Ancora una volta, la festa di Santa Cecilia che ricorre oggi viene a ricordarci quanto la Musica scenda dall'alto come una scintilla di Paradiso a illuminare la nostra vita.
Nasce dall'alto, fiorisce dall'anima, s'insinua in noi come il rivolo sottile di una sorgente e rimane nel cuore a scorrere con la leggerezza di un ruscello o la potenza di un fiume in piena, ricco di passione.
E' da sempre vita che si declina in suoni, infinita e varia come vario e infinito è lo spirito umano dove sette sole note non sono limite angusto alla fantasia, ma orizzonte immenso in cui spaziare volando.
E mi piace pensare che la protezione di Santa Cecilia comprenda proprio tutti coloro che si avventurano in questo volo sognante verso l'infinito della Musica: dai grandi compositori ed esecutori a chi suona solo per diletto, fino ai più piccoli che muovono i primi passi su di uno strumento e sanno gioire della meraviglia delle note con freschezza talvolta rara.
Me lo suggerisce anche il dipinto di Nicola Poussin qui riportato, dove la Santa è raffigurata in mezzo ad angioletti e bambini, quasi a significare il cuore intatto come quello di un bimbo che la Musica ci restituisce, consentendoci di riattingere ad una purezza originaria.
E' per festeggiare allora Santa Cecilia in nome di questa purezza che oggi torno di nuovo a Bach con un brano che - se ce ne fosse bisogno - dimostra una volta di più la grande modernità del compositore e le potenzialità insite in ogni aspetto della sua monumentale produzione.
Si tratta della "Sinfonia" che apre la "Partita in do minore BWV 826" della quale tempo fa avevo postato il brillante Capriccio.
Il pezzo si compone di due parti, Grave adagio e Andante, molto differenti tra loro. La prima è una lenta introduzione dai toni malinconici e drammatici, mentre quella che segue è un'aria variegata come un filo che si dipana e s'inanella in modo sempre più animato fino a lasciare il posto a una vivacissima fuga.
Lo riporto qui in duplice versione: quella originaria e l'arrangiamento fatto da Les Swingle Singers, gruppo mitico (..almeno per me!), specializzato nella riproduzione di musica classica, ma non solo, attraverso il canto a cappella o con l'accompagnamento di un bassista e di un batterista.
Il brano è tratto da "Jazz Sebastien Bach" primo cd del gruppo che risale agli anni Sessanta e che - tra l'altro - ha contribuito a familiarizzarmi con la musica classica.
Immenso Bach! Gli cambi il ritmo - ma rispetto all'originale interpretato dalla Argerich....neppure poi tanto! - e ne viene fuori subito un brano jazz, sincopato e accattivante, nervoso quel tanto che ce lo fa amare subito e capace di restarci nel cuore senza perdere nulla di tutto il suo incanto!
Buon ascolto!
"Gioire in Musica" è un piccolo spazio per condividere lo splendore della musica classica e le emozioni che essa suscita in noi; ma anche un luogo in cui raccontare quanto ogni musica nata dal profondo si intrecci alla nostra esistenza nutrendo il cuore e infondendoci vita, sorriso e limpidezza di sguardi.
giovedì 22 novembre 2012
domenica 18 novembre 2012
Terapie
Nel suo articolo di sabato 17 novembre su "IO donna" infatti, affronta un interessante e delicatissimo argomento domandandosi quanto la forza delle emozioni possa incidere su di una patologia tumorale provocandone l'insorgere o, al contrario, favorendone la guarigione.
E lo fa con riferimento al libro di Christian Boukaram - oncologo e professore di neurologia a Montreal - intitolato "Il potere anticancro delle emozioni" (ed. Urra) di cui riporta alcuni concetti essenziali.
Partendo dall'osservazione che, a parità di fattori di rischio, non tutti sviluppano la malattia, Boukaram afferma che a creare le condizioni perchè si sviluppi o meno un cancro non sono solo fattori ambientali o genetici, ma anche esistenziali; è quindi evidente la presenza di un legame tra il vissuto psico-emotivo di un individuo e l'insorgere della patologia.
Ipotesi non nuove se vogliamo, ma che nel testo vengono suffragate dai risultati di una ricerca condotta presso l'università dell'Ohio che ha verificato l'utilità della terapia psicologica per aumentare la sopravvivenza e ridurre le recidive, in quanto lo stato mentale del paziente è in grado di esercitare una forte influenza sul DNA di tutte le cellule, comprese quelle cancerose.
Anche se una sintesi è spesso riduttiva e l'argomento esige che ogni affermazione sia fatta con molta cautela, è certo affascinante l'idea che la profonda unità del nostro essere - peraltro sostenuta anche dalla medicina antica - crei un continuo scambio tra corpo e psiche. Afferma infatti la Terragni che il messaggio più importante di questo libro è proprio "il superamento dei dualismi che ci affliggono".
E nello stesso tempo, pur senza sminuire l'importanza delle terapie ufficialmente riconosciute, è interessante pensare alla potente funzione che possono svolgere le emozioni positive, quasi come fiori che sbocciano su di un terreno arido e brullo ricostituendone l'integrità e la bellezza.
Ciò mi sembra un'ulteriore conferma del fatto che anche le emozioni offerte dalla sfera dell'arte possono attivare processi terapeutici capaci di incidere a fondo sulla nostra vita.
Nel creare tali processi - ho avuto occasione di dirlo più volte - la musica ha un ruolo di primo piano soprattutto grazie al suo linguaggio che tocca immediatamente le corde della psiche attraverso le frequenze dei vari suoni e il flusso di energia che essi comunicano.
E' una qualità che gli antichi conoscevano bene: nella Bibbia si narra che il giovane Davide placava con l'arpa la follìa di Saul e - per venire a tempi un po' più vicini noi - possiamo ricordare che Bach ha composto le Variazioni Goldberg per alleviare l'ansia e l'insonnia del nobile Von Keyserling.
Oggi poi le applicazioni della terapia dei suoni sono ancora più vaste e lo dimostra il fatto che la musicoterapia è divenuta una vera e propria disciplina paramedica.
Per questo, propongo all'ascolto il "Canone in Re maggiore" di Johann Pachebel (1653 - 1706) che nella profonda regolarità del suo ritmo ci regala una sorta di pacificante respiro.
Si tratta di un brano conosciutissimo, riadattato in numerose versioni moderne - da quella più famosa degli Afrodite's Child in "Rain and Tears" alla più recente dei Modà in "Come un pittore", per fare solo qualche esempio - dove le canzoni sono costruite sullo stesso giro armonico del Canone.
E al di sotto delle ventotto variazioni di cui esso è costituito che si succedono con crescente complessità, il ritmo di fondo - reiterato e sempre uguale - apre davvero il cuore ad una riposante meditazione regalandoci uno sguardo progressivamente più positivo e sereno.
Buon ascolto!
domenica 11 novembre 2012
"Qui danza" : irrefrenabile gioia di vivere.
Osservo dalla finestra i campi dietro casa già in parte allagati, mentre l'occhio mi va al calendario: undici novembre???....
Ma non dovrebbe essere l'estate di S. Martino? E dov'è finita?...
Sento il bisogno allora di ritrovare attraverso la musica quella vivacità e quel colore che il paesaggio odierno non mi offre, per ricomporre almeno nel cuore la luminosità e il sereno orizzonte ora nascosti dietro le nubi.
Per questo, oggi propongo all'ascolto "Qui danza" di Giovanni Allevi,
del quale - tra l'altro - proprio pochi giorni fa è uscito "Sunrise", nuovo cd comprendente una Fantasia concertante di cinque brani per pianoforte e orchestra e un Concerto per violino intitolato "La Danza della Strega".
Ed ecco ancora il tema della danza che ritorna come una sorta di segreto filo rosso, a legare due composizioni che nascono dalla stessa sorgente vitale, anche se profondamente diverse nello stile e lontane nel tempo.
Il pezzo di oggi infatti non è tratto dall'ultima creazione del musicista ascolano, ma dal cd "No concept" del 2005.
Si tratta di un vivacissimo brano per pianoforte solo: gioia di vivere allo stato puro insieme a un sapore un po' rock e un po' jazz, anche se - a proposito di Allevi - di jazz vero e proprio non si può parlare in quanto il compositore ha più volte affermato di non sentirsi portato per l'improvvisazione.
Al contrario, come ha precisato spesso usando un'espressione singolare e incisiva, ogni sua nota è sempre stata scritta sul pentagramma "per decreto dell'anima". E l'accostamento di questi due termini così diversi - uno relativo all'ambito della legge e l'altro a quello dello spirito - mi pare ribadisca con notevole forza quanto sia l'interiorità a guidare l'artista nel progettare ogni sua opera e ogni particolare del processo compositivo.
E' il ritmo la cifra più significativa di questo animatissimo brano, all'inizio martellante e ripetitivo, poi leggero al punto da farsi in alcune battute anche giocoso. Un ritmo che, man mano che la musica procede, ci afferra nel movimento della sua irresistibile e irrefrenabile vivacità fino a coinvolgerci e portarci via - corpo e anima - nel vortice della sua danza.
Un ritmo che ci restituisce sorriso, attitudine gioiosa verso l'esistenza insieme alla percezione che a danzare con noi sia la Musica, la Vita stessa, l'Infinito qui e ora : nell'universale e nel particolare, nel grande e nel piccolo, nella volta stellata e nel fiore, nelle passioni e nei sogni quotidiani, nei sospiri o nelle rabbie.
"Qui danza", e nulla di noi sfugge a questa danza che da ogni lato ci prende e ci avvolge e talora invece non vediamo presi dal chiasso esteriore o interiore.
Ma basterebbe fare un passo indietro quasi a recuperare una visione d'insieme, per cogliere il segreto linguaggio dell'universo e sentir rinascere in cuore la gioia, nell'ebbrezza di un vivacissimo ritmo così come nella delicatezza di un battito d'ali di farfalla.
Ed è proprio ciò che Allevi sembra suggerirci con questa musica carica di irrefrenabile energia.
La clip video - peraltro ricca di splendide immagini - si chiude purtroppo pochi secondi prima che il brano finisca, ma in compenso l'acustica è perfetta.
Buon ascolto!
lunedì 5 novembre 2012
Preludio d'inverno
Primi di novembre: il cuore della stagione autunnale.
Ma si alternano giornate dal tempo un po' strano.
Appena ieri si parlava di ottobrate, poi d'improvviso il freddo pungente ha portato un anticipo d'inverno: mattinate gelide, pioggia insistente, in certe località già la neve.
Oggi invece....sembra primavera e - almeno qui da me - il cielo ci regala una brezza tiepida e una trasparenza che esalta i colori. Ma le previsioni dicono brutto tempo, o forse nebbia.
E' un po' un'altalena, ma per certi aspetti anche un dolce digradare verso la stagione invernale che ci permette di godere di ogni sfumatura dell'autunno abituando al clima gli occhi e il cuore prima di chiuderci nel fascino - ma anche nel disagio - del gelo.
Sarà per questa particolare atmosfera che sono tornata ad ascoltare un artista che amo molto, Sting, in uno dei suoi più affascinanti cd: "If on a Winter's Night...", raccolta dalla quale tempo fa ho già postato qui due brani: "You Only Cross My Mind in Winter", sulle note di una meravigliosa Sarabanda di Bach e "Lo, How a Rose E'er Blooming" ripreso da un canto di Michael Praetorius.
Oggi, in sintonia con questo lento cammino verso l'inverno, è la volta di "Now Winter Comes Slowly", pezzo che ricalca l'omonimo brano di Henry Purcell (1659 - 1695) tratto da una delle sue più celebrate opere, "The Fairy Queen".
Da inglese a inglese, dunque, a distanza di più di tre secoli: da uno degli esponenti più significativi della musica barocca britannica fino al poliedrico Sting che, nel suo itinerario dal rock al jazz e al pop, non ha mai dimenticato la musica classica.
Qui, attraverso la sua interpretazione e la sua voce straordinaria, le antiche note non solo mantengono intatta la propria bellezza, ma a mio avviso assumono un fascino ancora maggiore per l'atmosfera d'incanto fiabesco e d'intimità che Sting sa creare. E proprio lentamente l'artista ci accompagna verso il chiuso dell'inverno, così come il tema iniziale del pezzo scende gradatamente lungo la scala cromatica.
Ho riportato qui di seguito anche la clip video del brano originale nella rappresentazione dell'opera di Purcell: protagonista è la figura che impersona l'Inverno, la musica è uguale, ma diverso il tono, qui meno intimo e molto più marcato e solenne.
Buon ascolto!
Ma si alternano giornate dal tempo un po' strano.
Appena ieri si parlava di ottobrate, poi d'improvviso il freddo pungente ha portato un anticipo d'inverno: mattinate gelide, pioggia insistente, in certe località già la neve.
Oggi invece....sembra primavera e - almeno qui da me - il cielo ci regala una brezza tiepida e una trasparenza che esalta i colori. Ma le previsioni dicono brutto tempo, o forse nebbia.
E' un po' un'altalena, ma per certi aspetti anche un dolce digradare verso la stagione invernale che ci permette di godere di ogni sfumatura dell'autunno abituando al clima gli occhi e il cuore prima di chiuderci nel fascino - ma anche nel disagio - del gelo.
Sarà per questa particolare atmosfera che sono tornata ad ascoltare un artista che amo molto, Sting, in uno dei suoi più affascinanti cd: "If on a Winter's Night...", raccolta dalla quale tempo fa ho già postato qui due brani: "You Only Cross My Mind in Winter", sulle note di una meravigliosa Sarabanda di Bach e "Lo, How a Rose E'er Blooming" ripreso da un canto di Michael Praetorius.
Oggi, in sintonia con questo lento cammino verso l'inverno, è la volta di "Now Winter Comes Slowly", pezzo che ricalca l'omonimo brano di Henry Purcell (1659 - 1695) tratto da una delle sue più celebrate opere, "The Fairy Queen".
Da inglese a inglese, dunque, a distanza di più di tre secoli: da uno degli esponenti più significativi della musica barocca britannica fino al poliedrico Sting che, nel suo itinerario dal rock al jazz e al pop, non ha mai dimenticato la musica classica.
Qui, attraverso la sua interpretazione e la sua voce straordinaria, le antiche note non solo mantengono intatta la propria bellezza, ma a mio avviso assumono un fascino ancora maggiore per l'atmosfera d'incanto fiabesco e d'intimità che Sting sa creare. E proprio lentamente l'artista ci accompagna verso il chiuso dell'inverno, così come il tema iniziale del pezzo scende gradatamente lungo la scala cromatica.
Ho riportato qui di seguito anche la clip video del brano originale nella rappresentazione dell'opera di Purcell: protagonista è la figura che impersona l'Inverno, la musica è uguale, ma diverso il tono, qui meno intimo e molto più marcato e solenne.
Buon ascolto!
giovedì 1 novembre 2012
Ai Santi in terra e in Cielo
A tutti i Santi,
compagni di strada
su questa terra
o già vivi in Cielo,
un ricordo in musica!
Gaudenzio Ferrari (1475 ca. - 1546): "Concerto degli Angeli", Santuario della Madonna dei Miracoli, Saronno.
Giuseppe Tartini (1692 - 1770): "Concerto per violino in mi minore D 56 - Adagio".
compagni di strada
su questa terra
o già vivi in Cielo,
un ricordo in musica!
Gaudenzio Ferrari (1475 ca. - 1546): "Concerto degli Angeli", Santuario della Madonna dei Miracoli, Saronno.
Giuseppe Tartini (1692 - 1770): "Concerto per violino in mi minore D 56 - Adagio".
giovedì 25 ottobre 2012
Ottobre: una straordinaria battuta di caccia.

Ottobre: tempo di uva e di fichi, di funghi e di castagne, stagione di sole ancora tiepido - le splendide ottobrate di questi giorni, appunto - e di brume mattutine.
Ma anche periodo di caccia.
Abito ai margini della campagna e non è raro che, soprattutto la domenica mattina, quando spalanco le finestre senta gli spari dei cacciatori che riecheggiano attutiti dalla lontananza tra campi e filari di pioppi, ma che talora risuonano anche più vicini inducendomi a pensare che qualche volta finirò impallinata mentre stendo la biancheria...
Non mi sono mai interessata di caccia, nè ho particolari conoscenze sull'argomento. Tuttavia ho sempre apprezzato le rappresentazioni che l'arte ha dedicato ad essa nel tempo - sia che fosse praticata per motivi di sopravvivenza, sia come svago della classe nobile - e che hanno attraversato tutte le epoche, dai graffiti rupestri al Medioevo e su fino al Settecento. Miniature, tavole, affreschi, dove la caccia è declinata in tutte le sue caratteristiche: a piedi, a cavallo, coi cani o col falcone, alla volpe, al cinghiale e via dicendo.
Dai famosi cicli dei Mesi al Botticelli, a Brueghel il Vecchio e ancora più in là nel tempo, molti artisti l'hanno rappresentata nelle loro opere.
E spesso si tratta di creazioni in cui gli autori hanno realizzato veri pezzi di bravura per esempio nel raffigurare gli animali.
Tra le varie composizioni dedicate a questo tema, una mi ha sempre colpito in modo particolare. Si tratta della "Caccia notturna" di Paolo Uccello (1397 - 1475) dipinto conservato all'Ashmolean Museum di Oxford.
L'opera - forse l'ultima del pittore fiorentino - si colloca già nella seconda metà del Quattrocento, quando dall'esperienza del Gotico internazionale col suo gusto del decorativismo si passa a nuove ricerche prospettiche su base matematica e all'adozione di differenti moduli compositivi.
A catturare la mia attenzione per questa tavola è stato il fascino della rappresentazione notturna, peraltro rara nell'ambito della pittura del periodo. Ma, oltre a ciò, è proprio l'impostazione prospettica che, insieme alla gamma delle tinte usate, la rende particolarmente interessante.
Ci troviamo di notte in una foresta dove l'oscurità è illuminata dal rosso di panneggi e finimenti e dal chiaro di alcune figure umane e dei cani.
Siamo in piena battuta di caccia e la rappresentazione è concitata. Tuttavia - come si osserva dalla riproduzione completa riportata qui sotto - la scena, ordinatissima, costruita con ritmo e simmetria, in alcuni punti è quasi ferma.
C'insegnano i pittori del Novecento che non basta dipingere un cavallo con una zampa alzata per creare il movimento. E qui, in effetti, le figure rosse a cavallo, soprattutto nella parte destra del dipinto, risultano statiche e quasi bloccate nei loro gesti.Ma è la prospettiva - elemento fondamentale per Paolo Uccello - a ricreare il movimento dandoci da un lato l'dea che le figure si affollino verso il centro del quadro, e dall'altro dilatando lo spazio dello sfondo.
Gli alberi infatti, disposti in filari così da risultare ordinatamente alternati, e la dimensione ben calcolata delle figure dal primo piano a quelli retrostanti, costruiscono un impianto che guida il nostro sguardo fino in fondo alla scena.
Così pure, le macchie di colore distribuite sul tappeto verdescuro del sottobosco creano una sorta di alternanza di chiaro e di rosso invitandoci a seguire la direzione dei cacciatori.
Ma sono i cani, nel loro volgersi ora a destra ora a sinistra, a individuare una prospettiva frantumata in differenti punti di fuga, come diagonali che s'intersecano a creare l'illusione del movimento e a condurci subito là, nel folto e nell'ombra, dove forse si nasconde la preda.
Un'immagine costruita quindi con minuziosa precisione, in una profondità prospettica che la suggestione del buio sembra dilatare all'infinito e a cui i colori - in particolare il rosso sullo sfondo scuro - conferiscono eleganza insieme a un tono quasi fiabesco di mistero.
E a commentare questo mirabile dipinto, ancora un brano di Mozart: il "Rondò - Allegro" dalla celeberrima Serenata n.13 in Sol maggiore "Eine kleine Nachtmusic" (Piccola musica "notturna" ....appunto!) K.525.
Con la vivacità e la leggerezza che lo contraddistinguono, qui messa particolarmente in luce dalla pregevole esecuzione, il pezzo sembra infatti animare la scena del quadro e assecondare con leggiadrìa quel movimento che nasce dagli incroci prospettici.
Buon ascolto!
venerdì 19 ottobre 2012
Aria di festa
19 ottobre 2012 : "Gioire in Musica"
compie oggi due anni e mi piace ricordarlo insieme a tutti voi che
passate di qui perchè è proprio a voi che devo il mio GRAZIE!
Se l'entusiasmo da parte mia, col tempo, invece di affievolirsi è cresciuto, se i miei interessi si sono ampliati, se talora ho scoperto musica nuova sollecitata da qualche suggerimento, il merito è vostro e l'affetto che mi avete fatto respirare in questo piccolo angolo di web mi incoraggia a proseguire.
Ma desidero ringraziare anche coloro - e so che sono tanti! - che, pur non essendo mai intervenuti con i loro commenti, ascoltano puntualmente i brani che di volta in volta amo postare.
L'ho già detto in passato: per me è impagabile gioia pensare che persone conosciute o sconosciute, vicine o forse lontanissime, possano trovare qui uno spazio di serenità nel segno della Musica! E' come lanciare un ponte, aprire un piccolo sentiero di luce, sapendo che qualcuno - magari in un remoto angolo del mondo - lo percorrerà e per qualche momento sarà preso dal luminoso incanto delle note.
La mia gratitudine però va anche a quanti - a volte esplicitamente, ma talora in modo implicito - sono stati all'origine della nascita di questo blog: persone che, per quegli intrecci segreti nel tempo e nello spazio che la vita ci regala, con il loro cuore, la loro arte e la loro esistenza hanno sollecitato in me il desiderio di condividere ciò che amo.
Allora, come lo scorso anno nella medesima occasione, per festeggiare ho deciso di regalarmi (....e regalarvi) un brano di Mozart, l'autore con cui ho iniziato.
E' il terzo tempo, "Presto", dalla "Sinfonia concertante in Mi bemolle maggiore K.364" ad accompagnarci oggi con l'esuberanza che lo contraddistingue: è infatti sul vivacissimo duettare di violino e viola, ora energico ora giocoso, che esso si snoda.
A differenza del tono di malinconica intensità dell' Andante - forse il movimento più famoso della composizione - questo finale ci regala una ricca varietà di timbri in un crescendo di spumeggiante leggerezza.
L'esecuzione decisamente grintosa dei due solisti poi, insieme al loro appassionato coinvolgimento, sembra mettere ulteriormente in luce il tono brioso del pezzo sviscerandone ogni possibile spunto ritmico.
Col risultato di un'irrefrenabile gioia.
Buona visione e buon ascolto!
Se l'entusiasmo da parte mia, col tempo, invece di affievolirsi è cresciuto, se i miei interessi si sono ampliati, se talora ho scoperto musica nuova sollecitata da qualche suggerimento, il merito è vostro e l'affetto che mi avete fatto respirare in questo piccolo angolo di web mi incoraggia a proseguire.
Ma desidero ringraziare anche coloro - e so che sono tanti! - che, pur non essendo mai intervenuti con i loro commenti, ascoltano puntualmente i brani che di volta in volta amo postare.
L'ho già detto in passato: per me è impagabile gioia pensare che persone conosciute o sconosciute, vicine o forse lontanissime, possano trovare qui uno spazio di serenità nel segno della Musica! E' come lanciare un ponte, aprire un piccolo sentiero di luce, sapendo che qualcuno - magari in un remoto angolo del mondo - lo percorrerà e per qualche momento sarà preso dal luminoso incanto delle note.
La mia gratitudine però va anche a quanti - a volte esplicitamente, ma talora in modo implicito - sono stati all'origine della nascita di questo blog: persone che, per quegli intrecci segreti nel tempo e nello spazio che la vita ci regala, con il loro cuore, la loro arte e la loro esistenza hanno sollecitato in me il desiderio di condividere ciò che amo.
Allora, come lo scorso anno nella medesima occasione, per festeggiare ho deciso di regalarmi (....e regalarvi) un brano di Mozart, l'autore con cui ho iniziato.
E' il terzo tempo, "Presto", dalla "Sinfonia concertante in Mi bemolle maggiore K.364" ad accompagnarci oggi con l'esuberanza che lo contraddistingue: è infatti sul vivacissimo duettare di violino e viola, ora energico ora giocoso, che esso si snoda.
A differenza del tono di malinconica intensità dell' Andante - forse il movimento più famoso della composizione - questo finale ci regala una ricca varietà di timbri in un crescendo di spumeggiante leggerezza.
L'esecuzione decisamente grintosa dei due solisti poi, insieme al loro appassionato coinvolgimento, sembra mettere ulteriormente in luce il tono brioso del pezzo sviscerandone ogni possibile spunto ritmico.
Col risultato di un'irrefrenabile gioia.
Buona visione e buon ascolto!
lunedì 15 ottobre 2012
Spalancare lo sguardo
Prendo spunto per il post di oggi da un articolo di Marina Terragni apparso lo scorso 13 ottobre sul settimanale del Corriere della Sera "IO donna" e intitolato "La meraviglia può essere qui".
La brava giornalista vi osserva che anche a poca distanza dalla grande città - Milano nel suo caso - esistono luoghi di tutto riposo che non ci impongono viaggi lunghi o faticosi e possono farci respirare bellezza, luce e silenzio. Giusto "dietro l'angolo" quindi, c'è modo di sfuggire al caos della metropoli e la gita fuori porta da fare in giornata può rivelarsi piacevole e rilassante.
Non occorrono treni ad alta velocità o aerei: basta meno di un'ora di auto per raggiungere, ad esempio, il lago di Como e magari salire con la funicolare ad ammirarne il panorama dal faro di Brunate. O percorrere il lungolago di uno dei paesetti della costiera tra le numerose ville che li abbelliscono, mete tipiche dei milanesi di una volta, ricchi o poveri che fossero.
Ed è un conforto - afferma la Terragni - poter sapere che tante meraviglie sono così vicine a noi, quasi nel tempo reale di un pensiero, di un sogno, di un desiderio da formulare a occhi chiusi.
Anch'io amo molto queste brevi uscite e mi ha sempre attirato la possibilità di andare in cerca di un sollievo interiore così a portata di mano. In fondo, ciò che osserva la giornalista è abbastanza scontato; tuttavia, trovo interessante l'osservazione finale dell'articolo che riporto perchè in qualche modo ne amplia e approfondisce il senso:
"Vicino" è quasi come dire "qui". E forse c'è altrettanta meraviglia ancor più vicino. E allora non è detto che non ce ne sia anche qui, dove mi trovo ora.
Non chiudo gli occhi. Li spalanco per riuscire a vedere."
Ecco: splendido il sogno che ci porta via, l'uscita verso luoghi di tranquillità, il viaggio che ci cambia dentro!
Ma altrettanto affascinante l'idea che la bellezza sia ancor più vicina a noi, magari nel grigiore dell'ovvio dal quale forse non ci aspetteremmo niente; affascinante il pensiero che essa sia un tesoro nascosto da scoprire non chissà dove ma, per così dire, sotto la stufa di casa.
E questo spalancare gli occhi per riuscire a vedere mi piace quasi più dell'intero articolo perchè fa pensare e conduce oltre, ad altre prospettive, verso ciò che la Terragni non scrive ma in qualche modo lascia intendere.
E' questione di sguardo, sono gli occhi dell'anima a rivelarci la vera bellezza, a superare l'apparente opacità delle cose per farcene cogliere lo splendore segreto e ricondurci in definitiva a noi stessi.
Allora, mi permetto di citare anche il post pubblicato recentemente dall'amica blogger Sandra (sandramaccaferri.blogspot.com "L'ombelico del mondo") che, commentando le splendide foto del suo viaggio in Grecia, ricorda - insieme al famosissimo "Conosci te stesso!" - le seguenti parole dell'oracolo di Delfi:
"Se ignori le meraviglie della tua casa, come pretendi di trovare altre meraviglie? In te si trova occulto il Tesoro degli Dei".
"In te": come dire, là dove abiti, nel tuo paese, nella tua casa, nel tuo cuore.
"Occulto": segreto, nascosto forse anche al tuo stesso sguardo che devi spalancare e fare attento per poter vedere dentro e fuori di te!
"Il Tesoro degli Dei" : quel dono divino che in definitiva....sei tu!
Saggezza che giunge a noi dall'antica Grecia, ma che ritroviamo anche in quel filo rosso di pensatori e filosofi che, da S.Agostino in poi, ci ricordano la sacralità del mondo interiore.
E la musica che - come ogni forma d'arte - nutre e custodisce questo mondo interiore con particolare intensità, può aiutarci a spalancare lo sguardo su di esso con un brano dell'autore che, forse più di ogni altro, vi si è addentrato: Frédérick Chopin.
Il "Notturno in do minore op.48 n.1" con le sue note profonde e arcane ci accompagna infatti per il variegato paesaggio dell'interiorità. E' un cammino ora lento e soffuso di malinconia, ora impetuoso e agitato, ora ricco di limpide aperture, dove il tema del brano riaffiora con ricchezza sempre nuova per condurci fino alle più intime delicate sfumature dell'anima.
Buon ascolto!
La brava giornalista vi osserva che anche a poca distanza dalla grande città - Milano nel suo caso - esistono luoghi di tutto riposo che non ci impongono viaggi lunghi o faticosi e possono farci respirare bellezza, luce e silenzio. Giusto "dietro l'angolo" quindi, c'è modo di sfuggire al caos della metropoli e la gita fuori porta da fare in giornata può rivelarsi piacevole e rilassante.
Non occorrono treni ad alta velocità o aerei: basta meno di un'ora di auto per raggiungere, ad esempio, il lago di Como e magari salire con la funicolare ad ammirarne il panorama dal faro di Brunate. O percorrere il lungolago di uno dei paesetti della costiera tra le numerose ville che li abbelliscono, mete tipiche dei milanesi di una volta, ricchi o poveri che fossero.
Ed è un conforto - afferma la Terragni - poter sapere che tante meraviglie sono così vicine a noi, quasi nel tempo reale di un pensiero, di un sogno, di un desiderio da formulare a occhi chiusi.
Anch'io amo molto queste brevi uscite e mi ha sempre attirato la possibilità di andare in cerca di un sollievo interiore così a portata di mano. In fondo, ciò che osserva la giornalista è abbastanza scontato; tuttavia, trovo interessante l'osservazione finale dell'articolo che riporto perchè in qualche modo ne amplia e approfondisce il senso:
"Vicino" è quasi come dire "qui". E forse c'è altrettanta meraviglia ancor più vicino. E allora non è detto che non ce ne sia anche qui, dove mi trovo ora.
Non chiudo gli occhi. Li spalanco per riuscire a vedere."
Ecco: splendido il sogno che ci porta via, l'uscita verso luoghi di tranquillità, il viaggio che ci cambia dentro!
Ma altrettanto affascinante l'idea che la bellezza sia ancor più vicina a noi, magari nel grigiore dell'ovvio dal quale forse non ci aspetteremmo niente; affascinante il pensiero che essa sia un tesoro nascosto da scoprire non chissà dove ma, per così dire, sotto la stufa di casa.
E questo spalancare gli occhi per riuscire a vedere mi piace quasi più dell'intero articolo perchè fa pensare e conduce oltre, ad altre prospettive, verso ciò che la Terragni non scrive ma in qualche modo lascia intendere.
E' questione di sguardo, sono gli occhi dell'anima a rivelarci la vera bellezza, a superare l'apparente opacità delle cose per farcene cogliere lo splendore segreto e ricondurci in definitiva a noi stessi.
Allora, mi permetto di citare anche il post pubblicato recentemente dall'amica blogger Sandra (sandramaccaferri.blogspot.com "L'ombelico del mondo") che, commentando le splendide foto del suo viaggio in Grecia, ricorda - insieme al famosissimo "Conosci te stesso!" - le seguenti parole dell'oracolo di Delfi:
"Se ignori le meraviglie della tua casa, come pretendi di trovare altre meraviglie? In te si trova occulto il Tesoro degli Dei".
"In te": come dire, là dove abiti, nel tuo paese, nella tua casa, nel tuo cuore.
"Occulto": segreto, nascosto forse anche al tuo stesso sguardo che devi spalancare e fare attento per poter vedere dentro e fuori di te!
"Il Tesoro degli Dei" : quel dono divino che in definitiva....sei tu!
Saggezza che giunge a noi dall'antica Grecia, ma che ritroviamo anche in quel filo rosso di pensatori e filosofi che, da S.Agostino in poi, ci ricordano la sacralità del mondo interiore.
E la musica che - come ogni forma d'arte - nutre e custodisce questo mondo interiore con particolare intensità, può aiutarci a spalancare lo sguardo su di esso con un brano dell'autore che, forse più di ogni altro, vi si è addentrato: Frédérick Chopin.
Il "Notturno in do minore op.48 n.1" con le sue note profonde e arcane ci accompagna infatti per il variegato paesaggio dell'interiorità. E' un cammino ora lento e soffuso di malinconia, ora impetuoso e agitato, ora ricco di limpide aperture, dove il tema del brano riaffiora con ricchezza sempre nuova per condurci fino alle più intime delicate sfumature dell'anima.
Buon ascolto!
martedì 9 ottobre 2012
Incanto di una voce
Siete stati mai affascinati dalla voce di una persona mentre parla?
Sì, proprio la voce : non lo sguardo o le mani, il viso o i gesti.
Solo la voce che, con la sua inflessione, il tono, il timbro, il colore, è subito musica e sa narrarci tante cose.
Vellutata o roca, piena o sottile, carezzevole o tagliente, essa racconta di noi come una melodia che si dipana rivelando desideri, ansie, tristezza, allegria, tradendo la minima incertezza o il più piccolo turbamento, o incrinandosi nella profondità della commozione.
Quante cose capiremmo di noi e degli altri se qualche volta potessimo riascoltarci al di là delle parole e la nostra voce potesse essere registrata e tradotta in note! I discorsi diventerebbero spartiti musicali: arie, adagi, fughe, minuetti o rondò a esprimere quell'impulso segreto che ci anima a monte del linguaggio verbale, quel palpito che dà significato e pienezza al nostro dire.
Sarebbe un modo di conoscerci un po' inusitato, ma fecondo di chissà quali scoperte!...
Voce però è anche quella degli strumenti musicali che ci regalano suoni variegati e diversi, ciascuno col suo timbro e la sua peculiarità: dalla dolcezza melodiosa dell'arpa alla potenza degli ottoni, dall'intensità ariosa degli archi fino alla luminosa morbidezza del pianoforte. Per non parlare poi dell'organo che somma tutti i suoi registri in una complessità sonora quasi orchestrale.
E tra queste diverse voci, oggi mi piace soffermarmi su quella del violino che - acuta, sottile, struggente o impetuosa - sa sempre addentrarsi in noi con particolare intensità andando letteralmente a toccare le corde più segrete del nostro cuore.
Quello che propongo all'ascolto è un brano di Camille Saint-Saens (1835 - 1921), compositore, pianista e organista francese di grande creatività, ma famoso presso il grande pubblico soprattutto per la "Danza macabra" e "Il carnevale degli animali".
Tuttavia non è da queste opere che ho preso spunto per il pezzo di oggi, bensì dal suo "Concerto per violino e orchestra in si minore n.3 op.61" di cui ascoltiamo il secondo movimento "Andantino quasi allegretto".
Il brano - qui nella bellissima interpretazione di Zino Francescatti - ci conduce subito in un'atmosfera di profonda suggestione, a cominciare dalle prime battute del tema iniziale che ricordano un po' "Il Cigno", forse la composizione in assoluto più conosciuta del musicista francese.
Si sviluppa poi un vero e proprio dialogo tra il solista e i vari strumenti che riprendono la melodia ampliandone l'aura di tono ancora romantico e reinterpretandola con grande dolcezza.
Segue una parte centrale più movimentata mentre, verso la fine, l'aria iniziale viene ripresa prima dall'orchestra e poi dal violino con accenti ancor più toccanti: delicatissima voce che ci parla con incanto e intensità.
Buon ascolto!
Sì, proprio la voce : non lo sguardo o le mani, il viso o i gesti.
Solo la voce che, con la sua inflessione, il tono, il timbro, il colore, è subito musica e sa narrarci tante cose.
Vellutata o roca, piena o sottile, carezzevole o tagliente, essa racconta di noi come una melodia che si dipana rivelando desideri, ansie, tristezza, allegria, tradendo la minima incertezza o il più piccolo turbamento, o incrinandosi nella profondità della commozione.
Quante cose capiremmo di noi e degli altri se qualche volta potessimo riascoltarci al di là delle parole e la nostra voce potesse essere registrata e tradotta in note! I discorsi diventerebbero spartiti musicali: arie, adagi, fughe, minuetti o rondò a esprimere quell'impulso segreto che ci anima a monte del linguaggio verbale, quel palpito che dà significato e pienezza al nostro dire.
Sarebbe un modo di conoscerci un po' inusitato, ma fecondo di chissà quali scoperte!...
Voce però è anche quella degli strumenti musicali che ci regalano suoni variegati e diversi, ciascuno col suo timbro e la sua peculiarità: dalla dolcezza melodiosa dell'arpa alla potenza degli ottoni, dall'intensità ariosa degli archi fino alla luminosa morbidezza del pianoforte. Per non parlare poi dell'organo che somma tutti i suoi registri in una complessità sonora quasi orchestrale.
E tra queste diverse voci, oggi mi piace soffermarmi su quella del violino che - acuta, sottile, struggente o impetuosa - sa sempre addentrarsi in noi con particolare intensità andando letteralmente a toccare le corde più segrete del nostro cuore.
Quello che propongo all'ascolto è un brano di Camille Saint-Saens (1835 - 1921), compositore, pianista e organista francese di grande creatività, ma famoso presso il grande pubblico soprattutto per la "Danza macabra" e "Il carnevale degli animali".
Tuttavia non è da queste opere che ho preso spunto per il pezzo di oggi, bensì dal suo "Concerto per violino e orchestra in si minore n.3 op.61" di cui ascoltiamo il secondo movimento "Andantino quasi allegretto".
Il brano - qui nella bellissima interpretazione di Zino Francescatti - ci conduce subito in un'atmosfera di profonda suggestione, a cominciare dalle prime battute del tema iniziale che ricordano un po' "Il Cigno", forse la composizione in assoluto più conosciuta del musicista francese.
Si sviluppa poi un vero e proprio dialogo tra il solista e i vari strumenti che riprendono la melodia ampliandone l'aura di tono ancora romantico e reinterpretandola con grande dolcezza.
Segue una parte centrale più movimentata mentre, verso la fine, l'aria iniziale viene ripresa prima dall'orchestra e poi dal violino con accenti ancor più toccanti: delicatissima voce che ci parla con incanto e intensità.
Buon ascolto!
mercoledì 3 ottobre 2012
Dolcezza di una colonna sonora
Quando un brano di musica sa toccare il nostro cuore, non importa che venga dal passato o dal presente, che il suo autore sia più o meno famoso e celebrato, che si sia occupato di musica squisitamente classica o di altri generi.
Se le sue note sanno raggiungerci nel profondo arrivando fino a quel luogo segreto dove noi...siamo veramente noi, lo scopo è raggiunto: il compositore ha attinto alla sorgente della Musica - e qui mi piace usare proprio la maiuscola! - e ne ha saputo rivelare quella ricchezza pulsante capace di toccare la nostra esistenza.
Sarà un concerto classico o un brano jazz, un canto polifonico o una canzone, una sigla o una musica da film: se sa parlarci, diventa un piccolo grande tesoro da custodire in cuore e di cui nutrirsi fino ad averne illuminato lo sguardo. Così, una melodìa ci può "prendere" in un teatro, in una sala da concerto, ma anche per strada, nel sottofondo di una pubblicità o attraverso una colonna sonora e via dicendo.
Ed è proprio sul fascino di una colonna sonora che desidero soffermarmi oggi.
Non è la prima volta che parlo di questo argomento, ma l'ho fatto scegliendo spesso commenti musicali che comprendevano pezzi del repertorio classico. Penso, per esempio, al Beethoven della scena finale del film "Il discorso del re", o all'Adagio di Barber a conclusione del famosissimo "Platoon", o a quell'incantevole Vivaldi che accompagna una delle più belle sequenze di "Shine".
Tuttavia, al di là di questo, il panorama musicale è ricco di compositori contemporanei che hanno creato splendidi pezzi appositamente per il cinema o la tv. Ho in mente prima di tutto il grandissimo Morricone, ma - per restare solo in ambito italiano - anche Piersanti, Piovani, per certi aspetti Einaudi e altri autori di pregio tra i quali, in particolare, Dario Marianelli.
Si tratta di un artista che ha firmato le musiche di numerosi film tra cui "Espiazione" - per il quale ha vinto l'Oscar per la miglior colonna sonora - e il famosissimo "Orgoglio e pregiudizio". Ed è da quest'ultimo che voglio condividere qui una piccola selezione di pezzi.
La pellicola che riprende il capolavoro di Jane Austen, vero e proprio classico della letteratura inglese, è stata diretta da Joe Wrigth nel 2005 ed è l'ultima di varie riduzioni cinematografiche e televisive del romanzo che si sono susseguite nel tempo.
Questa versione ha avuto particolare fortuna per la bella ricostruzione ambientale e la bravura degli attori che conferiscono freschezza al grande affresco della provincia inglese del primo Ottocento creato dalla Austen.
Ma insieme alla trama e alla recitazione, è sempre la musica a completare ciò che parole o immagini talora non arrivano a dire.
Ecco allora la colonna sonora che - come sempre - sottolinea, enfatizza, scava, suggerisce, facendo emergere mille sfumature dell'interiorità dei personaggi e delle loro vicende.
E' proprio il caso dei brani di Marianelli che - avvalendosi della English Chamber Orchestra e del pianista Jean-Yves Thibaudet - regala al film un commento musicale di grande fascino, capace di interpretare l'animo dei protagonisti ora con delicatezza estrema, ora con romantica passionalità.
Sono creazioni dalle quali emerge spesso la matrice classica del compositore: non è un caso infatti che le sue melodie rivisitino qualche aria del passato - vedi il brano "Meryton Townhall" ripreso da Henry Purcell - e che altri pezzi s'ispirino un po' allo stile del giovane Beethoven, sia pure con una maggiore semplicità anche di scrittura musicale.
La clip audio comprende i seguenti brani: "Darcy's Letter" - "Mrs. Darcy" - "Dawn" - "Georgiana" - "Liz on Top of the World" - "Meryton Townhall" - "Another dance", un insieme di melodie che ci rimangono dentro con dolcezza e intensità.
Buon ascolto!
Se le sue note sanno raggiungerci nel profondo arrivando fino a quel luogo segreto dove noi...siamo veramente noi, lo scopo è raggiunto: il compositore ha attinto alla sorgente della Musica - e qui mi piace usare proprio la maiuscola! - e ne ha saputo rivelare quella ricchezza pulsante capace di toccare la nostra esistenza.
Sarà un concerto classico o un brano jazz, un canto polifonico o una canzone, una sigla o una musica da film: se sa parlarci, diventa un piccolo grande tesoro da custodire in cuore e di cui nutrirsi fino ad averne illuminato lo sguardo. Così, una melodìa ci può "prendere" in un teatro, in una sala da concerto, ma anche per strada, nel sottofondo di una pubblicità o attraverso una colonna sonora e via dicendo.
Ed è proprio sul fascino di una colonna sonora che desidero soffermarmi oggi.
Non è la prima volta che parlo di questo argomento, ma l'ho fatto scegliendo spesso commenti musicali che comprendevano pezzi del repertorio classico. Penso, per esempio, al Beethoven della scena finale del film "Il discorso del re", o all'Adagio di Barber a conclusione del famosissimo "Platoon", o a quell'incantevole Vivaldi che accompagna una delle più belle sequenze di "Shine".
Tuttavia, al di là di questo, il panorama musicale è ricco di compositori contemporanei che hanno creato splendidi pezzi appositamente per il cinema o la tv. Ho in mente prima di tutto il grandissimo Morricone, ma - per restare solo in ambito italiano - anche Piersanti, Piovani, per certi aspetti Einaudi e altri autori di pregio tra i quali, in particolare, Dario Marianelli.
Si tratta di un artista che ha firmato le musiche di numerosi film tra cui "Espiazione" - per il quale ha vinto l'Oscar per la miglior colonna sonora - e il famosissimo "Orgoglio e pregiudizio". Ed è da quest'ultimo che voglio condividere qui una piccola selezione di pezzi.
La pellicola che riprende il capolavoro di Jane Austen, vero e proprio classico della letteratura inglese, è stata diretta da Joe Wrigth nel 2005 ed è l'ultima di varie riduzioni cinematografiche e televisive del romanzo che si sono susseguite nel tempo.
Questa versione ha avuto particolare fortuna per la bella ricostruzione ambientale e la bravura degli attori che conferiscono freschezza al grande affresco della provincia inglese del primo Ottocento creato dalla Austen.
Ma insieme alla trama e alla recitazione, è sempre la musica a completare ciò che parole o immagini talora non arrivano a dire.
Ecco allora la colonna sonora che - come sempre - sottolinea, enfatizza, scava, suggerisce, facendo emergere mille sfumature dell'interiorità dei personaggi e delle loro vicende.
E' proprio il caso dei brani di Marianelli che - avvalendosi della English Chamber Orchestra e del pianista Jean-Yves Thibaudet - regala al film un commento musicale di grande fascino, capace di interpretare l'animo dei protagonisti ora con delicatezza estrema, ora con romantica passionalità.
Sono creazioni dalle quali emerge spesso la matrice classica del compositore: non è un caso infatti che le sue melodie rivisitino qualche aria del passato - vedi il brano "Meryton Townhall" ripreso da Henry Purcell - e che altri pezzi s'ispirino un po' allo stile del giovane Beethoven, sia pure con una maggiore semplicità anche di scrittura musicale.
La clip audio comprende i seguenti brani: "Darcy's Letter" - "Mrs. Darcy" - "Dawn" - "Georgiana" - "Liz on Top of the World" - "Meryton Townhall" - "Another dance", un insieme di melodie che ci rimangono dentro con dolcezza e intensità.
Buon ascolto!
giovedì 27 settembre 2012
Settembre: vibrazioni d'autunno.
Settembre volge al termine e l'autunno si è già annunziato qui in pianura con le sue brume mattutine, mentre i pomeriggi a volte ci regalano ancora il sole.
Non sono giornate particolarmente limpide e talora mettono un po' di tristezza.
Al contrario, io amo quella luminosità settembrina dal cielo pulito e dai colori caldi, magari un po' sfumati all'orizzonte, che mi riporta al passato.
Un passato remoto direi, quando la campagna era ancora ricca di alberi, la scuola iniziava il primo ottobre e settembre era sinonimo di vacanza. Gli ultimi giorni del mese si potevano dedicare allora a qualche gita o anche solo a un pomeriggio in bicicletta nei campi già variegati di colori tra cascine e antiche pievi, complice il clima più fresco ma gradevole.
Per questo, oggi desidero proporre all'attenzione di chi passa di qui un dipinto che mi ricorda l'atmosfera settembrina di quella campagna ricca di splendore che mi è sempre piaciuta.
Si tratta di un'opera di Claude Monet (1840 - 1926), "Oche nel ruscello", conservata presso il Clark Art Institute di Williamstown nel Massachusetts (USA), ma che abbiamo potuto ammirare lo scorso anno a Milano nell'ambito della mostra dedicata agli Impressionisti della Collezione Clark.
Sono proprio i colori ad affascinarmi per primi, un insieme di sfumature dorate digradanti dal giallo al bruno con quel tocco di pennello della raffigurazione "en plein air" tipica di Monet. Effetti di luce, riflessi e riverberi che ci restituiscono un'immagine vibrante in un gioco di fremiti di foglie ed acqua.
Fremito delle chiome degli alberi che incorniciano il dipinto e subito ci conducono per un sentiero alla casa in fondo, davanti alla quale, nel sole che mi piace pensare sia quello pomeridiano, si svolge una piccola scena familiare.
Ma anche fremito d'acqua, nonostante forse a prima vista sia meno evidente.
E' solo dopo infatti - almeno così a me capita - che si scopre un ruscello, o più che altro uno stagno, dove nuota un gruppetto di oche.
Come spesso accade in Monet, ci cattura prima la visione d'insieme e solo poi si colgono i particolari che emergono dal vibrare delle tinte, quasi tutta la realtà - prima ancora di essere composta da oggetti - fosse una meravigliosa vibrazione di luce dalla quale questi poi, poco per volta, affiorano.
Ed è uno splendido affiorare nel segno del colore, nelle mille sfumature che riproducono l'acqua, nella densità quasi materica di quei cerchi concentrici dove vediamo riflesse le chiome degli alberi, le oche e la natura circostante.
Magìa di una pennellata che crea direttamente l'immagine senza disegno, facendo emergere profondità e spessore, e regalandoci la suggestione di essere davvero dentro il dipinto.
E' infatti attraverso i colori che - come per una sorta di sinestesìa - sentiamo la brezza leggera che increspa la superficie del piccolo stagno e avvertiamo il respiro delle foglie insieme alla dolcezza rustica e luminosa di quella casa, là in fondo, pronta ad accoglierci.
Interessante anche il fatto che il titolo del quadro non prenda spunto dall'intera scena nel suo complesso, ma da un semplicissimo particolare; certo, in primo piano - le oche, appunto - ma in fondo solo un particolare.
Ma è proprio il fascino dell'acqua e dei suoi riflessi che - come in altre opere di Monet - cattura l'attenzione dell'artista inducendolo a fissare l'istante di quella specifica vibrazione per dilatarla poi in una visuale più ampia restituendoci un vasto respiro di serenità.
Per questo, a sottolineare anche con le note l'atmosfera del dipinto, propongo all'ascolto il dolcissimo "Adagio cantabile" dal "Settimino in Mi bemolle maggiore op.20" di Ludwig van Beethoven (1770 - 1827).
Si tratta di una composizione per sette strumenti tra fiati e archi (clarinetto, corno, fagotto, violino, viola, violoncello e contrabbasso) divenuta ben presto molto famosa e della quale esistono numerose trascrizioni.
L' Adagio in particolare, in tonalità di La bemolle maggiore, si snoda con la limpida cantabilità ricca di luminose aperture tipica del primo Beethoven più vicino allo stile di certe serenate di Mozart.
Un brano quindi anacronistico rispetto al clima culturale in cui si situa il quadro di Monet e fuori tempo anche in rapporto a quello che sarà il Beethoven più famoso e celebrato. Tuttavia, a mio modesto avviso, ugualmente capace di farci gustare attraverso le note la leggerezza e il respiro di serenità che il dipinto ci comunica.
A testimonianza dell'universalità della musica e della sua capacità di parlare al cuore dell'uomo superando le barriere del tempo!
Buon ascolto!
Non sono giornate particolarmente limpide e talora mettono un po' di tristezza.
Al contrario, io amo quella luminosità settembrina dal cielo pulito e dai colori caldi, magari un po' sfumati all'orizzonte, che mi riporta al passato.
Un passato remoto direi, quando la campagna era ancora ricca di alberi, la scuola iniziava il primo ottobre e settembre era sinonimo di vacanza. Gli ultimi giorni del mese si potevano dedicare allora a qualche gita o anche solo a un pomeriggio in bicicletta nei campi già variegati di colori tra cascine e antiche pievi, complice il clima più fresco ma gradevole.
Per questo, oggi desidero proporre all'attenzione di chi passa di qui un dipinto che mi ricorda l'atmosfera settembrina di quella campagna ricca di splendore che mi è sempre piaciuta.
Si tratta di un'opera di Claude Monet (1840 - 1926), "Oche nel ruscello", conservata presso il Clark Art Institute di Williamstown nel Massachusetts (USA), ma che abbiamo potuto ammirare lo scorso anno a Milano nell'ambito della mostra dedicata agli Impressionisti della Collezione Clark.
Fremito delle chiome degli alberi che incorniciano il dipinto e subito ci conducono per un sentiero alla casa in fondo, davanti alla quale, nel sole che mi piace pensare sia quello pomeridiano, si svolge una piccola scena familiare.Ma anche fremito d'acqua, nonostante forse a prima vista sia meno evidente.
E' solo dopo infatti - almeno così a me capita - che si scopre un ruscello, o più che altro uno stagno, dove nuota un gruppetto di oche.
Come spesso accade in Monet, ci cattura prima la visione d'insieme e solo poi si colgono i particolari che emergono dal vibrare delle tinte, quasi tutta la realtà - prima ancora di essere composta da oggetti - fosse una meravigliosa vibrazione di luce dalla quale questi poi, poco per volta, affiorano.
Ed è uno splendido affiorare nel segno del colore, nelle mille sfumature che riproducono l'acqua, nella densità quasi materica di quei cerchi concentrici dove vediamo riflesse le chiome degli alberi, le oche e la natura circostante.
Magìa di una pennellata che crea direttamente l'immagine senza disegno, facendo emergere profondità e spessore, e regalandoci la suggestione di essere davvero dentro il dipinto. E' infatti attraverso i colori che - come per una sorta di sinestesìa - sentiamo la brezza leggera che increspa la superficie del piccolo stagno e avvertiamo il respiro delle foglie insieme alla dolcezza rustica e luminosa di quella casa, là in fondo, pronta ad accoglierci.
Interessante anche il fatto che il titolo del quadro non prenda spunto dall'intera scena nel suo complesso, ma da un semplicissimo particolare; certo, in primo piano - le oche, appunto - ma in fondo solo un particolare.
Ma è proprio il fascino dell'acqua e dei suoi riflessi che - come in altre opere di Monet - cattura l'attenzione dell'artista inducendolo a fissare l'istante di quella specifica vibrazione per dilatarla poi in una visuale più ampia restituendoci un vasto respiro di serenità.
Per questo, a sottolineare anche con le note l'atmosfera del dipinto, propongo all'ascolto il dolcissimo "Adagio cantabile" dal "Settimino in Mi bemolle maggiore op.20" di Ludwig van Beethoven (1770 - 1827).
Si tratta di una composizione per sette strumenti tra fiati e archi (clarinetto, corno, fagotto, violino, viola, violoncello e contrabbasso) divenuta ben presto molto famosa e della quale esistono numerose trascrizioni.
L' Adagio in particolare, in tonalità di La bemolle maggiore, si snoda con la limpida cantabilità ricca di luminose aperture tipica del primo Beethoven più vicino allo stile di certe serenate di Mozart.
Un brano quindi anacronistico rispetto al clima culturale in cui si situa il quadro di Monet e fuori tempo anche in rapporto a quello che sarà il Beethoven più famoso e celebrato. Tuttavia, a mio modesto avviso, ugualmente capace di farci gustare attraverso le note la leggerezza e il respiro di serenità che il dipinto ci comunica.
A testimonianza dell'universalità della musica e della sua capacità di parlare al cuore dell'uomo superando le barriere del tempo!
Buon ascolto!
venerdì 21 settembre 2012
Catalizzatori
Con la musica di oggi, desidero augurare un sereno weekend a tutti, ma soprattutto a coloro che per vari motivi hanno avuto una settimana particolarmente pesante o difficile.Capita.
Magari si riprende il lavoro con le migliori intenzioni e qualcosa va storto da subito; o s'inaugura una nuova serie di impegni ma le nostre aspettative vengono immediatamente frustrate.
Sono a volte cose da poco in sè: contrattempi, un appuntamento mancato, treni in ritardo o programmi stravolti ma capaci di oscurare il buonumore creando scompiglio non solo sul piano pratico, ma talora anche psicologico.
Magari sono novità inaspettate alle quali bisogna adattarsi o disagi che ci colgono di sopresa allo stesso modo del grigiore di un temporale improvviso.
E allora???
Allora occorre un antidoto perchè i piccoli guai di ogni giorno non rodano più del dovuto provocando un vero e proprio malumore. E per recuperare serenità occorre un aiuto dal mondo delle note.
"Ma...basta la musica???!!!....."
Mi par di sentire qualche voce incredula...
"Eh...ci vuol altro!!! Almeno bastasse la musica!..."
E invece sì!!! Qui dico e proclamo che basta la musica!!!
Non perchè possa mutare gli eventi o avere effetti magici e miracolistici sulla nostra quotidianità spesso difficile, ma perchè la musica....cambia noi, ci cambia dentro!!! Trasforma il nostro stato d'animo e, agendo come un potente catalizzatore, può modificare le nostre reazioni e alleggerire l'anima restituendoci sorriso e grinta.
E' un'esperienza che tutti abbiamo vissuto in modo più o meno intenso quando ci è capitato di essere affascinati dalla voce di uno strumento solista o dall'intensità di un'intera orchestra, dall'architettura complessa di una fuga o dalla limpidezza di una semplice melodia, da un ritmo o dalla suggestione di un brano polifonico e via dicendo. Abbiamo avvertito allora una trasformazione interiore che - come mi è capitato di osservare anche in passato - ha avuto su di noi un effetto, per così dire, terapeutico.
Così, perchè la musica ci conduca verso quello stato di beatitudine che ci suggerisce lo Snoopy raffigurato qui sopra inebriato dalle note, ancora una volta sono andata alla ricerca di Mozart e in particolare del terzo movimento, "Allegro", dal "Concerto per pianoforte e orchestra n.27 in Si bemolle maggiore K.595".
Si tratta di un brano che - come sempre in Mozart - coniuga profondità e trasparenza e che l'interpretazione raffinata e ariosa, leggera ed elegante di Maria Tipo, a mio avviso valorizza in modo particolare.
Infatti, sia nel rasserenante tema iniziale, gioioso e spensierato come una scena di giochi infantili, che nelle sue articolazioni in tonalità minore e nelle successive riprese, la pianista coglie ogni piccola sfumatura di morbidezza e di canto che ci riporta a quella tipica semplicità mozartiana mai priva di spessore.
Il pezzo si snoda in una sorta di rondò ricco di ritmo e intensità, di modulazioni che parlano al cuore in maniera ancor più significativa se si pensa che l'intera composizione - ultima della serie dei concerti per pianoforte - è stata scritta da Mozart a meno di un anno dalla sua morte.
E non è un caso che lo stesso tema di questo Allegro finale ritorni in un Lied composto dal musicista nello stesso periodo e intitolato "Sehnsucht nach Fruhling" (Nostalgia di primavera).
Quasi una suprema testimonianza del suo struggente amore per la vita.
Buon ascolto!
venerdì 14 settembre 2012
Gli occhi del cuore
Una mattina di settembre a spasso per Milano, in cerca di opere d'arte grandi e piccole, più famose o più nascoste; una giornata in giro per la grande metropoli approfittando del clima piacevole, magari in compagnia di una giovanissima amica fresca di studi e capace di guardare le cose con gli occhi del cuore.Gioia di ritrovarsi, di discorrere, andando insieme con passo sciolto alla scoperta di tesori: tutta nostra la grande città!
Amo molto questo genere di uscite, soprattutto se le si può condividere con chi ha uno sguardo non velato dall'abitudine, ma pieno di stupore.
Saper cogliere il dono che l'arte ci regala, questo mi colpisce nella sensibilità dell'amica che mi accompagna e che accompagno a mia volta: io in un itinerario di strade, musei e monumenti, lei in un itinerario del cuore, attraverso la sua gioiosa meraviglia e il suo contagioso entusiasmo.
E il suo è l'entusiasmo di chi si trova davanti a un'opera d'arte e percepisce che non è un reperto archeologico da ammirare per un momento e poi accantonare, ma una bellezza che entra in contatto con la tua vita e ti parla.
E' l'entusiasmo di conoscere come, attraverso i colori e le forme, qualcuno ha rappresentato l'esistenza, un modo di pensare, di amare, di rapportarsi al mondo, cogliendone la multiforme bellezza...o ha raccontato il passato magari intridendolo del proprio presente, dalla foggia degli abiti, agli ambienti, alle architetture, fino alle pulsazioni del proprio cuore.
Ma è anche la saggezza del comprendere che accostarsi all'arte - comunque essa si manifesti, attraverso le parole o i gesti, le note o il colori... - è sempre un incontro con altri esseri umani che attraverso le loro creazioni ci aprono l'anima: la loro e la nostra.
Se c'è in noi ricettività, non importa che si viva in un'epoca diversa e si portino jeans e scarpe da ginnastica : agli artisti e alle loro opere, senza timore di essere irriverenti, si può dare del "tu" perchè sono divenuti patrimonio universale e particolare insieme, sono entrati in qualche modo nella nostra vita, dialogano con noi.
E credo che il bello stia proprio qui!
Così, oggi, a ricordo della splendida giornata milanese, voglio regalare a chi passa in questo blog un'immagine che ci ha affascinato sopra le altre: il particolare della Maddalena dal "Polittico di Valle Romita" di Gentile da Fabriano (1370 circa - 1427), conservato alla Pinacoteca di Brera.
Al di là dei limiti di questa riproduzione che non sono riuscita a postare in formato più grande, si tratta di una figura di estrema eleganza. La finezza dei tratti, la linea sinuosa del manto che nella parte interna mostra la consistenza di una bianca morbidissima pelliccia, sono dettagli che costituiscono veri pezzi di bravura, come la boccetta di profumo che la Maddalena tiene in mano (qui purtroppo confusa col fondo oro del dipinto), piccolo capolavoro di leggerissima oreficeria.
Un'immagine di leggiadrìa che è difficile dimenticare, come restano nel cuore tanti capolavori visti, ciascuno con una sua unica e irrepetibile ricchezza che ci nutrirà nel tempo.
E così pure - passando dalla pittura alla musica - a ricordo del pregevolissimo organo dell'Antegnati ammirato nel Coro delle monache, all'interno della Chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore, desidero postare qui un vivacissimo brano, appunto per organo.Si tratta della "Toccata" dalla "Sinfonia n.5 in fa minore op.42" di Charles-Marie Widor (1844 - 1937), forse la creazione in assoluto più famosa del compositore francese. Pezzo pieno di ritmo, energia e scintillante sonorità, ma soprattutto ricco di una gioia sorgiva che, a mio avviso, rappresenta bene l'entusiasmo che la giornata milanese ci ha regalato e può ben commentare la sublimità di tante opere d'arte che hanno oltrepassato i secoli.
Buon ascolto!
sabato 8 settembre 2012
"Prendimi" : se la Musica gioca a nascondino.
Quando la vita ci afferra....Sì, ci sono momenti particolari e privilegiati in cui la vita si apre spiegandosi davanti a noi con straordinaria intensità.
Può essere uno spettacolo della natura, la leggiadrìa di un dipinto, lo splendore di una musica o la profondità di una relazione, tutte esperienze che ci possono donare momenti di pienezza, sprazzi di luce che illuminano il cuore.
Ma sempre - comunque si manifesti - l'esistenza può regalare intensità e splendore perchè la Bellezza che in essa ci attira non è tanto il frutto di precisi canoni estetici, ma uno spessore che nasce dall'interiorità e a questa riconduce.
Come un segreto richiamo presente in ogni evento o in ogni immagine - dalle più trasparenti alle più opache - tutto, se restiamo in ascolto, parla alla nostra anima, perchè ha in sè un misterioso rimando a ciò che non è ancora: a una pienezza che s'intravvede di sfuggita, a un grido insito nelle cose, una nostalgìa, una scintilla che per un attimo ci apre all'Infinito quasi ravvivandone un lontano ricordo.
Ed è proprio quella scintilla che si vorrebbe afferrare.
Se poi a parlarci è la Musica, la trasparenza cresce e l'esigenza di cogliere in totalità la vita che essa ci comunica diventa un desiderio talora tormentoso per l'ascoltatore, ma ancor di più per chi la esegue e in particolare per chi la compone.
Per questo, oggi desidero postare "Prendimi" di Giovanni Allevi - qui nella versione per pianoforte solo tratta dal cd "No concept" (2005), e successivamente rielaborata per pianoforte e orchestra in "Evolution" (2008) - brano che è per così dire una sfida che la Musica, quasi una sorta di entità viva e sempre in fuga, lancia al compositore che la vuole afferrare.
Il pezzo si snoda in una gioiosa ed effervescente rincorsa di note dove - come in diversi altri brani del musicista ascolano - si alternano momenti di esplosiva irruenza ad altri di più sommessa, intima dolcezza.
E' un irrefrenabile gioco a nascondino, in cui davvero pare che la Musica si lasci inseguire in una corsa dal ritmo sempre più vivace e impetuoso, per poi a un tratto rallentare, dileguarsi un attimo, far capolino un po' ammiccante dietro un angolo e riprendere la sua fuga a perdifiato.
E' una sfida che essa pone all'artista che, in quanto tale, attraverso le sue note desidera afferrarne il cuore facendola pienamente sua.
E la raggiunge infatti, ma subito la corsa ricomincia verso nuovi e ancor più vasti orizzonti, come un inseguimento che non conosce sosta nè tregua in un continuo incessante anelito.
Anelito che qui Allevi non esprime tanto nel suo lato più struggente, ma in un'attitudine di limpida gioia verso un Infinito colto nell'ebbrezza di un momento, ma poi ancora oggetto di insaziato desiderio perchè - come direbbe Montale - tutte le immagini portano scritto:"più in là".
Buon ascolto!
(mi scuso con con chi ascolta se la copertina del video riporta erroneamente "Evolution" invece di "No concept")
martedì 4 settembre 2012
Rituali
Settembre è iniziato, per fortuna con un clima più fresco che consente - per chi è stato via - un ritorno a casa non troppo spiacevole e una più facile ripresa delle consuete occupazioni.Tuttavia, quando finite le vacanze, ci si deve allontanare da luoghi ricchi d'incanto per tornare alla vita di tutti i giorni, man mano che dal cuore della bellezza la distanza cresce, il distacco si avverte. E' come uno strappo interiore che ci riporta altrove e non c'è come il mutare del paesaggio per condurci poi inesorabilmente a modificare anche i pensieri, riportandoli alle contingenze quotidiane.
Eppure....
Eppure la bellezza che ci ha circondato per un certo numero di giorni può seguirci, accompagnarci ovunque senza mai smettere di cantarci dentro. Lo sappiamo bene non solo se portiamo con noi ricordi e foto, ma soprattutto se in qualche modo essa ci ha cambiato il cuore. Ormai è nostra, e se da una parte il legame che si è creato ci consente di averla con noi, dall'altra non ci si può allontanare da Lei - ne parlo come fosse una persona - di corsa o sbadatamente, così come non si uscirebbe dalla casa di un amico senza salutarlo.
Allora, ogni volta che finite le vacanze, parto dal mio paesetto di montagna, vado sempre a salutare il Gran Paradiso.
E non è cosa dell' ultimo momento, ma una sorta di rituale che sento di dover rispettare dedicandogli tutto il tempo che richiede.
Il Gran Paradiso infatti, più che una montagna, qui è una presenza viva che ti raggiunge in ogni angolo del paese, con una cima, uno scorcio di ghiacciaio, un tratto di parete rocciosa. Una presenza che ritma le giornate nel gioco di luci ed ombre, un costante riferimento di stupefacente splendore o anche solo un segno per capire che tempo farà.Così, vado nell'incanto della Valnontey e mi soffermo su uno dei ponti che attraversano il torrente da cui la valle prende il nome. Lì, sono proprio di fronte alla grande montagna, nel pieno sole e nel vento che anima spesso le prime ore del pomeriggio. Se mi appoggio alla spalletta, posso sentire anche l'urto dell'acqua contro i piloni e immaginare di essere su una nave in movimento.
Sto lì un po'. Non troppo, però, da quando due anni fa mi si è avvicinato gentilissimo un signore chiedendomi se per caso ci fosse qualche problema.... temendo forse che stessi meditando un gesto disperato!...Lo avevo subito rassicurato con un largo sorriso e poi avevo continuato il mio dialogo con la montagna mentre un po' mi scappava da ridere...
O forse mi aveva preso per matta perchè io al Gran Paradiso stavo parlando come si fa con un interlocutore vivo!
E ogni volta salutare la montagna è proprio come rivolgersi ad una persona amica per la quale si prova immensa gratitudine perchè in qualche modo si è fusa con la nostra vita. Una persona che si vuole ringraziare dell'ospitalità, ma alla quale si desidera anche dire che il tessuto del nostro cuore sarà sempre intrecciato al suo.
Allora, meglio delle parole è la musica, con un famoso canto di Bepi de Marzi: "Varda che vien matina", una melodia dallo stile in parte somigliante ad altre dello stesso autore, un'aria colma di dolcezza che evoca la malinconia che coglie chi si allontana dalla persona amata.
Varda che vien matina
zè terminà la note con ti
dame 'l capelo rosso
che te me vardi andare sul prà.
Prima che spunta 'l sole
prima che 'l ciaro riva fin qua
te lassarò 'na strada
come 'na volta pena segnà.
Varda che vien matina
l'erba se piega co' mi da la bruma.
Prima che spunta 'l sole.
Buon ascolto!
Iscriviti a:
Post (Atom)










