sabato 11 ottobre 2014

Mare d'autunno

Che accade tra amici quando ci s'incontra magari dopo tanto tempo?
Si esulta, ci si abbraccia, ci s'ingolfa in mille discorsi nel desiderio immediato di condividere ricordi, esperienze grandi e piccole, di dirsi insomma ciò che urge in cuore. Ed è subito festa.

Quasimodo, dall'infinito cielo dei poeti in cui immagino si trovi, mi perdonerà se, in questo piccolo blog, oso esprimermi richiamando un po' i suoi versi, ma...è proprio così: è subito una festa che esplode con quell'autenticità che talora solo l'amicizia sa regalare.

Se poi le persone che s'incontrano non si sono mai viste e il loro dialogo si è intessuto nel tempo tra le trame e gli orditi del web e magari proprio in un blog, allora la cosa va facendosi ancor più interessante perchè è bello toccare con mano - per così dire - ciò che l'esperienza virtuale ci ha fatto solo intravvedere.

E l'espressione che ho usato non è fuor di luogo, se penso agli abbracci che giovedì scorso ci siamo scambiate io e Nella dello splendido blog "Rock Music Space" nel nostro primo incontro live che qui voglio celebrare.
Penso mi capiscano bene gli amici blogger con cui di tanto in tanto ci si vede, se considerano la gioia che si prova quando il dialogo maturato davanti allo schermo di un computer si traduce in una concretezza fatta di gesti, voce, sguardi, sorrisi, vita piena insomma.

Bene. Con Nella é stato proprio un riconoscersi dentro, ritrovando anche dal vivo quella sintonia che già era passata attraverso gli scritti. E quanti discorsi si sono immediatamente intrecciati, mentre ancora restavamo in piedi sulla soglia di casa, a suo dire...."come persone che aspettano il pullman"!!!

Bello per me trovare un'accoglienza ricca di quella schietta verità che nasce dal profondo e fa sentire a proprio agio, nel calore di una dimora viva, piena di segni di un'esistenza appassionata, fatta di musica, di danza, di persone sempre presenti nel cuore, ma anche di simpatici amici a quattro zampe.
Una casa che Nella ama definire modestamente il suo eremo campestre, ma che in realtà è uno splendido angolo di collina aperto su di un dolce panorama di ulivi. E a me, che vengo dalle nebbie padane, è parso un piccolo paradiso.

Quanto abbiamo parlato, quanta musica ha ritmato i nostri discorsi e quante cose ancora avrei desiderato condividere approfittando della sua ospitalità, se solo avessi avuto più tempo e non fosse venuta subito sera - ci risiamo con Quasimodo! - mentre su di me incombeva l'ora del treno di ritorno!....
Ma mi resta la sorridente concretezza di un dialogo schietto che - come tutti gli incontri veri - supera anche le distanze.

Così, oggi desidero postare un brano che proprio Nella mi ha fatto ascoltare, e che dedico a lei e a tutti voi che passate di qui. 
Si tratta della "Variazione n.18" dalla "Rapsodia su di un tema di Paganini per pianoforte e orchestra op.43" di Sergej Rachmaninov, che prende spunto dal "Capriccio op.1 n.24 per violino solo" di Paganini, rielaborandolo talora con marcato virtuosismo, altre volte in modo più distesamente lirico.

Confesso che avevo presente le variazioni nelle quali il riferimento a Paganini risulta più evidente, ma non la diciottesima che - tra l'altro - è la più famosa(!). Sono quindi doppiamente grata a Nella per avermela fatta conoscere. 
E' un Andante cantabile ricco di una passionalità dolce e potente, come un sentimento che colma il cuore conducendoci in un'atmosfera luminosa e lievemente malinconica ad un tempo. 
Qui il tema del Capriccio è capovolto rispetto all'originale, e ne deriva quindi un'aria del tutto nuova declinata con delicatezza senza pari fin dalle prime battute del pianoforte. Poi l'orchestra la riprende con enfasi ed una progressiva intensità in cui - a dire il vero - più del riferimento a Paganini, si avverte lo stile tipico del compositore russo che ci trasporta in un'atmosfera di assoluto romanticismo.
Una musica che è come un mare d'autunno, ora intensa e impetuosa, ora dolcissima e pacata, percorsa da un vento di passione che ci regala grandiose aperture e ci fa volare alto.....proprio come Nella insegna a tutti coloro hanno la fortuna di incontrarla.

Buon ascolto!
 

lunedì 6 ottobre 2014

Splendore senza tempo

Mi è capitato di osservare più volte quanto le composizioni di alcuni grandi musicisti del passato siano state spesso rivisitate in chiave moderna, talora con esiti di sorprendente positività che dei vari brani hanno fatto emergere aspetti inusitati e segrete sfaccettature.
E' accaduto in primis con Bach per la versatilità dei suoi temi e dei suoi ritmi   - come ricordavo in un precedente post - ma accanto a lui possiamo annoverare anche Mozart, Haendel, Beethoven e via dicendo.

Tuttavia, per leggere uno spartito in una diversa dimensione andandone a sviscerare ogni latente possibilità espressiva, non sempre è necessario un arrangiamento che ne modifichi il ritmo o ne rielabori i temi, come spesso accade per esempio nelle rivisitazioni jazz.
A volte, è sufficiente cambiare strumento solista per creare nuovi effetti, suggestioni, risonanze, che regalino al testo colore e morbidezza, tensione e drammaticità, a seconda che i suoni siano più acuti e sottili o potenti e corposi. Il timbro del pianoforte è certo differente da quello del violino, del flauto o dell'arpa - solo per fare qualche esempio - e lo sapevano bene gli autori del passato che di frequente trascrivevano sonate o concerti per strumenti diversi da quelli originali, ricreando per così dire il clima musicale delle varie composizioni.

Per questo, consentitemi oggi di tornare di nuovo a Bach per proporvi la parte finale di uno dei suoi brani più famosi in assoluto: la "Ciaccona" dalla "Partita n.2 in re minore per violino solo BWV 1004", qui nella suggestiva trascrizione per pianoforte di Ferruccio Busoni, vera e propria opera d'arte nell'opera d'arte.
Sì, ho scelto una clip video che del pezzo riporta solo gli ultimi tre minuti perchè - al di là dell'indiscusso splendore dell'intera pagina sia nell'esecuzione originale che nella trascrizione - a mio avviso bastano già a farci percepire ancora una volta la straordinaria modernità bachiana.  
Ciò grazie al pianoforte che, se da un lato dona particolare morbidezza al brano, dall'altro ne sottolinea e accentua in tutta la sua grandiosità il carattere polifonico. Ma grazie anche al tocco ora pacato e luminoso, ora energico e risoluto di Hélène Grimaud, in un'interpretazione che - per quanto rispetto ad altri esecutori sia più lontana dai canoni barocchi - trovo comunque decisamente affascinante.

Il tema si snoda con una semplicità fatta di corrispondenze perfette che, ancor prima di dispiegarsi con più ampio spessore, vanno a risvegliare in noi un ritmo, una pulsazione profonda e segreta, quasi Bach ce lo portassimo dentro da sempre senza saperlo, inscritto nel dna dell'anima come una scintilla divina che le note fanno rifiorire.
Il fatto è che la Ciaccona, al di là del suo riecheggiare altri testi bachiani - per esempio l' "Invenzione a due voci n.14 BWV 785" qui riconoscibile a mio avviso a 1,16 dall'inizio - ci regala per così dire l'essenza stessa di Bach che, come linfa sotterranea e vivificante, scorre in ogni sua composizione. 
Una sintesi di rigore e inesauribile inventiva, una creazione di mirabile unità nella diversità, come spesso percepiamo proprio nelle opere in cui ad un'aria seguono delle variazioni, a cominciare dalle "Goldberg".

E le mani della Grimaud sembrano danzare in un gioco che - dalla lentezza iniziale, dove ogni singola nota risuona limpida, scandita con una misura che ce ne fa cogliere anche il minimo riverbero - si fa poi più articolato nella serie via via più incalzante e accesa di accordi e vibranti dissonanze.  
Note come gocce lievi che disegnano una trama di preziosità senza tempo; tocchi delicatissimi, poi fremiti che vanno facendosi più intensi e progressivamente più martellanti fino a divenire cascata di acque impetuose.
Un Bach immenso: dolce e drammatico, semplice e grandioso insieme, modernissimo e vivo nella sua capacità di parlarci con forza, aprendoci - oggi come ieri - a dimensioni e profondità di splendore assoluto.

Buon ascolto!

Qui di seguito, trovate i link dell'intera esecuzione della Ciaccona, prima al violino e poi al pianoforte:
 - https://www.youtube.com/watch?v=1p2yzke_550
 - https://www.youtube.com/watch?v=pkOH-MtUplU

domenica 28 settembre 2014

Colori e nebbie

Da qualche giorno è iniziato l'autunno: uno scivolare lento nella stagione forse più affascinante delle altre. 
E se mirabile è il modo in cui la natura ci parla in ogni momento, spesso è questo periodo dell'anno, così ricco di sfumature e chiaroscuri, a prenderci il cuore.

A celebrare l'autunno nella sua magnificenza di colori, ma anche nelle sue atmosfere indefinite e nello struggente spegnersi della luminosità estiva, hanno contribuito diversi artisti, come già vari amici blogger hanno ricordato nei giorni scorsi
Molte le voci poetiche: da Cardarelli a Quasimodo, da Rilke alla Dickinson o alla Merini, senza dimenticare la dolcezza di Diego Valeri. Così pure svariati pittori - da Monet a Boccioni, solo per citarne alcuni - e naturalmente anche musicisti: prima di tutto Vivaldi con "Le quattro stagioni", ma accanto a lui per splendore Haydn, col suo Oratorio intitolato appunto "Le stagioni".

Tuttavia, quello che desidero proporre oggi non è un brano di musica a programma, ma un pezzo che mi ha preso al primo ascolto come raramente mi capita, e che mi pare in straordinaria sintonia con queste prime giornate di autunno. Sembra infatti fondere timbri, colori, atmosfere, sfumature, nostalgie che la stagione porta con sè: dal fulgore di tinte di cui si riveste la natura, al suo lento, inesorabile digradare verso le brume e l'ombra invernale.

Si tratta di un brano di Robert Schumann (1810 - 1856): il terzo movimento, "Adagio espressivo", dalla "Sinfonia in Do maggiore n.2 op. 61", scritta nel periodo in cui il compositore iniziava ad essere tormentato da quei disturbi nervosi che lo avrebbero portato alla morte una decina d'anni più tardi. 
Una pagina sofferta quindi, ma al tempo stesso pervasa da sprazzi di luce, nella quale l'autore trasfonde la propria anima con evidente passione.

Nell' "Adagio", la suggestione intensissima e quasi rapinosa dell'esordio in do minore ci conduce subito al cuore di un tema struggente e intriso di malinconia che - annunciato dagli archi e ripreso dall'oboe - va poi aprendosi con accenti di maggiore ampiezza che danno crescente respiro alla melodia. 
E' un anelito verso la luce che ora sale con drammatico spessore, ora va spegnendosi dolcemente, come sentiamo anche dai larghi intervalli - di sesta e di ottava - ascendenti e discendenti, di cui è intessuto il brano.

Delicatissima la parte centrale col tema fugato: note scandite con leggerezza e insieme con rigore, simili a passi lievi nella nebbia che ci immergono in una solitudine ovattata come talora solo il paesaggio autunnale sa regalare. 
E' quasi un clima di sospensione quello che si avverte, fino a quando alla fuga non s'intreccia di nuovo il tema iniziale dispiegandosi più largamente.

Davvero adagio espressivo come recita la didascalia: un pezzo intensamente lirico e - a mio modesto avviso - di grande modernità per l'epoca in cui è stato scritto. Se infatti da un lato vi si possono cogliere riferimenti a compositori del passato a cominciare da Bach, dall'altro, per alcuni aspetti il brano mi sembra superare i canoni romantici, anticipando certe atmosfere che - di lì a qualche decennio - vivranno in modo più ampio e approfondito per esempio in Mahler. 
E' un'impressione del tutto soggettiva e forse priva di reali riscontri; tuttavia mi piace pensare che nel cuore del compositore boemo possa essere rimasta la suggestione di questo Schumann del quale, del resto, conosceva l'opera per aver riorchestrato e diretto alcune sinfonie tra cui proprio la seconda.

Una musica che ci parla d'infinito splendore e di malinconia, dove i fiati che rispondono agli archi sono intrisi di nostalgia come i colori delle foglie d'autunno, e l'esperienza emotiva di Schumann si traduce immediatamente in note con una passione che travalica ogni cosa. 
Magistrale, infine, la direzione di Karajan che, con delicatezza e intensità, ci guida nell'anima del compositore aiutandoci a coglierne ogni sfumatura.

Buon ascolto!

domenica 21 settembre 2014

Non compleanno

Vi ricordate la storia di "Alice nel paese delle meraviglie" ???
Tutte le persone di una certa età - ma senza dubbio anche molti giovani - avranno in mente la bionda fanciulla creata da Lewis Carroll che, in sogno, entra in un mondo di fantasia incontrando tante creature bizzarre.
Viene così coinvolta in svariate avventure all'interno delle quali regna talora la sproporzione con la realtà circostante e la vita diventa necessariamente una continua ricerca di equilibrio. 
Il "paese delle meraviglie" infatti, è un luogo in cui tutto è rovesciato in un continuo scambio tra alto e basso, grande e piccolo e i dialoghi con le figure che la protagonista incontra sono pieni di indovinelli e significati nascosti.

E' a questo proposito che mi è tornata in mente una singolare ricorrenza che troviamo nel seguito della storia intitolato "Attraverso lo specchio", e in particolare nell'episodio in cui Alice incontra la figura di Hampty Dumpty: il Non compleanno!
E' un'idea che mi è sempre piaciuta perchè, contraria al convenzionale concetto di festa cui siamo abituati, ne trasferisce la gioia dallo straordinario al quotidiano. Non più evento unico nel corso dell'anno finito il quale tutto ritorna nella monotonia o nel grigiore, ma l'esatto e interessante capovolgimento delle cose, un'idea giocosa, ma non priva di un suo senso profondo.  
In realtà, siamo stati abituati a festeggiare la meta, ma non le fasi del cammino; il compimento, ma non la strada affrontata; mentre la favola insegna che è bello e possibile anche il contrario.
Non più scintille e bollicine per un solo giorno, ma la sorridente volontà di festeggiare ogni momento, nella consapevolezza che un traguardo importante e atteso non nasce in 24 ore, ma si costruisce lungo un percorso fatto di tempo e scandito da eventi spesso piccoli e tuttavia non per questo meno significativi.
E poi, vogliamo considerare il vantaggio di essere in festa per 364 giorni ? Allora evviva il Non compleanno!!!

Tutto questo discorsino per dire che, oggi, ho deciso di festeggiare uno dei 364 Non compleanni del mio blog!....(Ah, ah, capito dove volevo arrivare???)
E' pur vero che "Gioire in Musica" arriverà a quattro anni tra meno di un mese e potevo aspettare, ma...che volete?...quest'idea, con la sua aria più leggera e informale, mi ha intrigato. 
E allora festa sia, dedicata a tutti coloro che passano di qui, conosciuti e sconosciuti, amici vecchi e nuovi!!!
Non ho torte o pasticcini, ma con un po' di immaginazione potete accomodarvi qui sopra alla tavola dove Alice, il Cappellaio matto, il Leprotto bisestile e il Ghiro - lo vedete, piccino!, che occhieggia da una teiera? - prendono il tè.

Siete tutti invitati: da voi aficionados che, con pazienza infinita, commentate il blog dai suoi esordi o quasi, a voi che vi siete aggiunti strada facendo. 
Da chi passa saltuariamente per un saluto, a chi resta in silenzio davanti al computer ad ascoltare, o magari ogni tanto manda un messaggio, una parola di incoraggiamento, segnali di fumo insomma come fossimo indiani in lontane praterie, che mi aiutano - non immaginate quanto! - a tener vivo il focherello dell'entusiasmo.
A tutti grazie della vostra presenza e della vostra sensibilità!!!
E' proprio questa condivisione talora esplicita, talaltra sotterranea e nascosta ma non meno vera, ad unirci nel segno della Musica e a rendermi sempre più convinta della necessità, ora più che mai, di restare ancorati alla Bellezza.

Allora, la mia gratitudine si esprime oggi attraverso una creazione leggera e festosa e non poteva essere che un brano di Mozart: il primo tempo, "Allegro", del "Divertimento in Re maggiore K.136", una forma musicale molto in voga nel Settecento appunto per celebrare gioiose ricorrenze.
Scintillante vivacità e scorrevolezza sono le caratteristiche di questo pezzo per archi scritto dal compositore a soli sedici anni (!) e che i componenti del "Quatuor Ebène" con la loro fusione strumentale rendono, a mio avviso, splendidamente.
Ci fanno infatti percepire il tono brioso del brano e la sua trasparenza, insieme a qualche lieve tocco malinconico - incantevole il pizzicato del violoncello! - che prelude a quello che sarà poi il Mozart più intenso e maturo.

Buon ascolto!
(e naturalmente buon Non compleanno a tutti!!!)

 

domenica 14 settembre 2014

Nel segno della luce

A una come me, che ama da sempre la montagna con l'incanto dei suoi panorami, non può non far piacere la notizia riportata proprio ieri con ampiezza d'informazioni dal Corriere della Sera.
Il prossimo 18 settembre si aprirà a Milano, a Palazzo Reale, una retrospettiva su Giovanni Segantini (1858 - 1899) che vedrà in mostra ben 120 opere dell'autore tra dipinti, disegni e alcuni inediti. 
Dire Segantini infatti è pensare subito alle sue famose rappresentazioni di paesaggi montani con tutta la loro suggestione di luce e di colore.

Tuttavia, l'iniziativa - a quanto leggo - andrà ripercorrendo l'intero itinerario artistico e tutte le tematiche più care al pittore. Saranno esposte opere degli inizi caratterizzate da un realismo intimistico, fino ai dipinti che vedono Segantini muoversi tra Simbolismo e Divisionismo del quale, in particolare, è stato il maggiore esponente italiano. Opere famose dedicate certo alla montagna, al mondo contadino, al tema della maternità, alla ritrattistica, ma anche ad alcuni scorci della Milano del suo tempo.

Proprio tra questi ultimi è il dipinto che desidero presentarvi oggi e che - al di là dei miei amati panorami di montagna - mi ha notevolmente colpito. 
Si tratta di un olio su tela intitolato "Il Naviglio a Ponte San Marco", proveniente da una collezione privata. 
La rappresentazione di qualche angolo tra i più caratteristici di Milano - e in particolare del Naviglio di San Marco - ha impegnato anche altri artisti contemporanei o comunque cronologicamente non lontani da Segantini, come Gola, Canella o Inganni, solo per citarne alcuni. Tuttavia, trovo questo quadro ricco di particolare attrattiva.

Si tratta di un'opera che - nonostante gli anni trascorsi dal pittore a Milano non siano stati i più felici - ci offre un respiro di serena luminosità sia attraverso i colori che nella sua impostazione prospettica.

E' il punto di vista a conferire fascino all'inquadratura: non a livello dell'acqua e neppure all'altezza del ponte, ma pensato in modo che protagonista del dipinto sia proprio il Naviglio. Se da un lato infatti sembra venirci incontro, dall'altro disegna una prospettiva che conduce il nostro sguardo fno in fondo.
E' quasi uno scatto fotografico che ci fa scoprire infiniti particolari: prima sotto le arcate dove le case, il barcone e il verde si specchiano nell'acqua e la riva è affollata di gente a spasso; poi sul ponte dove, sopra alcune figure femminili, palloncini colorati si librano nel cielo di un azzurro primaverile.

Si notino, per esempio, piccoli efficacissimi dettagli: il sorriso della figuretta centrale vestita di bianco, le piante fiorite sul balcone della casa a sinistra o le cascate di verde, qua e là. 
E ancora, le case dalle facciate chiare sulla destra, insieme a quelle nuvole ariose!
Una rappresentazione piena di vita, dunque, un ambiente per certi aspetti rustico e semplice, ma al tempo stesso luminoso e signorile, come l'eleganza evidente nell'abbigliamento, nei cappelli, nel ventaglio o nei parasole colorati.

E come non pensare a Monet, di fronte a quelle dame coll'ombrellino e ai riflessi dell'acqua in primo piano? 
Eppure Segantini giunge a questi risultati senza conoscere le contemporanee ricerche visive degli impressionisti francesi. E se i quadri di Monet ci regalano effetti talora più vibranti, qui l'artista trentino ci offre una luminosità splendente e pura, una rara limpidezza di cielo, di acque e di colori.

Tuttavia, la sua non è semplicemente pittura di genere, ma un'arte che si carica di emozioni, come Segantini stesso afferma in queste parole tratte da una lettera, che sintetizzano splendidamente il suo stile:

"Sotto il pennello la gamma deve scorrere smagliante, e deve far nascere gli oggetti, le persone, le linee, il colore dev'essere intenso e puro perchè la luce sia profonda e vera, il vero così detto si deve oltrepassare (...) davanti all'osservatore tutto si deve fondere in una commozione profonda di vita palpitante."

Così, a commento di queste immagini, mi sono lasciata affascinare da uno splendido brano di Piotr Ilic Tchaikovsky : si tratta del terzo tempo, "Melodia", da "Souvenir d'un lieu cher op. 42" per violino e pianoforte. 
E' una composizione intrisa di intensa e luminosa freschezza, ricca di garbo ed eleganza, e mi pare si accordi all'atmosfera del dipinto, anch'esso probabilmente ricordo di un luogo caro al pittore.  
Nonostante esista anche la versione in cui il violino è accompagnato dall'orchestra, ho preferito questa in cui l'aria è disegnata dallo strumento solista in modo talora più netto, talaltra più morbido, ma improntato a una maggiore essenzialità e delicatezza.
 
E un'ultima osservazione, quasi una piccola coincidenza. 
Il brano, soprattutto nelle battute iniziali, mi fa riecheggiare dentro il clima e la dolcezza romantica di un altro famosissimo pezzo: "Salut d'amour", scritto solo dieci anni dopo da Elgar. 
Non so se è così anche per voi, ma - se volete - potete ritrovarlo qui.

Buon ascolto!

domenica 7 settembre 2014

Suggestioni di Russia

Teofane il Greco: "Trasfigurazione" 
Mosca, Galleria Tret'jakov
Non è sempre facile sintetizzare le impressioni di un viaggio, soprattutto se - nonostante la sua brevità - ci ha condotto in mezzo a tesori di valore inestimabile, ma al tempo stesso ci ha fatto cogliere evidenti contraddizioni e aspetti diversi di una realtà molteplice.

Sto parlando del mio recente viaggio a Mosca e San Pietroburgo (eh sì...ora sapete dov'ero nella mia piccola pausa blog!!!) che mi ha lasciato una ridda di sensazioni diverse, al di sopra delle quali prevale la gioia di aver accostato un mondo di profondo interesse storico, insieme a un patrimonio culturale e artistico di notevolissima attrattiva.

Ma che cosa mi porto dentro di tutto ciò? Cosa mi resta nel cuore con più intensa suggestione?
Certo un insieme di contrasti non soltanto tra la storia passata e quella presente, ma anche all'interno della Russia attuale.

Mosca, Cremlino :  
Cattedrale dell'Annunciazione
Non solo i modernissimi grattacieli di Mosca a fronte della grigia severità delle architetture del periodo staliniano; non solo i Magazzini Gum - oggi sede delle più famose firme della moda - a fronte del Mausoleo di Lenin e delle antiche mura del Cremlino; ma anche i segni evidenti del problematico cammino verso il nuovo, dopo il crollo del vecchio regime sovietico. 
Il processo di apertura verso un'economia di mercato, infatti, insieme a maggiore libertà e spazio all'iniziativa privata, sta creando forti disparità e malcontento in molta parte della popolazione.
Questo ci confemano più volte le guide locali, donne dall'apparenza talora modesta, ma dalla vasta e sicura preparazione. Parlano un italiano quasi perfetto, e mi colpiscono la proprietà e la ricchezza di vocabolario con cui si esprimono, pur non essendo mai state nel nostro paese!

Mosca: Cattedrale di S.Basilio
Tuttavia, dell'ampio panorama culturale, a restarmi dentro più intensamente sono luci e colori, uno sfavillare di cupole dorate e di smalti, insieme all'incredibile ricchezza di opere d'arte che entrambe le città offrono ai visitatori.
E' l'incanto di una storia passata, ricca di interesse e meraviglie senza pari: dai tesori del Cremlino e dei musei moscoviti, allo sfarzo delle residenze degli zar intorno alla città di San Pietroburgo e naturalmente all'Ermitage; dal prezioso splendore delle iconostasi delle chiese ortodosse, allo scintillìo d'oro e alla fantasmagoria delle tante cupole dal disegno orientaleggiante.

E' proprio il patrimonio artistico dell'antica Russia a colpirmi: spiragli di un mondo di fiaba, forme inusitate, incastri di muratura coperti di decorazioni floreali, vivacità di colori in torri e pinnacoli, così come nelle icone splendenti d'oro e di luce. 
 S.Basilio,  interno
  S.Basilio, interno
Sergiev Posad, Monastero della Trinità di S.Sergio 
E canti ortodossi di una bellezza da brivido ascoltati a Mosca, nella cattedrale di San Basilio e a Sergiev Posad, nel Monastero della Trinità di San Sergio.

E poi San Pietroburgo dagli spazi immensi e dalle regge fastose, elegante e severa Venezia del Nord, custode di inestimabili splendori
Bello sapere che alla costruzione dei numerosi palazzi che l'adornano - a cominciare dall'Ermitage - hanno lavorato architetti e scultori italiani tra il Settecento e l'Ottocento; interessante scoprire quanto l'Italia del Rinascimento e del Barocco sia stata presa a modello da tanti artisti locali. 
E altrettanto bello vedere gli accurati restauri che hanno restituito al primitivo splendore regge e palazzi dopo le distruzioni della seconda guerra mondiale.

S.Pietroburgo, tramonto sull'Ermitage
Affascinante poi la Neva, così come gli altri fiumi e canali che attraversano i quartieri del centro storico.
Tuttavia la Prospettiva Nevskij - la più famosa arteria della città - mi appare più che altro trafficatissima e rumorosa, ben lontana dai tratti di poesia con cui la descrive Battiato qui, nella sua celebre canzone.
Ma poco più in là, la Chiesa del Salvatore si specchia nel canale Griboedov sul quale si affacciano piccoli locali dove a sera si fa musica, mentre - più avanti - la piazza dell'Ermitage affonda lenta nel tramonto, solitaria e raccolta pur nella sua immensa apertura, regalandoci una sensazione d'incanto.

S.Pietroburgo, Chiesa del Salvatore 
Sono questi solo pochi cenni, impressioni quasi a caldo di un viaggio che mi porterò dentro a lungo e del quale devono ancora affiorare in modo più compiuto sensazioni e ricordi.
E a commento del post, in mezzo a tante meraviglie che ci offre la musica russa con i suoi numerosi compositori, oggi ho scelto un brano che mi sembra rispecchiare almeno in parte il clima che ho respirato.

Si tratta del "Gloria al Padre...." che conclude la "Liturgia di S.Giovanni Crisostomo op.31" di Sergej Rachmaninov, pezzo brevissimo che il coro canta a voce spiegata regalandoci grandiose e luminosissime sonorità. 
E' un vibrare di note talora in crescendo che ci attraversa facendoci percepire il carattere profondo e meditativo, ma al tempo stesso appassionato e vivace dell'anima russa.

Buon ascolto! 
          

sabato 30 agosto 2014

Uno sguardo dal ponte

Vacanze agli sgoccioli ed è tempo di salutare, mentre la mente e il cuore sono ormai proiettati in avanti, ai giorni che verranno e si fatica un po' a vivere il presente in piena distensione.
Peraltro, quest' ultima settimana - al contrario di quelle che si sono succedute finora - ci sta riservando tempo più soleggiato e, dopo le abbondanti piogge, il verde dei prati brilla ora più intenso tanto che non si finirebbe di contemplarne lo splendore. 
Allora continuo a scattare foto, non me ne sazio mai.

"Ma sono sempre le stesse degli altri anni!..." mi dice qualcuno.
 Sembrano le stesse.....e invece no, non è così!!!
A guardar bene, se simili sono le immagini o le varie inquadrature, non sono uguali la luce, la trasparenza del cielo, la posizione del sole, le nuvole che di prima mattina marezzano di ombre prati e pendii. 
Così pure, non sono uguali i nostri stati d'animo che quasi si trasfondono nella foto rendendola un ricordo unico: ogni cosa, in realtà, è nuova.
Una volta a casa, le immagini restituiranno anche i particolari di una memoria che già portiamo dentro: della gioia o della fatica di quel momento, di quei pensieri o quello stupore, insieme alla rasserenante percezione di averli vissuti e di poterli custodire ormai come prezioso possesso per il futuro. 
Un piccolo pezzo di storia, in fondo, della nostra storia.

E mentre cerco l'inquadratura migliore per fotografare le montagne, mi piace indugiare su di un ponte, osservando le acque che scorrono sotto di me.
Sono tanti i ponti che costellano questa vallata, disseminati in frazioni e punti panoramici: mi appoggio alla spalletta di legno di uno di essi, sentendo l'urto dell'acqua contro i piloni e sostando a contemplare il suo fluire ininterrotto tra sassi e rupi.
Con le piogge di quest'estate, dove la pendenza è più accentuata le acque erano spesso limacciose e scure. Ma anche adesso che, tornato il bel tempo, sono di nuovo limpide e trasparenti, il caldo delle ore centrali della giornata, sciogliendo i ghiacci su in alto, le alimenta rendendole più impetuose.

E' bello allora fermarsi a dare uno sguardo dal ponte: l'acqua che scorre è fonte di osservazione continua nella varietà infinita e sempre nuova del suo andare. 
Ma è piacevole ascoltarne anche il suono, la musica direi. 
Anch'essa è varia: ora lieve e sottile, ora vero e proprio fragore - secondo la direzione del vento, l'ampiezza o la pendenza del torrente - ma sempre capace di entrare in noi regalandoci un senso di più ampio respiro e di profonda distensione.

Così, mi piace commentare osservazioni e immagini, con una luminosa composizione di Giovanni Allevi.
Si tratta di "Giochi d'acqua" dal cd "Alien", brano per pianoforte solo che alterna delicatezza e impeto, sprazzi di vivacità talora proprio giocosa ad altri più lenti e pacati, mentre i passaggi da una sezione all'altra del pezzo sono sottolineati da frequenti cambi di tonalità.
Varietà di temi e di atmosfere quindi, come vario è lo scorrere di un torrente: note come piccoli ruscelli di acqua fresca che s'ingrossano tempestosi o si assottigliano fino a diventare rigagnoli di poche gocce.
Tutto questo ci fa ascoltare il compositore, alternando tocchi di malinconica dolcezza ad energia gioiosa e appassionata, come è un po' nel suo stile, mentre il tema principale si fa strada con la mobilità inafferrabile di un rivolo d'acqua per riaffiorare - alla fine del brano - con rinnovata, scintillante potenza.

Buon ascolto!

 

domenica 24 agosto 2014

"Il capitan della compagnia..."

Torno dalla mia breve pausa-blog (e più avanti vi racconterò dove l'ho trascorsa...) per condividere qui una bella segnalazione di Claudio Magris sul Corriere della Sera del 20 agosto scorso.
Si tratta di un articolo ("I fiori dell'alpino per il Papa") nel quale il giornalista presenta un libro di Papa Francesco - "Reflexiones espirituales sobra la vida apostolica" - per il momento edito solo in Spagna, ma che con tutta probabilità sarà presto pubblicato anche in Italia. 

In questo testo di meditazioni che s'ispira agli insegnamenti di Sant'Ignazio di Loyola e li commenta, il Papa - cito direttamente dall'articolo - "va al fondo degli elementi costitutivi della fede, ma prima ancora della vita, quali la colpa, la misericordia, il desiderio, la magnanimità e la meschinità, la conoscenza e la torbida accusa di se stessi, il dubbio e l'incertezza, l'amore, la forza d'animo e la grazia."

Fin qui tutto bene, ma nulla di particolarmente sorprendente.
La sorpresa viene invece da una delle tre citazioni di apertura del testo papale: "tre ideali punti di riferimento - sottolinea Magris - o costellazioni cui guardare per tenere la giusta rotta nella propria navigazione"
La prima riporta le parole del gesuita Alonso de Barzana sul desiderio di dividersi in mille per poter stare con le persone amate in ogni angolo di mondo. La seconda riporta i versi del poeta Nino Costa sulla malinconia del lavorare e morire in terra straniera. 
Ma la terza - vero "colpo di genio", come afferma il giornalista - è affidata al finale della canzone alpina "Il testamento del capitano" che recita così:

"L'ultimo pezzo alle montagne / che lo fioriscano di rose e fior".

Conosciamo tutti questo canto dal ritmo lento e cadenzato, quasi solenne come giustamente si addice all'argomento: un canto funebre se vogliamo, ma in realtà uno dei più significativi tra quelli che raccontano la vita degli alpini, fatta di valori semplici ed essenziali come la patria, l'amicizia, gli affetti familiari, l'amore, la natura. 
Il capitan della compagnia, sentendosi vicino a morire, chiama a raccolta presso di sè i suoi alpini e ordina che, dopo la sua morte, il suo corpo venga diviso in cinque pezzi : il primo alla patria, il secondo al battaglione, il terzo alla madre, il quarto alla sua bella e infine il quinto alle montagne.

Come scrive Magris :

"Il testo fondamentale di un grande santo e grande figura storica e il suo commento scritto da un Papa vengono affidati alla superiore verità umana di una canzone che dice, con una semplicità ignara e non bisognosa di letteratura, l'amore, l'amicizia, la buona verità del corpo, il piglio sanguigno e sensuale del vivere alieno da ogni mortificazione e non sgomento di fronte al destino che fa diventare terra e anche rose e fiori...."

Mi piace questo spaziare di Papa Francesco tra teologia e semplicità, il suo riflettere sulla fede affondando le mani in ciò che è concretezza quotidiana per coglierne l'afflato di umanità che la pervade.
Ma insieme ai valori che hanno ispirato il canto, a colpirmi è anche la scelta di un' immagine così luminosa sul destino finale dell'uomo, dove la morte si trasforma in vita e la comunione con una natura profondamente amata è così totale da germogliare in bellezza.
"L'ultimo pezzo alle montagne / che lo fioriscano di rose e fior": parole semplici che la citazione di Papa Francesco fa riecheggiare nella loro grandezza e sacralità. 

Ho riportato qui "Il testamento del capitano" nella bella interpretazione della Brigata Alpina Julia che alterna opportunamente parti cantate a voce spiegata ad altre più sommesse, soprattutto nel riportare le parole del capitano morente e a sottolineare - quasi con pudore - l'intensità degli affetti.
Bello il finale affidato prima al solista e poi ripreso invece da tutto il coro con prorompente, convinta energia!

Buon ascolto!

venerdì 8 agosto 2014

"Maioresque cadunt...."

Tutti sappiamo che a rendere affascinante un panorama, un angolo di natura, ma anche solo l'interno di una casa, concorrono tanti fattori, il primo dei quali è senza dubbio la luce.
Con la sua intensità, i suoi riflessi o le sue variazioni di ora in ora, essa crea infatti prospettive o mette in evidenza inquadrature che diversamente ci sfuggirebbero.
Hanno pienamente ragione architetti e arredatori a dedicare particolare cura all’ illuminazione di un edificio o di una semplice stanza. E’ la luce che definisce gli spazi, conferendo loro rilievo e creando un'infinita gamma di suggestioni.

Ce lo insegnano i grandi pittori, da Caravaggio a Georges de La Tour fino a Monet, ma ce lo rivela prima di tutto la natura stessa, dispiegando mille variazioni di luci e colori dall'aurora al tramonto fino al calar delle tenebre. 
Sono panorami che possiamo contemplare in qualunque stagione e ovunque: dal grigio delle nebbie di pianura alle sfumature viola di un tramonto sul mare, dalla luminosità trasparente del mattino a quella più calda e intensa del pomeriggio.

Dal mio osservatorio estivo che - come ormai sapete - è la montagna, ho modo di cogliere i diversi effetti luministici che si creano col passare delle ore in un luogo in cui la presenza di prati e boschi, rocce e ghiacciai, pinete e radure rende ancora più evidente ogni minima variazione.
Incantevole poi la magìa della sera, soprattutto quando le vallate affondano già nell'ombra, mentre le cime sono ancora illuminate.
Se la giornata è stata serena e tersa, il biancore dei ghiacciai sovrasterà il buio fino a tardi, riflettendo gli ultimi bagliori del sole. 
Ma anche quando il cielo è coperto e promette pioggia, lo spettacolo non è privo di fascino. 
Lampioni e luce del crepuscolo si confondono allora in un effetto singolare, mentre il verde delle pinete scivola nell'ombra ammantandosi gradatamente di mistero.
A sera, dal buio del bosco usciranno più numerose le volpi, andando a punteggiare coi loro occhi fosforescenti l'oscurità dei prati, mentre in alto le cime rifletteranno ancora la luce del tramonto.
E contemplando il panorama, forse tornerà alla mente la bellissima immagine con cui il poeta Virgilio conclude la prima Egloga delle "Bucoliche":
".....maioresque cadunt altis de montibus umbrae".

Così, mi piace accompagnare le due foto riportate qui sopra e scattate nel cuore del Parco del Gran Paradiso, con l'introduzione delle "Waldszenen" op.82 di Robert Schumann (1810 - 1856).
"Scene dalla foresta", appunto, come dice il nome: nove pezzi per pianoforte ispirati al mondo della natura. 
In particolare questo brano iniziale, nella sua ricchezza di sfumature che alterna tocchi di luminosità a sonorità più ombrose, ci guida ad immaginare la vita segreta di fiori, insetti e animali lungo i sentieri del bosco o all'interno della fitta pineta. 
Tuttavia non si tratta di una musica puramente descrittiva, ma la foresta è solo il pretesto o l'occasione per un viaggio del compositore nella propria interiorità, alla ricerca di armonia tra luci e ombre del cuore. Ne deriva una melodia semplice ed elegante che ci parla in modo straordinariamente immediato.

Così, sull'onda di queste note, auguro a tutti voi che passate di qui una buona settimana di Ferragosto e....mi prendo una breve pausa!

Buon ascolto!

domenica 3 agosto 2014

Il rosa degli "epilobium".

Estate strana questa, se pure la si può chiamare estate.
Quando la giornata comincia col sole e finisce con l'acqua....ancora può andare, ma se inizia con la pioggia, la cosa si fa decisamente più problematica.
Ma proprio per questo io - che d'abitudine sono mattiniera e se alle otto e mezza non sono fuori casa mi sento ammalata - nei giorni di maltempo ho dovuto cambiare un po' i miei ritmi vacanzieri per regalarmi una passeggiata pomeridiana.

Sono proprio due passi giusto per sgranchirmi, talora anche verso le sei di sera, quando spiove o magari nuove nubi temporalesche si addensano ancora lontane. 
Prendo un sentiero che sale nella parte alta del mio paesetto dove la visuale si allarga su prati e abetaie, le prospettive si ampliano sulle vallate laterali e le cime sembrano proprio a portata di mano. Qui, oltre alla vastità del paesaggio, la suggestione più intensa è quella del silenzio, rotto - o per meglio dire sottolineato - dal suono del torrente che arriva su dalla valle insieme al vento.

Salgo piano, senza fretta, e data l'ora anche senza una meta precisa: mi basta guardarmi intorno, scattare qualche foto lasciando che respiro, passi e pensieri si armonizzino secondo il loro ritmo naturale. 
Ho bisogno di sentirmi parte della natura, lasciandomi pervadere dallo spettacolo della bellezza e soffermandomi con semplicità ad ammirare ogni dettaglio, dai colori delle farfalle ai fiori.

I fiori, appunto: sono gli "epilobium" ad attirare sempre la mia attenzione, con l'intensità della loro tinta e la delicatezza dei loro grappoletti rosa, tanto che non posso mai tralasciare di contemplarli incantata. 
A una curva del sentiero, c'è un cespo più folto degli altri che mi si dispiega davanti ad altezza di sguardo e quasi mi avvolge, regalandomi la singolare sensazione di essere a tu per tu con un interlocutore vivo, mentre il ronzìo delle api che danzano alacremente di fiore in fiore è l'unico suono che ritma il silenzio circostante.
In fondo, i ghiacciai del Gran Paradiso sono coperti da fitte nubi, mentre più vicino la roccia grigia della cima Pousset, con la sua leggera torsione, sembra emergere da una cortina plumbea.
E' un'immensità che lascia spazio alla contemplazione e ogni volta, davanti al rosa degli "epilobium", mi dico che, nonostante la pioggia, lo splendore del paesaggio che mi circonda è assolutamente impagabile.

E come la delicatezza di un ronzìo d'insetti o di un torrente che scorre lontano non va a spezzare il silenzio, ma - lo scrivevo qui sopra - lo sottolinea, così è l'incanto della musica.
Ed è con un pezzo di Antonio Vivaldi (1678 - 1741) che desidero accompagnare oggi il mio cammino, in particolare con il bellissimo "Largo" dal "Concerto in La maggiore op.3 n.5 RV 519 per due violini, archi e basso continuo" tratto da "L'estro armonico".
E' un brano capace di seguirci dolce e pacato, profondo e sottile lungo i nostri sentieri in cerca di pace, mentre il ritmo che fa da sfondo alla melodia sembra scandire lievemente anche passi e pulsazioni.

Verrà pure il maltempo, ma la natura e la musica ci dicono che la Bellezza è senza fine.

Buon ascolto!