lunedì 19 gennaio 2015

Angoli d'infinito

Sto riordinando in computer le foto scattate in varie occasioni, negli ultimi mesi. 
E' un lavoro che faccio volentieri, anche se mi prende parecchio tempo perchè finisco sempre per indugiare su tante immagini che si portano dietro considerazioni e ricordi.
E infatti, mentre armeggio tra le cartelle alla ricerca di un'opportuna collocazione, lo sguardo mi va alle foto degli anni scorsi e m'incanto nel ritrovare il mio villaggio di montagna proprio in pieno gennaio, sotto una spessa coltre di neve.
Lo vedete nel riquadro il mio paesetto delle vacanze, in una foto di qualche inverno fa. Qui, smessi gli abiti del turismo, sembra proprio - come dice una mia amica - "il paese delle fate": un mucchietto di case che starebbero in una mano, raccolte e vicine quasi volessero stringersi per timore del freddo, un'immagine che si ammanta di una magìa senza tempo.

La osservo e sogno: dalla prospettiva in cui mi appare, non fosse per tanti aspetti che mi sono familiari, potrebbe rappresentare un villaggio qualsiasi incastonato tra le montagne di una qualunque regione della terra. Senza un cartello, un'insegna che lo identifichi e lo circoscriva nel cerchio del nostro ricordo, resta un angolo di mondo simile a tanti altri, distinto nella sua bellezza solo dalla luce.
C'è infatti una spera di sole leggera come una carezza che ne illumina la parte alta, facendo splendere la collina innevata alle sue spalle. Così pure, a ben guardare, è sempre un timido sole a dare rilievo alla neve in primo piano, mettendo in evidenza le tracce di un piccolo sentiero.
Sulla destra invece, la montagna scura di abeti contrasta col biancore e apre una prospettiva verso altre vallate di cui però non si scorge il fondo.
Il villaggio sembra affacciarsi così su di un pianoro sospeso sul vuoto e questo - insieme all'ombra leggera che sale dal basso mentre il sole del pomeriggio invernale già declina - ne accresce il mistero.

Mi piace l'idea che, per un momento, un paesaggio possa non essere più identificato se non dalla luce e dalle ombre che lo accarezzano.
Mi affascina il pensiero che, per un istante, un luogo possa uscire dalla gabbia cieca dell'abitudine in cui lo confiniamo, dalla cornice talora circoscritta del nostro ricordo o del nostro sguardo, per assumere dimensioni infinite e vivere di vita propria. Forse solo nella freschezza della prima volta abbiamo colto una simile magìa, poi più.
Certo, se tra noi e l'ambiente circostante nasce un rapporto di familiarità, ciò crea con esso un legame profondo: le case, le rocce, i sassi, il vento, tutto diventerà vivo quasi ogni elemento avesse un'anima e si trasformasse in un sorprendente, segreto interlocutore. Così, ogni ritorno sarà una gioia e ogni distacco una sorta di "Addio monti"; ma in fondo i luoghi vivranno più che altro di vita nostra, del vissuto che su di essi avremo proiettato e dell'universo delle nostre emozioni.

Ma se - d'un tratto - la realtà che vediamo perdesse l'identità che le abbiamo assegnato, se le cose sfuggissero al limite dei nomi con i quali le abbiamo definite e le riconosciamo quotidianamente, che cosa diventerebbe questo angolo di mondo? Sotto quale prospettiva lo vedrei? A quali suggestioni mi potrebbe condurre?
Forse, di primo acchito sarei presa dallo smarrimento quasi mi aggirassi in una dimora sconosciuta, vagherei disorientata per i sentieri o sarei pervasa da un senso di desolante estraneità come quando la livida istantanea di un lampo, nel forte di un temporale, illumina gli oggetti rendendoli irriconoscibili.

O forse m'incontrerei per un attimo con lo stupore del Mistero.
Nello sgomento o nel brivido dell'emozione, tutto all'improvviso apparirebbe nuovo e potrei coglierne il soffio, il respiro sconfinato che vi aleggia e vi gioca, vi si rivela e si nasconde: respiro presente ad un tempo nel profilo delle cime alla prima luce dell'alba, così come in un cristallo di ghiaccio o nel furtivo incedere delle volpi nel soffice manto di neve. 
Un'eterna danza del creato che perdura anche non vista, troppo grande per essere compresa se non a sprazzi o per fugaci illuminazioni, come troppo grande è la Bellezza alla quale - nel corso dei secoli - abbiamo dato una miriade di definizioni, in verità sfiorandone solo un lembo del mantello senza riuscire ad abbracciarla nella sua pienezza.

E nel contemplare l'immagine del mio paesetto, mi risuona dentro Mozart in uno dei brani più sublimi che abbia mai scritto: il secondo movimento, "Andante cantabile", del "Concerto per violino e orchestra n.4 in Re maggiore K.218", composto a soli diciannove anni!
Si allarga con riposante soavità l'introduzione orchestrale per lasciare poi spazio al solista e alla sua melodia sognante, nella quale ritroviamo tutto l'incanto della giovinezza, insieme a quell'equilibrio tipicamente mozartiano capace di rasserenare l'anima e ricucirne le ferite come un balsamo.
Note da portare in cuore lasciando che rifioriscano spontanee e che - spezzato per un istante il rigido incantesimo dell'abitudine - ci predispongano a percorrere sentieri ancora più alti, ad ascoltare la più grande musica del cosmo e cogliere il suo tocco d'infinito, come il vento sul viso nel silenzio di una notte stellata.

Buon ascolto!

 


lunedì 12 gennaio 2015

Il rumore dell'erba che cresce

Provo qualche disagio, in queste giornate che hanno insanguinato il mondo con violenza inaudita da un continente all'altro, dai terribili fatti di Parigi all'altrettanto orrenda strage in Nigeria, provo disagio - dicevo - a scrivere in questo mio angoletto musicale dal titolo che, al contrario, parla di gioia ricordandoci quanto la musica possa consentirci di entrare in sintonia con essa.

Eppure, riflettendo più a fondo, mi rendo conto che - ora più che mai - ancorarsi saldamente a tutto ciò che, come la musica, può condurci alla Bellezza e all'universo di splendore che essa porta con sè, è irrinunciabile. 
La Bellezza salverà dunque il mondo, come affermava Dostoevskij?
Sì, se non ci si limita a una fruizione puramente esteriore, ma si tenta di cogliere anche nel piccolo frammento, il richiamo a un senso più grande, il bagliore di un Tutto. Affidarsi ad essa, infatti, non è rifugiarsi in uno spazio di evasione o nascondersi dietro uno schermo - come scrivevo giorni fa - ma cercare umilmente di scoprirne il volto, anche nel quotidiano.

Allora, ci salverà forse tentare di ascoltare il rumore dell'erba che cresce, come usava dire la mamma di una mia carissima amica.
Ricordo la sua rasserenante accoglienza, le confidenze sul divanetto di un indimenticabile salotto di casa o sulle poltroncine di vimini in veranda - secondo la stagione - mentre il suo affetto smussava gli angoli della mia giovinezza e m'insegnava lo spessore dell'ascolto e del silenzio. Un tempo che mi porto in cuore e risplende ancora a una vita di distanza, come tutti gli incontri e le esperienze che ci formano.

Così mi chiedo: che cos'è per me oggi il rumore dell'erba che cresce? 
Penso sia la positività, spesso sommessa e discreta, di tante piccole grandi cose che costituiscono quella ricchezza quotidiana che ci sostiene in una dimensione di reciprocità. E' la vita nostra e degli altri - talora vicini, ma a volte anche lontani o sconosciuti - che al suo passaggio lascia segni di cui, se vogliamo, possiamo nutrirci.
E', ad esempio, la significativa testimonianza - riapparsa in questi giorni sul web - del musulmano Hicham Ben'Mbarek, profondamente grato e felice, dopo un trapianto, di portare in petto un cuore italiano e cristiano.
Sono le parole della giovanissima amica blogger che, alla fine di un anno difficile, sostenuta da una speranza tenace parla delle proprie ferite come "solchi da seminare con qualcosa di buono quando verrà il momento".
E' la volontà di quanti non smettono di mettersi in gioco e anche in piena età adulta mantengono intatta la voglia d'imparare, magari a suonare uno strumento musicale come sta accadendo a una mia grande amica.
E' la mia gioia di condividere musica, qui con voi...
E' il desiderio di vita che tutti ci attraversa e smuove come un fuoco da tenere acceso, e si traduce in piccoli grandi eventi da non perdere di vista, semi che fecondano un prato nella speranza che ne nasca un tappeto di fiori, una convivenza amica, con noi stessi e con gli altri.

Ma anche la musica c'insegna l'arte del silenzio e dell'ascolto, e ci conduce ad affinare l'udito come per avvertire l'impercettibile suono dell'erba che cresce.
Così, oggi desidero proporvi un brano di Bach di particolare delicatezza: il "Larghetto" dal "Concerto n.4 in La maggiore BWV 1055", composizione forse basata su di un perduto concerto per oboe e che qui trovate nella trascrizione per pianoforte e orchestra d'archi.
Il pezzo si apre con un esordio piuttosto sostenuto che si stempera poi, all'attacco del solista, in una pacata melodia.
Affascinante - come spesso accade nelle interpretazioni bachiane - l'intreccio tra dolcezza e rigore che il pianista Murray Perahia mette splendidamente in rilievo. E trovo che la morbidezza del pianoforte - che talora contrasta con l'organico orchestrale barocco al quale di norma si addice meglio il clavicembalo - qui si integri bene con gli altri strumenti.
Basta ascoltare la levità del solista a 1,45 dall'inizio, per cogliere tutta la delicatezza sognante del brano e lasciarsene avvolgere: note intime, sussurrate come parole sommesse che si aprono poi a un'aria più nettamente ritmata, e si snodano in costante dialogo con gli archi a riempirci il cuore con il loro incanto.

Buon ascolto!

 

venerdì 9 gennaio 2015

martedì 6 gennaio 2015

Cose invisibili




















Sì, è proprio con Michelangelo che desidero inaugurare il nuovo anno e, in particolare, col famosissimo dettaglio della "Creazione di Adamo" che vedete e che tutti avrete certo ammirato nella volta della Cappella Sistina in Vaticano.
E' la bellezza di queste mani protese l'una verso l'altra a incantarmi da sempre, lontane e vicinissime ad un tempo e così splendidamente moderne nella loro diversa tensione! 
Ma è anche il piccolo spazio vuoto che le separa - vero colpo di genio dell'artista! - ad affascinarmi e a farmi pensare: spazio esiguo e insieme immenso, distanza breve eppure incommensurabile, mani staccate ma in realtà unite dalla reciprocità di quel gesto. 
Volitiva la mano di Dio, più molle e incerta quella di Adamo e, in mezzo, quel vuoto quasi a simboleggiare ricerca, desiderio, silenzio, o ancora la libertà dell'uomo di fronte alla quale il gesto di Dio si ferma, in attesa.

Mi è sempre piaciuto pensare che la Musica abbia un ruolo privilegiato nel colmare proprio quel vuoto, nel farsi tramite, porta, canale, scintilla di una comunicazione tra il divino e l'umano, nel suo essere ponte tra due abissi divenendo luogo d'incontro e di passione come tra cuori innamorati.
Straordinaria la sua capacità di parlarci al di là delle parole o di restituircene lo splendore. Se confrontate con essa infatti, le parole talora delimitano, i suoni al contrario suggeriscono e ampliano, spesso restituendo ai testi quella dimensione d'infinito che essi tentano di significare. Anche quelli della fede. 
Ne abbiamo molteplici esempi: da quei monumenti musicali che sono le Passioni di Bach, al Messiah di Haendel, al Requiem di Mozart e alle sue svariate Messe, ma le citazioni potrebbero continuare.

Devo in particolare proprio a Mozart se, nel tempo, per certi aspetti ho riscoperto il "Credo".  
Nelle sue Messe infatti, le note del Credo declinano tutte le sfumature di un discorso che non è professione di fede puramente teorica, ma vicenda ricca d'intensità, storia nelle pieghe della quale esse si addentrano fino a farne fiorire il mistero per lampi di suprema bellezza. Storia narrata ora con levità e dolcezza nei vari "Et incarnatus est...", ora con intensa drammaticità come, ad esempio, nei "Crucifixus etiam pro nobis...". 
Ma è stato anche ascoltando il "factorem caeli et terrae, visibilium omnium et invisibilium" che la sua musica spesso mi ha condotto a riflettere. 

Qual è il regno delle "cose invisibili" di cui Dio è creatore?
Certo l'aldilà, la dimensione fuori dal tempo che non conosciamo ma sulla quale sempre Mozart - nel grido del Requiem "Et lux perpetua...." - ha spalancato varchi immensi, attraverso accordi simili a fiotti di luce aperti a un'attesa e a una speranza.
Ma invisibili all'uomo sono anche molteplici aspetti della nostra attuale esistenza. Penso, ad esempio, a certi profondi e inespressi moti dell'anima e a quel silenzio a monte delle parole che genera poi ogni attività artistica e ogni passione: non è forse anche questo il regno in cui si dispiega la multiforme azione di Dio?
E l'eternità, lungi dall'essere solo un lungo futuro sconosciuto, non è in realtà una dimensione già inscritta nel nostro presente come fosse il nucleo più interno di una serie di cerchi concentrici?

"L'essenziale è invisibile agli occhi" - afferma Saint-Exupéry - e non solo perchè non lo si coglie limitandosi alle apparenze, ma anche perchè è radicato nel nostro presente come un nascosto dna, sorgente misteriosa di ciò che in definitiva ci fa noi stessi.
Pensarlo - e crederlo - può regalarci lo stupore di ritrovare già ora, in noi e nelle pieghe della vita di ogni giorno, le orme di Colui che - direbbe Sant'Agostino - "è più intimo a me di me stesso".

Così, anche la musica del "Credo" mozartiano qui riportato dalla "Missa brevis K.220" o "Spatzen-Messe", col suo procedere fremente e sostenuto, nella chiara e assertiva tonalità di Do maggiore, ci conduce a cogliere una Presenza di sorprendente concretezza.
E là dove la frase del testo si conclude sul "visibilium omnium et invisibilium", scopriamo che le note - invece di salire nella scala cromatica come forse ci aspetteremmo - scendono. 
A intrecciarsi con la nostra vita, a radicarsi nel cuore della nostra umanità, a significare un'eternità già presente: l'Invisibile qui e ora.

Buon ascolto e ancora Buon Anno!!!


 
 

mercoledì 31 dicembre 2014

Giacinti d'inverno

Tra una festività e l'altra, m'incontro con due care amiche di vecchia data con le quali ho condiviso tanta storia scolastica e non.  
Ci vediamo un po' di corsa in pausa pranzo, anche se di pausa in realtà non si tratta perchè tutte abbiamo smesso di lavorare da qualche anno, ma siamo sempre ugualmente affaccendate e il tempo è poco. Forse anche per questo i discorsi scorrono facili, tante sono le cose da condividere o rinverdire.

E' verso la fine dell'incontro che ci scambiamo qualche regalino e una delle due mi porge un sacchetto delicato, stando attenta a non rovesciarlo e quasi scusandosi della piccolezza del suo pensiero. 
Piccolezza??? Ma è bellissimo!!! 
E' un giacinto ancora in boccio: dal bulbo infatti esce un alto germoglio che ha in cima un grappoletto di fiori ancora chiusi. 
Ma si apriranno, garantisce la mia amica.

Confesso che non ho il cosiddetto "pollice verde" e temo di sbagliare tutto: esposizione, temperatura, annaffiature, ma lei mi tranquillizza dandomi poche facili istruzioni. 
Una volta a casa però mi prendono i dubbi: che faccio, lo interro in un vaso più grande? O lo lascio così, praticamente solo col bulbo in poca terra? Ma poi fiorisce anche in questa stagione? Concludo che chiederò aiuto alla mia vicina del piano di sotto che ha una balconata di piante da fare invidia al paradiso terrestre, intanto lo annaffio un pochino e aspetto.
Ed è con mio immenso stupore che, in capo a un giorno, il giacinto comincia a fiorire....fiorisce davvero!!! Comincia dal basso e poi va man mano coprendosi di fiori rosa delicati a vedersi, ma al tatto non privi di una certa consistenza.

Lo so e me lo immagino: chi s'intende anche solo un po' di giardinaggio, davanti a questo mio stupore sorriderà....
Ma una cosa è ricevere una pianta già fiorita, altro invece osservarla mentre si apre, seguirne pian piano le fasi, scoprirne il colore, sentirne il profumo, contemplarne il crescente splendore. 
E se pure la fioritura non è ancora completa - lo vedete nella foto...è proprio il mio giacinto! - insieme alla fragilità vi si coglie la forza e la perfezione con cui la natura opera anche nel piccolo. Lo si avverte con immediatezza, non ci sono discorsi da interpretare, ma colori, forme, profumi, sensazioni da cui lasciarsi avvolgere, un po' come in musica quando le note ci parlano arrivando dritte all'anima.

Così, mi piace commentare questo piccolo, luminoso evento, con un brano di Giovanni Allevi e precisamente con "Memory", tratto dal cd "Alien (2010). 
E' un pezzo di struggente dolcezza che si apre lento in un'atmosfera di grande intimità fatta di lievi, delicatissime note, per poi proseguire sprigionando energica e sferzante tutta la potenza di un ricordo e ritornare infine ai toni assorti e un po' malinconici dell'inizio. 
Il tema infatti, nelle sue successive riprese, ci regala una melodia che è sguardo capace di posarsi sulla realtà con la levità di una carezza, ma anche vitalità vibrante e appassionata, caratteristica comune del resto ad altri brani del compositore.  
"Memory": forse un ricordo doloroso che la musica aiuta ad accogliere, forse semplicemente la volontà di non dimenticare la vita che si dispiega dentro e fuori di noi e riaffermarne lo splendore con tutta la forza delle note. 
Per tener viva una memoria e insieme per aprire gli occhi e il cuore.
   
E come il mio giacinto, anche la clip video - con le splendide immagini di fiori sbocciati tra le rocce o nell'aridità di un deserto - mi suggerisce che la vita continua tenace nonostante tutto, nonostante i drammatici eventi che costellano quotidianamente le cronache e nonostante la stagione d'inaudita, impensabile violenza che stiamo attraversando.
Allora, un fiore che ci illumina o una melodia che si accende di forza o si stempera in una luce di dolcezza non sono semplici frammenti di sopravvivenza in una compagine di sfascio o - peggio - uno schermo per nascondere la realtà, ma luoghi in cui abita la Vita in tutta la sua essenza. 
A ricordarci chi siamo e a rinverdire la speranza.
E non mi sembra fuor di luogo citare le parole dello stesso Allevi, tratte proprio dalla presentazione del cd "Alien":

"Solo con gli occhi della Musica si riesce a svelare la realtà, a "vedere oltre"....oltre quell'universo sconsiderato e infelice che sembra crollarci addosso ad ogni istante".

Buon ascolto e BUON ANNO !!!

 

giovedì 25 dicembre 2014

Buon Natale!!!

A tutti voi 
che passate
di qui,

BUON  NATALE

nella luminosa armonia 
delle note!!!


















Taddeo Gaddi (1330 ca. - 1366), "Annuncio ai pastori"
Firenze, Santa Croce 

 

Antonio Vivaldi (1678 - 1741): "Gloria in excelsis Deo" 
dal "Gloria in Re maggiore RV 589".

domenica 21 dicembre 2014

La gallina nera

Ho fatto il presepio, come tutti gli anni. 
In casa mi prendono in giro perchè dicono che è sempre uguale: mai una variazione, un corso d'acqua, un ponticello, una struttura diversa....
E devo ammettere che hanno ragione: ho il mio schema che ripeto quasi sempre al millimetro, un po' perchè non sono dotata di molta fantasia, ma più che altro perchè mi manca la giusta manualità per modellare monti e valli, rupi e anfratti.

Il mio invece è un presepio di pianura, con una stradetta bianca in mezzo ai  campi sulla quale si snoda una processione di personaggi che portano doni alla capanna, vero centro della scena.
La capanna infatti è avvolta dalla luce che non nasce da un impianto di lampadine colorate, ma da un gran cuffione di neve, creato con innumerevoli fili argentati sovrapposti che sommergono il tetto, circondano le pareti e giungono a lambire con il loro scintillio anche Maria e Giuseppe.
E' l'aspetto che curo di più, e quando ogni mattina entro nel tinello ancora buio (perchè il presepio sta sul ripiano della credenza, vicino alla tavola, e praticamente mangiamo insieme....), prima di aprire le finestre, mi piace sostare qualche momento finchè gli occhi si abituano alla penombra e scoprire che, davvero, tutti quei fili argentati fanno luce.
Per il resto, allontanandosi dalla capanna a un certo punto la stradetta bianca si biforca: da un lato ci sono i pastori ancora dormienti e dall'altro, in fondo, arrivano i Magi. Tutto qui.

Ma non è così vero che non ho mai cambiato niente: da qualche anno ho modificato un dettaglio e - si sa - a volte sono i dettagli a fare la differenza.
Tra le varie statuine di cui alcune risalenti ancora alla mia infanzia, ci sono pastori e pecorelle in quantità, un cane e un paio di gallinelle. Pecore e agnelli - lo sappiamo - abitano di diritto nel presepio e si trovano accanto alla culla del Bambino anche in dipinti famosi: così li avevo sempre collocati davanti alla capanna accompagnati da uno zampognaro secondo le più scontate tradizioni, e mi pareva che tutto funzionasse.

Invece, la novità l'ho inserita proprio qui, e da qualche tempo, in primo piano davanti al Bambino, a tu per tu con la Sacra Famiglia, ho messo lei: la gallina nera.
Non sapevo neppure di averla: forse un ricordo d'infanzia, forse un'aggiunta comprata chissà quando. Fatto sta che è bruttina, sbreccata, ha una zampetta spezzata che la rende instabile per cui spesso mi finisce a becco in giù, e per di più a guardarla bene somiglia a un'oca, ma l'ho sentita subito mia, quasi in qualche modo mi ci fossi identificata.
D'allora è a lei che assegno il privilegio di stare diciamo così in "pole position" davanti a Gesù, e ogni anno la ricolloco puntualmente allo stesso posto con un moto istintivo di affetto e un sorriso segreto.

No, non è nostalgia animalista la mia, ma la convinzione sempre più chiara che il Natale è la realtà di un Dio che spalanca un'accoglienza senza limiti davanti a chiunque, in qualunque situazione materiale o spirituale si trovi. Un Dio che delle nostre brutture, delle nostre cadute o dell'instabilità che talora ci contraddistingue, non si vergogna al punto da essersi fatto vicino per condividere la precaria tenda dell'uomo.
La mia gallina nera, con i suoi limiti e le sue ferite, i suoi desideri e i suoi sogni magari inconfessati, le sue paure e le sue tristezze, rappresenta un po' tutti noi se qualche volta una sofferenza ci ha attraversato - grande o piccola non importa - e abbiamo avvertito il bisogno d'incontrare qualcuno che ci accolga dalle radici.
La mia gallina nera sono io o sei tu che forse leggi, assetati di un Amore che, come un immenso respiro di sollievo, ci dilati l'anima e tocchi in noi corde così profonde da farci sentire finalmente e gioiosamente a casa.

E come colonna sonora per il mio presepio, e per voi, oggi vi propongo un dolcissimo brano di Georg Friederich Haendel (1685 - 1759). Si tratta della famosa "Pastorale" dal "Messiah HWV 56", pezzo lento come una ninna-nanna e ricco di una gioia pacata e tutta interiore. Ci accompagni la sua luminosità in questi giorni che precedono il Natale!

Buon ascolto!

lunedì 15 dicembre 2014

Tema con variazioni

Caleidoscopio di Moira Gil
Ho sempre amato i temi con variazioni, quei brani che iniziano con l'enunciazione di un'aria - talora una melodia semplicissima, quasi scarna nelle linee essenziali del suo andamento - e poi la ripropongono progressivamente ampliata e rielaborata, declinandola in tutte le sue possibilità melodiche, ritmiche o timbriche.

Il carattere precipuo di tali brani sta nel condurci sempre più in profondità o sempre più in alto, quasi ci trovassimo davanti a un albero e andassimo ad esplorarne non solo il fusto, ma ora l'intrico delle radici, ora il dispiegarsi della sua chioma e dei suoi rami nel vento.
Sono composizioni che a volte girano attorno al tema centrale inanellando un'infinita ricchezza di ornamenti, altre volte vi si soffermano scandagliandone fino in fondo i vari passaggi con risultati spesso sorprendenti e impensati.
Ci troviamo così di fronte a un caleidoscopio di variazioni che diventano man mano più complesse e difficili, o più vivaci e tempestose; ma anche a brani che vanno facendosi talora più intimi e sembrano addentrarsi in una meditazione gradatamente più profonda.
Si tratta di pezzi nei quali - come sempre del resto - tecnica e inventiva procedono di pari passo; ma mentre in taluni casi il filo rosso dell'aria iniziale è ravvisabile fino alla fine sia pure nella complessità delle diverse rielaborazioni, in altri invece, l'operazione è tanto ardita che il tema originario nella sua nitidezza ne risulta quasi stravolto.

La musica classica a questo riguardo ci offre parecchi esempi: dalle "Variazioni Goldberg" di Bach - forse le più famose in assoluto - al "Bolero" di Ravel; dalla "Follia" di Corelli ripresa peraltro da svariati altri compositori, alle "Variazioni Diabelli" di Beethoven. E poi ancora Mozart, Mendelssohn, Schubert e via dicendo....
Sono composizioni che restano nell'anima perchè la riproposizione di un tema non è mai sterile ripetizione, ma appassionata ricerca che di quel tema va ad indagare ogni sfaccettatura, a ricreare il fascino, facendo scaturire altro splendore.
Talora ciò avviene con un ritmo progressivamente più acceso come nel finale della celeberrima "Ciaccona" di Bach, talaltra con accenti più intimi come nel "Poco adagio, cantabile" del "Kaiserquartett op.76 n.3" di Haydn - una delle mie passioni assolute che potete ritrovare qui - che sempre più sommessamente ci conduce nelle profondità oscure dell'anima. 

Ma al di là delle variazioni che numerosi musicisti hanno scritto su di un proprio tema, ne esistono anche parecchie composte su arie altrui. 
Basti pensare a Fernando Sor e alle sue famosissime "Variazioni op.9 su di un tema di Mozart" - che potete ascoltare qui - nelle quali i virtuosismi di una chitarra diventano irrefrenabile vita che nasce da vita.  
O a Brahms e Rachmaninov che si sono ispirati al "Capriccio n.24 op.1" di Paganini per liberare la loro fantasia musicale in opere altrettanto pregevoli.

Così, per restare in argomento, oggi vi propongo un brano di Jean-Philippe Rameau (1683 - 1764) e precisamente la "Gavotta con variazioni in la minore", creazione di squisita eleganza e ricca inventiva. 
Come spesso accade, l'esecuzione al pianoforte invece che al clavicembalo conferisce al pezzo particolare fluidità, sottolineata in questo caso dalla bravissima pianista ucraina Natacha Kudritskaya, che alle doti virtuosistiche unisce una passione interpretativa capace di far fiorire il testo in mille sfumature.
Dolcissimo il tema iniziale nel quale rigore, morbidezza e misura si sposano meravigliosamente e dove cogliamo i vari abbellimenti non come ornamenti puramente esteriori del brano, ma quale parte integrante ed essenziale del suo fascino. Così accade anche lungo lo snodarsi delle sei variazioni che accendono il pezzo di vivacità e di garbo, con qualche tocco più malinconico alternato a passaggi ricchi di energia.

Incantevole poi il video che ci mostra ora l'espressione del viso della pianista, ora le sue mani sulla tastiera: mani che danzano comunicandoci il rigore insieme alla gioia e alla giocosa leggerezza che questa musica ci offre, e coinvolgendoci progressivamente nel suo splendore fino all'entusiasmante crescendo del finale.

Buona visione e buon ascolto!

domenica 7 dicembre 2014

"Abendlied"

Primi di dicembre, le cinque del pomeriggio. 
Calano già le ombre della sera e, se la giornata è stata grigia, sembrano scendere ancora più in fretta. 
Tuttavia, con ogni tempo e in ogni stagione è sempre affascinante l'ora del crepuscolo, quel breve spazio che prelude al buio in cui il cielo, dopo il tramonto, ci offre gli ultimi sprazzi di chiaro, magari in mezzo alla nuvolaglia. 
E quando i lampioni si accendono, il contrasto con la luce naturale che va spegnendosi crea per qualche istante un effetto magico.

E' un fascino che mi prende soprattutto se sono in viaggio. L'ombra crescente che mi circonda talora in mezzo la folla, talaltra in solitudine, il desiderio di casa, un refolo di vento, mi regalano ogni volta la stessa percezione: siamo viandanti in cammino, sempre, sia che lo avvertiamo in circostanze salienti del nostro vivere, sia che tale percezione ci colga nel cuore della quotidianità, nel caos metropolitano o sul binario deserto di una stazione.
Sono suggestioni che ci afferrano spesso quando un percorso volge al termine, la luce lascia spazio al buio e la giornata finisce dando luogo alla notte e ai pensieri che essa porta con sè: sogni e speranze, nostalgie o incertezze.

E come all'alba il sorgere del sole, così anche il morire della luce - nel tempo - è stato stato oggetto di contemplazione da parte di svariati artisti attraverso i loro versi, i loro dipinti o le loro note.
Torna certo alla mente "l'ora che volge il disio" nel clima soffuso di delicatissime sfumature del Purgatorio di Dante. Ma per risalire ad epoche più vicine a noi, è ricco di fascino anche il crepuscolo cantato da Baudelaire e insieme a lui da altri poeti di fine Ottocento. 
Sul fronte della pittura poi, come non ricordare i colori intensi di Monet o i toni più smorzati di Millet in alcune loro opere che hanno fermato sulla tela proprio questo particolare momento della giornata? 
E l'elenco potrebbe continuare....

Ma anche parecchi musicisti hanno dedicato le loro note all'universo di emozioni che il calar della sera fa riaffiorare in noi, attraverso un particolare tipo di composizione chiamato "Abendlied": canto della sera, appunto. 
Si tratta di una forma musicale presa in considerazione da svariati autori di ieri e di oggi - da Beethoven a Reger, da Schumann a Castiglioni solo per fare qualche esempio - che si sono ispirati a testi di carattere a volte sacro, altre volte profano.
Il crepuscolo, il cielo stellato, il mistero della morte e in genere un'effusione di sentimenti e riflessioni esistenziali danno a queste creazioni un tono talora romantico e triste, spesso intensamente contemplativo, anche se non mancano brani molto più luminosi.

Quello che oggi desidero regalare a chi passa di qui è lo splendido "Abendlied op.69 n.3", che conclude i "Drei geistliche Gesange" di Joseph Gabriel Rheinberger (1839 - 1901), compositore e organista originario del Liechtenstein. 
Si tratta di un pezzo di polifonia sacra a sei voci miste, scritto dall'autore a soli sedici anni (!), sul testo del Vangelo di Luca: "Resta con noi perchè si fa sera e il giorno già volge al declino" (cap.24, v.29).
Sono sempre profondamente ammirata dal genio precoce di tanti artisti, soprattutto se - come in questo caso - la composizione è piuttosto complessa e presuppone già una sicura padronanza delle regole dell'armonia.

E' un brano che ci resta dentro subito, quasi lo portassimo in cuore da sempre e il fascino assoluto di alcune dissonanze o di altri passaggi più luminosi andasse a risvegliare quella musica nascosta che vive in ciascuno di noi.
E la sua suggestione è ancora più intensa se capita di sentirla riaffiorare mentre si è in viaggio, magari ad attendere un treno nel vento della sera. 
Una polifonia che ci illumina di luce segreta come una preghiera, regalandoci la sua pace insieme a un'eco lontana del "Largo" di Haendel e dell' "Ave verum" di Mozart: impressioni fuggevoli come brividi che percorrono l'anima colmandola di splendore.

Buon ascolto!

domenica 30 novembre 2014

Fascino danese

Vilhelm Hammershoi, "Interno con giovane donna vista di spalle"
Capita - credo di averlo detto più volte - che ci siano musiche capaci di prenderci al primo ascolto, o perchè ci colgono particolarmente ricettivi e sensibili, o per qualche loro meravigliosa e misteriosa alchimia.

Ma tale immediato e incantevole approccio può avvenire con ogni altra forma d'arte nella quale - invece dei suoni - possono essere parole, colori o gesti a catturare la nostra attenzione e il nostro cuore.
E' un'attrazione immediata che non nasce solo da un generico apprezzamento della bellezza, ma da una particolare comunicativa dell'opera d'arte per cui essa ci raggiunge, ci tocca e ci coinvolge prendendoci dentro e talora afferrandoci al punto che ne restiamo splendidamente irretiti.

E' l'effetto che mi ha fatto incontrare per caso sul web le opere del pittore danese Vilhelm Hammershoi (1864 - 1916) e - primo fra tutti - il dipinto intitolato "Interno con giovane donna vista di spalle", conservato presso il Kunstmuseum di Randers in Danimarca.

E' forse la più rappresentativa tra le creazioni dell'artista, famoso per aver spesso ritratto di spalle i protagonisti dei suoi quadri, ma anche per le particolari atmosfere degli interni da lui raffigurati.
Sono atmosfere di totale tranquillità, nel silenzio di stanze quasi vuote, ordinatissime e geometricamente scandite, nelle quali regna un luminoso grigiore fatto di tinte soft, di grigi e di beige, di bianchi e azzurrini, con qualche digressione verso lo scuro dei mobili o il nero degli abiti delle figure femminili.
Rappresentazioni, in realtà, un po' anacronistiche rispetto ai fermenti artistici degli anni in cui opera il pittore e tuttavia ricche di un fascino profondo.

Questo dipinto, in particolare, ci regala un senso di grande essenzialità: una parete grigia segnata da una cornice più chiara, un mobile, pochi arredi e una figuretta scura dalla sagoma semplicissima ed elegante insieme. 
Siamo presi dalla delicata bellezza del vaso di ceramica e del mobile, oggetti di pregio come certo il vassoio che la donna ha sotto il braccio e che sottolinea il fianco e la sua postura ricca di grazia.  
Ma ancor più intensamente siamo catturati da quel volto che non vediamo e che si volge lievemente altrove, celato, quasi perso nel mistero dei suoi pensieri.
 
"Donna che legge", Stoccolma. Museo Nazionale
Triste? No, pacato direi: lieve e pacato come il silenzio che promana da quasi tutti i dipinti di Hammershoi, a metà strada tra il fascino delle opere di Vermeer e di Hopper.

Un richiamo a Vermeer si può ritrovare infatti nell'attenzione ai bellissimi interni e ai singoli oggetti o in certe citazioni come, ad esempio, la donna che legge; ma anche nella costruzione di prospettive nelle quali stanze dietro stanze ci riportano al clima di tranquillità tipico, peraltro, di tanta pittura olandese del Seicento.
Penso, per esempio, a Emanuel de Witte, autore di quel magnifico "Interno con donna alla spinetta" che potete vedere qui e nel quale - tra l'altro - la protagonista è ritratta proprio di spalle, seduta allo strumento musicale.
"Raggi di sole" Copenaghen, Ordrupgaard
Ma l'atmosfera di alcuni dipinti di Hammershoi può anticipare anche Hopper: non certo per i colori o il tratto della pennellata, ma per quelle linee oblique così spesso disegnate come scorci di un scatto fotografico che rimandano a un più compiuto altrove. 
O per il silenzio talora freddo, la solitudine che vi si avverte, anche se non ancora espressa con i toni assoluti che saranno poi propri del pittore statunitense.
A volte infatti in Hammershoi, sia pure nel vuoto delle stanze, è possibile cogliere un senso di intimità creato, a mio avviso, dalla luce: morbida, pacata, sfumata, una luce che illumina quasi sempre senza contrasti netti, ma cercando di accarezzare ciò su cui si posa e creando spazi di leggera penombra.
"Riposo", Parigi. Museo d'Orsay.
Ne è un esempio il particolare della testa delle figure ritratte di spalle, dove proprio la luce conferisce rilievo alla morbida treccia di capelli raccolti sulla nuca, alle ciocche che sfuggono e all'incarnato del collo.
Ma anche il beige declinato in diverse sfumature fin quasi al bianco, nel dipinto intitolato "Una donna in un interno", ci fa respirare una pace e un silenzio, un clima di pacato distacco e insieme di familiarità in cui si vorrebbe essere immersi.

E certo a crearlo è anche il ricorrere nei diversi quadri di ambienti simili e uguali arredi: ceramiche, mobili, porte e via dicendo, insieme a quella figuretta scura - probabilmente la moglie dell'artista - più volte ritratta nelle stanze di casa.
"Una donna in un interno" Coll. privata
Sembra quasi che - di dipinto in dipinto - Hammershoi con tratti delicatissimi abbia voluto descrivere la propria vita, ritraendo un luogo che non è semplicemente la casa in cui abitava, ma prima di tutto uno spazio in cui ambiente esterno e mondo interiore si corrispondono.
E la figura di spalle, nel suo tacito dire che dà spazio al sogno e all'immaginazione come una siepe di leopardiana memoria, crea una suggestione nella quale anche a chi guarda è dato di entrare e ritrovarsi.

Ma tra i vari arredi di queste nitide e ordinatissime stanze, non è rara - altra citazione dal Seicento olandese - la presenza di qualche strumento musicale.
"Ida in un interno col piano" Coll. privata
Possiamo allora immaginare che sia il suono di un pianoforte a riempire il silenzio della casa e a rivelare al nostro cuore - talora sommessamente come parole sussurrate all'orecchio, talaltra in modo più tempestoso e irruente - il non detto, il mistero, la vita che le immagini suggeriscono. 
  
Sono proprio queste le caratteristiche del "Notturno in fa minore op.55 n.1" di Frédérick Chopin con cui mi piace commentare le opere del pittore danese.
Nel brano infatti si possono ravvisare alcune parti ben distinte: quella iniziale più lenta e malinconica, intensamente meditativa, fatta di lievi note che sembrano davvero scandire il silenzio; la parte centrale, al contrario, più movimentata e impetuosa, quasi a rappresentare un'esplosione di sentimenti che da questo silenzio scaturisce e ad esso infine ritorna.
Una musica che - come spesso accade - sa arricchire di significato e completare lo splendore delle immagini fermate sulla tela.

Buon ascolto! 

sabato 22 novembre 2014

La "Festa degli alberi"

Carlo Saraceni, "Santa Cecilia"
Oggi, giorno in cui il calendario ricorda Santa Cecilia, è una data che per me si associa anche ad un'altra ricorrenza che ha scandito la mia infanzia nel periodo delle scuole elementari. 
Parlo della "Festa degli alberi" che cade attualmente il 21 novembre ma che da noi, ai miei tempi, veniva celebrata il 22, appunto in coincidenza con la festa della Santa, patrona della musica e dei musicisti.

Che c'entrano alberi e musicisti??? 
C'entrano eccome, ma lascio questo discorso a un' eventuale prossima puntata. In realtà, le due cose camminavano insieme anche allora perchè - lo ricordo bene - nel giorno della "Festa degli alberi", si cantava in coro ed eravamo noi bambini a doverci esibire in un parchetto della città dove, alla presenza del direttore didattico e altre svariate autorità, venivano poi piantati degli alberi.
Dico la verità: a quell'epoca, l'amore per la musica in me sonnecchiava ancora sotto la cenere e di quelle mattine di novembre ho in mente solo il freddo, la nebbia e la paura di sbagliare, per cui l'uscita dalle mura scolastiche solitamente accolta con grande gioia e sollievo, in quel caso si trasformava in una sorta di incubo.

Ho frequentato le elementari in una sezione staccata della mia scuola: un tranquillo cortiletto contornato di verde, poche aule e la gioia di sentirsi in un luogo familiare, governato da maestre inflessibili ma bravissime e accoglienti. 
E lì, fin dal primo momento mi ero ambientata come fossi a casa mia.
Ma in certe occasioni dovevamo recarci nel plesso principale, e qui l'edificio molto più grande e severo mi metteva una terribile soggezione. 
Mi creavano ansia i lunghi corridoi scanditi dalle porte delle classi e dalle file ordinate di attaccapanni, ben diversi dalle nostre cinque aule al primo piano che davano sul ballatoio verso il cortile, come nelle vecchie case di ringhiera.
Non parliamo poi delle bambine che frequentavano la sede centrale: mi sembravano tutte più brave e soprattutto più disinvolte, mentre noi - a confronto - eravamo topi di campagna in mezzo a quelli di città.

Questo discorsino per dire che, il giorno della "Festa degli alberi", dopo essere rimasti impalati, al freddo del parchetto, ad ascoltare i vari discorsi celebrativi, dovevamo cantare insieme alle altre classi della sede, per di più sotto la guida non della nostra, ma della loro maestra di canto: una signora già in età, robusta, pettoruta e a detta di tutti cattivissima!!!

Non ricordo cosa si cantasse, il freddo di quelle mattine mi intirizziva anche i pensieri. Ricordo però un brano che invece la nostra maestra di canto - una dolce ragazza poco più che ventenne - ci aveva insegnato quando frequentavamo la quinta, o anche meno, per prepararci a una ricorrenza primaverile. 
Veniva in classe una volta alla settimana, ed era per noi un'ora di svago. 
Ma era brava e si faceva ascoltare: ci spiegava i testi e la musica, divideva maschietti da femminucce, ci faceva provare separatamente, infine ci metteva insieme. 
E' così che, dopo una serie di lunghe ma piacevoli prove, avevamo imparato nientemeno che un brano dalla "Cavalleria rusticana" di Pietro Mascagni (1863 - 1945). Si trattava del famosissimo coro "Gli aranci olezzano..." : un pezzo che, nell'opera, è cantato dal popolo in festa la mattina del giorno di Pasqua e preceduto da un'ampia e luminosa introduzione orchestrale.

Naturalmente non capivo gran che di musica allora, ma mi affascinava l'alternanza di voci femminili e maschili che cantavano parti diverse e infine si fondevano in perfetta armonia.
E' un brano che non ho mai dimenticato e ve lo propongo qui oggi, nella speranza che Santa Cecilia mi perdoni se la festeggio con un ricordo del tutto personale!

Buon ascolto!

martedì 18 novembre 2014

Parole d'amore

Marc Chagall: "Gli amanti"
Ci sono musiche che abbiamo sentito in passato, che abbiamo apprezzato e consideriamo ormai un durevole patrimonio di bellezza da tenere da conto.
Tuttavia, a volte restano un po' come certi libri negli scaffali di una biblioteca: sappiamo che ci sono e hanno un valore, ma li lasciamo lì, ordinati e ben chiusi, talora anche dimenticati.

Poi un giorno ci capita di riascoltare una musica che non sentivamo da tempo e ci accorgiamo invece che non stava nello scaffale come quei libri, ma viveva da sempre in noi. 
Così le sue note - o le parole che l'accompagnano - si fanno più vere che mai e ci sorprendono, raggiungendoci di nuovo nel desiderio di essenziale che ci portiamo dentro.

E' quanto succede di frequente con i grandi della classica e chi ha una minima frequentazione con essa lo sa. Ma ciò può accadere in realtà con tutti i generi di musica, quando è lo splendore delle note o del testo a parlarci, talora quasi con prepotenza.
Quindi, oggi perdonatemi se vado a prendere una canzone, peraltro conosciutissima, sulla quale già fiumi di inchiostro sono stati versati e le mie quattro osservazioni risulteranno solo banali. Ma è quella che stamattina mi ha fatto un effetto dirompente, come quando la bellezza ci coglie all'improvviso indifesi e ci interpella a tu per tu.

"Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.

Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai...."


Avrete certo riconosciuto "La cura", forse la canzone più famosa di Franco Battiato, scritta con la collaborazione del filosofo Manlio Sgalambro per il testo e tratta dal cd "L'imboscata" (1996). 
Parole mirabili, aperte a molteplici piani di lettura ma sempre, da qualunque angolatura si vedano, una vera terapia del cuore, come se chi parla avesse una tale capacità introspettiva nei confronti della persona alla quale si rivolge, da poterla salvare anche da se stessa.
Una canzone che non è solo il toccante messaggio di un amante all'amata, o di un padre alla figlia come qualcuno ha ipotizzato, ma può richiamare l'amore di un Dio per la propria creatura.
Una promessa di protezione e di salvezza ("Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d'umore...Ti salverò da ogni malinconia...E guarirai da tutte le malattie..."), di guida ("Conosco le leggi del mondo e te ne farò dono") e di sostegno e accompagnamento nel cammino alla ricerca del senso dell'esistenza ("Percorreremo assieme le vie che portano all'essenza").
Ma troviamo anche una promessa di vita e di giovinezza ("Supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare....") e il riconoscimento, al di là delle fragilità umane, del valore unico di ogni persona ("...perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te"). 

L'itinerario musicale di un artista poliedrico come Battiato che lo ha condotto ad esplorare svariati generi dalla classica al rock, si affianca al suo cammino intellettuale che, nel tempo, lo ha visto cultore dell'esoterismo e aperto a filosofie orientali.
E tuttavia, certe espressioni del testo di questa canzone non possono non ricordare i versetti biblici del profeta Isaia:

"Ora così dice il Signore che ti ha creato, o Giacobbe, che ti ha plasmato, o Israele: Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni.
Se dovrai attraversare le acque, sarò con te, i fiumi non ti sommergeranno;
se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai, la fiamma non ti potrà bruciare......perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo"
(Is.43, vv.1-2 e 4).

Espressioni che sono il vertice dell'amore, dell'attenzione, del prendersi cura dell'altro. E mi sembra molto bello questo sovrapporsi e convergere di temi tra il testo biblico e una semplice canzone alla ricerca di risposte che colmino il cuore dell'uomo.

Ma al di là delle parole, resta certo dentro di noi anche il fascino della musica di Battiato dove la melodia, che si dipana distesa e scorrevole, riesce a conciliarsi e a trovare un mirabile equilibrio con la concitazione del ritmo di fondo. 
Armonie diverse che s'intrecciano e camminano insieme, così come la fragilità dell'essere umano - quel tu a cui la canzone si rivolge - trova accoglienza nel significato pacificante del testo.
Parole che testimoniano un sentimento senza limiti, fatto anche di follìa, un amore che "supera le correnti gravitazionali" e governa le leggi di natura perchè è l'unica forza che - come direbbe Dante - "move il sole e l'altre stelle".

Buon ascolto!
 

mercoledì 12 novembre 2014

Preludio in blu

Il circolo delle quinte di Skrjabin
Sono tanti gli artisti che - nel tempo - hanno colto analogie e individuato corrispondenze all'interno delle diverse forme d'arte, ricercando tutti quei punti di contatto che possono esistere tra i vari tipi di percezione.
Sono legami, nessi, associazioni e intrecci che, in taluni casi, possono definirsi anche sinestesie: un sovrapporsi di sensazioni originate da campi sensoriali diversi, con la conseguente possibilità che una creazione artistica possa dare origine a suggestioni che vanno al di là di essa sconfinando in altri ambiti.
E' dai Simbolisti francesi in poi, a cominciare da Baudelaire fino - oserei dire - ai nostri spot pubblicitari, che l'uso della sinestesia è stato sempre più frequente, proprio per creare determinati effetti che dilatino la nostra percezione. Ed è in particolare il rapporto tra impressioni sonore e visive, tra il mondo dei suoni e quello dei colori, ad essere stato colto nel tempo con l'analisi di varie corrispondenze - il termine non è casuale - tra musica e pittura.
Ma tale possibilità di contaminazione tra le due arti era ben nota fin dall'antichità poichè tra esse sono sempre state individuate affinità e segrete interazioni. Si tratta infatti, in entrambi i casi, di fenomeni nei quali è in gioco una vibrazione - fisica, ma anche psichica - e così come sono stati studiati gli effetti che i colori esercitano su di noi nel produrre emozioni, ne sono stati analizzati anche i rapporti in termini di ritmo e armonie timbriche.

Klee, "Polifonia"
L'argomento è vasto e meriterebbe approfondimenti nei quali non mi addentro.
Mi limito a osservare che - tra la fine dell'Ottocento e la prima metà del Novecento - pittori come Klee e Kandinsky hanno espresso la loro arte di pari passo con riflessioni sulla musica e la combinazione di determinati colori è stata spesso associata ai sentimenti e ai suoni che essi possono evocare o alla rappresentazione cromatica di scale musicali.
D'altra parte, ancor prima di loro, Wagner con l'idea di opera d'arte totale, e Debussy col suo impressionismo in note, avevano contribuito ad aprire la musica verso altri settori artistici.

Kandinsky, "Improvvisazione n.26"
Basti poi pensare a certi titoli di raccolte - peraltro comuni a numerosi compositori dell'Ottocento - come "Notturni", "Images", "Arabesques" o "Quadri..." e via dicendo, per trovare un linguaggio che, partendo dai suoni, evoca subito suggestioni visive. 
Mentre, di rimando, in alcune opere pittoriche di Kandinsky e Klee troviamo titoli come "Improvvisazioni", "Polifonie" e "Fughe".

Ma, tra gli altri, è merito del compositore russo Alexander Skrjabin (1872 - 1915) l'aver teorizzato alcune corrispondenze tra colori e suoni, come si può osservare nel riquadro in alto.
Qui, le tonalità sono distribuite nel cosiddetto circolo delle quinte - un percorso che conduce dalla tonica (la prima nota di ogni scala) alla rispettiva dominante (la quinta) e via di seguito - all'interno del quale Skrjabin, ordinando tali tonalità in riferimento allo spettro solare, ricava uno schema in cui a ciascuna di esse associa un colore.

E proprio di questo splendido autore oggi desidero regalarvi un brano: il "Preludio op.11 n.8 in fa diesis minore".
Si tratta di un pezzo che, a tutta prima, può far pensare a Chopin, sia per la dolcezza del fraseggio che per quei luminosi passaggi che - dopo un inizio in minore - si aprono, pacatissimi, in tonalità maggiore.
Ascoltandolo, mi risuonano dentro le battute iniziali del "Notturno in do minore op.48 n.1", qualche tratto del primo tempo del "Concerto n.2 in fa minore op.21", ma anche altro. Tuttavia non è importante identificare un preciso testo di Chopin a cui ricondursi, perchè non si tratta di imitazione, ma di una linfa che Skrjabin ha tanto profondamente assimilato da trasfonderla come cosa ormai sua nella propria esperienza compositiva.

Quanto alla tonalità, nel circolo delle quinte il compositore fa corrispondere il fa diesis al blu-violetto, oserei dire quasi indaco: una sfumatura delicata e insieme profonda, pervasa da una dolcezza crepuscolare. 
Certo, siamo nell'ambito di sensazioni puramente soggettive, ma è pur vero che l'essere immersi in un particolare ambiente sonoro di maggiore o minore intensità, coinvolge e sollecita la nostra percezione in modo differente.
Del resto il blu, nella gamma delle sue sfumature, è stato spesso considerato il colore dell'introspezione e dell'infinito, della calma e della spiritualità, ma anche della malinconia: basti pensare - sempre per restare in tema di musica - al carattere distintivo del blues. 

Nel preludio, Skrjabin ci introduce davvero in un clima che rispecchia un po' entrambi gli aspetti: dopo un inizio lento, il brano si fa più concitato e, se da un lato si ammanta di tristezza, dall'altro questa si stempera in luminosità. 
Vi si alternano infatti passaggi che salgono progressivamente in tensione e poi si aprono a conclusioni di ineffabile splendore.
Ma il finale resta avvolto da un'atmosfera di malinconia, mentre l'aria va ripetendosi e sembra quasi non finire, come un rivolo d'acqua che si perde piano...

Buon ascolto!

martedì 4 novembre 2014

Per sorridere un po'....

Ormai un po' mi conoscete.
Conoscete i miei gusti, i miei compositori preferiti, le mie passioncelle musicali nutrite dai sedici anni in poi e le mie fissazioni che, di tempo in tempo, avete imparato a sopportare.
Sapete quindi che, nonostante ami tanta splendida musica di ogni epoca, periodicamente sento la necessità di tornare a Bach e a Mozart, come si torna ad attingere ad acque di straordinaria purezza simili a quelle che scendono dai ruscelli di montagna.

Soprattutto a Bach, ruscello anche di nome: immenso, grandioso, versatile, multiforme, attuale, un compositore che adoro non solo nei suoi testi originali, ma - chi mi segue da un po' lo sa - anche danzato a ritmo di breakdance e negli svariati arrangiamenti jazz e rock che ne sono stati fatti, a cominciare dai miei mitici Swingle Singers già più volte citati.

"...Ancoraaaa???!!!"...mi sembra di sentire qualche velata protesta...    "Sì....cioè no". 
Sì, nel senso che è ancora Bach che oggi vi propongo; no perchè quello che vado a presentarvi è un gruppo vocale di cui finora non ho mai parlato.
Si tratta dei King's Singers, famosissimo coro inglese specializzato in un repertorio che va dalla polifonia rinascimentale fino ad arrangiamenti jazz, pop e folk, insieme a qualche piccola performance venata di umorismo.
 
E, appunto, oggi lasciatemi divertire....nella speranza che mi perdoniate se ho voglia di scherzare un po', e nessuno gridi allo scandalo fuggendo a precipizio da questo blog! Se invece il pezzo vi piacerà, sappiate che il gruppo vocale si esibirà a breve - 12 e 14 novembre - a Erba e a Verona, ma tornerà in Italia nell'aprile 2015 per un tour nelle maggiori città. Io ci farei un pensiero...

Il brano che vi propongo è tratto dalla "24 ore Bach", maratona musicale svoltasi a Lipsia nel 2000 in occasione del 250° anniversario della morte del compositore. 
Il pezzo s'intitola "Deconstructing Johann" e già questo la dice lunga sul tono giocoso dell'esibizione. I King's Singers, cantando su vari temi bachiani, immaginano infatti un Bach in piena crisi compositiva che, dopo aver scritto la sua toccata più famosa - quella in re minore, per intenderci - si blocca, totalmente privo d'ispirazione per la successiva fuga. Cercherà invano di confortarlo la moglie, e quando preso dal panico non saprà più che fare, a suggerirgli la soluzione sarà.......ma lo sentirete voi!
Una performance che - spero - vi faccia sorridere e apprezzare le magnifiche voci di questi coristi, insieme al loro stile ricco di brio e simpatica ironia.

Confesso che la prima volta che li ho ascoltati, pur avendone ammirato la bravura, non mi sono particolarmente entusiasmata. 
Poi, risentendoli, ho capito invece che il loro modo sorridente di smitizzare un mito - mi si perdoni il gioco di parole - ci poteva stare.
Giocare con un genio assoluto com' è Bach nulla toglie alla sua grandezza, al nostro stupore di fronte alla sua straordinaria inventiva e alla dimensione profondissima con cui le sue note continuano a parlarci a distanza di secoli.

Così, mi sono convinta che lo stesso Bach - che certo dalla sua nuvoletta tra le più alte in Paradiso avrà buttato l'occhio, e soprattutto l'orecchio, giù a Lipsia per seguire la 24 ore - non abbia gridato allo scandalo o alla dissacrazione. Al contrario, vedendo tanta folla riunita per lui sotto la pioggia, avrà sorriso commosso e, seguendo la performance dei King's Singers, si sarà anche schiettamente divertito. 

Ascoltando la clip-video, riconoscerete alcuni passaggi tratti, nell'ordine, dalle seguenti composizioni bachiane:

- "Toccata e fuga in re minore BWV 565"
- "Adagio ma non tanto" dal "Concerto in re minore per 2 violini BWV 1043" 
- "Badinerie" dalla "Suite per orchestra n.2 in si minore BWV 1067"
- "Aria" dalla "Suite per orchestra n.3 in Re maggiore BWV 1068"
- "Allegro assai" dal "Concerto brandeburghese n.2 in Fa maggiore BWV 1047"
- e ancora "Toccata e fuga in re minore BWV 565".

Buon ascolto e buon divertimento!