martedì 1 novembre 2011

Un Galliano da sogno

Ho già parlato giorni fa del fascino della fisarmonica, strumento tradizionalmente popolare, entrato solo in tempi recenti nel mondo della classica o del jazz grazie a una serie di artisti che lo hanno valorizzato sviscerandone tutte le potenzialità con originalità e inventiva.

Come scrivevo,
Richard Galliano - classe 1950, francese di origini italiane - è certo il più rappresentativo tra questi non solo per l'indiscussa bravura di esecutore, ma per la straordinaria novità delle sue composizioni e interpretazioni che hanno svecchiato il modo di suonare la fisarmonica e il repertorio che ne consegue.

Famosissimo per la sua collaborazione con Piazzolla e per aver rinnovato non solo il tango, ma anche la musette - il tradizionale valzer popolare francese - rivisitandola con l'inserimento di nuovi ritmi, Galliano è però anche cultore di quei compositori classici che non poco hanno contribuito alla sua formazione.
Primo fra tutti Bach, accostato ai tempi del conservatorio e profondamente amato ancora oggi soprattutto
ne L'arte della fuga e nelle Suites per violoncello, ma anche in diversi altri brani e concerti ai quali il fisarmonicista ha dedicato un cd.
Sintesi di antico e moderno, di contemporaneità e tradizione, dunque, da parte di un artista profondamente creativo e versatile.

L' "Opale Concerto
" che propongo qui oggi nello splendore del suo secondo movimento, fonde proprio elementi classici con la ricerca di sonorità inedite.
E' una melodia malinconica il primo tema che ci si presenta, un ricordo dell'antica
musette con il suo colore nostalgico e la sue atmosfere parigine, ma ben presto aperto a suggestioni nuove - almeno per uno strumento come la fisarmonica - che si allargano verso la parte centrale del brano.
Questa si snoda sull'onda di un'orchestra dalle sonorità sempre più ampie e profonde che - grazie anche all'uso frequente della dissonanza - si dilatano in un'atmosfera indefinita di grande fascino.
Un brano ricco di incanto e non privo di reminiscenze classiche : se infatti all'inizio, vi possiamo ritrovare echi del Valzer triste di Sibelius
, successivamente vi si coglie qualche ricordo di Dvorak, in particolare della Danza slava N.2.

Ricerca del nuovo quindi, coniugata però sempre col sapore della tradizione classica e delle proprie origini
che Galliano riprende e rivitalizza con grande sensibilità.

Buon ascolto!

giovedì 27 ottobre 2011

Ottobre

La raffigurazione di Ottobre, nel "Ciclo dei Mesi" dei fratelli Limbourg, si dispiega in una veduta pianeggiante e aperta che - come già in diverse miniature precedenti - presenta il castello sullo sfondo e le operazioni agricole in primo piano.

Tuttavia, siamo lontani da quel clima di silenzio che si respira in altre rappresentazioni che vedono l'edificio situato in piena campagna a dominare i lavori campestri in totale tranquillità.
Qui, a ben guardare, lungo il fiume che separa il castello dai campi arati di fresco, una via che passa sotto le mura merlate si anima invece di vivacità cittadina e ci lascia intendere che siamo proprio a Parigi.

Come nella miniatura del mese di Giugno infatti, il corso d'acqua riprodotto a metà del quadretto e che sembra dividerlo esattamente in due parti, è la Senna. Ma mentre là lo sguardo era rivolto in direzione del Palais de la Cité, qui invece è l'antico palazzo del Louvre con le sue torri a campeggiare sullo sfondo.

Diversi personaggi, soli o a gruppetti, sono disseminati lungo la via, mentre dietro di loro il castello è descritto con la stessa minuziosa accuratezza che contraddistingue ognuna di queste miniature.
Torri e torrioni, comignoli e finestre fino alle figure di drago dei doccioni, tutto è riprodotto col gusto della precisione che ritroviamo peraltro anche nei campi in primo piano, nel disegno parallelo dei solchi brulli, o nel reticolo di fili tesi in secondo piano.

Tuttavia, questo gusto del particolare, qui come altrove, non è fine a se stesso, ma è la rappresentazione della vita che fiorisce serenamente in ogni suo aspetto, quotidiano e non.
Troviamo quindi un realismo che porta gli autori a non trascurare nulla: dalle figure che stanno conversando sulla strada, al barcaiolo sul fiume; dai gesti del contadino a cavallo e del seminatore, fino al becchettare degli uccelli nei solchi, anch'essi rappresentati nella varietà dei loro movimenti.
Nulla è lasciato al caso. Ed è singolare che, osservando il quadretto, l'occhio cada sugli oggetti, prima ancora che sulle persone: dal sacco bianco della semente in primo piano, all'erpice al centro del campo, su su fino allo spaventapasseri, quasi a disegnare una linea prospettica che conduce fino al castello.
Una descrizione attenta e ordinata quindi, vivace e pacata ad un tempo soprattutto nelle tinte tra le quali, al di là delle macchie di rosso e di blu, prevale il bianco insieme al colore della terra arata che attende la semente
.

Dello stesso carattere di vivacità e pacatezza di questa immagine è il brano che propongo oggi:
il primo movimento (Villano y ricercare) della "Fantasia para un gentihombre" di Joaquin Rodrigo, fantasia di cui mesi fa ho postato il secondo tempo.
Vivo e ritmato nella prima parte, il pezzo si fa dolcissimo nello splendido ricercare dove la chitarra - all'inizio solista - viene poi progressivamente accompagnata dagli altri strumenti per giungere a un finale di grande intensità.

Buon ascolto!

sabato 22 ottobre 2011

Fascino di una fisarmonica

Sono grata all'amico blogger Mirco del sito "Tra sogni e realtà" se posso dedicare il post di oggi ad uno strumento musicale molto particolare, popolare e inusuale insieme come la fisarmonica.
E' stato Mirco infatti, con la sua passione, a sollecitare in me l'interesse verso questo strumento che mi ha aperto un mondo di interpreti e di sonorità nuove.

Dicevo inusuale e popolare ad un tempo, perchè la fisarmonica non fa parte dell'organico di una tradizionale orchestra sinfonica e tuttavia trova spazio da sempre in tanti piccoli complessi musicali, nelle feste, nelle sagre o più semplicemente dove si balla.
Vero è che anche compositori come Ciajkowskj o Verdi - per far solo qualche esempio - talora hanno inserito nelle loro opere piccole parti per fisarmonica e oggi, sempre più spesso, la troviamo come strumento solista accompagnata da un' orchestra.
Ma nonostante questo, essa - con la sua ritmica così spiccata - è rimasta per molto tempo legata al mondo popolare del canto e della danza.


A nobilitarla, per così dire, inserendola in un vero e proprio repertorio classico o jazz o addirittura rock sono stati compositori e interpreti più recenti.

Ed è un uso raffinatissimo della fisarmonica che tali autori hanno fatto sfruttandone in pieno le risorse timbriche e ritmiche, sia che essa riproduca una potente sonorità simile a quella dell'organo, sia che ricordi il canto più sottile di un violino.


Tra i contemporanei, trovo affascinante sopra gli altri
Richard Galliano, compositore ma anche esecutore ed interprete, famoso per la sua collaborazione con moltissimi musicisti tra i quali Astor Piazzolla.
Il pregio di Galliano è l'aver fatto della fisarmonica uno strumento versatile capace di interpretare con lo stesso incanto musiche del passato e del presente così come differenti linguaggi.
Lo contraddistingue anche un forte legame col repertorio classico e con la musica di Bach in particolare, nella quale - come il fisarmonicista ha affermato - trova "il senso dell'avventura, il brivido della scoperta". Di Bach infatti Galliano ha eseguito svariati concerti oltre a pezzi tratti dalle suites orchestrali
, e sullo stile del musicista tedesco ha improntato anche alcune sue composizioni.

Tra queste "Aria", che propongo qui oggi, è forse il pezzo di Galliano più rappresentativo in questo senso.
Vi possiamo ritrovare echi della
Toccata e fuga in re minore come di altri brani bachiani ricreati e fusi in un'originalissima ricerca che sfrutta al massimo le sonorità dello strumento solista, quasi fosse un organo.
Una testimonianza dell' attualità indiscussa di un autore come Bach, ma soprattutto della capacità di Galliano di ricrearne la bellezza attraverso la sua straordinaria, modernissima inventiva e la mirabile padronanza della fisarmonica.

Buon ascolto!

mercoledì 19 ottobre 2011

Prima candelina!

Ebbene sì, oggi "Gioire in Musica" compie un anno!!!
Incredibile, ma vero: a partire da quel martedì 19 ottobre 2010 in cui un po' timidamente ho dato inizio a quest'avventura
, il mio piccolo spazio è cresciuto, arricchendosi di tante melodie e tanti lettori ma soprattutto ascoltatori!

A dire il vero, covavo da tempo il desiderio di trovare un ambito in cui condividere con altri le musiche che amo, ma non avevo mai pensato a un blog. L'idea me l'ha suggerita un'amica che mi aveva letto dentro questo desiderio chiuso in me come un fuocherello nascosto sotto la cenere.
Al momento però avevo rifiutato: figuriamoci, senza alcuna esperienza del web o quasi, non sarei stata capace!


Poi un giorno - in uno di quei pomeriggi un po' così...che sembrano girare a vuoto - mi ci sono messa tentando i primi passi con molte incertezze e tanta paura di combinare qualche pasticcio.
Ma appena "Gioire in Musica" ha preso forma sotto i miei occhi e ho pubblicato il primo post....mi ci sono appassionata come fosse stata cosa mia da sempre e d'allora è stato un crescendo d'intensità.

E quando - tra commenti, iscritti e la pagina delle statistiche che mostra da dove il blog è stato visto - ho capito che i lettori c'erano, ho provato una gioia grandissima.

Certo, sono consapevole di essere solo un modesto tramite di opere d'arte non mie, mentre tanti altri blogger hanno il pregio di condividere creazioni proprie.
Ma anche essere un piccolo canale di trasmissione è un'attività che mi impegna una bella fetta di tempo e - lo confesso - ogni tanto mi dico: "Devi darti una calmata! Pubblica un po' meno, magari solo due o tre volte al mese!".
Ma poi non resisto:
i brani musicali sono lì, dentro di me - come scrivevo una volta - "in gioiosa lista d'attesa" che premono chiedendo di essere condivisi.
E vi assicuro :
pensare che una persona magari sconosciuta, dall'altro capo del mondo, possa trascorrere anche solo pochi minuti in serenità ascoltando la musica che metto in rete, mi riempie di una felicità impagabile!

Per questo, ringrazio tutti coloro che in quest'anno sono passati di qui: lettori abituali o solo di passaggio, conosciuti e sconosciuti, vicini e lontani, dal Giappone al Brasile, dalla Spagna all'Ungheria; ringrazio chi ha lasciato un commento e chi si è limitato ad ascoltare, così come quegli amici - blogger e non - che mi hanno incoraggiato nel dare forma a un sogno.
Da tutti sono stata profondamente arricchita e la vostra presenza mi regala una gioia così concreta e viva che va ben al di là del virtuale.


Allora, per festeggiare torno al primo amore, al musicista con cui ho aperto un anno fa questo blog, quel Mozart capace - con l'incanto delle sue note - di abbattere le sbarre di qualunque carcere materiale o metaforico, come scrivevo nell'Incipit a proposito dell'aria da "Le nozze di Figaro" riportata nel film "Le ali della libertà".
Oggi è l' "Adagio in Mi maggiore K.261" per violino e orchestra che ho deciso di regalare a me e a voi nell'interpretazione di un grande violinista del Novecento: Arthur Grumiaux.
E' proprio la sonorità luminosa e purissima del violino, qui, a valorizzare il canto di questo brano, gli squarci di limpidezza e i tratti di malinconia, insieme all'orchestra che accompagna il solista con misurata intensità.
Un Mozart soavissimo che ricorda i Concerti per violino K. 216 e K.219 come pure, per certi aspetti, la Sinfonia concertante K.364.
Un Mozart che ci guida - come sempre - con uno sguardo di serenità e di supremo equilibrio.

Buon ascolto! Il sogno continua....

giovedì 13 ottobre 2011

"Classico ribelle" : lo sguardo di un poeta

"Quelli che non sentono questo Amore
trascinarli come un fiume,
quelli che non bevono l'alba
come una tazza di acqua sorgiva
o non fanno provvista per il tramonto,
quelli che non vogliono cambiare,
lasciateli dormire!"

Sono state queste parole del poeta persiano Jalal'al Din Rumi
a venirmi in mente nei giorni scorsi dopo aver letto "Classico ribelle", terzo libro del Maestro Giovanni Allevi uscito da circa un mese per l'editrice Rizzoli, facendo seguito a "La musica in testa" e "In viaggio con la Strega" pubblicati nel 2008.
Quelli di Rumi sono gli occhi incantati della poesia insieme alla volontà di assecondare il fluire della vita verso il cambiamento, ma anche Allevi ha qui lo sguardo di un poeta, mosso da amore per la realtà che gli sta intorno e dal desiderio di afferrarne il mistero attraverso l'arte.
"Classico ribelle" infatti presenta una scrittura nitida che nasce sempre da un moto del cuore, dal percepire che "dietro l'apparente semplicità delle cose c'è una grande profondità" perchè "il divino è ovunque, basta togliere di mezzo l'abitudine" (pag.49).

Il libro si compone di capitoli brevi, snelli, anche quando il linguaggio si fa denso di riflessioni filosofiche e musicologiche.
Ma sbaglierebbe chi pensasse a una lettura da terminare in fretta. Al contrario, perchè se ne possa cogliere tutto lo spessore il testo va centellinato con calma, sia che il compositore chiarisca il suo pensiero sulla musica contemporanea anche in rapporto alle critiche di cui è stato oggetto, sia che annoti episodi autobiografici, squarci di vita raccontati con semplicità e freschezza.

Interessante il discorso sulla possibilità di una musica "classica contemporanea" che, senza azzerare la tradizione, riempia però le forme classiche di contenuti del presente.
Ciò non significa misconoscere il genio dei grandi del passato che Allevi stesso - in più di un'intervista - ha dichiarato di adorare, ma accoglierne la lezione osando il nuovo, come ciascuno di essi a suo tempo ha fatto, nella prospettiva di chi compone musica immerso nei ritmi dell'attualità.

E questa immersione a tutto tondo nella vita del presente, mi pare significativa anche per un altro verso: l'autenticità da cui il libro è pervaso.

Autenticità con cui il compositore ricolloca al centro l'individuo, ribellandosi all'idea che il successo sia mera questione di numeri - come la società vorrebbe farci credere - e affermando che esso si fonda sulla capacità di raggiungere il cuore delle singole persone suscitando emozioni.
Autenticità nel ricondurre il bisogno viscerale di comporre musica ad un irrefrenabile grido di amore per il mondo, talmente intenso da tradursi in sofferenza anche fisica, quando accade che esso non sia corrisposto.
Autenticità nel trovare il coraggio di mettersi in gioco dando spazio all'anima.

Un incoraggiamento alla speranza, dunque, soprattutto per le nuove generazioni che Allevi esorta alla fiducia di poter concretizzare i sogni e alle quali - citando Turoldo - insegna lo stupore dinanzi al fluire del tempo ogni giorno sempre nuovo e inedito.

E per passare dalle parole alle note,
un Allevi non recentissimo, ma sempre ricco di intensità. Dal cd "Joy" (2006), "Vento d'Europa" è un brano inquieto come un fiume in piena, malinconico e irruente come le luci ed ombre di un'anima appassionata, e ben rispecchia una delle più significative affermazioni del libro:
"La musica va afferrata per strada, ma solo un cuore a pezzi può sentirla.
E' qui la scintilla divina!".


Buona lettura e buon ascolto!
(il brano termina due minuti prima della fine della clip audio, ma è comunque riportato integralmente)

domenica 9 ottobre 2011

Festa blogger: secondo appuntamento

E' stata Milano la cornice della seconda festa blogger, organizzata dall'infaticabile fantasia di Ambra, coadiuvata dall'eclettica Sandra e da Erika che però non ha potuto partecipare.
Gruppo numericamente inferiore, stavolta, rispetto al precedente appuntamento bolognese, tuttavia atmosfera ugualmente vivace.

Se dovessi riassumere in una parola la caratteristica principale dell'incontro, direi che è stata la spontaneità, quel sentirci da subito a nostro agio come amici di vecchia data sia con chi avevamo già conosciuto, sia con chi vedevamo per la prima volta.
E certo, la condivisione sui nostri blog di pensieri, interessi, impegni, racconti, creazioni artistiche e via dicendo, crea una sorta di familiarità che facilita poi il dialogo rendendolo più vero.

Tra chiacchiere, battute, foto e un pensiero a chi non era presente, mentre davanti a noi si alternavano le portate di un pranzo sontuoso, abbiamo messo in comune un po' dei nostri interessi, piccoli scorci della nostra quotidianità e tanta passione per ciò che ciascuno di noi, nel suo spazio virtuale, sta realizzando.

Un grazie di cuore a tutti: amici che ho rivisto con gioia (Ambra, Stefano, la dolcissima Mirta con Mauro, Sandra e Franco che ci hanno scattato innumerevoli foto) e altri per me nuovi. Mi piace ricordare il garbo di Elio e Graziana, la simpatia di Carla insieme al suo genio di squisita pittrice, poi Fabrizio, Francesco e infine Silvio e Mirco, frizzanti nella loro giovinezza che ha drasticamente abbassato l'età media del gruppo.
Insomma, un incontro breve ma pieno di sorriso che mi ha fatto tornare al mio treno con un senso di profonda gratitudine.

Il regalo musicale che desidero condividere con tutti gli amici blogger e dedicare alla festa di ieri, è il
"Perpetuum mobile (Moto perpetuo)" op. 257 di Johann Strauss jr., pezzo animato e scintillante, ricco di varietà e movimento che mi sembra proprio adattarsi alla vivacità e alla simpatia del nostro incontro.
Si tratta di una fantasia per orchestra, uno scherzo musicale a ritmo di polka ispirato forse da una festa di carnevale, dove il tema viene ripetuto all'infinito dai singoli strumenti e che - proprio perchè moto perpetuo - manca della conclusione.
"Und so weiter..."
(e così continua...) sono le parole con cui solitamente viene interrotto insieme ai gesti del direttore d'orchestra o talora a una battuta di spirito.
Lo riporto qui nell'esecuzione della Filarmonica di Vienna in occasione del Concerto di Capodanno del 1987.

Splendida a mio avviso la direzione di Herbert Von Karajan che sottolinea la particolare voce dei singoli strumenti, dal più grande al più piccolo, e che qua e là si vena umorismo. Così come strappa un sorriso, alla fine, l'interruzione del pezzo dove il vecchio leone sembra dire :"Per ora basta così!"

Ma il brano dovrebbe proseguire all'infinito....

"Und so weiter"..... e così continua non solo la musica, ma anche l'amicizia, la gioia, la condivisione del gruppo blogger che, come un'orchestra nella varietà dei suoi strumenti, ieri ha fuso le sue voci e si propone di farlo ancora, nello straordinario di un incontro conviviale, ma prima di tutto nella quotidianità dei nostri blog.

Buona visione e buon ascolto!

mercoledì 5 ottobre 2011

"Cortesàni"

Ci sono passioni che ci entrano nel cuore da adulti e altre invece che nutriamo fin dai tempi dell'adolescenza, se non addirittura dell'infanzia.

Trovo che, a volte, queste ultime si rivelino più autentiche, perchè fiorite su di un terreno ancora intatto e se magari, nel tempo, le circostanze della vita ci hanno portato ad abbandonarle, poi si risvegliano con rinnovato vigore, come qualcosa che ci appartiene dal profondo e vive intrecciata ai nostri primi sguardi di amore sul mondo.


Così è la mia passione per i canti di montagna, della quale ho scritto già in passato e che affonda le radici nella mia adolescenza.
Una passione che si ridesta più viva ogniqualvolta scopro un coro, una melodia capaci di illuminarci dentro.

Il canto che ho scelto oggi intitolato "Cortesàni" - ancora di Bepi De Marzi come altri già postati tempo fa - s'ispira a un paesetto veneto ("Cortesàni" appunto) ed è un piccolo gioiello di poesia in note e in parole. Due brevi strofe, riportate qui di seguito, che sull'onda del vento tratteggiano la tristezza dell'inverno, ma anche la speranza della primavera col suo ritorno alla vita.
L'interpretazione del coro I Crodaioli col suo ritmo lento, ricco di sfumature ben modulate, conferisce poi al canto una soavità religiosa, quasi la solennità di un antico corale
.

Buon ascolto!


"Dopo Cortesàni
sul prà del tempo fermo,

no canta più l'amore,
la se gà fermà l'inverno,

no torna primavera,

nei prà ze sempre sera,

e il vento cava 'l core,

è l' vento del dolore.

Vento nelle mani,

o vento tra i capelli,

ho visto gli occhi chiari

come l'acqua dei ruscelli,

ritorna primavera

e canta nella sera,

ritorna dentro i fiori

nel tempo degli amori.
Dopo Cortesàni, dopo Cortesàni..."


venerdì 30 settembre 2011

Eternità

Ogni forma di arte, attraverso i secoli, è sempre stata espressione del desiderio di eternità radicato nel cuore dell'uomo.

Dalla poesia alla pittura, dall'architettura alla musica, ogni autentica creazione artistica, per quanto possa inscriversi nel proprio tempo e rispecchiarlo, ha in sè un soffio di vita che non si spegne col suo autore, ma tende a oltrepassare l'orizzonte del finito per collocarsi nel cuore dell'uomo di ogni epoca.

Per questo, a distanza di secoli, ci affascina ancora l'equilibrio di un tempio greco o la tensione di una scultura di Michelangelo che sembra volersi sprigionare dal peso della materia o la drammaticità di un contrasto di luce in un dipinto del Caravaggio.
Per questo, ci incanta la leggerezza ariosa dei colori di Monet, così come ci riconosciamo nell'energia plastica di certi versi di Dante e nel suo sguardo che - se è certamente rivolto alla sua epoca - si incide tuttavia con forza nell'anima di chiunque cerchi, lungo il proprio cammino, un riscatto dalle selve oscure di ogni tempo.


Con vigore e intensità l'arte ci parla di quel desiderio nascosto nel profondo dell'uomo, dal teatro alla danza, da un testo letterario a una partitura musicale: non pezzi di carta senz'anima, ma storia palpitante e viva, umanità vibrante di emozioni per suscitarne altre in noi, di inequivocabile concretezza.
E' l'eternità, qui e adesso.


Mi sono nate dentro queste brevi considerazioni ascoltando il brano che propongo oggi: la Melodia della
"Danza degli spiriti beati" dall'opera "Orfeo ed Euridice" di Christoph Willibald Gluck (1714 - 1787) che riporto qui in duplice versione, per flauto e pianoforte e per pianoforte solo.

Trovo che il pezzo - a circa 250 anni dalla sua composizione - sia ancora di straordinaria modernità, dalla luminosa e nitida dolcezza del flauto alla stupenda interpretazione al pianoforte, malinconica e ombrosa nella sua delicatissima fioritura di note quasi a precorrere l'atmosfera di un notturno di Chopin.
Dall'epoca barocca, la melodia sembra aprirsi verso un'aura di romanticismo in una vicenda - quella di Orfeo ed Euridice - in cui, amore e morte, felicità e rimpianto s'intrecciano.
Il brano, infatti, insieme al clima di serenità dei Campi Elisi, ci restituisce in pieno il senso dell'accorato desiderio di Orfeo per la perduta Euridice e i moti di un'intensa passione si fondono col sogno struggente che l'amore possa sfuggire ai lacci degli inferi.
E farsi eterno.

Buon ascolto!



mercoledì 28 settembre 2011

Settembre

Nell'ambito delle miniature del "Ciclo dei Mesi" dei fratelli Limbourg, Settembre riconferma il realismo della rappresentazione insieme alla consueta ampiezza di particolari che abbiamo già visto in passato.

E' il castello di Saumur questa volta a campeggiare sullo sfondo del quadretto, mentre in primo piano, per la serie dei lavori agricoli tipici del mese, troviamo la vendemmia.

Anche qui - come in altre miniature - i contadini sono colti nello svolgimento di vari lavori e in atteggiamenti diversi. Tuttavia, a ben guardare, questa parte non rispecchia uguale finezza descrittiva nè del castello soprastante, nè delle raffigurazioni dei mesi precedenti. Qualche posa grottesca, la natura vista in modo un po' sommario e una certa grossolanità del tratto fanno pensare che la mano del miniatore non sia sempre la stessa e mettono in dubbio la completa attribuzione ai fratelli Limbourg.

Vero pezzo di bravura è, al contrario, la rappresentazione del castello
irto di guglie e pinnacoli riccamente decorati dagli autori con raffinatezza e vero gusto da orafi.
La presenza di poderose torri agli angoli della costruzione ne rivela lo scopo difensivo che tuttavia è mascherato dall'insieme delle infiorettature, come se un abito fiorito volesse consegnare il castello al mondo delle feste e delle favole più che a quello militare.

Ma anche in questa immagine, oltre alla cura del dettaglio, non manca una certa attenzione al realismo. Davanti all'edificio infatti, un cavallo sta attraversando il ponte levatoio, una figuretta femminile con un paniere sulla testa si dirige all'entrata forse verso l'ala delle cucine, mentre da destra altri animali giungono probabilmente dai campi
.
Piccoli dati di concretezza che, ancora una volta, collocano il "Ciclo dei Mesi" a metà strada tra la rappresentazione ideale di un mondo ordinato dall'alto nei suoi ritmi stagionali e lo sguardo attento di chi non perde di vista la quotidianità.

A commento di questa miniatura, uno dei più famosi pezzi di Bach: il "Concerto brandeburghese in Sol maggiore n.3 BWV 1048" qui riportato nei suoi primi due movimenti: l' Allegro, rigoroso e insieme scintillante nella sua struttura contrappuntistica, e il brevissimo Adagio che prepara la vivacità dell'ultimo tempo.
Entusiasmante la direzione di Karl Richter impegnato anche come interprete, all'interno di una cornice elegante e fastosa.


Musica al castello, allora!
Buona visione e
buon ascolto!

sabato 24 settembre 2011

Un Bach tra penombra e luminosità

Parlavo qualche giorno fa su questo blog di strumenti musicali, osservando - cosa certamente ovvia - che ciascuno di essi ha una propria specificità, un suo timbro, una sonorità particolare che si arricchisce nel dialogo con le altre sezioni orchestrali.

Sotto le mani esperte di un musicista poi, ogni suono può essere diversamente modulato: più dolce o sottile, più potente o aggressivo.
Ma al di là di questo, ogni strumento porta in sè una vibrazione particolare che, come un'onda più o meno intensa, attraversa il corpo dell'esecutore che a tale onda risponde con la propria passione divenendo tutt' uno col suo strumento.
Se c'è questa passione, ogni suono, anche il più lieve, può farsi così avvolgente da rapirci o così luminoso da entrarci nell'anima.
Dal violino al pianoforte, dall'organo al flauto, tutto può operare lo stesso effetto, giungere allo stesso scopo.

Trovo interessante, perciò, ascoltare talvolta lo stesso pezzo eseguito da strumenti diversi per cogliere le svariate sfumature di un'unica bellezza - quella della Musica - simili a sfaccettature differenti di un unico prezioso cristallo.

Per questo, oggi ho deciso di postare il secondo tempo, "Siciliano", dalla "Sonata in Mi bemolle maggiore per flauto e cembalo BWV 1031" di Bach. Il brano infatti, incantevole e famosissimo, nel tempo è stato trascritto per numerosi altri strumenti.
Lo propongo qui in due versioni, quella originaria e una trascrizione per pianoforte: due sonorità diverse, ma anche due differenti letture.
Da un lato, una dolcissima fioritura barocca di modulazioni sul flauto, mirabile coniugazione di limpidezza e rigore, ritmo e luminosità dove il dialogo dello strumento solista col cembalo si articola con delicatezza e precisione.
Dall'altro, lo spessore profondo, quasi romantico (...!) del pianoforte che, nelle battute introduttive, può ricordarci addirittura l'atmosfera densa di penombra di una sonata di Beethoven.
Ma, al di là di questo riferimento, l'esecuzione al piano, col suo tocco dolce e misurato, riporta alla mente anche Mozart, in particolare l'intensissimo Adagio del Concerto per pianoforte K.488 - postato da me tempo fa - che si apre quasi sulla stessa melodia e con lo stesso tempo di 6/8 del pezzo di Bach.
E' la meraviglia degli strumenti - ma certo anche delle diverse interpretazioni - che suscita da un brano suggestioni sempre nuove e ci parla attraverso la magìa dei suoni.

Buon ascolto!


martedì 20 settembre 2011

Leggerezza

L'anno di lavoro è già iniziato, la scuola pure.
Le vacanze, ormai un ricordo lontano se non nel tempo forse già nel cuore, presi come siamo - più o meno tutti - da compiti grandi e piccoli, progetti, incombenze, responsabilità e via dicendo.


E' la vita, è la sua bellezza, il suo sapore.

Ma sapore anche di fatica, certo: conosciamo in tanti quel vortice da cui ci si sente presi quando l'agenda è fitta di impegni, soprattutto se molti di questi non sono lavori da svolgere a cuor leggero, ma fonte di tensione.


Allora, torna ogni tanto il desiderio di leggerezza, non solo come tempo che ci consenta di ricaricarci (....le vacanze sono appena finite!), ma come disposizione del cuore, atteggiamento mentale, sguardo sul mondo.

Ben lontana da superficialità o faciloneria, leggerezza è la capacità di affrontare la vita con un'attitudine sorridente, con quella levità che permette di non lasciarsi imbrigliare dalla rete di quanto intorno a noi può essere negativo.
Bello poter iniziare la giornata con un sorriso che illumini il luogo di lavoro, o con la capacità di ignorare quella battuta dietro la quale sentiamo l'ombra del sarcasmo; o ancora con la consapevolezza di quanta positività esiste negli altri e quanta può fiorire dal nostro operato e dalle nostre relazioni.
Bello poter iniziare la giornata....con l'anima danzante di chi magari persegue un sogno, un po' come
"Le jongleur de Paris" di Chagall, riportato qui sopra, dove la figura centrale sembra proprio accennare un lieve passo di danza.

Facile??? No, per nulla!!!
Ma l'arte ci aiuta, perchè maestra di Bellezza e quindi di positività.
Un'immagine o una musica che ci restano dentro con la loro luce rasserenante, creano infatti una sorta di habitat dove la gioia può attecchire più facilmente.

Per questo, ad accompagnarci nel nostro cammino, oggi ho scelto il Primo Movimento della "Sinfonia n.4 in Sol maggiore" di Gustav Mahler.
All'inusitato e giocoso suono di campanelli con cui si apre il brano, segue una varietà di temi che - con ricchezza di sfumature diverse - ci regalano proprio la serenità e la levità di una danza.
Un effetto dato anche dall' organico orchestrale particolarmente leggero e dall'eco di arie popolari intrecciate ad elementi classici.

Contribuisce alla bellezza del brano la direzione di Leonard Bernstein - spettacolo nello spettacolo! - con lo slancio, il garbo e l'eleganza che la contraddistinguono e con cui sottolinea l'intensità o la morbidezza di alcuni passaggi musicali.

(Il video riporta solo la prima parte del pezzo e inizia con una certa lentezza....ma niente paura: Bernstein arriva, e con lui la musica!)


Buona visione e buon ascolto!

giovedì 15 settembre 2011

Intensità

Quanto ogni strumento musicale, nella sua specificità, sappia comunicare la bellezza di un suono, è risaputo, così come tutti conosciamo il carattere che conferisce alla musica la particolare voce di ogni sezione orchestrale : dagli archi agli ottoni, dalle percussioni ai legni.
Ogni strumento un timbro, un colore, un'atmosfera.
Ogni strumento una sfumatura e un canto: intenso, lieve, acuto o vibrante.

Ma quando a un musicista, nella sua difficile e magica solitudine, è affidato un brano, non sono in gioco solo le sue conoscenze musicali o l'abilità tecnica, ma è coinvolta tutta la sua persona nel diventare una cosa sola con lo strumento così che le note nascano certo dalle dita e dal respiro o dal corretto movimento delle braccia, ma prima di tutto dalla sua passione.

Se poi al solista si accompagna l'orchestra, allora l'effetto si amplia e gli strumenti divengono voci d'anima che dialogano tra loro o riempiono di spessore una melodia creando di volta in volta profondità o leggerezza, delicatezza o intensità.


Proprio l'intensità mi pare la caratteristica più evidente del brano che propongo oggi, sia nelle parti dove i singoli strumenti fanno da solisti, sia dove a loro si affianca l'orchestra nel suo crescente afflato di serenità.

L'
"Intermezzo" dalla "Carmen" di George Bizet posto a preludio del terzo atto, è infatti un pezzo di largo respiro che, dal tema iniziale dolcemente enunciato dal flauto con l'accompagnamento dell'arpa, procede poi aprendosi a tutta la compagine orchestrale.
Con ritmo lento e pacificante, la musica sale pacatamente fino a culminare in una limpida apertura di note dalla quale, dopo essere tornata più volte su se stessa, la melodia scende smorzandosi con gradualità.

E mi piace associare lo splendore di questo brano alla suggestione del quadro di Van Gogh riportato sopra :"Campo di grano sotto un cielo nuvoloso"

Certo: l'Intermezzo è una parentesi di luminosità mentre il quadro ci presenta un'atmosfera plumbea. Ma è altro ciò che mi interessa notare.
Al di là della sua collocazione e del suo significato nell'arco della produzione del pittore, trovo il dipinto affascinante per la particolare gradazione dei colori: tinte forti, ma non violente come in altre opere di Van Gogh e pennellate più distese.
Apertura e intensità mi sembrano le cifre più rilevanti di quest'immagine. Qui infatti il verde chiaro e l'azzurro cupo - in contrasto sì, ma sempre nella stessa gamma di colori freddi - aprono una prospettiva verso l'orizzonte dove, proprio come le note del brano, si caricano di progressivo spessore.

E la musica che verso la fine del pezzo riecheggia più volte il tema principale, sembra avviarsi alla conclusione attraversando ogni piccola sfumatura di colore, come le gradazioni del mirabile dipinto.

Buon ascolto!


domenica 11 settembre 2011

Undici Settembre

......"Ma nel cuore
nessun
a croce manca

E' il mio cuore
il paese più straziato"

(Ungaretti)


Siano i versi di Ungaretti - ieri davanti al paese di San Martino del Carso devastato dalla guerra, oggi davanti a Ground Zero - a rendere omaggio alla ferita inferta all'America, ma anche ad ogni altro essere umano.


E insieme sia fonte di speranza la
Sinfonia n.9 in mi minore op.95 "Dal nuovo mondo" di Antonin Dvorak, nella prima parte del suo dolcissimo Adagio.

Buon ascolto!

mercoledì 7 settembre 2011

"Chi spegne il giorno colora i nostri sogni..."

L'estate ha lasciato il posto a giornate un po' più fresche e settembre, col suo interregno tra la calura agostana e le prime brume autunnali, ci sta regalando aria trasparente e colori sfumati.

C'è una grande morbidezza in questo digradare della stagione verso l'autunno, una morbidezza che la natura mette in evidenza soprattutto all'alba e sul finire del giorno. A sera in particolare, l'intensità della luce che si smorza ci fa cogliere con maggiore dolcezza quell'istante in cui il sole tramonta e "le cose diventano tutte d'un colore"
, in attesa di un buio che le avvolga come una tenda leggera e protettiva.

Per questo, mi sembra adatto al momento un canto come
"Improvviso" di Bepi De Marzi anche se, forse, non è stato pensato proprio per la fine dell'estate.
Il testo - con tratti di vera poesia - lascia immaginare il calar della sera mentre, nei prati, i fiori chiudono le loro corolle e le ombre scendono a velare i monti di azzurro.

Ma sono ombre che non fanno paura perchè segno della natura che si addormenta vegliata da Chi "conosce i nostri sogni".
E' l'immagine di un mondo che chiude la propria giornata sotto un manto di protezione di cui essere consapevoli e grati (
"Dalle contrade si mandano la voce: tutta la valle racconta il nostro bene").
Ci si può abbandonare così alla certezza che Chi ha creato tutto ciò partecipa dal profondo ai desideri dell'uomo arricchendoli di splendore e di speranza (
"Chi spegne il giorno colora i nostri sogni").

Sembra quasi di sentire nel testo l'eco del Salmo 19 : "I cieli narrano la gloria di Dio e l'opera delle sue mani annunzia il firmamento...". Ma vengono in mente anche i versetti del Salmo 36:
"Il Signore fa sicuri i passi dell'uomo e segue con amore il suo cammino": non un Dio che aspetta al varco l'umanità, ma un padre dallo sguardo sorridente e attento, che si compiace della gioia dei suoi figli per i quali ha creato un cosmo pieno di meraviglie.

"Improvviso" è cantato dalla "Corale Esseti Major" di Scandiano che offre una pregevolissima esecuzione.

Buon ascolto !

L'ombra che viene azzurra le colline

giù nella valle si chiudono le rose.
Chi spegne il giorno conosce bene il sole,

chi spegne il giorno colora i nostri sogni.

Dalle contrade si mandano la voce:

tutta la valle racconta il nostro bene.

L'ombra che viene azzurra le colline,

chi spegne il giorno conosce i nostri sogni.

L'ombra che viene. Oh........


giovedì 1 settembre 2011

"Foglie di Beslan" : note scavate nell'abisso del cuore.

Cade in questi giorni il settimo anniversario della strage di Beslan, massacro avvenuto nel 2004 in una scuola dell'Ossezia del Nord, ad opera di un commando di terroristi che ha lasciato dietro di sè quasi 400 morti di cui 186 bambini.

Non è facile commemorare un simile evento perlomeno a parole. Talora può diventare solo un atto formale che rischia di togliere spessore al nostro dire : capita infatti che, a volte, le parole restino discorsi d'occasione e non riflettano la reale vicinanza dettata dal cuore.

Forse occorre ritrovare il senso della lezione di Ungaretti che, a proposito della poesia - quindi anche del proprio modo di comunicare - scriveva: "Quando trovo / in questo mio silenzio / una parola / scavata è nella mia vita / come un abisso."
Ecco, serve davvero un'espressione che nasca dall'abisso del cuore : non plastica frusta, ma carta filigranata da osservare in controluce per scoprirne la preziosa trama segreta!

Ma credo che questi versi ungarettiani si possano applicare anche alla musica.
Ci sono infatti profondissime vicinanze d'anima che nascono a monte delle parole o delle note, anche se poi di queste si servono. E quando ciò accade, il cuore autentico affiora dallo scritto o dai suoni che regalano veri accenti di poesia.

E' il caso di "Foglie di Beslan", brano di Allevi per pianoforte e orchestra tratto dal cd "Evolution" (2008), che il compositore ha dedicato esplicitamente alle vittime di quella tragedia: note come parole d'amore e di pietà, ma anche ribellione ad ogni forma di violenza, soprattutto quella contro l'infanzia.
Il pezzo si apre sui bassi frementi del pianoforte, simili a un tuono lontano che annuncia il temporale, a introdurre il tema del brano: un'aria di struggente malinconia.
Questa è poi ripetuta più volte : ora sommessa e dolce - pianto, invocazione e ninna-nanna ad un tempo - dove alla delicatezza dello strumento solista risponde l'intensità dell'orchestra con straordinari "pianissimo"; ora pervasa da ritmi più forti e martellanti.
Una serie di passaggi di tonalità - peraltro frequenti nella scrittura musicale di Allevi - conferisce infatti sempre maggiore drammaticità al brano, quasi il compositore avesse immaginato una strage degli innocenti simile a quella di Guido Reni riportata nella foto, intrisa di violenza e ferocia, dolore e compianto.

Tuttavia non è solo il ricordo della tragedia in queste note, ma un intero mondo di affetti che qua e là affiora con l'eco lontana di cantilene e giochi, come un abbraccio pietoso a nascondere l'orrore.

Significativo anche il titolo che, con l'immagine delle foglie, suggerisce il senso di una fragilità spazzata via dal turbine dell'uragano ma allo stesso tempo fatta di tenerezza, come sola può essere la piccola esistenza di un bimbo.

Buon ascolto!