venerdì 10 febbraio 2012

Amore al primo ascolto

Ci si può innamorare di un brano di musica al primo ascolto?
Esiste quello che si potrebbe chiamare "colpo di fulmine musicale"?

Certo!!! Molti l'hanno provato e lo sperimentano in continuazione non solo nei confronti di pezzi classici, ma spesso anche con altri generi.
E' la Musica a catturarci con la sua multiforme bellezza!
C'è chi è maggiormente preso dalla melodìa, chi dal ritmo, chi dal suono di un particolare strumento o addirittura dal fascino del primo strumento che si ricordi: la voce.
Basta che le note ci colgano ricettivi, disposti all'abbandono: così si viene presi e coinvolti da una passione che porta a risentire più volte un brano finchè non è totalmente nostro e canta dentro di noi spesso indipendentemente dalla volontà.

Tuttavia ciò non deve indurre a pensare che una musica di fronte alla quale - di primo acchito - restiamo indifferenti o che proprio non ci piace, non possa in seguito diventare oggetto di un amore appassionato.
Non tutti gli autori sono uguali, non sempre rivelano subito il loro splendore, come non sono uguali le nostre disposizioni d'animo momento per momento e le emozioni che ne conseguono. Sono il tempo e la fedeltà a cementare certi amori fino a far divampare vigoroso quello che, all'inizio, sembrava un focherello forse destinato a spegnersi.

Ho provato anch' io, talora, amore al primo ascolto per varie composizioni, ma devo confessare che non poche volte ho avuto difficoltà ad apprezzare subito un brano.
Credo di averne parlato già tempo fa.
Ricordo - solo per fare qualche esempio - di essere stata catturata immediatamente dalla grandiosità wagneriana dell'Ouverture del Tannhauser e così pure da vari pezzi di Haendel, dalle vivaci architetture di certe sinfonie di Mozart come dall'Adagio per archi di Barber.

Ma con tanti altri autori ho avuto bisogno di tempo.
Bach, per esempio - il mio Bach che adoravo già a sedici anni!!! - non mi ha parlato subito in tutto. Se si eccettua la Toccata e fuga in re minore, i Brandeburghesi e qualche contrappunto da L'arte della fuga (tra l'altro nella versione jazz del gruppo Les Swingle Singers), ammetto di aver fatto fatica ad entrare nel vivo di altri brani.
Ma l'ascolto assiduo nel tempo me li ha resi via via più familiari fino a condurmi al cuore profondissimo della loro bellezza e a farmi innamorare di composizioni come le Suites orchestrali, le Partite per clavicembalo o le Suites per cello, per citarne solo alcune.

Parlavo di ascolto assiduo. Sta lì, a mio avviso, il segreto: un ascolto assiduo ma anche libero, quasi indifeso in modo che la musica possa entrare nell'anima.
Magari all'inizio non è il tema principale del pezzo a prenderti, magari ti cattura solo un un passaggio, un accordo, talora la suggestione di una semplice dissonanza.
Eppure, da quel particolare il brano inizia a svelare il suo incanto, a farti entrare nel suo universo inducendoti a scoprire anche il tuo universo interiore. E quando giunge a svelare te a te stesso, quel brano è ormai tuo, in un legame inscindibile.

Innamorarsi al primo ascolto, però, resta sempre un' esperienza che regala grande e spesso indimenticabile emozione.
E' ciò che mi è accaduto anche con il pezzo di F.J. Haydn che propongo oggi. Si tratta dell' Adagio del "Concerto N.1 in Do maggiore per violoncello e orchestra" qui nell'interpretazione di Mstislav Rostropovich.
La voce straordinaria e affascinante dello strumento solista conferisce grande intensità al brano, e la melodia che si snoda dolce e solenne
, sostenuta dal ritmo pacato dell'orchestra, conduce proprio al cuore caldo della Musica.

Buon ascolto!

sabato 4 febbraio 2012

"Tokyo station" : fascino di un non luogo

Arrivi e partenze, viaggi: eventi comuni e frequenti della nostra vita - essa stessa prima di tutto un viaggio - ciascuno col suo fardello di sogni, speranze, incontri, addii, come pure di tanta quotidianità fatta di fatica e pensieri.
Forse per questo treni e stazioni sono stati spesso oggetto di svariate espressioni artistiche.
Poeti e pittori - dal Carducci alla Szymborska, da Turner a Monet - ma talora anche musicisti ne hanno celebrato il fascino e l'atmosfera, le luci e i suoni, o vi hanno visto esempi clamorosi del
dinamismo della nuova società industriale del primo Novecento. Basti pensare al poema sinfonico di Honegger "Pacific 231" ispirato ad una locomotiva in movimento o al dipinto futurista di Carrà intitolato "La stazione di Milano".
Oggi però, soprattutto nelle grandi città, le stazioni - come pure aeroporti, metropolitane, centri commerciali, ecc. - sono diventate ormai dei cosiddetti "non luoghi" : spazi di transito magari forniti di tante comodità, ma in cui folle anonime si sfiorano ogni giorno in pressocchè totale estraneità senza realmente incontrarsi.
Tuttavia, se qualche volta le singole storie s'intrecciano come accade per esempio nel film di Spielberg "Terminal", e lo sguardo dell'artista sa andare nel profondo chiamando le cose ad esistere, allora anche un non luogo può assumere contorni più umani.

Si può inserire in questo quadro una delle recenti creazioni musicali di Giovanni Allevi, tratta dal cd "Alien". Si tratta di "Tokyo station", brano stilisticamente singolare nel panorama compositivo del musicista, a iniziare dalla durata più estesa rispetto ad altri pezzi e alla commistione di elementi della tradizione con quelli della contemporaneità.

E' la ritmica - martellante e fortemente scandita - la sua caratteristica principale, quasi Allevi attraverso di essa abbia voluto riprodurre il traffico animato della stazione di Tokyo: gente frettolosa, treni superveloci, la folla nella sua confusione ordinata tipicamente giapponese.
Eppure, proprio al centro di questo pezzo dai toni rock e da richiami jazz movimentati e coinvolgenti, c'è un nucleo caldo di dolcezza, un secondo tema intenso e melodico, prima delicato e via via più passionale come l'Allevi che già conosciamo.
S
embra infatti che, a un certo punto, il compositore abbia voluto fermarsi, oltrepassare la cortina delle apparenze, guardare nell'anima delle persone e cogliere l'umanità intensa e splendente che si cela anche dentro un quotidiano affannato e convulso.
Così, attraverso le sue note, il non luogo diventa luogo e la musica restituisce identità e poesia ad ogni cosa svelandoci il cuore di chi ci passa accanto.


Come in "Downtown", ancora una volta Allevi fa per così dire la "fotografia" a questa umanità in movimento, osservandola con occhi simili a quelli con cui si guarda intorno in "Notte ad Harlem" aggirandosi per i quartieri di New York, o in "L.A.Lullaby" per le vie di Los Angeles.
E nonostante lo stile di "Tokyo station" in rapporto a questi brani sia diverso, pure anche qui sembra che - a un tratto - dall'anima del compositore esca un moto di amore irrefrenabile che dà significato a tutto ciò su cui il suo sguardo si posa, e sia proprio questo amore a regalare vita chiamando ad esistere ciò che prima era solo anonimato.
Come un filo rosso che - pur nella varietà d'ispirazione e nella diversità sempre inedita del presente - attinge al mistero di un'unica Bellezza.

Buon ascolto!

lunedì 30 gennaio 2012

Gennaio: impressioni di assorto stupore

Il mese di Gennaio volge al termine, i giorni della merla stanno stringendo la campagna nella morsa del freddo. Forse nevicherà....

Al di là dei vantaggi o dei disagi che la neve può portare nel contesto della nostra vita, sempre intensa è la suggestione che regala al paesaggio e grande il suo fascino.
Forse per questo, numerosi sono stati nel tempo gli artisti
che hanno sottolineato con le loro opere la particolare atmosfera che essa sa creare.
Da Carducci a Saba, da Emily Dickinson ad Ada Negri solo per citarne alcuni, molti poeti ne hanno cantato lo splendore. E per passare al mondo dei colori, come non ricordare - per esempio - gli sfondi di paesaggio innevati di Bruegel il Vecchio, o le montagne di Segantini o i numerosi dipinti che gli Impressionisti hanno dedicato proprio alla neve?

E' su uno di questi ultimi che desidero soffermarmi oggi: un'opera di Alfred Sisley (1839 - 1899), "La neve a Louveciennes" (Parigi - Museo d'Orsay), che mi pare adatta all'atmosfera di queste ultime giornate di Gennaio.

E' noto l'interesse pittorico degli Impressionisti per la neve: basti ricordare i numerosi dipinti di Monet su questo tema e la passione di tali artisti per ogni aspetto della natura e del paesaggio che consentisse loro di cogliere "l'attimo fuggente" della luce. Così come hanno amato l'acqua, gli alberi o i giardini in fiore, altrettanta attenzione hanno avuto per la neve poichè essa permette di giocare proprio con la tinta più luminosa - il bianco - variegandone sfumature e gradazioni con diversi altri colori.

Nel dipinto "La neve a Louveciennes", un vicolo tra due muretti di cinta - proprio al centro dell'immagine - apre una prospettiva che converge verso una figuretta scura e poi conduce fino in fondo e forse al di là, al paesetto di cui s'intravvedono case, alberi e un campanile.
Ma è la neve la vera protagonista che tutto ricopre - dal vicolo alla sommità dei muretti, fino ai rami degli alberi - immergendo la scena in un'atmosfera di silenzio e conferendo anche al cielo quella particolare tonalità che solo un paesaggio innevato sa regalare.
Prevale una gamma di colori che vanno dal bianco all'azzurro, ai grigi, al giallino con qualche tocco di marrone e di nero, un impasto di tinte dove sfumature e spessori sono creati direttamente da larghe pennellate non preordinate da un disegno, ma sommarie e veloci per fermare l'istante
.

Amo molto questo dipinto: è il suo silenzio a colpirmi in modo particolare insieme all'atteggiamento raccolto che intuisco in quella figuretta scura.
Va verso il fondo o viene verso di noi che osserviamo?
Chissà... Probabilmente si allontana, ma forse saperlo non è importante ai fini della comprensione del quadro, mentre ciò che conta è solo quel tocco di nero che essa dona a contrasto col biancore.
Tuttavia, la sua presenza suggerisce comunque che siamo noi a procedere con lei in quel silenzio intatto, tra quei muretti a lato che segnano un percorso e al tempo stesso limitano la visuale come una siepe di leopardiana memoria.
Siamo noi a procedere nella calma circostante, chiusi in un cerchio di assorto stupore: uno sguardo al cielo dalla gradazione così indefinita
da non indicarci alcuna precisa ora del giorno, e un altro - incantato e segreto - alla bellezza in cui siamo immersi.

Ma la meraviglia di questo dipinto sta anche nella sua semplicità: piccole cose, uno steccato, un muretto, forse una porta, case, una figura femminile che più che vedere intuiamo nel suo andare, le macchie bianche dei rami innevati e il cielo.
Un'impressione affascinante, dove l'apparente tristezza del paesaggio si stempera in un senso di intimità, un'immagine colta nella verità di un istante e tuttavia nel cuore della sua vaghezza.


A commento del dipinto, propongo un famoso e delicatissimo brano di Claude Debussy (1862 - 1918), compositore considerato dai critici uno degli esponenti dell'Impressionismo in campo musicale.
Si tratta di "Reverie"
, pezzo intenso, meditativo, profondo: una sognante fantasticheria che ci rimanda proprio alla particolare atmosfera che il quadro di Sisley suggerisce.

Buon ascolto!

venerdì 27 gennaio 2012

Il sorriso di Etty

Ci sono documenti di vita vissuta che ci restano dentro insieme ai loro autori non solo per l'interesse storico del contenuto, ma perchè scendono nel profondo dell'anima interpellandoci in modo particolarmente toccante.

E' il caso del "Diario" di Etty Hillesum, ebrea di origine olandese morta a 29 anni ad Auschwitz alla fine del 1943.
Si tratta di un testo che ha avuto larghissima diffusione a partire dagli ultimi trent'anni e dal quale la personalità dell'autrice emerge in modo spiccato con la sua luminosa capacità di reagire al buio della persecuzione nazista.


Il Diario registra infatti gli ultimi due anni dell'esistenza di Etty : dalla sua vita ad Amsterdam a quella nel campo di smistamento di Westerbork, dal forte legame con Julius Spier alle relazioni con familiari ed amici.
Ma a chi lo legge non può sfuggire quanto le sue annotazioni, più che un susseguirsi di eventi esterni, siano in realtà una storia interiore, la storia di un'anima.

Quella di Etty è una progressiva crescita nella consapevolezza di ciò che sta accadendo agli Ebrei, ma soprattutto nella volontà di vivere quell'esperienza preservando in sè viva l'immagine di Dio. Una consapevolezza che si fa strada in modo sempre più chiaro attraverso lo sbocciare della fede religiosa, conseguenza quasi naturale del suo ascoltarsi dentro.

C'è freschezza, c'è sorriso nel suo cuore, ma soprattutto una gratitudine che non solo non viene mai distrutta dal drammatico precipitare degli eventi, ma che nel tempo prende forza e fondamenta sempre più sicure.
Evidentissima è l'attitudine a non lasciarsi fiaccare, a non cedere alla tentazione della paura o del ripiegamento su se stessa: il suo è infatti un andare verso gli altri con altruismo operoso, lo stesso altruismo che la porterà a non tentare di salvarsi, ma ad accettare e condividere la sorte dei suoi compagni di sventura fino alla fine.
Anche la piccola
foto che la ritrae mentre sorride e gioca forse col gatto di casa, restituendoci un'immagine quotidiana, ce la rende vicina nella concretezza del suo vivere e credibile in tutta la sua gioia.
E alcune sue affermazioni hanno il sapore di una preghiera ancora di grande attualità:

"L'unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l'unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini."

Considerazioni che non abbisognano di commenti così come le splendide parole che concludono il "Diario", parole incantate, soprattutto se si pensa che sono state scritte alla vigilia della deportazione ad Auschwitz:

"Si vorrebbe essere balsamo per molte ferite".

Nel "Giorno della Memoria", mi piace allora rendere omaggio a questa donna straordinaria attraverso un altrettanto straordinario Bach e una giovane bravissima interprete.
Il
"Preludio e fuga in la minore BWV 543" trascritto per pianoforte da Liszt e qui eseguito da Lise de la Salle è infatti un brano grandioso e fortemente drammatico, delicatissimo e insieme profondo. E mi pare che ben si adatti alla vicenda di Etty ricordandoci che - davvero - anche ogni autentica espressione artistica può essere "balsamo per molte ferite".

Buon ascolto!

lunedì 23 gennaio 2012

Vedere l'orizzonte

Un timido sole si fa strada stamattina dopo le brine e le persistenti nebbie dei giorni scorsi. Uno squarcio di azzurro illumina il cielo e restituisce respiro.
Vedere l'orizzonte, ecco ciò che mi ridona fiato!
Al di là del fascino che può avere la nebbia con la sua aura di mistero, preferisco infatti poter guardare avanti, avere una prospettiva che si disegna nitida di fronte ai miei occhi, fosse anche in un cielo carico di nuvole.

L'orizzonte ci regala spazio e cammino, suggerisce sogno e avventura; talora è infinito, talaltra invece mostra un limite oltre il quale non ci è concesso andare. Non sempre la campagna è sconfinata davanti a noi, ma a maggior ragione l'orizzonte diventa allora guida preziosa.
Che sia sguardo di largo respiro sull' esistenza o segreta bussola del cuore che ci orienta nei varchi della nostra piccola quotidianità, vederlo ci assicura che non ci perderemo.
Talora sarà saggezza restare ancorati alla sua linea di confine che ci dà la misura del nostro passo
e diventa concreto recinto entro cui coltivare il nostro giardino; altre volte invece, il "campo lungo" sarà stimolo a superare il limite e andare oltre respirando l'ebbrezza del nuovo. Ma sempre il suo profilo nitido o incerto, preciso o baluginante come un miraggio sarà riferimento importante.

Ad aiutarci a dissolvere nebbie e fissare lo sguardo a vicini o lontani orizzonti, oggi ancora una volta è
Mozart con le sue note capaci di nutrire i sogni, tenere alte le speranze e non dimenticare il cielo sulle cose umane.
Sì, ancora Mozart: semplice e profondo, vero, invischiato nella vita e insieme capace di sorriso da una distanza che tutto restituisce in bellezza e tutto assume - luci ed ombre, vivacità e affanno - in uno sguardo di supremo equilibrio, uno sguardo d'amore. Mozart che c' insegna lo spessore e il pianto, ma pure l'incanto e la leggerezza....

Il brano che propongo è l'ultimo tempo della "Sinfonia n.39 in Mi bemolle maggiore K.543", un pezzo che - a mio avviso - fa cantare il cuore e ringiovanisce dentro.
La sua vivacità a tratti tumultuosa, ricca di passaggi che salgono di tonalità in tonalità, ci conduce in continuazione a sorprendenti aperture. E gli squarci in minore che si risolvono quasi subito nei toni maggiori, sembrano suggerirci che la gioia del compositore è frutto di una sofferenza superata e ormai contemplata con distacco - forse con un sorriso - nell'equilibrata economia del tutto.

Così l'orchestra, guidandoci con perfetta coesione verso il finale, sembra disegnare una prospettiva che ci rimane dentro proprio come un gioioso orizzonte dell'anima, a regalare forza e senso al nostro cammino.

Buon ascolto!!!

mercoledì 18 gennaio 2012

Storie di paperi

Ho sempre amato i cartoni animati e, quando mi capita, li guardo ancora volentieri.
Tom e Jerry
, Silvestro e Gonzales, i Flintstones e poi Paperino, Topolino, tanto per citarne solo alcuni, mi hanno spesso divertito per la freschezza delle animazioni e le sfumature tenere, profonde e vere delle loro storie o dei loro caratteri.
In fondo, una proiezione della nostra vita con pregi e difetti in cui ci riconosciamo e che guardiamo volentieri per il garbo con cui sono illustrati: piccole pause di distensione che ci regalano sorriso e serenità.

Fra tutte le case di produzione cinematografica che si sono occupate di cartoni, trovo però insuperabile la Disney che, tra l'altro, ha associato i film di animazione alla musica classica.
Tutti ricordiamo
"Fantasia" con la sua meravigliosa colonna sonora, sia nella vecchia edizione diretta da Stokowskj che in quella più recente da Levine.
Entrambe ci offrono brani e storie suggestive soprattutto per la perfetta simbiosi che fonde note e ritmi con le immagini: da Ponchielli a Beethoven, da Saint-Saens a Dukas, ne derivano infatti episodi in cui la musica non è semplice piacevole accessorio, ma fondamentale elemento espressivo.

Il brano di oggi tratto da "Fantasia 2000" è un insieme di pezzi stralciati dalle Marce N. 1 - 2 - 3 - 4 di "Pomp and Circumstance op.39" di Edward Elgar (1857 - 1934).
La musica - solenne, ritmata, trionfale, scintillante - è qui magistralmente associata alla storia dell'arca di Noè che, a sua volta, s'intreccia con quella di Paperino e Paperina ciascuno dei quali, al momento del diluvio, crede che l'altro sia rimasto in balìa delle onde.

Le note di Elgar quindi - oltre a commentare con potenza la marcia di entrata e uscita degli animali dall'arca - sottolineano ogni sfumatura di una storia d'amore fatta di tenerezza, dramma, nostalgia, sorpresa, in un contesto narrativo non privo di una certa dose di umorismo che si avvale anche di piccoli dettagli per coinvolgerci nella vicenda.

Ma straordinario è pure il modo con cui le immagini - create proprio per valorizzare la musica - si adattano ai ritmi delle note nell'incedere uguale e variato delle diverse coppie di animali
nella parte iniziale, o quando Paperino "dirige il traffico" all'ingresso dell'arca o nelle scene più drammatiche e concitate.
Così, anche le parentesi di dolcezza che la narrazione ci offre sono commentate da una melodia più meditativa e serena, mentre trascinante è la forza gioiosa della marcia finale che, con la sua tonalità maggiore, prelude al buon esito della vicenda.

Note trionfali infatti sottolineano il lieto fine: i due protagonisti si ritrovano e il mondo si riapre davanti a loro, come sembra suggerire Paperino con l'ampio gesto della mano nell'inquadratura conclusiva.

Confesso che mi sono commossa : quando l'Arte ha la maiuscola, riesce sempre ad abbattere le nostre difese e allora anche una semplice storia di paperi può far breccia dentro di noi.

Buona visione e buon ascolto !

(Purtroppo, non essendo più disponibile in data odierna - 13/10/2013 - il video che avevo postato inizialmente, ne riporto altri due: il primo con la musica di Elgar che costituisce la colonna sonora del cartone, e il secondo con le immagini di Fantasia 2000 e solo il primo minuto e mezzo di musiche originali. Ma è tutto splendido ugualmente!!!)

 

domenica 15 gennaio 2012

Rimuovere la pietra

Nei miei anni di frequentazione del mondo delle note, ho sperimentato spesso quanto la musica ci aiuti a ritrovare la gioia dentro di noi.
E' una percezione che ho avuto fin da quando - ancora adolescente - m'incantavo sui ritmi di Bach o sulle arie di Mozart o sugli studi di Chopin.
Se una contrarietà, un'ombra, quel nulla cui spesso non sappiamo dare un nome preciso talora appannava il mio sguardo, ascoltare musica dissipava ogni nube, mi ricuciva interiormente con quel rammendo sottile e
talora dolcissimo che solo le note sanno regalare.
Il Bach dei Brandeburghesi mi restituiva la forza per continuare a guardare in alto e il Mozart di certe Ouvertures mi ricostruiva dentro.
Così - credo di averlo già ricordato altrove - con questa sorta di musicoterapia rifioriva la serenità
.

Ma oggi più che mai, oggi che il peso del tempo e delle vicende che lo accompagnano dentro e fuori di noi tenta spesso di offuscare quel lume segreto che tutti portiamo in cuore, ricorrere alla musica diventa una necessità, oltre che un piacere com'è sempre stato.
Può capitare che incertezze, confusione, timori, magari fatica a ritrovare la nostra autenticità, talora ci blocchino come quando lo scorrere libero di un ruscello è ostruito da una pietra.
La musica sa rimuovere quella pietra: a volte lo fa con grande delicatezza, dando luogo a una lenta trasformazione interiore di cui non siamo immediatamente consapevoli; altre volte ha su di noi un impatto più energico e deciso, coinvolgente e appassionato, e allora una vera e propria cascata di acque sorgive torna a scaturire dagli anfratti della nostra anima.
Ma sempre le note ci riportano a una dimensione esistenziale più alta, ad una Bellezza capace di restituire noi a noi stessi, riconducendoci in quello spazio sacro dove attingiamo la nostra verità.
E dove ricominciamo a vivere.

Il brano che propongo oggi - l' "Adagio-Allegro" iniziale dal "Concerto grosso op.6 n.4 in Re maggiore" di Arcangelo Corelli - ci regala una gioia che affiora dal profondo proprio come un ruscello di acque limpide e rigeneranti riprende finalmente a scorrere libero.
Nella terrena concretezza della tonalità di Re maggiore
sulla quale il tema insiste ritornandovi più volte, il compositore ha creato una vivacissima costruzione musicale avvalendosi dell'energia dei violini solisti insieme al respiro dell'orchestra d'archi.
Un pezzo intenso e scintillante, capace di ridonare sorriso e forza interiore proprio come un gioioso risveglio alla vita.


Buon ascolto!

martedì 10 gennaio 2012

Indimenticabile Faber...

Cadrà domani il tredicesimo anniversario della morte di Fabrizio De André; e anche se l'odierno contesto della canzone ha dato spazio ad altri ritmi ed altri stili, le note di Faber - insieme ai suoi testi così poetici - ci parlano ancora.
Ci parla la sua capacità di toccare interrogativi di fondo, di sentire con profondissima intensità la malinconia del tempo che passa, la solitudine, la nostalgia per l'amore perduto prima ancora dentro che fuori di noi.

Ci parla la sua voce inimitabile che sa farsi dolcissima e insieme irriverente, mentre ci narra fiabe dense di verità o scava nel profondo della nostra esistenza.

Tra le canzoni più significative, ho in mente "Anime salve", "Inverno" o la bellissima "Preghiera in gennaio" tanto per citarne solo alcune: brani che testimoniano il senso religioso del compositore, il coraggio di guardare in viso la morte con occhi disincantati e pure colmi di umana - starei per dire sovrumana - pietà.

Numerose sono state in questi anni le incisioni così come gli arrangiamenti della sua musica volti a rendergli omaggio.
L'ultimo in ordine di tempo uscito lo scorso novembre
è "Sogno N.1", un cd che raccoglie alcuni tra i pezzi più famosi del cantautore, dove la sua voce è accompagnata dalla London Symphony Orchestra che - cosa non nuova nel mondo della canzone - rivisita i brani in chiave classica.
L'operazione ha suscitato discussioni e un po' di sconcerto da parte dei cultori di De André, alcuni dei quali l'hanno accolta con entusiasmo riconoscendo all'orchestra il merito di aver creato arrangiamenti suggestivi e indovinati, mentre altri hanno visto in essa un totale stravolgimento dello stile dell'artista.

Personalmente, apprezzo la versione classica dei brani soprattutto dove li riempie di uno spessore quasi tardoromantico, anche se mi lasciano perplessa talune sonorità orchestrali un po' eccessive all'interno delle quali la voce dell'artista pare quasi forzatamente giustapposta rispetto al più sobrio accompagnamento originario. In ogni caso, "Sogno N.1" offre una rivisitazione per certi aspetti interessante.

Oggi però, desidero ricordare Faber con una canzone che non compare in quest'ultimo cd proprio perchè è già di per se stessa un pezzo classico: "Caro amore".
Il brano infatti - come già era stato per "La canzone dell'amore perduto" la cui aria è ripresa da Telemann - ricalca esattamente le note del famosissimo Adagio del "Concerto di Aranjuez" di Joaquin Rodrigo a cui De André ha aggiunto solo le parole.
Parole che, ancora una volta, ci raccontano il senso della precarietà e la nostalgia per la giovinezza perduta,
dissolta come impalpabile soffio in una parabola che vede affiancato il ciclo delle stagioni a quello dell'esistenza umana.
E il discorso che prende forma sulla fioritura di note della chitarra sembra quasi farsi prosastico proprio come l'inevitabile cammino verso l'inverno dopo "i verdi anni che cantando se ne vanno".

Buon ascolto!



mercoledì 4 gennaio 2012

Magìa di un improvviso

A chi affidare il primo post dell'anno nuovo?
A quali note consegnare i pensieri sui giorni che verrano, le speranze e i progetti, i timori e le incertezze, ma soprattutto il filo prezioso della serenità interiore?

Alle complesse sonorità di un'intera orchestra? A una voce? A un coro? A uno strumento solista?

Oggi ho scelto ancora una volta il pianoforte con un famoso brano di Franz Schubert, l' "Improvviso op.90 n.3 in Sol bemolle maggiore", perchè regala un'armonia davvero sorprendente.
Dalle sue note infatti - dall'onda dello spessore e talora del tormento - riaffiora una melodia rasserenante e gioiosa nella sua delicatezza: un'aria semplicissima sostenuta da continui arpeggi che vanno a sostanziare di profondità anche la più piccola frase musicale.
Un'aria che narra cieli sereni ma pure tempestosi, un tema ora limpido ora irrequieto e tumultuoso, ma sempre risolto in cristallina sorprendente serenità.
Un'onda di vita segreta che scorre simile a un fiume sotterraneo che a tratti riaffiora con impeto. O con dolcezza.

Proprio la dolcezza, infatti, è la cifra che contraddistingue la splendida interpretazione di Krystian Zimerman tesa a mettere in luce ogni sfumatura di questo brano struggente e incantato, sottolineando il continuo rifiorire della melodia dal malinconico tono minore alla gioiosa freschezza di quello maggiore.

E mi fa pensare a quei prati di montagna dove - dopo la pioggia estiva o dopo l'ultima neve invernale - si schiudono i crochi magari in una notte e all'improvviso tutto si copre di magìa. O a quei deserti americani che, a distanza di anni, rivivono il miracolo della fioritura.
O alla nostra esistenza che sembra spesso scorrere uguale, talora ingessata dal bisogno di tenere tutto sotto controllo, anche il futuro, e invece è intessuta di sorprese dietro l'angolo, affidate alla fantasia di Chi ha dispiegato i cieli sopra di noi.

Una musica che suggerisce un sereno abbandono che ci renda capaci di vedere nel profondo, perchè fioriscano i crochi anche nel cuore della nostra quotidianità!

Buon ascolto e ancora Buon Anno!!!


 

sabato 31 dicembre 2011

Il giusto passo

Qual è il giusto ritmo, il giusto passo per predisporsi ad iniziare un nuovo anno?
Forse quello della corsa che spesso ci contraddistingue, o della pigrizia di certe giornate che stentano ad ingranare? Quello affannoso della pur comprensibile ansia del domani o la calma piatta e smagata di chi non si stupisce più di nulla?


A me piace pensare che il giusto ritmo sia quello libero e disteso dell'amicizia, della condivisione, come il dialogo che fiorisce in semplicità tra due amiche, magari a braccetto per strada dove - nell'onda del discorso - il passo prende la sua andatura più naturale e spontanea.
Un camminare confidandosi la vita : cose grandi e cose piccole che poi piccole non sono perchè è il quotidiano con la sua verità e il suo spessore a costruirci dentro.

Un passo simile a quello di chi si trova magari in giro in una città come Venezia che - per necessità di cose - ha un ritmo tutto suo: un procedere sciolto, desideroso di incanto, ma anche un soffermarsi a sottolineare una parola del discorso, un'esperienza, guardando insieme dall'alto di un ponte le acque di un rio in cui si specchiano vecchie case.
Uno scoprire insieme la direzione giusta, angolo dopo angolo, in prospettive ricche di sorprese. Un saliscendi tra calli e campielli per condividerne la bellezza, un ritmo di leggerezza e profondità insieme, di gioco e di danza o di silenzio assorto.
Il giusto passo: quello della gratitudine per gli amici, per chi ti accetta così come sei veramente al di là dell'età, della geografia o della singola storia, se dal profondo affiora un moto di empatia e quel cristallo fragile e prezioso che tutti portiamo dentro manda bagliori di sorriso.


Ed è un brano di Francois Couperin (1668 - 1733) - insieme a Bach e Scarlatti uno dei più grandi clavicembalisti di ogni epoca - che, a mio avviso, rispecchia bene questo ritmo e può diventarne a buon diritto la colonna sonora.
Il
rondeau intitolato "Les barricades mysterieuses" che propongo qui oggi, ha un andamento sereno e animato, leggero e insieme profondo dove la melodia si ripete apparentemente uguale e pur sempre nuova, proprio come un passo dopo l'altro, mai simile al precedente.
Un pezzo a cui potrebbe essersi ispirato Bach per certi preludi del primo libro de "Il Clavicembalo ben temperato", ma nel quale possiamo ritrovare un po' alla lontana anche echi del "Canone" di Pachebel.

Talora gioioso, talaltra dolcemente malinconico, il brano è stato anche opportunamente inserito nella colonna sonora del film "The tree of life" proprio a commento di una scena di giochi.

Del rondeau, originariamente per clavicembalo, ho scelto un'esecuzione al pianoforte che, a mio avviso, lo accende di colore mettendone in luce morbidissimi sfumati.
E certi punti in cui la melodia si allarga indugiando lievemente sulle note, sono proprio simili
al ritmo dei nostri passi quando - nel procedere insieme - ci si sofferma un attimo e poi si riprende il filo del discorso: osservazioni, esperienze, uno sguardo o semplici silenzi.
Ed è la musica, come sempre, a suggerirci il ritmo giusto e a completare ciò che le parole non dicono.

Buon ascolto e Buon Anno a tutti!!!

mercoledì 28 dicembre 2011

Vicinanza

Osservo da qualche giorno la riproduzione della "Natività" di Giotto che ho pubblicato la mattina di Natale.
E mi piace sempre più non solo perchè Giotto ha un tratto grandioso nel dare espressione ai visi e profondità agli sguardi; non solo perchè - come tanti artisti medioevali - rappresenta episodi diversi nella stessa scena; ma anche per la quotidianità del racconto.


L'evento è solenne, eppure nell'affresco si respira un senso di familiarità che ce lo rende vicino.

Saranno forse i gesti, l'umiltà dei personaggi che esprimono con semplicità i propri sentimenti, o forse l'intensità degli sguardi, i sorrisi che accomunano angeli e pastori, Maria e le donne che accudiscono il Bambino.

Così pure, il blu dello sfondo - tipica novità di Giotto rispetto al passato - colloca la Natività non in un infinito baluginante e lontano, ma entro il nostro cielo, in un "qui e ora" di inoppugnabile vicinanza
.

Proprio questa vicinanza dai tratti così concreti ho ritrovato in un altro pittore che, come tanti artisti di scuola giottesca, riproduce la Natività con la medesima iconografia inserendo nell' affresco - insieme a Maria e a un San Giuseppe quasi sempre assorto o dormiente - le donne che accudiscono il bimbo, l'annunzio ai pastori e naturalmente un certo numero di animali.

Si tratta del cosiddetto Maestro di Tolentino - poichè è lì, nel santuario di San Nicola, che ha lasciato le sue più significative testimonianze artistiche - anche se la critica più recente identifica l'autore dell'affresco in Pietro da Rimini.Delizioso, a mio avviso, il particolare riportato qui in alto: il Bambino accudito da Maria e da un'altra donna mentre fa il bagnetto!
Tenerissimo il gesto del piccino che si ritrae timoroso di fronte all'acqua o forse davanti a un viso estraneo, cercando rifugio verso le braccia della mamma!
Una Natività ancora una volta calata nella semplicità dimessa del quotidiano
e lontana dai futuri sfarzi rinascimentali, ma quanto più vera!!!
Una scena che ci racconta un Dio vicino, venuto ad abitare la precaria tenda dell'uomo e ad attraversarne tutta la fragilità per riempirla di splendore.


A commento di questo dipinto, l' "Adagio" dal Concerto grosso
op.6 n.8 "Per la notte di Natale" di Arcangelo Corelli.
Insieme alla più famosa "Pastorale"
sempre dallo stesso concerto, è uno dei brani natalizi più dolci e intensi. Il ritmo lento che - tranne la parte centrale più vivace - caratterizza tutto il pezzo, ben si adatta a mio avviso alla familiarità delle immagini che ci parlano di sorrisi, di sguardi pacati e di una quotidianità divenuta ormai sacra in ogni piccolo gesto.

Buon ascolto!


domenica 25 dicembre 2011

"O magnum misterium..."











Con profonda gratitudine,
Buon Natale
a tutti voi
nell'armonia
della Musica!!!

(GIOTTO : "Natività" . Basilica inferiore di S.Francesco - Assisi)

(LAURIDSEN : "O magnum mysterium...")

O magnum mysterium et admirabile sacramentum

ut animalia viderent Dominum natum

iacentem in praesepio.


Beata virgo cuius viscera

meruerunt portare Dominum Christum.

Alleluia.

mercoledì 21 dicembre 2011

Dicembre

Siamo ormai a fine anno e anche la serie delle miniature del "Ciclo dei Mesi" tratte dal codice "Les très riches heures du Duc de Berry" volge al termine.

Tra lavori agricoli e feste di corte, castelli e paesaggi sempre minuziosamente descritti, i fratelli
Limbourg ci hanno accompagnato lungo il calendario, offrendoci immagini dai tratti talora un po' fiabeschi, talaltra più realistici, ma sempre all'interno di un contesto rasserenante e di una compagine di vita ordinata e operosa.

Dicembre ci offre una rappresentazione, a mio avviso, un po' strana: immagineremmo infatti un quadretto tranquillo magari in un interno, o un paesaggio innevato come abbiamo già visto nel mese di Febbraio: un'atmosfera di quiete, insomma.
Invece quella che ci si presenta è una movimentata e cruenta scena di caccia al cinghiale.

Siamo nella radura di un bosco e in primo piano, nel cerchio aperto dagli alberi, diversi cani si stanno avventando sulla preda, mentre tre cacciatori assistono alla scena.
I particolari mettono in luce la ferocia degli animali che finiscono il cinghiale dilaniandone le membra, dopo che è stato ferito con la lancia : un tipo di caccia ben diversa da quella col falcone decisamente più aristocratica. Tuttavia, anche questa era apprezzata dal mondo nobiliare perchè offriva un piacere più sportivo e violento, quasi una manifestazione di forza guerriera.


In secondo piano, un bosco fitto - e stranamente non spoglio per essere nella stagione invernale - separa la scena dal castello dello sfondo. Sì, è un castello con torri e torrioni ma, visti nella sola parte superiore, a noi che li guardiamo oggi possono ricordare un po' ....dei grattacieli, strane avveneristiche architetture quasi di altri mondi. E ciò aggiunge singolarità alla miniatura, una singolarità giustificata anche dal fatto che la datazione la colloca dopo la morte dei Limbourg e il miniatore è forse Jean Colombe che ne ha completato l'opera.


Al di là della sua originalità, ravvisiamo però nel quadretto anche caratteri che lo accomunano ai mesi precedenti.
Innanzitutto l'ordine e direi anche la simmetria con cui figure ed edifici sono disposti, sia nella scena di caccia così movimentata, sia nella ben diversa ambientazione retrostante.
Poi i colori che - nella rappresentazione di alcuni cani, forse levrieri - fanno risaltare il bianco e ci orientano verso il centro della scena creando un certo ordine compositivo.
E infine la ricchezza di dettagli ravvisabile stavolta non tanto nelle architetture o nel bosco, quanto invece nelle figure dei tre cacciatori colti in atteggiamenti diversi.

A commento di questa miniatura, un brano di
Mozart: il secondo tempo del "Concerto per corno n.1 in Re magg. K.412" che riecheggia in qualche modo l'atmosfera animata della caccia, tra luci e ombre, accesa vivacità e toni più smorzati.

Buon ascolto!

mercoledì 14 dicembre 2011

"Shine"

Hanno ridato qualche sera fa in tv "Shine", famosissimo film del 1996 dove il regista Scott Hicks narra - sia pure con alcuni ritocchi - la storia vera del pianista David Helfgott.

Mi ha sempre colpito la drammaticità di questa vicenda: la passione di David - piccolo genio del pianoforte - per la musica, il difficile rapporto col padre che segna con crudezza la sua adolescenza, l'esecuzione del
celeberrimo terzo concerto di Rachmaninov e il crollo nervoso con l'esplodere della malattia mentale.
Poi il recupero, nella paziente trama d'amore del felice incontro con Gillian e il ritorno alla musica nella quale il protagonista riattinge il senso profondo della propria identità.

Un racconto che sottolinea da un lato il rapporto tra genialità e follia e dall'altro il tormentatissimo legame di David col padre, uomo contraddittorio che pretende e insieme proibisce fino a creare nel ragazzo durevoli sensi di colpa.

Ma altri due aspetti stavolta mi hanno catturato al di sopra di tutto: la freschezza della narrazione che mette in luce il candore del protagonista, magnificamente interpretato da Noah Taylor, da adolescente, e Geoffrey Rush da adulto; e - al di là della grandezza del "Rach.3" - i brani scelti dal regista come colonna sonora del film.


Il candore del protagonista, in primo luogo.
Sembra infatti che il disturbo nervoso susciti in lui una sorta di innocenza primigenia che affiora da tutto e tutto permea: dal delirio al desiderio, dal continuo sconnesso farneticare alla gioia, luogo fatato dove il sentimento diventa impulso puro e assoluto che fa librare in volo e - in alcune sequenze - regala al racconto la magìa della favola. E invece è verità.


E poi la colonna sonora, nella quale ho apprezzato in particolare la scelta di Beethoven e di Vivaldi in un gioco sapiente di contrasti e affinità. Mi spiego.
Magistrale, a mio avviso, aver inserito il
"Gloria" di Vivaldi e il finale della "Nona Sinfonia" di Beethoven a commento di alcune sequenze in cui il disordine mentale ha rotto ormai gli argini.
Infatti n
ella concitazione del racconto dove, sovrapposti a voci e rumori, questi brani sembrerebbero fuor di luogo e quasi una stonatura, comprendiamo invece che, in realtà, proprio lì essi interpretano benissimo lo scarto tra il livello di percezione del protagonista e quello degli altri personaggi.
Come se la narrazione procedesse contemporaneamente su due piani: la quotidianità esteriore degli eventi e l'interiorità di David.

Così pure, è attraverso la dolcissima melodia del mottetto sacro "Nulla in mundo pax sincera" RV 630 di Vivaldi, che leggiamo nell'anima del protagonista la gioia ineffabile di poter godere della magia delle note.
Proprio questo è il brano che ho scelto di riportare qui oggi, luminoso suggello di bellezza sopra il mistero di un'esistenza - come quella di Helfgott - trafitta dallo splendore musica.


Buon ascolto!

"Nulla in mundo pax sincera
sine felle; pura et vera,
dulcis Jesu, est in te.

Inter poenas et tormenta
vivit anima contenta

casti amoris sola spe."


sabato 10 dicembre 2011

Fioriture bachiane

Nel monumentale complesso delle opere di Bach, talora trovano posto brani che, nati all' interno di una composizione, vengono poi ripresi in un altro contesto con diverso strumento solista e differente armonizzazione.
A volte un concerto per violino viene trascritto nella versione per clavicembalo o un pezzo per orchestra viene rielaborato per essere eseguito all'organo.


E' il caso dei
Corali "Schubler", sei preludi per organo a due tastiere e pedaliera, composti da Bach verso la fine della sua vita, cinque dei quali sono tratti da precedenti "Cantate".

Il brano che propongo oggi, il
Corale BWV 650 "Kommt du nun, Jesu, vom Himmel herunter auf Erden" ("Vieni ora Gesù dal cielo sulla terra"), è infatti il secondo movimento della "Cantata BWV 137" per soli, coro e orchestra.
Ma mentre dall'organico della Cantata emergeva in particolare il violino e la melodia si affidava alla voce del contralto, nel successivo Corale è solo l'organo ad interpretare queste parti
con un sapiente ed equilibrato alternarsi e sovrapporsi di temi dalle tastiere alla pedaliera.
La melodia iniziale
infatti - nella quale possiamo ritrovare anche l'eco lontana della più famosa "Aria" dalla "Suite orchestrale n.3 BWV 1068" - viene enunciata sulle tastiere da una luminosa fioritura di note, mentre il vero e proprio canto è poi esposto dalla pedaliera che si sovrappone al tema precedente.
Così le due parti procedono emergendo ora l'una o l'altra in un gioco di studiatissime alternanze.

Il video qui riportato, oltre a presentarci l'esecuzione del brano su di organo "Trost" di grande pregio artistico (come si può vedere, infatti, il legno è preziosamente intarsiato), ci mostra con chiarezza la grande perizia tecnica e interpretativa con cui l' organista, Hans-André Stamm, gestisce la difficile sincronia delle mani e dei piedi.
E dalla sua esecuzione dal ritmo calibratissimo, il testo bachiano fiorisce luminoso e sereno.

Buona visione e buon ascolto!