sulla campagna ancora verdeggiante e lassù - sui miei monti - qualche cima è già marezzata di neve.
Le foto - segni tangibili di uno splendore senza tempo - hanno fermato le varie suggestioni di paesaggio della stagione estiva: il Gran Paradiso maestoso e imponente nell'azzurro, le fitte abetaie, i prati d'inizio luglio con la geometria verde e gialla della fienagione e il primo sole del mattino sulle cime.
Delle mie montagne - lo so - mi mancherà il silenzio, insieme alla percezione della loro grandiosità.
Ma osservando la foto qui sopra, a colpirmi è il rapporto - ben visibile se la s'ingrandisce - tra immensità del paesaggio e piccolezza della figura umana che la particolare inquadratura sembra restituirmi in maniera quasi più evidente che nella realtà. E mentre mi permette di cogliere il divario tra ciò che passa e ciò che resta, mi rimanda anche ad altre considerazioni.
"Da ciò che dura a ciò che passa,
Signore, sogno fermo,
Fa' che torni a correre un patto".
E ancora il brevissimo testo di "Dannazione":
"Chiuso tra cose mortali
(Anche il cielo stellato finirà)
Perché bramo Dio?".
Sono parole che mi ritrovo dentro da giorni, dense di un significato che va certo ben oltre questi miei pensieri e rimanda al contrasto tra caducità umana e ansia d'infinito, vanità delle cose e tensione verso l'eterno. Una tensione che qui sfocia nella consapevolezza del poeta del proprio inesausto desiderio di Assoluto e nella preghiera perchè tra l'uomo e Dio si rinnovi un'alleanza, unica via di redenzione.
Anche la musica, nella sua ricerca, è spesso espressione di tale esigenza, soprattutto nel suo attingere ad uno splendore non effimero.
Così torno a Mozart che, insieme al senso struggente dell'umana fragilità, ci ha sempre regalato anche la nostalgia di una suprema Bellezza verso la quale fissare lo sguardo.
Dal Quintetto per clarinetto e archi in La maggiore K.581" - del quale, tempo fa, ho pubblicato qui il soavissimo secondo movimento - oggi vi propongo allora l'Allegro iniziale, brano di grande leggiadria messa in luce anche da una esecuzione e da una registrazione a mio avviso particolarmente nitide.
Sembra proprio di ascoltare dal vivo il clarinetto col suo inanellarsi di melodiosi arpeggi e col suo timbro vellutato - soprattutto nelle note più basse - che ci consente di cogliere dolcezza e malinconia, luce limpida e penombra fuse insieme.
Il pezzo ci guida in modo straordinario nel cuore della musica di Mozart, oserei dire nel vivo della sua ispirazione, prima con un'aria che si dispiega dolcissima, poi con movimenti più accesi e drammatici sui quali tuttavia prevale sempre l'ineguagliabile soavità e serenità del tema. Bello lo scambio di ruoli tra clarinetto e primo violino, come pure il ritmo scandito dai pizzicati e le battute in cui la melodia viene splendidamente ripresa dal violoncello.
Scritto due anni prima della morte, quando Mozart era assillato da ristrettezze economiche ed altri problemi familiari, il quintetto non sembra tuttavia risentire di tali angosce, ma ci regala una luminosità nella quale troviamo una sintesi dei tratti salienti del suo stile. Una luminosità che nasce dal buio come acqua sorgiva, nella quale riecheggia a tratti qualche passaggio del "Concerto per violino K.218" con la freschezza delle composizioni giovanili.
E insieme avvertiamo lo sguardo pensoso del compositore che della vita tutto coglie - luci e ombre, caducità e bellezza eterna, misura e mistero - e tutto riconduce ad unità nell'incanto delle sue note.
Buon ascolto!



