Arrivi e partenze, viaggi: eventi comuni e frequenti della nostra vita - essa stessa prima di tutto un viaggio - ciascuno col suo fardello di sogni, speranze, incontri, addii, come pure di tanta quotidianità fatta di fatica e pensieri.Forse per questo treni e stazioni sono stati spesso oggetto di svariate espressioni artistiche.
Poeti e pittori - dal Carducci alla Szymborska, da Turner a Monet - ma talora anche musicisti ne hanno celebrato il fascino e l'atmosfera, le luci e i suoni, o vi hanno visto esempi clamorosi del dinamismo della nuova società industriale del primo Novecento. Basti pensare al poema sinfonico di Honegger "Pacific 231" ispirato ad una locomotiva in movimento o al dipinto futurista di Carrà intitolato "La stazione di Milano".
Oggi però, soprattutto nelle grandi città, le stazioni - come pure aeroporti, metropolitane, centri commerciali, ecc. - sono diventate ormai dei cosiddetti "non luoghi" : spazi di transito magari forniti di tante comodità, ma in cui folle anonime si sfiorano ogni giorno in pressocchè totale estraneità senza realmente incontrarsi.
Tuttavia, se qualche volta le singole storie s'intrecciano come accade per esempio nel film di Spielberg "Terminal", e lo sguardo dell'artista sa andare nel profondo chiamando le cose ad esistere, allora anche un non luogo può assumere contorni più umani.
Si può inserire in questo quadro una delle recenti creazioni musicali di Giovanni Allevi, tratta dal cd "Alien". Si tratta di "Tokyo station", brano stilisticamente singolare nel panorama compositivo del musicista, a iniziare dalla durata più estesa rispetto ad altri pezzi e alla commistione di elementi della tradizione con quelli della contemporaneità.
E' la ritmica - martellante e fortemente scandita - la sua caratteristica principale, quasi Allevi attraverso di essa abbia voluto riprodurre il traffico animato della stazione di Tokyo: gente frettolosa, treni superveloci, la folla nella sua confusione ordinata tipicamente giapponese.
Eppure, proprio al centro di questo pezzo dai toni rock e da richiami jazz movimentati e coinvolgenti, c'è un nucleo caldo di dolcezza, un secondo tema intenso e melodico, prima delicato e via via più passionale come l'Allevi che già conosciamo.
Sembra infatti che, a un certo punto, il compositore abbia voluto fermarsi, oltrepassare la cortina delle apparenze, guardare nell'anima delle persone e cogliere l'umanità intensa e splendente che si cela anche dentro un quotidiano affannato e convulso.
Così, attraverso le sue note, il non luogo diventa luogo e la musica restituisce identità e poesia ad ogni cosa svelandoci il cuore di chi ci passa accanto.
Come in "Downtown", ancora una volta Allevi fa per così dire la "fotografia" a questa umanità in movimento, osservandola con occhi simili a quelli con cui si guarda intorno in "Notte ad Harlem" aggirandosi per i quartieri di New York, o in "L.A.Lullaby" per le vie di Los Angeles.
E nonostante lo stile di "Tokyo station" in rapporto a questi brani sia diverso, pure anche qui sembra che - a un tratto - dall'anima del compositore esca un moto di amore irrefrenabile che dà significato a tutto ciò su cui il suo sguardo si posa, e sia proprio questo amore a regalare vita chiamando ad esistere ciò che prima era solo anonimato.
Come un filo rosso che - pur nella varietà d'ispirazione e nella diversità sempre inedita del presente - attinge al mistero di un'unica Bellezza.
Buon ascolto!










