venerdì 29 novembre 2013

Novembre: gelidi spazi aperti all'ignoto.

Il freddo e le distese di campi brinati di questi giorni di fine novembre m'inducono a cercare immagini di paesaggi invernali, con la loro atmosfera talora calda e familiare, ma spesso anche desolata o straniante.
Così, oggi, ho scelto di condividere con voi un dipinto che ha sempre esercitato su di me un grande fascino, fin da quando l'ho potuto ammirare per la prima volta sul testo di Storia dell'arte del liceo.

Si tratta di una delle creazioni più famose di Caspar David Friederich (1774 - 1840) intitolata "Il mare di ghiaccio" e conservata presso la Kunsthalle di Amburgo. Ma è nota anche come "Il naufragio della Speranza tra i ghiacci", con riferimento all'insuccesso di alcune spedizioni che negli anni tra il 1819 e il 1824 erano partite per il Polo Nord.

E' lo sfascio di un grande iceberg a campeggiare al centro dell'opera attirando la nostra attenzione, in mezzo a una sconfinata distesa di ghiaccio che sembra perdersi in un gelido nulla: schegge e lastroni simili a pezzi di muraglia tagliente sullo sfondo di una landa solitaria e inospitale. 

Manca infatti totalmente la presenza umana e solo in un secondo tempo ci si rende conto che, nella parte destra del quadro, compare rovesciato lo scafo scuro di una nave, segno di una tragedia ormai compiuta.

Tuttavia, al di là del fatto in sè, il tema del dipinto si carica di significati simbolici che forse alludono anche alla compagine politica e culturale del tempo in cui il pittore è vissuto.
Nella rappresentazione della sconfitta dell'uomo ad opera degli elementi della natura, si esprime infatti il contrasto tipicamente romantico tra tensione verso l'assoluto e avversità del destino, insieme alla consapevolezza del limite e della fragilità umana. 
Ma l'immagine può essere forse anche memoria di un evento luttuoso che aveva segnato la giovinezza dell'artista.
Nella sconnessa montagna di lastre sotto le quali si apre il mare, Friederich potrebbe aver proiettato il trauma subito a tredici anni, quando la superficie di ghiaccio sulla quale pattinava si era spezzata e un fratello - dopo avergli salvato la vita - era stato irrimediabilmente inghiottito dalle gelide acque sottostanti.

E tuttavia, non sono solo questi i dati e le suggestioni che il dipinto mi comunica. Non è solo il paesaggio in primo piano così irto di linee oblique e aguzze a colpire il mio sguardo, ma lo sconfinato spazio al di là di quelle. 
Al di là dei segni del naufragio, nello sfondo di un cupo azzurrino in cui compaiono altri iceberg simili a pallidi fantasmi, c'è infatti un oltre misterioso. Forse il nulla, il deserto, il vuoto di esseri umani; forse l'ignoto con la sua carica di angoscioso sgomento, certo, ma anche con un respiro che apre a mondi sconosciuti.  
E gli iceberg più lontani che si delineano appena come ombre leggere all'orizzonte, disegnano una geografia da esplorare, uno spazio che attrae e intimorisce ad un tempo, come tutto ciò di cui non si ha ancora esperienza.

Anche i colori chiari e il prevalere delle tonalità fredde, soprattutto nella parte superiore del dipinto, accentuano il senso di una desolazione nella quale ogni grido si perde nel silenzio di un mondo completamente disabitato; così come quello sprazzo di luce dall'alto fa ancor più risaltare il cupo orizzonte.
E' una prospettiva di solitudine totale dalla quale l'animo si ritrae spaventato, e tuttavia non priva di un suo misterioso fascino e forse talora specchio di una situazione esistenziale.

Così, mi piace associare a questa immagine un brano di Philip Glass, "The Poet Acts", tratto dalla colonna sonora del famosissimo film "The Hours".
Credo non ci sia musica più adatta di quella di Glass per esprimere l'inquietudine che segna la vita dell'uomo: note ansiose e tutt'altro che rassicuranti, quasi aprissero dentro di noi la percezione di universi sconosciuti, eppure ricche di una struggente, malinconica dolcezza.
E nonostante la sfasatura cronologica tra i due artisti, mi pare che il brano possa adattarsi anche al dipinto di Friederich che - pur inquadrandosi nel clima e nella sensibilità romantica d'inizio Ottocento - offre suggestioni che vanno ben al di là del suo tempo.
Spazi, quindi, che ci conducono verso l'ignoto, insieme a note che sono tensione e al tempo stesso carezza d'infinito.

Buon ascolto!

venerdì 22 novembre 2013

Un "flash mob" per Santa Cecilia

Blanchard Jacques - S.Cecilia
Ho sempre apprezzato l'abitudine, diffusa più all'estero e purtroppo meno in Italia, di far musica per strada. 
Buona musica, intendo.
Ricordo di aver visto a Parigi, Praga, Lipsia, Norimberga - e certo sarà così anche in altre città - violinisti, flautisti, quartetti d'archi o altro improvvisare piccoli concerti agli angoli delle strade, nelle piazze o nel métro per la gioia dei passanti attratti e illuminati per qualche momento dallo splendore delle note.  
E' sempre piacevole infatti, anche attraversando il chiasso metropolitano, esser catturati da un'armonia lontana che ci attira. E si tratta spesso di studenti di conservatorio o piccoli ensembles che offrono all'ascolto pezzi classici con esecuzioni quasi sempre di buon livello. 

Ricordo in particolare una giovanissima violinista che, all'ingresso della Gemaldegalerie di Dresda, suonava Bach in modo così incantevole che avevo faticato a trattenere la commozione. Sarei rimasta lì all'infinito a godere di quel dono tanto prezioso quanto inaspettato.  
Ma in ogni circostanza essere sorpresi dalla musica è un'esperienza di grande intensità: essa ci cattura per strada e ci porta via con sè con la sua potenza aggregatrice e comunicativa, con la sua capacità di unire le persone al di là delle differenze di colore, razza, religione e via dicendo.
Rasserenante, terapeutica, vivificante, sa restituire noi a noi stessi e ricolmarci di pace.

Per questo - e per celebrare l'odierna ricorrenza di Santa Cecilia, protettrice della musica e dei musicisti - desidero condividere con voi un video un po' singolare. 
Non ci troviamo in un teatro nè in una sala da concerto, ma nel grande atrio di un modernissimo padiglione dell'Hadassah Medical Center di Gerusalemme. 
Non c'è il silenzio attento che prelude al primo colpo di bacchetta di un direttore d'orchestra, ma la confusione e il brusio di tanta gente in movimento. 
Eppure, sta per accadere qualcosa: a un tratto, a cominciare da piccoli arpeggi, inizia a risuonare una musica e la sua magìa riesce a sorprendere e catturare i presenti. C'è infatti chi passa oltre lanciando tuttavia uno sguardo veloce e chi si sofferma incuriosito o scatta una foto; chi si lascia coinvolgere accennando magari anche un passo di danza e chi invece non si muove dal proprio posto continuando a leggere il giornale, ma lo fa - avete notato? - a tempo di musica, seguendo con le mani il ritmo del brano.

Ed è l'intensità degli sguardi a rivelare la passione che a un tratto coinvolge quasi tutti nel ritmo di quel concerto improvvisato: persone estranee un attimo prima e poi accomunate dallo stupore; sorrisi che fioriscono qua e là e per qualche momento hanno il sopravvento anche sul disagio o la malattia, come se nelle note che ascolta ciascuno riconoscesse una parte di sè, una vena d'intima gioia. 
Sono momenti in cui tutto si trasforma: così, anche solo per poco ci si ferma, si partecipa, si danza, si applaude, si sorride, ci si lascia raggiungere e toccare dalla Bellezza.

Ma sono anche i giovanissimi orchestrali - allievi della "Jerusalem Academy of Music and Dance" - che sulle note rasserenanti del "Valzer dei fiori" da "Lo Schiaccianoci" di Tchaikovsky, esprimono prima di ogni altra cosa il piacere di suonare mettendo in gioco, come ogni musicista, non solo la propria abilità ma innanzitutto il proprio cuore.
Ne deriva così un'esperienza d'impagabile gioia che prende tutti - noi compresi - coinvolgendoci non soltanto nel ritmo del valzer, ma anche nella multiforme e fantasmagorica danza della vita.

Buona visione e buon ascolto! 

domenica 17 novembre 2013

Tre minuti di pura gioia

Lipsia - Thomaskirche
Ho nostalgia di Bach. 
Sono passati più di due mesi dall'ultima volta che ho pubblicato un suo brano e - devo dirlo - mi manca.
Ogni tanto, ripenso a quella mattina incantata dello scorso anno in cui a Lipsia, nella Thomaskirche, ho potuto rendere omaggio alla sua tomba: un ricordo che potete trovare qui
Ma non è solo quello. 
Per quanto ami ogni pezzo dei vari compositori postati fino ad ora in questo blog, è proprio delle sue note che - periodicamente - mi prende la nostalgia.
Mi afferra improvvisa in certi giorni di cielo grigio e ventoso, o in certe mattine quando esco di casa e, svoltato l'angolo, cerco involontariamente uno sprazzo di azzurro, un respiro in sintonia con la luce, dentro e fuori di me.
E' nostalgia di un riferimento essenziale cui riandare di tanto in tanto, una sorgente cui attingere acqua fresca, un ruscello - e non è appunto il nome Bach? - che scaturisca dal profondo e del quale seguire il canto.

Di solito, la musica prende a risuonare in automatico dentro di me: esco di casa e mi parte la colonna sonora della giornata. Qualche volta sono i Brandeburghesi, in altri momenti un' Invenzione, ma più spesso sono le sue composizioni per organo. Sono queste a catturarmi non solo con la grandiosità delle fughe più complesse e famose, ma anche con quei brevi, incantevoli pezzi come - per esempio - i Corali Schubler e non solo.

Mi hanno sempre affascinato infatti le molteplici sonorità dell'organo, strumento del tutto singolare in cui la musica con le sue vibrazioni sembra letteralmente attraversare chi suona ma anche chi ascolta, come si fosse una cosa sola con essa. Sonorità che ci abbracciano e - nel vero senso della parola - ci com-prendono, ci prendono insieme facendo vibrare ogni nostra fibra in modo ancora più intenso rispetto ad altri strumenti.
La mia è una passione che risale a quando ero bambina e, più o meno a dieci anni, ero entrata a far parte della piccola schola cantorum della mia parrocchia. 
Dico la verità: allora, più che la musica erano gli elementi coreografici ad attirarmi. Salire insieme alle mie amiche sulla balconata del vecchio organo della chiesa nei giorni di Messa solenne, con la scala a chiocciola e l'impiantito in legno che scricchiolavano sotto i nostri passi e poi, soffocando qualche risata, contemplare dall'alto le navate piene di gente era un impagabile divertimento. 
Ma era interessante osservare anche l'organista - allora giovane di belle speranze che avrebbe poi acquisito una certa fama nel panorama musicale della mia città - alle prese con le tastiere e i diversi registri dello strumento, mentre il coro maschile si sgolava in un latinorum alquanto approssimativo. 
Ricordo ancora il rumore secco e legnoso della manopola che veniva velocemente spostata per cambiare registro e mi piaceva sentirmi attraversare dalle vibrazioni sonore soprattutto quando veniva inserito il ripieno.
Insomma, questi sono stati gli inizi. 
Poi il tempo, le circostanze, la passione hanno fatto il resto e mi sono ritrovata a incontrare tanti compositori, a cominciare appunto dall'immenso Bach.

Allora, tra le sue composizioni per organo, oggi desidero condividerne con voi una breve, ma di grande efficacia: la "Fuga in sol minore BWV 578" 
Sono tre minuti di pura gioia in un brano fresco e vivace nel suo andirivieni di note che si alternano tra la mano destra e la sinistra, mentre l'entrata progressiva delle quattro voci - l'ultima sulla pedaliera - ci regala un intreccio di crescente splendida complessità. 
Una costruzione di perfezione matematica e ritmica, articolata e leggera ad un tempo - qui sta il pregio! - con aperture di intensa luminosità che l'esecuzione, a mio avviso particolarmente nitida, mette bene in evidenza. 
Una pagina ricca di energia fino all'accordo finale che - come troviamo di frequente nelle creazioni bachiane - è in tonalità maggiore, quasi il compositore abbia voluto congedarsi proprio con un invito alla speranza e al sorriso.

Buon ascolto!

lunedì 11 novembre 2013

Blogger in festa

E' stata ancora una volta una Milano dolcemente autunnale ad accogliere l'incontro dei blogger che si è tenuto ieri, sempre perfettamente organizzato in ogni dettaglio dall'infaticabile Ambra, coadiuvata da Sandra ed Erika.
Un appuntamento che ha visto la partecipazione di numerosi amici provenienti non solo da Milano e altre località non lontane, ma anche dall'Emilia Romagna, dal Lazio, e dalla Puglia. Un'occasione di ritrovo vissuta all'insegna della familiarità sia per coloro che già si conoscono, sia per i nuovi: un incontro segnato da grande spontaneità in un clima decisamente gioioso, con un pensiero agli assenti che tuttavia non ci hanno fatto mancare il loro affetto con una telefonata o un graditissimo regalo.

Stavolta, tra gli altri erano presenti alcuni blogger che non conoscevo, ma è stato facile per tutti - almeno così mi è parso - trovarsi a proprio agio e intavolare discorsi che rispecchiassero quella verità che ciascuno porta in sè. 
Il fatto di vivere la stessa esperienza, di aver desiderato un giorno di condividere con un giro più ampio di persone interessi, conoscenze, idee e passioni attraverso i rispettivi blog, ha creato subito una simpatica base d'intesa e un'immediata disponibilità al dialogo. 

Ho scritto sopra "intavolare"....e in effetti, dopo un giro per le vie del centro di Milano, è stato proprio a tavola - gustando un pranzo che è ancora poco definire sontuoso - che lo scambio si è concretizzato.
Ma è stata anche la musica a segnare la giornata con una sorpresa che ci ha lasciato stupiti: mentre pranzavamo, da alcuni tavoli del ristorante si sono levate a un tratto le voci di un coro polifonico, un gruppo venuto dalla Francia a Milano per approfondire il proprio interesse musicale. Impossibile non commuoversi a quelle note che ci hanno colto d'improvviso, regalandoci un'onda di sorprendente bellezza. 

Infine, non è mancato uno sguardo alle opere d'arte della città: in particolare alla basilica di S.Eustorgio e agli affreschi della Cappella Portinari di cui la foto in alto raffigura l'esterno, un luogo incantevole in cui Medioevo e Rinascimento si fondono e che la luce del tramonto ha reso ancora più affascinante. 

E mi è parso proprio significativo questo ritrovarsi anche nella ricerca e nella contemplazione della bellezza che - a pensarci bene - è un po' il denominatore comune dell'attività di noi blogger. 
In fondo, che ci si occupi di letteratura o di fotografia, di attualità o di musica, di pittura o di cucito e via dicendo, è sempre un'armonia esteriore ed interiore ad un tempo ciò che si va cercando, l'obiettivo a cui si tende. Un'armonia colta in un fiore o in un paesaggio, in un ricamo o in una poesia; nello splendore dei colori o dei suoni o nel ritmo di un racconto che nasce dal cuore e parla al cuore.
E', in ogni caso, il desiderio di condividere qualcosa - piccolo o grande che sia - che un giorno con la sua bellezza ci ha toccato e non possiamo più tenere soltanto per noi. 

Così, a commento di una giornata tanto piacevole, mi piace postare un brano scintillante che mi sembra rispecchiare bene il clima di vivacità che l'ha contraddistinta: il "Valzer" dalla "Serenata per archi in Do maggiore op.48" di Tchaikovsky che dedico in particolare a tutti i partecipanti all'incontro di ieri.
Si tratta di una composizione dal ritmo trascinante, nella quale l'intreccio progressivamente più vivace delle voci dei vari strumenti esprime una gioia sorgiva che ci coinvolge attraverso un'esecuzione di grande garbo e freschezza.

Buon ascolto!
 

mercoledì 6 novembre 2013

Nel segno del violoncello

Spero che a voi che frequentate questo spazio non dispiaccia troppo se, prima di passare ad altro, oggi torno per qualche momento sul "Larghetto" di Dvorak postato la volta scorsa. 
Il fatto è che - come spesso mi accade - dopo aver pubblicato una musica, questa mi resta dentro. 
Me la ritrovo nel cuore al mio risveglio, mi accompagna quando esco di casa, vi scorgo nel tempo sfumature che non avevo notato e talora mi rammarico per non averne parlato a sufficienza qui con voi. 

Come scrivevo anche in passato, sono proprio i ripetuti ascolti a farci cogliere in un brano meraviglie sempre nuove. E davvero non riesco a staccarmi da questo "Larghetto", per la bellezza struggente e intima della melodia iniziale che si ripete in tonalità diverse e la crescente intensità espressa dal grande respiro dell'orchestra d'archi. Nella sua dolce malinconia, mi fa pensare a un delicato pas de deux e oserei dire che quasi me lo fa vedere. 
Ma anche in seguito, dopo un secondo tema più acceso e concitato, è ancora un movimento di danza a venirci incontro, mentre di nuovo risplende l'incantevole aria iniziale con toni di più distesa serenità, scandita dal ritmo profondo dei pizzicati di contrabbassi e violoncelli. 

I violoncelli, appunto. Qualche volta, quando lascio volare i pensieri e la fantasia si sbriglia, mi diverto a immaginare quale strumento sarei se facessi parte di un'orchestra. 
....E sì! Vorrei essere un violoncello, perchè sa regalare a una melodia il timbro di una voce più profonda o l'afflato di un respiro più ampio. Infatti - sia che ricopra il ruolo di solista, sia che rimanga all'interno del complesso orchestrale - la sua prerogativa consiste nel dare intensità a ciò che si sta eseguendo, costruendone lo spessore e insieme il ritmo, proprio come avviene nel "Larghetto" di Dvorak.

Per questo, oggi sono qui a proporvi un famosissimo brano, colonna sonora di uno dei più celebri film della storia del cinema: "La strada" di Fellini.
Ricordiamo tutti le musiche composte da Nino Rota (1911 - 1979) e, in particolare, il tema delicato e suggestivo che circonda il personaggio di Gelsomina restituendocene tutta la poesia.
E' vero che, nella pellicola felliniana, quell'aria si snoda sulle note di una tromba solista, ma trovo particolarmente pregevole anche l'arrangiamento che il video seguente ci presenta, fatto da un ensemble di otto violoncelli. 
Sono proprio questi strumenti, con la loro voce intima e profonda, a svelarci - a mio avviso - ogni possibile sfumatura della splendida melodia, sottolinendone malinconia e passione, delicatezza e intensa drammaticità.

E - singolare coincidenza - avverto anche una certa somiglianza tra le battute iniziali del brano di Rota e quelle del Larghetto di Dvorak, anche se non mi pare il caso di istituire confronti perchè epoca, scopo, ritmo e clima complessivo dei due pezzi - l'uno destinato ad una sala da concerto e l'altro a seguire le vicende di un film - sono molto diversi. 

Bellissima poi, nel video, la serie di inquadrature che mettono in luce i gesti, la passione e la concentrazione dei musicisti: sguardi, mani, sorrisi, particolari che - ancora una volta - ci dicono la gioia di far musica insieme e viverla nel profondo.

Buona visione e buon ascolto!

mercoledì 30 ottobre 2013

Ottobre: quando il tramonto fa sognare

Sappiamo tutti quanto l'autunno sia la stagione dei tramonti più belli. 
Per un particolare fenomeno di rifrazione della luce, infatti, il cielo a volte si colora di tinte vivissime quasi fosse infuocato, offrendoci uno degli spettacoli più grandiosi che la natura ci possa regalare.

Ed è proprio di un tramonto che oggi desidero parlare, attraverso una delle più affascinanti creazioni di Claude Monet (1840 - 1926) intitolata "San Giorgio Maggiore al crepuscolo", olio su tela realizzato dall'artista nel 1908 durante un soggiorno a Venezia e conservato al National Museum of Wales di Cardiff. 
Si tratta di un'opera di straordinario splendore che figura - fra l'altro - tra i capolavori esposti alla mostra "Verso Monet" apertasi a Verona lo scorso 26 ottobre e dedicata alla rappresentazione del paesaggio dal Seicento in poi.

Il dipinto ci presenta una gemmazione di colori che sembra nascere dalla linea sfumata dell'orizzonte, dal tramonto che rifrange la sua luce in ogni direzione, illuminando la laguna e l'isola di San Giorgio. 
E' un fuoco che via via si schiarisce andando a confondersi col blu del cielo, mentre il riflesso dell'acqua ne irradia e moltiplica l'effetto avvicinandolo progressivamente al nostro sguardo. Un incendio di breve durata, come ogni tramonto, nel quale però l'artista ha colto l'istante di massimo splendore tanto che, più ci si addentra, più si ha l'impressione di venirne abbagliati e pervasi fino a scoprire di essere fatti solo di colore.

Ricordo una sensazione provata parecchi anni fa da una nave mentre, proprio nell'ora del crepuscolo, si staccava dalle coste della Grecia.
Avevo sentito parlare di località famose per i tramonti viola, ma farne esperienza era stato sorprendente. A un tratto, cielo, mare, costa, tutto per pochi attimi si era tinto di quella luce al punto che mi pareva di esservi immersa, di respirarla.
Ed è la stessa sensazione - almeno così a me sembra - che offre il dipinto di Monet, nonostante qui i colori siano più vari e più accesi.

Ma la maestria del pittore ci parla anche attraverso altri particolari come quel campanile che la laguna riflette e, col suo dondolìo, spezza in dolci armoniosi frammenti, segno della raffinatissima abilità con cui Monet ha sempre rappresentato l'acqua, evidente in questa come in numerose altre opere. 

Così pure, se la basilica di San Giorgio si staglia scura con contorni non nitidi e tuttavia ancora ben riconoscibili, nella parte destra del quadro invece l'ombra di alcune cupole emerge da un indistinto magma di colori, effetto che per certi versi ci rimanda a Turner, ma per altri prelude già all'astrattismo.
Ed è la pennellata larga, densa, quasi materica ad accentuare questa sensazione, insieme al colore inframmezzato da piccoli tocchi di bianco - tecnica usata anche dai divisionisti - perchè tutto si risolva in vibrazioni luminose.
Ma viene anche da pensare che nessun soggetto pittorico meglio di Venezia - col fascino della sua precarietà, col suo essere già per se stessa un miracolo di luce sospeso sull'acqua - possa adattarsi ad una rappresentazione impressionistica volta proprio a cogliere l'irrepetibile percezione di un attimo.

E a proposito di percezione, mi ha molto colpito sapere che, quando Monet ha dipinto quest'opera, già iniziava a soffrire di quella cataratta che gli sarebbe stata diagnosticata poco tempo dopo.
Non conosciamo in realtà fino a che punto il problema abbia influenzato davvero la sua visione. Recenti studi degli scienziati dell'università di Stanford ritengono che il suo impressionismo derivi proprio dalla visione sfocata dovuta al suo difetto di vista, mentre altri studiosi smentiscono categoricamente questa ipotesi. 

Ma se anche fosse, sarebbe mirabile l'effetto che la malattia avrebbe creato modificando la capacità visiva. E mi fa pensare a quanto le nostre fragilità, lungi dall'essere limiti tassativi e invalicabili, mutando la nostra percezione possano aprirla a nuovi spessori, nuove sensibilità, mostrando talora quel rovescio della tela rivelatore di più profonde e affascinanti trame.

Così, mi sembra bello affiancare a questo dipinto l'ascolto di un brano altrettanto denso di sfumature e di grande suggestione: il quarto movimento, "Larghetto", dalla "Serenata per archi in Mi maggiore op.22" di Antonin Dvorak (1841 - 1904).
Si tratta di un pezzo che amo molto per la sua capacità di evocare un'atmosfera di nostalgica malinconia come può essere quella del crepuscolo, e al tempo stesso per le sue intense e luminose aperture soprattutto là dove prevalgono le tonalità maggiori. 
Appassionato ed intimo il canto degli archi, e così pure dolcemente ritmata e sognante la melodia che ci accompagna.
E mi pare che le note ci aiutino ad addentrarci sia nella luce sfolgorante del dipinto, che in quegli sfumati dove la linea indistinta dell'orizzonte ci riporta al mistero e al fascino di Venezia come di ogni cosa creata.

Buon ascolto! 

mercoledì 23 ottobre 2013

Come un rivolo d'acqua

Passano i giorni, ma è mi impossibile non ritornare ancora una volta sulle note di Rachmaninov; del resto avevo già anticipato che ne avrei condiviso altri brani.

Così, oggi è la volta del "Preludio in sol diesis minore n.12 op.32", una creazione per pianoforte in cui, a cominciare dagli arpeggi iniziali, sembra che il compositore abbia tradotto la sua romantica vena di malinconia in una serie di mirabili giochi d'acqua. 
Il pezzo alterna infatti passaggi di grande impeto ad altri decisamente più dolci: note ora simili a un mare dalle onde travolgenti e impetuose, ora a un piccolo ruscello, a una cascatella di gocce melodiose, quasi un "rivo canoro" di pascoliana memoria.

Confesso che ho impiegato parecchio tempo a scegliere - tra le clip audio offerte da youtube - l'esecuzione a mio avviso più soddisfacente. 
Ascoltando musica, è frequente imbattersi in interpretazioni talora anche molto differenti. C'è quella più rigorosa e attenta alle varie indicazioni di dinamica, o più vicina alle intenzioni del compositore e capace di rispecchiare maggiormente il clima in cui il brano è nato; o quella che ne sviluppa ogni possibilità ritmica o melodica e via dicendo.
Ma.....qual è la migliore???

Il discorso è piuttosto delicato perchè ognuno dei criteri sopracitati è perfetto e imperfetto ad un tempo.
Tutti lo sappiamo e lo affermava anche il grande musicologo Roman Vlad: "la musica rinasce ad ogni interpretazione", tant'è vero che ogni replica di un concerto non è mai in tutto uguale alla precedente. Su di essa incidono infatti elementi che vanno dallo stato d'animo dell'esecutore, al luogo, alle caratteristiche degli strumenti usati, alla loro accordatura e via dicendo.
Ma importante anche il livello di empatia del pubblico perchè nel creare un'emozione, insieme all'anima dell'autore e a quella dell'interprete, non è meno significativo il cuore di chi ascolta mettendo in gioco la propria ricettività. 
Un incontro di anime dunque, in cui - soprattutto nelle esecuzioni live - una si riverbera, per così dire, sull'altra.
 
Allora, se il linguaggio musicale ci coinvolge così profondamente, il nucleo segreto della perfetta interpretazione sarà proprio dentro di noi che ascoltiamo, e sarà quello che, di momento in momento, corrisponderà più intensamente alla nostra pulsazione interiore.
La musica infatti sveglia in noi quella segreta armonia dalla quale ciascuno è intriso e che forse, solitamente, riusciamo a intuire solo a tratti, per sprazzi di luce, quasi fosse un lontano ricordo. E - come accade per ogni forma d'arte - essa evoca sentimenti e percezioni che talora abbiamo dentro ancora indistinti e ai quali le note, come onde che affiorano dalla profondità di un mare segreto, consentono di emergere dando loro forma e facendoli essere. 

Tutto questo discorsino per dire che, nella mia scelta del preludio di Rachmaninov, tra le tante interpretazioni di svariati pianisti di più celebrata fama (Horowitz, Lisitsa, Ashkenazy...), ho preferito quella del russo Boris Berezovsky - che, a dire il vero, non conoscevo - con la quale mi sono sentita in particolare sintonia.
Non è solo la perizia tecnica infatti o la sonorità degli arpeggi a colpirmi, ma la morbidezza di tocco, la particolare fluidità che conferisce al pezzo diverse sfumature di colore creando la suggestione di un sottofondo di acqua che scorre.
E trovo affascinante soprattutto la parte finale perchè qui - a differenza di altri interpreti - il pianista smussa qualunque angolosità del testo musicale imprimendo alla melodia un ritmo interrotto da lievissime pause, un dolce e quasi impercettibile rallentare simile a una timida carezza o a un passo che, a tratti, si faccia più esitante e poi riprenda. 
O simile a un rivolo d'acqua nel quale sentiamo il canto delle singole gocce, una per una, con misura e delicatezza infinita.

Buon ascolto!

La musica rinasce ad ogni interpretazione, è una epifania perpetua in cui assume un ruolo fondamentale la capacità di interpretazione del testo musicale. - See more at: http://tao.oato.it/esperienza/95-linterpretazione-e-lemozione#sthash.STwhCZUD.dpuf
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La musica rinasce ad ogni interpretazione, è una epifania perpetua in cui assume un ruolo fondamentale la capacità di interpretazione del testo musicale. - See more at: http://tao.oato.it/esperienza/95-linterpretazione-e-lemozione#sthash.STwhCZUD.dpuf
La musica rinasce ad ogni interpretazione, è una epifania perpetua in cui assume un ruolo fondamentale la capacità di interpretazione del testo musicale. - See more at: http://tao.oato.it/esperienza/95-linterpretazione-e-lemozione#sthash.STwhCZUD.dpufBuon ascolto!   
La musica rinasce ad ogni interpretazione, è una epifania perpetua in cui assume un ruolo fondamentale la capacità di interpretazione del testo musicale. - See more at: http://tao.oato.it/esperienza/95-linterpretazione-e-lemozione#sthash.STwhCZUD.dpuf

martedì 15 ottobre 2013

Emozioni

"Entrano grandi. 
 Escono immortali." 
Così recita il manifesto che nei giorni scorsi pubblicizzava la stagione 2013/2014 del Teatro alla Scala di Milano e penso che non ci siano parole più vere e appropriate per descrivere la parabola artistica ed esistenziale di chi l'ha reso così celebre.

E' stata infatti la sensazione di entrare in contatto con una grandezza che non muore quella che ho provato giovedì 10 ottobre, quando il teatro ha aperto i suoi battenti a chiunque volesse visitarlo. Una splendida occasione che mi ha consentito di accedervi liberamente in coincidenza col bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi (1813 - 1901) e all'interno del complesso di celebrazioni verdiane di questo periodo.

Ho vissuto così un momento di profonda emozione, in un luogo capace di toccare il cuore di ogni persona superando tempi e mode, perchè più che mai abitato dall'anima di chi lo ha reso grande.
Un luogo che ha assorbito l'incanto della musica a tal punto che la passione di chi le ha dato vita sembra esservisi materializzata per magìa.
Questo è ciò che ho percepito aggirandomi prima nel foyer, poi affacciandomi dai vari palchi a contemplare lo spettacolo del teatro stesso, a scattare furtivamente una foto (ma rigorosamente senza flash!), mentre dallo schermo allestito nel ridotto si diffondevano immagini e note delle più prestigiose esecuzioni della Messa da Requiem di Verdi.

Certo, alla Scala ero già stata in altre occasioni e assistere ad un'opera o ad un concerto è un'esperienza indubbiamente più ricca che consente di vivere in pienezza tutto il fascino del teatro.
La prima volta ero andata con la scuola a vedere il "Faust" di Gounod. 
Avevo sedici anni, l'abitino elegante delle grandi occasioni e gli occhi sgranati dalla sorpresa mentre, da un palco vicino all'orchestra, seguivo la direzione appassionata di Georges Pretre e un'incantevole Mirella Freni nel ruolo di Margherita.
Ma anche giovedì scorso - nonostante l'ambiente non mi fosse nuovo - non riuscivo a non provare stupore in mezzo a tanta altra gente, tanti altri volti sui quali leggevo riflessa la mia stessa gioia.
Era l'emozione di potersi aggirare tra i palchi come tra le stanze di casa propria, di riconoscere all'interno del museo i ritratti di musicisti e interpreti - Verdi, Donizetti, Puccini e poi Toscanini, la Callas, la Tebaldi.... - come fossero immagini di famiglia, di parenti neppure troppo lontani ai quali la musica ci aveva legato in modo indissolubile rendendoli ormai nostri. 

O forse ero io che non riuscivo a non sorridere, tanto mi sentivo ricolmata di commozione osservando ogni oggetto e ogni arredo cui mi pareva che la musica avesse conferito una sorta di sacralità. Dall'antica spinetta che porta dipinta la scritta ammonitrice: "Indocta manus, noli me tangere!" al pianoforte di Liszt o ai dipinti che celebrano Giuseppe Verdi, colui che - come scrisse mirabilmente il D'Annunzio - "pianse ed amò per tutti".

E di Verdi, appunto, desidero condividere qui un brano della "Messa da Requiem" : il potentissimo "Rex tremendae majestatis", in un allestimento che vede sul palcoscenico dei protagonisti d'eccezione proprio dal Teatro alla Scala.
E se essa è un luogo il cui solo nome è una consacrazione di grandezza per gli artisti che vi sono entrati e per coloro che ancora vi entreranno, a sua volta è divenuta grande proprio grazie ad essi e a quanti nel tempo hanno offerto e offrono al mondo un contributo di appassionato amore per la musica.
Un amore capace di regalarci anche in una battuta di poche note lo splendore dell'universo intero.
Un amore che si trasmette come un vivissimo DNA, da anima a anima, a tutti noi.

Buon ascolto! 

mercoledì 9 ottobre 2013

Sconfinati orizzonti


Musicalmente parlando, non faccio quasi mai programmi precisi nell'accostarmi ai vari compositori, nè procedo con particolare ordine o sistematicità nelle mie scelte, ma seguo un po' la mia passione o le circostanze del momento come penso sia per tanti di noi. 
Ci sono periodi in cui viviamo dello splendore di un brano sentito magari per caso, che ci ha catturato con la sua suggestione, e può capitare che ci si svegli al mattino con dentro quella musica che ci accompagnerà per l'intera giornata. 
Ma possono essere anche ricordi, eventi o luoghi ad evocare una melodia dalla quale poi non riusciremo a staccarci e che s'intreccerà saldamente al nostro cuore e ai nostri pensieri fino a sovrastarli.  

Nei mesi scorsi, per me è stato il turno di Rachmaninov: prima i concerti per pianoforte - il terzo in particolare - poi alcuni preludi, la splendida elegia in mi bemolle minore e altro ancora che posterò prossimamente.
Ma negli ultimi giorni sono passata a Philip Glass che, dopo avermi suscitato qualche iniziale perplessità, ora mi sta affascinando non poco.
Sono sempre i ripetuti ascolti che mi aiutano a scoprire la bellezza di un autore e ciò mi sta accadendo in modo particolare anche per questo compositore statunitense, classe 1937, del quale ho già pubblicato tempo fa "Morning passages" che potete ritrovare qui

Così di Glass oggi vi propongo "The Hours", sempre dalla colonna sonora del film omonimo. 
Si tratta di un brano denso di ombre angosciose che non solo si addice bene all'argomento fortemente drammatico della pellicola, ma che - come ogni creazione scaturita dal profondo - si libera poi dal contesto per cui è nato brillando di luce propria e conducendo l'ascoltatore verso atmosfere ricche di svariate suggestioni.

E' un filo di costante inquietudine quello che percorre il pezzo fin dalle prime battute, ma sono le continue ripetizioni sia degli accordi che degli arpeggi a costituirne l'ossatura. E se le prime volte - lo confesso - mi erano parse eccessive, ora sono proprio quelle che m'innamorano perchè si fanno interpreti di un clima e del sapore di una contemporaneità nella quale il compositore s'inoltra in modo sempre più intenso e vibrante. 
Gli accenti delicati ma via via più drammatici e martellanti del pianoforte sono infatti accompagnati dall'orchestra che ne sottolinea per così dire il respiro, segnandone il ritmo ansioso in un'atmosfera di crescente sospensione.
  
Splendido anche il video del quale ringrazio l'autore che l'ha condiviso su youtube: immagini di vita in un suggestivo ed efficacissimo bianco e nero che mi pare si accordino in maniera straordinaria al tono della musica mettendone in rilievo l'attualità.
Squarci di solitudine metropolitana, scatti di quotidianità che si fanno poesia ora nell'ombra cupa di un tunnel, ora nel grigiore del cielo o di un'autostrada, e poi danze, baci, sguardi, musica. Ma anche paesaggi aperti, orizzonti sconfinati, nebbie, attese e il mare, aperto e infinito, tema ricorrente del video così come tema ricorrente del brano è il ripetuto e talora ombroso arpeggiare.
Glass sembra infatti addentrarsi con onde sempre più profonde e inquiete proprio nella solitudine dell'uomo contemporaneo e farla propria con le sue note che si caricano di progressivo sgomento. 
Così, dai bassi intensamente marcati della seconda parte del pezzo ai passaggi più leggeri del pianoforte soffusi di malinconica dolcezza, ci apre a prospettive nuove, segnate talora da un ansito angoscioso verso l'ignoto, talaltra da luminose percezioni d'infinito.
E se ci lasciamo raggiungere da questa musica che sembra fondere splendore e dramma, ci ritroviamo ad essere tutti viandanti in attesa, davanti allo spessore sconfinato e misterioso del tempo.

Buona visione e buon ascolto! 
(nel riquadro, "La partenza del poeta" di Giorgio De Chirico)

sabato 28 settembre 2013

Settembre: dolci aperture di paesaggio.

Trasfigurazione (particolare) - Museo nazionale di Capodimonte, Napoli
E' sempre ricco di fascino il mese di settembre: ci offre infatti cieli e panorami che, dopo la sfolgorante luce estiva, si ammantano di dorata morbidezza. 
E insieme al sole ancora tiepido, le prime brume del mattino - almeno qui in pianura - mostrano una campagna che sfuma all'orizzonte e presto si accenderà della calda intensità dell'autunno. 

Amo molto queste atmosfere e forse è il motivo per cui mi hanno sempre affascinato quei pittori del Rinascimento che hanno dato largo spazio alla raffigurazione del paesaggio, delineandolo in forme morbide e talora lievemente sfumate che ricordano un po' la natura delle stagioni intermedie.
Pala di Pesaro (particolare) - Musei civici, Pesaro
A partire dal Cinquecento infatti, dai più piccoli scorci ai panorami che fanno da sfondo a Madonne e Santi o ad altre figure, il paesaggio ha assunto un'importanza sempre maggiore fino a diventare soggetto autonomo di una rappresentazione, come ha esemplificato anche la mostra dello scorso anno a Milano dedicata a "Tiziano e la nascita del paesaggio moderno".


Madonna col Bambino - Galleria Borghese, Roma
Particolare
Tuttavia è su di un grande artista rinascimentale di alcuni decenni precedente a Tiziano che oggi desidero soffermarmi.
Si tratta di Giovanni Bellini (1433 - 1516), squisito pittore veneziano le cui opere mi sembrano mettere in luce con particolare chiarezza il passaggio graduale verso un modo di raffigurare la natura più ricco e più ampio rispetto al passato.

Madonna degli Alberetti - Galleria dell'Accademia, Venezia

Ricordiamo tutti le sue numerose rappresentazioni di Madonne col Bambino.
Se in un primo tempo ad inquadrarle era la cornice architettonica di un trono o dell'abside di una chiesa, poi era stata la natura a far capolino ai lati della Vergine, magari solo con un albero, un praticello o un lieve disegno di montagne sullo sfondo, mentre il trono era stato sostituito da un panno verde che conferiva alla composizione maggiore leggerezza.
Ma in seguito, Bellini ha progressivamente eliminato ogni diaframma tra le figure e il paesaggio retrostante, per mostrarci i vari personaggi immersi in vasti panorami di colline verdeggianti, castelli, cieli dalle prospettive profonde e variegati di nuvole, ora animati dalla fresca luce del mattino, ora dai caldi toni del tramonto.
Madonna col Bambino benedicente - Pinacoteca di Brera, Milano
Luoghi dove lo sguardo spazia liberamente scoprendo una natura amena e riposante, una campagna disseminata di pievi e paesetti affondati tra le colline o prospettive urbane ben costruite e ordinate.
Un contesto decisamente realistico e al tempo stesso uno spazio in cui le varie figure si fondono con l'ambiente circostante in un clima di dolcezza che non può non incantare anche noi spettatori di oggi.
Trasfigurazione - Museo nazionale di Capodimonte, Napoli
Osserviamo, per esempio, la morbidezza quasi vellutata del prato su cui poggiano i personaggi nella "Trasfigurazione" o le differenti tonalità di verde messe in luce dalla foto del particolare. 
Così pure, la libertà con cui le figure si dispongono nello spazio e l'attenzione ai volumi evidente dal disegno dei corpi e dei panneggi, ci dicono quanto l'artista abbia superato la lezione di alcuni suoi contemporanei - per esempio il Mantegna a cui tra l'altro lo univa un legame di parentela - per cogliere tutte le novità della sua epoca.
Sacra conversazione Giovanelli - Galleria dell'Accademia, Venezia
Ma è principalmente l'uso del colore e della luce a rivelare la matrice veneziana del Bellini che anticipa quella che sarà la pittura tonale da Giorgione in poi.
Bellissimo, a tale proposito, il particolare della "Sacra conversazione Giovanelli" riportato qui di seguito: uno scorcio paesaggistico di puro splendore per il raffinato accostamento di colori e il senso spaziale che, in pochi tratti, ci conduce lontano, dietro quelle collinette scure dallo stile quasi naif e verso quelle nuvole modernissime che forse sarebbero piaciute anche a Constable. 

Sacra conversazione Giovanelli (particolare)
E a commento di queste immagini, un brano di Franz Joseph Haydn (1732 - 1809) che, a mio avviso, si armonizza con la loro particolare dolcezza.
Si tratta dell'Adagio dal "Quartetto op.2 n.2" composto per archi nella tonalità di mi maggiore e qui riportato in una trascrizione per archi e chitarra solita che, francamente, trovo quasi più affascinante dell'originale. 
Mi pare infatti che lo strumento solista conferisca al pezzo un più profondo spessore esaltandone la soavità, sia nei passaggi più sereni che in quelli soffusi di malinconia.
E la melodia principale - un'aria che ricorre anche in altre opere di Haydn - con i suoi toni pacati sembra fondersi con lo splendore dei temi e dei personaggi che i dipinti raffigurano. Ci accompagna così in una dolcissima contemplazione ora delle luminose aperture di paesaggio, ora del silenzio sempre assorto di Maria.

Buon ascolto!
(mi scuso per la qualità poco nitida dell'audio)

sabato 21 settembre 2013

Le campane di Mosca

Ogni volta che apro questo blog e dalla mia bacheca privata entro nella pagina dedicata alle statistiche, posso vedere a mio agio da quali paesi del mondo è stato visualizzato, da quali siti, quali post in particolare sono stati aperti e quante volte. 
Sul piccolo planisfero presente, infatti, si colorano di verde più o meno intenso gli stati da cui un numero più o meno considerevole di persone è passato di qui, e nel riquadro della panoramica compare un grafico azzurrino che segue ora per ora - se non addirittura minuto per minuto - l'andamento delle visualizzazioni. 
E' un profilo di montagnette aguzze che registra qualche impennata se i visitatori in contemporanea sono tanti, o si appiattisce fino a scomparire quando online non c'è nessuno.
Così, scopro che ieri sono venute a trovarmi cinquantotto persone dagli Stati Uniti, sette dalla Cina, due dalla Svizzera, una dalla Polonia, oltre ad un certo numero dall'Italia, e oggi ho avuto altre visite dalla Federazione Russa, dall'India, l'Australia e i Paesi Bassi.

Chi ha un blog sa benissimo di che cosa sto parlando e quanto sia ricco di interesse un tale punto di osservazione.
Tuttavia, sto attenta a non farmi troppe illusioni perchè scoprire che il proprio sito è stato visualizzato non significa necessariamente che ne sia stato letto il contenuto, e non è affatto sicuro che chi è entrato in un blog si sia poi soffermato ad ascoltare le eventuali clip audio. Capita del resto anche a me, nelle mie frequenti navigazioni: in taluni siti indugio a lungo e piacevolmente, in altri invece dò uno sguardo e via.
Inoltre, negli ultimi tempi ho notato che alcune visualizzazioni - provenienti soprattutto dagli Stati Uniti e recentemente anche dalla Russia - sono finalizzate in realtà all'invio di messaggi pubblicitari non richiesti che, per fortuna, mi finiscono automaticamente nella spam. E pure questo è un dato che sgretola tante illusioni.

Però....
Però ormai un pochino mi conoscete e sapete che, quando scopro che qualcuno - magari dall'altro capo del mondo - ha aperto uno dei miei post, m'invade comunque una grande gioia perchè nutro sempre la speranza che, sia pure per brevi momenti....chissà!, sia stato raggiunto e rasserenato dalle note di Bach o di Rossini, di Haydn o di Mozart e via dicendo.
Così oggi, dopo aver visto un numero elevato di visitatori dalla Federazione Russa, proprio a loro voglio dedicare il brano che segue augurandomi che - tra le tante - ci sia davvero qualche persona desiderosa di incantarsi e di gioire aprendo il cuore alla musica.
E lo faccio con la composizione forse più eseguita tra tutte quelle di Sergej  Rachmaninov: il "Preludio in do diesis minore op.3 n.2" tratto dai "Cinque pezzi di fantasia per pianoforte op.3" dei quali tempo fa ho postato la meravigliosa "Elegia in mi bemolle minore op.3 n.1" che potete ritrovare qui.

Il preludio - soprannominato a buon diritto "Le campane di Mosca" - dopo i tre fortissimi accordi iniziali si snoda con una parte lenta ricca di profonda suggestione, seguita da un'altra più agitata e veloce in un potente e appassionato crescendo di sonorità. 
E' una musica che crea un clima in cui anche le pause ci parlano e la melodia ci raggiunge talora con il suo attardarsi e indugiare sulle note, talaltra con un ritmo più incalzante ricco di dirompente energia.
Adoro in particolare l'intensità dei vari pianissimo, così come la pacata solennità degli accordi finali - veri e propri rintocchi di campana - che, da fortissimi, si fanno progressivamente più lenti e sommessi, restituendoci il riverbero di ogni singolo suono in un'atmosfera che tocca l'anima.

Buon ascolto!

 

domenica 15 settembre 2013

Mani

Sappiamo tutti - e mi rendo conto che la considerazione rischia di essere banale - quanto le mani siano strumenti fondamentali della nostra vita quotidiana e delle nostre relazioni tanto che vi sono costantemente coinvolte, dai gesti più semplici a quelli più alti e significativi. 

Dal cibarsi allo scrivere, dalle dimostrazioni di affetto allo svolgimento di un numero imprecisato di lavori grandi e piccoli, sono da sempre protagoniste della nostra vita con la loro sveltezza, la loro abilità, la loro espressività o semplicemente il loro servizio. 

Ma è là dove l'attività dell'uomo si fa creativa che esse diventano, in modo particolare, umili e al tempo stesso meravigliosi strumenti dell'anima.
E' quando diamo una carezza o un abbraccio, ma anche quando un artista dipinge o scolpisce, progetta o scrive, plasma o intaglia, che le mani sono in diretta connessione col cuore per riprodurre sulla tela, sulla pietra e via dicendo, esattamente quella luminosità, quella sfumatura di colore, quella forma nata da una passione che fiorisce dentro.
Mai come nell'attività artistica, infatti, corpo e anima manifestano la loro particolare unità. Basti pensare alla danza, per esempio, o al teatro, dove non solo le mani, ma ogni fibra, ogni muscolo, ogni piccolo gesto diventa espressione di un contenuto.

Ma accade anche quando si fa musica.
Mi ha colpito spesso l'impegno che un concerto richiede a livello fisico: mani, piedi, braccia, occhi, fiato, tutto il corpo è coinvolto in un lavoro di concentrazione, coordinazione e sincronia. Ma protagoniste sono proprio le mani, prima di tutto sugli strumenti a tastiera e poi su quelli a corda, dal violino all'arpa. Tuttavia fondamentale il loro ruolo in ogni sezione di un'orchestra, dalle percussioni fino ai legni e agli ottoni dove il loro lavoro è coordinato anche col fiato.

E sono sempre affascinanti le mani dei musicisti: talora affusolate ed eleganti o snodate ed elastiche, talaltra piccole e magari un po' tozze, ma ugualmente capaci di suonare in modo strepitoso compiendo a volte vere e proprie acrobazie.
Dita che sui tasti o sulle corde prendono e danno vita con tocco stupefacente, delicate o sferzanti, capaci di esprimere energia o infinita dolcezza. Dita che, al di là della perizia tecnica, sono prima di tutto canali dell'anima attraverso cui le note possono fluire con quella pienezza con cui sono state create.  

Penso - ma gli esempi si potrebbero moltiplicare! - alle mani di Anne Sophie Mutter, agili e precise al millimetro nel trarre dal suo violino ogni minima sfumatura di una melodia. O a quelle di Glenn Gould che sembrano segnare anche il ritmo del brano: la destra suona e talora la sinistra per così dire commenta col gesto lo splendore della melodia o anche della singola nota, seguendo un filo interiore che le guida, simili a vere e proprie estensioni del cuore. 
Ma mi attirano anche mani scattanti e imperiose, pacate e carezzevoli quali possono essere quelle di un direttore d'orchestra, che sempre sanno parlare il linguaggio dell'anima in unità inscindibile con essa.

Così, proprio per osservare da vicino lo splendore delle mani, oggi propongo una registrazione live dell'ultimo movimento, "Rondò - allegro", del "Concerto in Do maggiore K.299 per flauto, arpa e orchestra" di Mozart, luminosa composizione della quale ho già pubblicato in passato lAllegro iniziale e l' Andantino .

Qui, la clip video ci permette di cogliere la meraviglia di uno stile fatto di abilità ma prima di tutto di passione, a cominciare dai due protagonisti del brano, arpa e flauto. Incantevole il concitato dialogo tra i due strumenti, dal tocco pacato del solista di flauto a quello elegantissimo e sicuro delle mani dell'arpista in un'interpretazione di grande classe.
Ma bello osservare anche la mestrìa delle dita sui tasti degli strumenti a fiato insieme al ritmo dei pizzicati sui violini.
Mani che riescono ad esprimere ogni sfumatura di intonazione e di timbro, ogni morbidezza o scintillìo della melodia tanto intensamente sono sintonizzate col cuore.
E tra i vari strumenti è quasi una gara di bravura perchè a vincere sia sempre e solo la Musica!!!

Buona visione - che consiglio a schermo intero - e buon ascolto!

domenica 8 settembre 2013

Sotto "quel cielo di Lombardia...."

La dolcezza di Milano in una giornata di settembre dal clima arioso e ancora quasi estivo, non troppa gente in giro nonostante la mattina feriale e "quel cielo di Lombardia così bello, quando è bello..." già denso di promesse.

Come lo scorso anno di questi giorni, è sempre con la giovanissima amica dallo sguardo attento che si va alla scoperta di tesori nella grande città. Io la scorto per la metropoli che già un pochino conosce e lei mi aiuta a recuperare freschezza nel guardarmi intorno.
Se allora era stata la volta di S.Ambrogio, S.Maurizio al Monastero Maggiore, la Pinacoteca di Brera, insieme a un occhio da Ricordi e alla Bottega Discantica (eh....la musica!!!), quest'anno andiamo a S.Maria delle Grazie, all'Ambrosiana, al Poldi Pezzoli ed altro. 
Non tutto di tutto ovviamente, ma incursioni mirate, per esempio al Castello Sforzesco per la michelangiolesca Pietà Rondanini.

Lei mi ricambia d'inverno nientemeno che con Venezia, della quale mi aiuta a scoprire gli angoli più riposti e tranquilli, il barocco di alcune chiese che sfuggono ai tradizionali itinerari o certi quartieri suggestivi che, di norma, conosce solo chi ha lunga consuetudine con la città.
E spesso i luoghi sono anche arricchiti dal nostro vissuto, da un ricordo, da una particolare esperienza che ce li rende vivi consentendoci di condividerne un sapore segreto e per noi unico.

Se qualche volta in gioventù ho sognato di fare la guida turistica, non avrei potuto desiderare di meglio che questa compagna di viaggio dallo sguardo capace di stupore e di una sintonia che supera differenze di età e di storia. 

Fresca la sua gioia nel ritrovare al Museo Poldi Pezzoli proprio le immagini della sua Venezia attraverso i dipinti dei vedutisti del Settecento!  
Restiamo affascinate in particolare da "Gondole sulla laguna" di Francesco Guardi, per me capolavoro assoluto, quasi un monocromo che con pochi tratti ci restituisce uno spazio paesaggistico di profondissima suggestione.
Allo stesso modo, ci lasciamo incantare dalla linea nitida del profilo e dalla raffinatezza della "Dama" ritratta dal Pollaiolo o ci perdiamo nell'osservare i panorami sullo sfondo di vari dipinti con Santi e Madonne. 
Talora infatti non sono solo i pittori più famosi ad attirare la nostra attenzione, ma un particolare, il dettaglio di un artista magari meno celebrato di altri che ci colpisce per il colore, la luce, il realismo della rappresentazione o la morbidezza del paesaggio.

E uno dei dettagli più affascinanti del Poldi Pezzoli è anche la scala d'ingresso, con l'elegantissima fontanella barocca che col suo lieve chioccolìo - e i pesci rossi! - c'introduce al silenzio assorto delle sale.
Ma anche fuori dai musei, uno sguardo ai cortili e ai giardini interni dei vari palazzi ci fa scoprire prospettive affascinanti, una Milano signorile e discreta, oasi di quiete nella frescura del verde a pochi passi dal tumulto metropolitano.  

E quando, poco più tardi, ci saluteremo sul binario della Stazione centrale dove una Freccia bianca è in procinto di partire, avremo nel cuore la gioia di aver condiviso lo splendore eterno delle cose viste, ma anche tanta semplicità e quella quotidianità spicciola nella quale pure abita la bellezza. 

Allora, alla serena giornata trascorsa voglio dedicare un brano di Bach che mi pare rispecchi bene il passo, il dialogo e la sintonia che abbiamo vissuto. 
Si tratta del terzo movimento, "Vivace", dalla "Sonata III per organo in re minore BWV 527", brano incantevole per l'attitudine gioiosa che lo contraddistingue e soprattutto per il dialogo tra le varie voci che si alternano e si susseguono eleganti e scorrevoli.
Il ritmo, la struttura fugata e i passaggi dove si avvicendano tonalità maggiori e minori sembrano infatti un cammino o le battute di un discorso che si dipana con continuità varia e vivace, ora più intensa e riflessiva, ora più luminosa e danzante.

Buon ascolto!