venerdì 28 febbraio 2014

Una sera di Carnevale

Tempo di Carnevale, mi dice il calendario. 
Ma me lo suggeriscono anche i dolcetti tipici di questo periodo che occhieggiano invitanti dai post di varie amiche blogger, insieme a quelli - stavolta non virtuali - che vedo nella vetrina del mio panettiere.

Confesso che non ho mai amato in particolare il Carnevale e non tanto per l'idea di mettersi in maschera che - una volta tanto - può costituire un divertente e bizzarro scambio di ruoli, un'inversione di parti non priva di un certo fascino. 
Ma a non piacermi è l'idea di schiamazzo e confusione che la festa porta con sè e che diversi pittori nel tempo hanno rappresentato, peraltro splendidamente, da Pieter Bruegel il Vecchio a Mirò.

Sarà forse per questo che oggi, aggirandomi tra le immagini carnevalesche offerte dal web, mi sono lasciata prendere dal dipinto che vedete, molto differente rispetto alle consuete raffigurazioni.
Si tratta di un'opera di Henri Rousseau detto "il Doganiere" (1844 - 1910), un olio su tela intitolato "Una sera di Carnevale" e conservato al Museum of Art di Filadelfia. 
E' una delle prime creazioni di un artista autodidatta che diventerà significativo esponente dell'avanguardia pittorica francese di fine Ottocento, muovendosi tra Post-Impressionismo e suggestioni esotiche e primitive. 
E anche se i caratteri che lo renderanno famoso - colori dall'infinita gamma di verdi e di rossi, natura rigogliosa e lussureggiante, stile naif - qui non sono ancora del tutto presenti, tuttavia l'opera è già ricca di fascino.

Ci troviamo ai margini di un bosco di alberi fitti e spogli davanti al quale stanno due maschere: Colombina e Pierrot. Accanto, un capanno scuro e in alto il cielo dove una nuvolaglia sparsa va colorandosi delle tinte della sera.

Solitudine e silenzio, insieme a una punta di malinconia sono i tratti distintivi del quadro, creati non solo dalla cortina scura del bosco illuminata sullo sfondo dalle luci pacate del tramonto, ma anche dal fatto che la figura di Pierrot, nella tradizione popolare e pittorica, è spesso avvolta da un'aura di mestizia.

Più che l'atmosfera movimentata e bizzarra di una sera di festa, il dipinto mi sembra evocare la tristezza di certi personaggi da circo fuori dallo spettacolo: mi pare di leggere infatti una sorta di clownesca malinconia nelle due figurette in primo piano, a braccetto come due innamorati certo, ma immerse in una solitudine resa ancor più evidente dal grande spazio alto al di sopra di loro che ne fa risaltare la piccolezza. 
Nè si possono scorgere le espressioni dei volti, ma la postura piuttosto rigida dei piedi di Colombina e delle gambe di Pierrot può far pensare a due marionette sospese a fili invisibili. O forse a maschere solitarie, fuggite dalla festa e dal ruolo per il desiderio di vivere qualche istante di vita propria...

E' la sera di Carnevale, certo, e tuttavia il dipinto ci offre suggestioni ben diverse. 
Le figurette chiare stagliate contro i tronchi scuri, il cielo che le sovrasta sconfinato, il cerchio freddo della luna e quelle nuvole dalle forme un po' realistiche e un po' stravaganti, s'inquadrano in uno spazio dalla prospettiva incerta che crea una visione immaginaria, forse più adatta ad evocare un paesaggio dell'anima che un luogo preciso.
Infatti, accanto a un minuzioso realismo che indugia nel delineare gli alberi nei loro singoli rami, sono proprio questi e le nuvole in alto a suggerirci poi fantasie tra l'onirico e il fiabesco. 
Non una serata di movimentato e fantasmagorico divertimento quindi, ma un'aura di mistero quasi angosciosa e tuttavia affascinante.  

Così, a commento di queste immagini, ho scelto un brano che, più che alla vivacità della festa, mi pare s'intoni al clima del dipinto.
Si tratta della "Sicilienne op.78" di Gabriel Fauré (1845 - 1924), francese e contemporaneo di Henri Rousseau. 
La melodia - qui nella versione per violoncello e pianoforte - si dipana con delicatezza e fluidità in un clima nostalgico di malinconia ben sottolineato dal ritmo e dal timbro dei due strumenti. 
Ma la voce bassa del violoncello, in particolare, ci conduce in un'atmosfera più  raccolta e sognante.

Buon ascolto!

sabato 22 febbraio 2014

Tachicardìa

Tranquilli, anzi, tranquillissimi! 
Non lasciatevi allarmare dal titolo, sto benone!
Solo, mi capita un fenomeno strano che continua a ripetersi ogniqualvolta sono in procinto di pubblicare un post.
All'inizio pensavo fosse una reazione da principianti: l'emozione delle prime volte, la paura di sbagliare o il timore che qualcosa nel vasto oceano del web non andasse per il verso giusto. E credevo che col tempo, come forse accade a chi è più navigato di me, tutto sarebbe sparito. Invece no. 
Che succede, insomma?
In poche parole: una volta che - terminato un post, letto, riletto, pianificato ecc. - mi accingo a mettere la spunta accanto al titolo e cliccare "Pubblica", immediatamente il mio cuore "parte". Anzi, inizia già qualche minuto prima ad accelerare i battiti e le palpitazioni si fanno poi sempre più frequenti proprio come quando ci afferra una morsa di ansia e sentiamo per così dire le "farfalle nello stomaco".
Poi, dopo che il post è stato pubblicato e la creatura ha preso felicemente il volo verso lidi vicini o lontani, allora il cuore si calma placandosi come un mare che, cessato il vento che lo agitava, torni liscio come un olio.

L'ho detto: all'inizio poteva essere solo paura di sbagliare, ma poi con l'andar del tempo, mi sono accorta che a farmi questo effetto è l'emozione che provo nel condividere musica; emozione gioiosa certo, ma così persistente da attraversarmi tutte le volte che pubblico un pezzo. 
Ogni tanto, dico a me stessa che sono un po' un'oca a reagire così....manco i brani che metto in rete fossero miei!!!
Ma poi ci ripenso e mi rendo conto che, in fondo, quella musica è anche mia perchè non so parlarne in modo asettico, senza lasciarmi prendere e toccare dalla sua bellezza. Al contrario, essa entra a far parte di me al punto che non potrò mai regalarvi un pezzo di Bach o di Mozart, di Haydn o di Vivaldi - solo per fare qualche esempio - senza che a quelle note sia legato un po' del mio cuore, almeno un pochino. 

Forse anche per questo, al momento di condividere, riaffiorano in me antiche timidezze. E' ben vero, infatti, che quando ho aperto il blog le mie intenzioni erano di mantenermi decisamente nell'ombra lasciando spazio solo alla musica. Ma quasi subito mi sono resa conto che - lo si voglia o no - tutto parla comunque di noi, dalle scelte degli autori e dei brani, fino all'ultimo aggettivo usato per descriverli o alle foto nel riquadro (....a proposito, visto che bella questa???).

Così, l'angoletto di web in cui condivido musica e immagini, è diventato pian piano un luogo di dialogo che è, in realtà, la dimensione più significativa di cui vi sono molto grata. Virtuale quanto si vuole, ma un blog è pur sempre un incontro tra persone con tutta la preziosità e la ricchezza che questo comporta. Allora, nonostante dai miei inizi sia trascorso del tempo, ancora mi emoziono e, ogni volta che pubblico un pezzo, vivo la gioia e il tremore di mettere in rete una parte di me.

E ora, mentre - lo sento - il cuore sta già aumentando la frequenza dei battiti, vi regalo un brevissimo quanto famoso brano di Chopin, forse uno dei primi che mi ha portato ad appassionarmi al suo autore: lo "Studio in Sol bemolle maggiore op.25 n.9" detto "La farfalla". La musica ne riprende infatti l'incedere lieve e staccato così come ce lo offre, in particolare, lo splendido tocco della Lisitsa. 
Ma caratteristica evidente di questo pezzo è anche il ritmo, scandito proprio come una pulsazione ora più giocosa e leggera, ora più decisa e sostenuta, ma sempre all'interno di in un'interpretazione di grande fluidità.

Buon ascolto!

domenica 16 febbraio 2014

Costruire la casa

Mi è piaciuta molto l'iniziativa a seguito della quale venerdì scorso, giorno di San Valentino, Papa Francesco ha incontrato in piazza San Pietro più di venticinquemila fidanzati provenienti da tutto il mondo.
Un modo, a mio avviso, efficace di andare al di là dell'aspetto consumistico e pubblicitario con cui la festa degli innamorati viene ormai normalmente ricordata, per restituirle il significato essenziale. 
Non serve festeggiare San Valentino per abitudine, ma - come ogni altro tipo di ricorrenza - essa ha valore solo se esprime una verità di fondo, se è la punta di un iceberg che poggia su solide basi.

Credo di aver detto anche in passato di essere un po' allergica alle giornate istituite nel tempo per celebrare uno svariato numero di cose. 
Certo, possono nascere da buone intenzioni, ma tante ricorrenze sono spesso dettate da chiari interessi commerciali e non amo festeggiare a comando. 
Lo faccio se ho un motivo, un'esperienza profonda da condividere. Festeggio se la gioia è prima di tutto nel cuore e - se è così - tutti i giorni sono buoni per scambiarsi delicatezze da innamorati di Peynet. Altrimenti San Valentino diventa solo una bella facciata e nulla più.

Allora mi piace che Papa Francesco abbia voluto entrare in questa festa, divenuta ormai del tutto profana nonostante porti il nome di un Santo, per restituirle significato e sacralità riportandola alla sua essenza.
Non è facile parlare di amore oggi, esperienza meravigliosa e incantata, e tuttavia fragile e precaria più che mai. Ma con la sua nitida concretezza, il Papa ha paragonato l'amore tra fidanzati e sposi a una casa da costruire insieme, "luogo di affetto, di aiuto, di speranza, di sostegno" con fondamenta solide e coraggiose che non si adeguino alla "cultura del provvisorio". 
La sua esortazione a non temere scelte definitive nel contesto attuale dove - al contrario - tutto sembra scivolar via e dissolversi, mi è parsa più che mai ricca di speranza. Coglie infatti quell'aspirazione profonda che, nonostante tanti timori e insicurezze, ogni essere umano porta in sè: il desiderio di un "sogno fermo" - per dirla con Ungaretti - su cui tornare a fissare lo sguardo.

Ma mentre leggevo i vari resoconti dell'udienza papale, pensavo anche a quanto la musica - come del resto ogni forma d'arte - sia in questo un validissimo aiuto, quasi un cammino privilegiato che riconduce all' essenziale poichè attinge a una sorgente di Bellezza non provvisoria. Ci regala infatti intense emozioni che aprono alla verità di noi stessi e insieme al mistero, a quel nucleo segreto dove finito e Infinito s'incontrano e in cui ogni esperienza può ritrovare il suo senso profondo.
Così, oggi vi propongo un brano di assoluto splendore, capace davvero di parlarci con la sua leggiadrìa: la prima parte della "Romanza in fa minore op.11" di Antonin Dvorak (1841 - 1904), qui nella versione per violino e orchestra. 
Si tratta di una melodia di grande lirismo, dolce e appassionata proprio come il dialogo di due innamorati in un'atmosfera intima e sognante, ma non priva di aperture a un disteso ritmo di danza. 
Il pezzo riprende l’Andante con moto quasi allegretto dal "Quartetto d’archi in fa minore n.5 op.9", scritto dal compositore solo pochi anni prima.
Della "Romanza", inoltre, esiste anche una versione per violino e pianoforte che potete trovare qui, a mio avviso molto suggestiva soprattutto nella parte iniziale. I due strumenti ci fanno dono infatti di una straordinaria purezza di suono insieme a un'incomparabile intensità.

Buon ascolto!

 

domenica 9 febbraio 2014

Sguardi a ritroso

Quando si è raggiunta quella che si dice "una certa età", capita talora di guardarsi indietro riconsiderando la strada percorsa, le cose fatte, le scelte compiute e via dicendo. 
Sono valutazioni che, ultimamente, è occorso di fare anche a me sollecitata dal tempo che passa e dalla gioia sempre viva della condivisione.

Naturalmente, mi sto riferendo a questo blog (eh, eh....cosa credevate???) che - nato nell'ottobre del 2010 - conta già la bellezza di tre anni e qualche mese e non mi par vero.
Così, amo ogni tanto ripercorrere il cammino compiuto, grata del dialogo che si è instaurato con chi passa di qui, talora più aperto, talaltra implicito, ma non per questo meno vero nella comune passione per il mondo delle note. 
Ma riandare alla strada percorsa è per me un gesto tutt'altro che autocelebrativo: infatti, un po' pignolina come sono, se rileggo un post sento subito che avrei potuto esprimermi meglio, tagliare qui, approfondire là e così via. Solo quando riascolto la musica, allora sto bene....

Tempo fa, qualcuno mi ha chiesto quale brano, tra quelli pubblicati, considero in assoluto il migliore per una particolare interpretazione o anche solo perchè capace di restituirmi determinati ricordi o suggestioni.
Devo confessare che non so rispondere, un po' perchè tutta la musica che condivido mi piace ed è legata a un'emozione - diversamente questo blog per me non avrebbe senso - e un po' perchè, come penso capiti a tanti, vado a momenti: ho il periodo violinistico, quello organistico, oppure quello in cui vivo del fascino del pianoforte solo. Ma sono attratta anche dalla polifonia e inoltre mi appassionano quei contemporanei che riprendono autori del passato, a cominciare da Sting o dai miei mitici Swingle Singers quando rielaborano Bach.

Bach, appunto....E' chiaro come il sole che lo adoro da sempre, ma insieme a lui ho imparato ad amare anche altri compositori, tutti straordinariamente comunicativi perchè capaci di far vibrare in noi corde diverse ma ugualmente profonde.
Posso dire quindi cosa mi affascina di tempo in tempo in base alla ricettività del momento, ma senza stilare graduatorie assolute. Più grande Mozart o Bach? Chopin o Rachmaninov? Meglio il passato o il presente? Scarlatti o Philip Glass? Sarebbe come voler dibattere se Michelangelo sia più grande di Leonardo o di Giotto, oppure Leopardi di Dante. Non si può. Ciascun autore è unico nella sua personalità artistica se le sue opere sanno raggiungere il cuore delle persone.
Così, ogni musicista è una particolare sfaccettatura di quel meraviglioso cristallo che è la musica, capace di risuonare in modi differenti attraverso il genio di ciascun compositore. Insomma, armonia di bellezze diverse....

Allora, a completare questo discorsetto, oggi vi farò fare una breve passeggiata proprio fra le bellezze diverse degli autori postati, segnalandovi qua e là i brani che, di tempo in tempo, mi capita di riascoltare più spesso. 
Ma ve li indicherò senza citarli con precisione, per lasciarvi il bello della sorpresa qualora vogliate aprire i link riportati.
Di solito, se la giornata è un po' fiacca e ho bisogno di ritmo e grinta, vado subito qui . Se poi voglio ascoltare una musica che sia un dialogo di voci, questo è l'angoletto giusto per trovarla.
Quando invece sento l'esigenza di una pausa rasserenante e terapeutica, torno inevitabilmente qua; o se cerco luminosità, mi affido alle note di una splendida colonna sonora. Ma se avverto il desiderio di vivacità e insieme di leggerezza ecco il brano per me più adatto.  
Inoltre, mi capita spesso di ripercorrere le note di un concerto mirabile che potete ritrovare nel seguente post.
Se poi voglio tornare a una melodia assorta, simile a una profonda meditazione, allora vado a riascoltare questo brano, forse non il più famoso tra quelli del suo autore, ma per me sempre straordinario. 
Infine, il canto polifonico dal quale non mi staccherei mai è qui.
......Ma ora mi fermo, ben consapevole che si tratta di alcuni esempi che nulla tolgono allo splendore e alla gioia che mi regalano anche gli altri brani postati finora.

E per chiudere, oggi vi propongo una new entry, nientemeno che Richard Wagner (1813 - 1883) cha fa il suo ingresso in questo blog con un pezzo che appartiene proprio alle mie prime frequentazioni della musica classica: il "Preludio" del terzo atto del "Lohengrin".
Faceva parte infatti di uno dei miei primi LP, una miscellanea in cui il brano, con la sua scintillante vivacità, precedeva la mirabile pace del "Largo" di Haendel. 
La seguente clip video mi ricorda proprio quell'antica interpretazione
dal ritmo concitato e teso, ricca di tale trascinante energia da essermi rimasta nel cuore.

Buon ascolto!

lunedì 3 febbraio 2014

Germogli

Nevica. 
Sui vetri obliqui della mansarda è rimasto uno strato di fiocchi che smorza il biancore esterno e pervade l'ambiente di una bellissima luce ovattata, discreta, quasi la neve fosse una tenda all'interno della quale sentirsi dolcemente al riparo. 
E mi sembra che la stanza, zeppa di libri e un po' disordinata, diventi un rifugio ancora più intimo e pieno di silenzio.

Mi piace quest'atmosfera, questo sentirsi protetti dalla neve come fossimo terreno invernale che aspetta paziente di germogliare covando una vita in segreto.

Tuttavia mi rendo conto che non sempre è così. Può accadere talora di sentirsi terra arida, battuta dai venti o indurita dal gelo, quasi il cuore non riuscisse più a nutrire emozioni e a far verdeggiare la speranza. O forse è solo il susseguirsi delle stagioni che - come si avvicendano nel cielo - si alternano anche in noi in una sorta di meteorologia dell'anima: giorni di pioggia o di grigiore ed altri di sole pieno, tempeste che pensavamo non dovessero finire mai e inattese albe sfolgoranti di colori. 

Sempre più sperimento che la vita è alternanza, ma proprio questo ci consente di avvertire l'energia di un ritmo più dinamico dopo il riposo o il sollievo della distensione dopo la fatica; di sorridere a una sorpresa che vivacizza il quotidiano, ma anche alla pacificante tranquillità dell'ordinaria amministrazione.
Colori diversi e sfumature differenti di quell'arcobaleno di cui, in fondo, si compongono le nostre giornate e le alterne vicende delle nostre stagioni.

Tuttavia non è mai facile - e lo si coglie soprattutto in questi tempi - attraversare i periodi in cui le nubi si addensano o, peggio ancora, il cielo appare vuoto, privo di prospettiva o di aperture al sereno. 
Occorrono perseveranza e fiducia per tenere salde le speranze e intuire, vedendoli già con lo sguardo del cuore, i fiori che sbocceranno a primavera, come i bucaneve della foto si aprono sopra la bianca coltre invernale. 
Fragili e teneri, certo, ma vivi e ammantati di assoluto splendore come neppure sapremmo pensarli, piccoli segni leggiadri di una vita che non cessa di avvolgerci, dentro e fuori di noi.

E la loro delicatezza oggi mi ha fatto pensare a un brano di Franz Joseph Haydn (1732 - 1809): il secondo movimento, "Adagio", dalla "Sonata in Fa maggiore Hob XVI/23".  
Si tratta di una melodia nitida e semplice nella quale mi pare di cogliere da un lato reminiscenze mozartiane e dall'altro accenti di una modernità che Haydn ci testimonia, del resto, anche altrove.
Il pianoforte solo conferisce grande dolcezza a quest'aria che - nella sua alternanza di fa minore e la maggiore - sembra simile a un cielo che si offusca qua e là di nuvole e poi s'illumina di luci di speranza. 
Il tema infatti, accompagnato dai pacati arpeggi della mano sinistra, si anima e si placa in morbidissime fioriture di note, luminoso e lieve come i piccoli bucaneve della foto, teneri germogli a ricordarci che dal buio invernale rinasce lo splendore.

Buon ascolto!
 

martedì 28 gennaio 2014

"Winter n.1"

Tra gli autori che hanno segnato la storia dell'arte del Novecento, mi ha sempre affascinato William Congdon, pittore nato negli Stati Uniti nel 1912 e morto nel 1998 proprio in Italia.
L'amore per il nostro paese lo ha portato infatti a trasferirvisi a partire dagli anni Cinquanta e a stabilirsi prima a Venezia, poi ad Assisi - periodo coinciso con la sua conversione al cattolicesimo - e infine nella campagna milanese.

Dopo gli esordi nel 1940 come scultore, Congdon aderisce a New York alla corrente pittorica dell' "action painting" - detta anche "espressionismo astratto" - della quale esponente di spicco è il suo contemporaneo Pollock, e tuttavia matura poi nel corso degli anni uno stile più personale.
Il suo è in un primo tempo un dipingere a colpi di spatola larga sopra uno schizzo essenziale, con un impasto di colori denso e materico quasi il quadro debba essere frutto di uno scavo e di un'incisione. In seguito, questo carattere si attutisce, l'immagine si affida sempre più alle masse di colore in un progressivo avviarsi verso l'astrattismo, fino alle ultime opere che, per la loro essenzialità, possono avvicinare l'artista a Mondrian o a Rothko.

Tra i suoi dipinti, amo in particolare quelli dedicati a Venezia - una delle tante città oggetto dei suoi quadri - e la serie dei tormentati e drammatici Crocifissi. Ma l'opera che più di altre trovo interessante è "Winter n.1", una creazione del 1950 conservata a Milano in una collezione privata.

E' una selva di alberi scheletrici quella che ci si presenta: tronchi sottili e spogli che formano quasi una cortina, un reticolato al di là del quale s'intravvede una piana o un più probabile corso d'acqua. 
Un accenno forse di centri abitati sulla riva opposta e il profilo scuro delle colline sotto una striscia di cielo, chiaro all'inizio e poi occupato da nubi sempre più cupe e fosche. Di lato, una luna bicolore, fredda e spettrale.
Certo un panorama invernale, ma quelle che abbiamo davanti sono anche tre fasce orizzontali di colore in tonalità digradanti, preludio alle successive rappresentazioni che avranno accenti molto meno figurativi e forme più essenziali.

Trovo "Winter n.1" affascinante e angoscioso ad un tempo: affascinante per l'intensa suggestione coloristica e per quanto di visionario ci fa intuire al di là degli alberi; angoscioso perchè gli alberi stessi, nella loro ripetizione e nel tratto rapido con cui sono delineati, possono evocare innumerevoli fantasmi. Dalle sbarre di una prigione a una cortina di filo spinato fino ad esili figure umane che possiamo solo intuire, Congdon ci lascia spaziare con la fantasia. 

Così pure, attraverso l'intrico di rami leggero e talora quasi evanescente, s'intravvedono tronchi che possono sembrare lontani piloni di un ponte, ciminiere, ma pure crocifissi, anche se non è essenziale riconoscere gli oggetti rappresentati, proprio per quella dimensione visionaria da cui il dipinto nasce. 

E tuttavia - nonostante l'opera s'intitoli semplicemente "Winter n.1" (inverno) - mi pare che questo paesaggio ci consenta di cogliere anche l'immagine di un'umanità ferita e forse di percepire la sofferenza con la quale l'artista era venuto a contatto arrivando in Europa durante la seconda guerra mondiale ed entrando, fra altro, tra i primi soccorritori nel campo di concentramento di Bergen Belsen. 
Un dipinto fortemente evocativo quindi, che - dal cielo minaccioso e incombente a quei tronchi dai quali sembra levarsi una muta invocazione - può parlare di tragedia, quasi un riflesso della realtà devastante della quale Congdon era stato testimone qualche anno prima. 
Forse un implicito ricordo della Shoah, ed è un altro motivo che mi ha spinto a condividerlo qui oggi. E anche se la "Giornata della memoria" si è ufficialmente celebrata ieri, in realtà lo è oggi e sempre, da quando certe immagini sono rimaste impresse negli occhi, in un filmato, sulla tela di un quadro o nell'anima. 

E a commento dell'opera di Congdon, un brano di Bach: la "Sonatina" iniziale della "Cantata BWV 106" conosciuta col titolo di "Actus tragicus". Si tratta di un pezzo famoso che molti ricorderanno come parte della colonna sonora del film "Accattone" di Pier Paolo Pasolini, regista che ha spesso e sapientemente usato la musica di Bach per le sue pellicole. 
L'altezza sublime e la sacralità delle note del compositore tedesco, infatti, sembrano un vero e proprio sguardo dall'Alto, capace di posarsi sull'abisso delle miserie umane con infinita pietà, chiedendo incessantemente salvezza.

Buon ascolto!
 

venerdì 24 gennaio 2014

Una musica costante

A qualche giorno di distanza dalla scomparsa del Maestro Claudio Abbado, desidero ricordarlo da queste righe, mettendomi idealmente in fila come fossi una dei tanti che, a Bologna, si sono incamminati verso la Basilica di Santo Stefano per rendergli omaggio.
Una grande folla di persone unite dal dolore per la sua morte, ma certo anche animate da profonda gratitudine per quanto Abbado ha dato a tutti indistintamente, in termini di ricerca rigorosa e di passione.

Non sta a me citare qui tappe ed eventi della sua vita come altri hanno giustamente fatto con titolo e competenza, ricordando le numerose iniziative di cui il Maestro è stato promotore nel suo inesausto desiderio di condivisione dello splendore della musica.
Tuttavia, mi piace sottolineare un aspetto ribadito in diversi articoli e testimonianze, uno dei frutti che la consuetudine col mondo delle note produce e che arricchisce anche sul piano umano. Musica e umanità, infatti, non si possono disgiungere e - quasi sempre - in coloro che essa chiama e ai quali chiede dedizione totale, alla passione musicale si affianca una rara finezza interiore. 
Parlo della capacità di ascoltare cui Abbado ha fatto più volte riferimento mettendo in luce l'importanza e la bellezza di un ascolto autentico come dote primaria ed essenziale, ineliminabile premessa per ogni tipo di dialogo. 
Lo hanno ricordato gli allievi delle sue varie orchestre, ma anche lo stesso Abbado con queste parole:

"Far musica assieme è la mia passione, ma è anche importante sapersi ascoltare. Ascoltarsi collettivamente è una grande lezione reciproca che dovrebbe essere seguita a tutti i livelli. È una lezione di vita."
  E ancora:
"Per me l'ascolto non è soltanto un concetto musicale; Elias Canetti, uno degli autori che stimo, scrisse d'essere rimasto commosso dopo avere incontrato una persona che lo aveva ascoltato con attenzione."

Verità profonda e in fondo semplicissima, che affonda le radici nel rispetto per gli altri e nella capacità di far loro spazio in una dimensione di reale accoglienza.
E a questo proposito, mi viene in mente quello splendido romanzo dello scrittore indiano Vikram Seth che è "Una musica costante" nel quale - al di là dei diversi piani su cui si snoda la narrazione - emerge coniugato in vari modi proprio il tema dell'ascolto. 
Vi affiora nella sua dimensione strettamente fisica - si narra infatti di una pianista che perde progressivamente l'udito - ma soprattutto come attenzione interiore, ricerca, capacità di sintonizzarsi con un compositore, una partitura, con i propri strumenti e le persone insieme alle quali si esegue un brano.
Ma, oltre alle numerose citazioni musicali, nel romanzo si coglie anche quella profondità di ascolto che porta a sentire tutta la vita come il fluire di una musica costante, armonia che risuona in ciascuno di noi fino a dominare l'esistenza, dando progressivamente forma alle scelte e ai rapporti umani che ne conseguono. 

Proprio questo senso di dedizione esigentissima e totale, ma anche di gioiosa apertura alla condivisione è ciò che mi comunica la figura del Maestro Abbado. Possiamo osservarne alcuni tratti nel seguente video in cui dirige il famosissimo "Adagietto" della "Sinfonia n.5 in do diesis minore" di Gustav Mahler, uno dei compositori da lui più amati. 
Una direzione rigorosa e intensa, attentissima e misurata, trascinante e dolce, come l'espressione leggera e un po' schiva del suo sorriso.

Grandissima lezione, Maestro, che non finisce con i tuoi ottant'anni, ma continua nei nostri cuori!

Buon ascolto!

sabato 18 gennaio 2014

"Follow you"

E' sera. 
Spengo il computer e mentre aspetto che tutte le operazioni di chiusura siano completate, osservo la foto che da tempo fa da sfondo al desktop e riproduce un'immagine invernale della Valnontey, col sentiero innevato che s'inoltra verso il Gran Paradiso.
L'ho scattata qualche anno fa e non è gran che come inquadratura, lo riconosco. Ma sullo schermo del computer dove - dietro le icone colorate dei programmi - compare in grande, mi dispiega davanti un cammino proprio ad altezza di sguardo e posso illudermi di proseguire dalla mia scrivania su su fino in fondo a quella pedonale di neve già battuta, mentre la visuale e il respiro progressivamente si allargano. 

Le foto in realtà servono a questo, a regalarci un percorso che dal quotidiano ci aiuti a spaziare oltre, nell'infinito che sta fuori o in fondo al nostro cuore. Sono ricordi che camminano con noi talora scavandoci dentro, altre volte restituendoci prospettive forse dimenticate.
Questa, in particolare, mi riporta a un panorama che mi è caro perchè ha profonda corrispondenza con un luogo interiore in cui ritrovo di me la parte più vera. Può accadere, tuttavia, che quel luogo - spazio sacro che ci fa noi stessi - sia insidiato o la via per arrivarci si disperda in mille sentieri fuorvianti. Allora è bello, ogni tanto, tornare a un'immagine, un paesaggio, un dipinto, o una musica che ne facciano riaffiorare nitidamente la fisionomia e ce lo restituiscano intatto.

Così, oggi desidero condividere qui un brano di Giovanni Allevi dal cd "Joy" (2006) e dal titolo a questo riguardo significativo: "Follow you".  
Si tratta di un pezzo di grande delicatezza, una melodia romantica segnata da accenti di malinconia, ma anche da aperture di luminosità in cui avvertiamo tutto il fascino del pianoforte solo.
Il continuo alternarsi della tonalità di fa maggiore col suggestivo fa minore e la dolcezza di certi passaggi reiterati con levità ma al tempo stesso con crescente passione, ci riportano infatti a quella dimensione intima in cui possiamo ritrovarci e riconoscerci. Ed è un ritrovarsi pacato quello suggerito da queste note, simile a un filo che si dipana con semplicità, attraverso nitidi arpeggi e sonorità che si accendono con forza per poi sfumare in modo più sommesso.
E parlando proprio dell'impulso che ha dato origine a questo brano, lo stesso Allevi ha dichiarato in un'intervista: Voglio pensare che ogni singola persona valga più di ogni altra cosa, e che i suoi sogni, le sue paure e incertezze siano sacri, che vadano protetti e mai giudicati”. 

Seguire se stessi e i propri sogni, dunque, certi della vita che ci anima come linfa che continua a scorrere sotto il manto di neve e di gelo invernale. Certi che abita in noi uno splendore nascosto, come su questi monti che si caricano di bellezza anche là dove nessun occhio umano giunge a contemplarla.
Ma le note di Allevi ci suggeriscono che può farlo il cuore, in segreto, 
nell'attesa di un disgelo ricco di acque, a primavera.  

Buon ascolto!

 

sabato 11 gennaio 2014

Attendere

Leggo su "Sette" - allegato del "Corriere della Sera" di ieri - un articolo di Roberto Cotroneo che, come per il passato, all'interno della rubrica "Blowin' in The Web" analizza le conseguenze dell'uso della rete sulla nostra vita individuandone aspetti negativi o contraddizioni.
Mi è capitato di dirlo anche altrove: non ho mai demonizzato la realtà virtuale perchè, sulla base della mia piccola esperienza, ritengo che - al di là dei tanti suoi limiti - consenta comunque uno spazio di verità e di concretezza ai rapporti che vi si instaurano. 
Tuttavia, non posso non essere d'accordo con Cotroneo quando afferma, tra l'altro, che uno dei danni provocati dalla comunicazione via web - tramite posta elettronica, social network e tutti quei mezzi che ci consentono contatti più veloci - è l'averci resi incapaci di attendere.
Se infatti è indubbiamente un vantaggio la possibilità di comunicare con altri in tempo reale, non lo è altrettanto l'abitudine a pretendere ormai riscontri immediati al punto che, talora, il ritardo della risposta a una mail o a un qualunque commento è fonte d'impazienza se non addirittura d'inquietudine.
Viviamo l'attesa quasi fosse un tempo insensato e non invece uno spazio naturale con una sua ragion d'essere, come l'aria o il respiro tra un evento e l'altro. Scrive a questo proposito Cotroneo:

"...il tempo dell'attesa è un tempo importante perchè genera altri spazi, pensieri, induce ai cambiamenti, corre con il mondo."

E ancora:

 "L'attesa è libertà ed è rispetto. L'attesa non è un vuoto incolmabile, un segnale di disattenzione o d'indifferenza, ma è una passeggiata lunga e silenziosa che rimette a posto i tasselli di quanto hai scritto, e che ti permette di immaginare che risposta potrai ricevere, e in che modo." 

Sì, attendere è proprio lasciare spazio a noi stessi e agli altri, porre una distanza che spesso, lungi dall'allontanare o dal creare un vuoto, si riempie di uno spessore inusitato. E' lo spessore del silenzio, del trattenere dentro di noi parole e sentimenti per assaporarne il senso, avvertirne il fremito o talora anche per lasciarli decantare quel tanto necessario. Farli vivere, insomma, aprendo il campo all'immaginazione e alla fantasia, sia pure con i loro margini sfrangiati di timore e desiderio, d'incertezza e di sogno.

Per carità, un messaggio importante che giunge tempestivo ci riempie giustamente di sollievo e si carica del colore della gioia; ma il tempo dell'attesa prolunga la speranza e si arricchisce di tutti i colori dell'arcobaleno.
E' infatti il tempo della nostra interiorità, più simile a quello della natura che dà fiori e frutti alla sua stagione e non prima, se non è forzata dall'uomo.  
Ma è anche un tempo col quale oggi tanti ritmi esterni non sono più in sintonia nè in sincronia. 

Tuttavia credo che, ancora una volta, la salvezza o comunque la possibilità di limitare i danni di questa situazione stia nell'arte. Essa, infatti, in ogni sua forma, proprio per il tipo di fruizione che richiede e che va a toccarci nel profondo, può rivitalizzare il cuore restituendogli una più ricca capacità di comunicazione.
In particolare, la musica o il canto o la danza, costruiti come sono su regole e strutture ben precise, sono essenziali per cogliere il valore dell'ascolto e della giusta distanza che deve intercorrere tra i suoni, le parole o i gesti perchè possano dialogare. Ci offrono infatti un'educazione all'attesa, una comprensione del fondamentale ruolo che in questo campo - ma non solo! - rivestono intervalli, pause e silenzi. E ci sollecitano a rispettare ritmi e tempi, a percepire lo splendore di ogni singola nota o di un attacco orchestrale al momento opportuno cogliendone la sostanziale armonia, che è poi quella della vita intera.

Per questo, oggi ho scelto un brano di Tchaikovsky che, col suo uniforme ritmo di "barcarola", ci riporta a un respiro più lento e a un'apertura meditativa.
Si tratta di "Giugno", tratto da "Le stagioni op.37", raccolta di 12 pezzi per pianoforte dedicati ai mesi dell'anno. 
Il brano - lo so, anacronistico in pieno gennaio! - è in realtà uno dei più pacati e forse anche uno dei più eseguiti dell'intera op.37. 
Tra l'altro, è stato inserito da Fabrizio De André - e mi piace ricordarlo proprio oggi, nel quindicesimo anniversario della sua morte - nell'album  "Le nuvole" dove lo si ritrova due volte come intermezzo, in particolare alla fine di "Ottocento" e prima de "La domenica delle salme".
E' un Tchaikovsky dolce e malinconico che - se si esclude la parentesi più animata e vivace della parte centrale - ci conduce in un'atmosfera di profonda quiete: un "Andante cantabile" da gustare senza alcuna fretta, ma abbandonandosi al suo calmo respiro di pace.

Buon ascolto!

domenica 5 gennaio 2014

Prima pagina


Ricordate i quaderni delle scuole elementari? E anche quelli delle medie?.... 
Da bambina, avevo l'abitudine - e con me tanti miei compagni - di lasciare in bianco la prima pagina per scrivervi in bella grafia, ben chiaro al centro, il nome della materia, magari colorato, abbellendolo con un disegnino o una cornice di fiori e di svolazzi decorativi. 
Era la prima pagina, il segno di un inizio che a tutti i bambini piace sempre celebrare come un rito: come il primo giorno di scuola, o di vacanza, il quaderno nuovo, le matite nuove, la cartella e via dicendo. Ed era bello rispettare quella ritualità, anche se si componeva di molti altri elementi tra i quali tanti buoni propositi di ordine o di studio che poi spesso venivano disattesi.... 

L'abitudine di abbellire la prima pagina di un quaderno durava fino alle soglie delle superiori, poi basta. Poi subentrava un maggior senso pratico e non ci si perdeva più in certe decorazioni considerate ormai infantili.
Ma il fascino del primo giorno di un tempo nuovo che si dispiega davanti a noi, la gioia di un inizio da non lasciare al caso, ma segnare con un particolare tratto distintivo che ne sottolinei la novità, non mi ha mai abbandonato.

Così, anche per questo blog, mi sono chiesta con quale immagine augurale sarebbe stato bello aprire il primo post del 2014, e dopo qualche momento d'incertezza, a un tratto ho deciso d'impulso: il Paradiso!!!....
....Sì, proprio il Paradiso: quello dipinto dal Beato Angelico (1395 - 1455), nel dettaglio che vedete, tratto dal "Giudizio universale" conservato a Firenze al Museo di S.Marco. E per l'occasione, sono anche riuscita a trovare una foto che, finalmente, pur postata in dimensione extralarge non sforasse dalla pagina coprendo tutto il resto...evvai!!!

E allora Buon Anno davvero con quest'immagine che ci parla di leggiadria e di splendore!
Lasciamoci condurre nel giardino lussureggiante che l'Angelico ha sognato per noi, accostiamoci piano al dolce ed elegante girotondo di angeli e beati, entriamo silenziosamente nel cerchio della loro lievissima danza e uniamoci alla loro conversazione pacata e gioiosa!
Ci avvolgono colori smaltati in una rappresentazione di grande finezza, mentre la luce dorata del Paradiso che piove dall'alto delle mura della città celeste, sembra letteralmente assorbire chi vi sta entrando.

Riempiamoci gli occhi e l'anima di questo verdissimo Eden ricco di pace, uscito dalla fantasia pittorica dell'Angelico che, per quanto abbia immaginato il mistero in termini squisitamente terreni - e come avrebbe potuto fare altrimenti? - ci ha regalato una prospettiva di raffinatissimo splendore nel segno di una bellezza che viene dall'Alto e sulla quale sembra invitarci a fissare lo sguardo.

E per accompagnare la leggiadria di quest'immagine, mi sembra particolarmente adatto un brano - forse il più famoso - di John Rutter, organista e compositore inglese classe 1945. 
Si tratta di "The Lord bless you and keep you", canto in cui le note di Rutter danno vita al celebre testo biblico della benedizione sacerdotale contenuta nel Libro dei Numeri, cap.6, vv.24 - 26 che recita così:

"Il Signore ti benedica e ti protegga!
Il Signore faccia brillare su di te il Suo volto 
e ti sia propizio!
Il Signore rivolga verso di te il Suo volto
e ti dia pace!"

Splendida e come sempre suggestiva l'esecuzione del coro della Cattedrale di Saint Paul di Londra: musica e immagini che ci aiutano davvero ad alzare lo sguardo e ad aprirlo alla speranza!

Buona visione, buon ascolto e ancora Buon Anno!

martedì 31 dicembre 2013

Dicembre: incanto di una notte stellata.

Arrivata ormai a fine anno, dovendo scegliere fra i tanti il dipinto con cui concludere il mese di dicembre, sono stata colta dai dubbi. 
Ancora un'immagine a tema natalizio? Mah...l'ho già pubblicata l'altro giorno; o una rappresentazione dell'inverno con la neve, sempre piena di calore...o magari un quadretto naif ? Sì certo, però non tutte le opere mi convincono e non posso postare un dipinto qualsiasi solo perchè "è bello": ciò che condivido qui deve provocarmi dentro uno scatto, una scintilla, altrimenti non vale.

Poi, mi è tornata sott'occhio la "Natività di Gesù" che vedete, opera di uno dei miei antichi amori, Gentile da Fabriano (1370 - 1427), e subito sono stata presa dalla suggestione intensissima di quel cielo stellato, lassù, che sembra ricoprire tutto il quadro come un manto, ricolmandoci di stupore. 
Così, mi sono detta che non potevo non postare una tale meraviglia e, abbandonata ogni incertezza, sono ritornata al tema natalizio.

E' un'atmosfera intima, familiare e insieme un po' fiabesca quella che il dipinto - conservato a Firenze, agli Uffizi - ci presenta: è la fiaba del Gotico internazionale di cui Gentile da Fabriano è in Italia il massimo esponente.


Il dipinto è parte della predella della "Pala Strozzi" che raffigura la più famosa e celebrata "Adorazione dei Magi" - riportata a lato - nella quale si respira il clima fastoso tipico di una società cortese, e la tavola è ricca di un prezioso decorativismo che non ritroviamo nella "Natività".
Qui, al contrario - forse anche perchè si tratta di una predella - è una semplicità quasi spoglia la cifra che caratterizza il dipinto, sia nei panneggi che nelle architetture, insieme ad un alternarsi di luce ed ombra che crea spazi e suggestioni. Ma ciò che, a mio avviso, conferisce all'opera grande fascino è la sua ambientazione notturna.

Quando ancora la Storia dell'Arte nella scuola italiana aveva un suo spazio e non era mortificata da una politica scolastica gretta come accade oggi - eh sì, una volta tanto permettetemi una punta di polemica! - sui testi si studiava che, tradizionalmente, il primo "notturno" dell'arte italiana era considerato il "Sogno di Costantino" di Piero della Francesca, inserito nel ciclo di affreschi della Chiesa di S.Francesco ad Arezzo.
Oggi, accurati restauri hanno rivelato che, più che una notte, quella in cui s'inquadra l'episodio è un'alba. Ma a parte questo, l'opera vanta giustamente tale fama perchè si tratta del primo tentativo di dare del cielo notturno una visione realistica e non stereotipata come per il passato. 

Tuttavia, a mio avviso, sono degne di interesse anche diverse "Natività" del periodo medioevale nelle quali gli autori hanno tentato una rappresentazione del cielo notturno. Sono opere appartenenti alla fase di transizione tra la prima arte gotica - quando nelle tavole pittoriche imperava ancora il fondo oro - e il Rinascimento, nel quale diverse Natività saranno poi ambientate in una cornice realistica, anche se talora addirittura in pieno giorno.
Diversi sono stati i pittori di questa fase di transizione, ma un cielo stellato incantevole come quello dipinto da Gentile da Fabriano penso sia raro.

E' la luce - dicevo - che scandisce spazi e ombre, capanne e grotte in un susseguirsi di vuoti e di pieni, posandosi più vivida su Giuseppe che - come sempre in disparte - dorme o sogna o medita, lui che dell'evento del Natale è testimone e custode. 
E' una luce di origine divina che s'irradia dal Bambino e dal quel meraviglioso angelo che, in alto, dà l'annunzio ai pastori, mentre una miriade di stelle illumina il blu profondo della notte. Ed è il blu di una notte reale, non un cielo stereotipato, ma un cielo visto davvero, di un blu cobalto come capita a volte di osservare in certe serene notti invernali, quando la volta stellata ci riempie del suo fascino di sogno.

Da tutta la scena spira un'aura di stupore che ci riporta in modo significativo e pure pacatissimo al mistero e all'incanto del Natale. 
E c'è una muta dolcezza che accomuna i vari personaggi: dalla Vergine un po' meno intensamente illuminata rispetto agli altri e assorta nel suo manto di adorante umiltà, alle due semplicissime figure a sinistra. 
Ma tenero anche il protendersi dell'asino verso il Bambino in un atteggiamento di attenzione quasi umana.

E a commento di queste immagini, un brano di Antonio Vivaldi (1678 - 1741) : il "Largo" dal "Concerto in la minore per flauto ed archi RV 108", nel quale il particolare timbro del flauto dolce sembra risuonare come una lieve ninna-nanna e può aiutarci a entrare meglio nella contemplazione del dipinto.
Un modo pacato e rasserenante per avviarci - nel nome della bellezza - alla conclusione di quest'anno e verso il nuovo.

Buon ascolto e Buon Anno a tutti !

mercoledì 25 dicembre 2013

Oh Holy Night !.....

A tutti voi 
che passate 
di qui,

BUON
NATALE

nella gioia 
della Musica!


Domenico Ghirlandaio (1449 - 1494): "Natività", Pinacoteca Vaticana.

Adolph Adam (1803 - 1856) : "Oh Holy Night!".