martedì 20 settembre 2011

Leggerezza

L'anno di lavoro è già iniziato, la scuola pure.
Le vacanze, ormai un ricordo lontano se non nel tempo forse già nel cuore, presi come siamo - più o meno tutti - da compiti grandi e piccoli, progetti, incombenze, responsabilità e via dicendo.


E' la vita, è la sua bellezza, il suo sapore.

Ma sapore anche di fatica, certo: conosciamo in tanti quel vortice da cui ci si sente presi quando l'agenda è fitta di impegni, soprattutto se molti di questi non sono lavori da svolgere a cuor leggero, ma fonte di tensione.


Allora, torna ogni tanto il desiderio di leggerezza, non solo come tempo che ci consenta di ricaricarci (....le vacanze sono appena finite!), ma come disposizione del cuore, atteggiamento mentale, sguardo sul mondo.

Ben lontana da superficialità o faciloneria, leggerezza è la capacità di affrontare la vita con un'attitudine sorridente, con quella levità che permette di non lasciarsi imbrigliare dalla rete di quanto intorno a noi può essere negativo.
Bello poter iniziare la giornata con un sorriso che illumini il luogo di lavoro, o con la capacità di ignorare quella battuta dietro la quale sentiamo l'ombra del sarcasmo; o ancora con la consapevolezza di quanta positività esiste negli altri e quanta può fiorire dal nostro operato e dalle nostre relazioni.
Bello poter iniziare la giornata....con l'anima danzante di chi magari persegue un sogno, un po' come
"Le jongleur de Paris" di Chagall, riportato qui sopra, dove la figura centrale sembra proprio accennare un lieve passo di danza.

Facile??? No, per nulla!!!
Ma l'arte ci aiuta, perchè maestra di Bellezza e quindi di positività.
Un'immagine o una musica che ci restano dentro con la loro luce rasserenante, creano infatti una sorta di habitat dove la gioia può attecchire più facilmente.

Per questo, ad accompagnarci nel nostro cammino, oggi ho scelto il Primo Movimento della "Sinfonia n.4 in Sol maggiore" di Gustav Mahler.
All'inusitato e giocoso suono di campanelli con cui si apre il brano, segue una varietà di temi che - con ricchezza di sfumature diverse - ci regalano proprio la serenità e la levità di una danza.
Un effetto dato anche dall' organico orchestrale particolarmente leggero e dall'eco di arie popolari intrecciate ad elementi classici.

Contribuisce alla bellezza del brano la direzione di Leonard Bernstein - spettacolo nello spettacolo! - con lo slancio, il garbo e l'eleganza che la contraddistinguono e con cui sottolinea l'intensità o la morbidezza di alcuni passaggi musicali.

(Il video riporta solo la prima parte del pezzo e inizia con una certa lentezza....ma niente paura: Bernstein arriva, e con lui la musica!)


Buona visione e buon ascolto!

giovedì 15 settembre 2011

Intensità

Quanto ogni strumento musicale, nella sua specificità, sappia comunicare la bellezza di un suono, è risaputo, così come tutti conosciamo il carattere che conferisce alla musica la particolare voce di ogni sezione orchestrale : dagli archi agli ottoni, dalle percussioni ai legni.
Ogni strumento un timbro, un colore, un'atmosfera.
Ogni strumento una sfumatura e un canto: intenso, lieve, acuto o vibrante.

Ma quando a un musicista, nella sua difficile e magica solitudine, è affidato un brano, non sono in gioco solo le sue conoscenze musicali o l'abilità tecnica, ma è coinvolta tutta la sua persona nel diventare una cosa sola con lo strumento così che le note nascano certo dalle dita e dal respiro o dal corretto movimento delle braccia, ma prima di tutto dalla sua passione.

Se poi al solista si accompagna l'orchestra, allora l'effetto si amplia e gli strumenti divengono voci d'anima che dialogano tra loro o riempiono di spessore una melodia creando di volta in volta profondità o leggerezza, delicatezza o intensità.


Proprio l'intensità mi pare la caratteristica più evidente del brano che propongo oggi, sia nelle parti dove i singoli strumenti fanno da solisti, sia dove a loro si affianca l'orchestra nel suo crescente afflato di serenità.

L'
"Intermezzo" dalla "Carmen" di George Bizet posto a preludio del terzo atto, è infatti un pezzo di largo respiro che, dal tema iniziale dolcemente enunciato dal flauto con l'accompagnamento dell'arpa, procede poi aprendosi a tutta la compagine orchestrale.
Con ritmo lento e pacificante, la musica sale pacatamente fino a culminare in una limpida apertura di note dalla quale, dopo essere tornata più volte su se stessa, la melodia scende smorzandosi con gradualità.

E mi piace associare lo splendore di questo brano alla suggestione del quadro di Van Gogh riportato sopra :"Campo di grano sotto un cielo nuvoloso"

Certo: l'Intermezzo è una parentesi di luminosità mentre il quadro ci presenta un'atmosfera plumbea. Ma è altro ciò che mi interessa notare.
Al di là della sua collocazione e del suo significato nell'arco della produzione del pittore, trovo il dipinto affascinante per la particolare gradazione dei colori: tinte forti, ma non violente come in altre opere di Van Gogh e pennellate più distese.
Apertura e intensità mi sembrano le cifre più rilevanti di quest'immagine. Qui infatti il verde chiaro e l'azzurro cupo - in contrasto sì, ma sempre nella stessa gamma di colori freddi - aprono una prospettiva verso l'orizzonte dove, proprio come le note del brano, si caricano di progressivo spessore.

E la musica che verso la fine del pezzo riecheggia più volte il tema principale, sembra avviarsi alla conclusione attraversando ogni piccola sfumatura di colore, come le gradazioni del mirabile dipinto.

Buon ascolto!


domenica 11 settembre 2011

Undici Settembre

......"Ma nel cuore
nessun
a croce manca

E' il mio cuore
il paese più straziato"

(Ungaretti)


Siano i versi di Ungaretti - ieri davanti al paese di San Martino del Carso devastato dalla guerra, oggi davanti a Ground Zero - a rendere omaggio alla ferita inferta all'America, ma anche ad ogni altro essere umano.


E insieme sia fonte di speranza la
Sinfonia n.9 in mi minore op.95 "Dal nuovo mondo" di Antonin Dvorak, nella prima parte del suo dolcissimo Adagio.

Buon ascolto!

mercoledì 7 settembre 2011

"Chi spegne il giorno colora i nostri sogni..."

L'estate ha lasciato il posto a giornate un po' più fresche e settembre, col suo interregno tra la calura agostana e le prime brume autunnali, ci sta regalando aria trasparente e colori sfumati.

C'è una grande morbidezza in questo digradare della stagione verso l'autunno, una morbidezza che la natura mette in evidenza soprattutto all'alba e sul finire del giorno. A sera in particolare, l'intensità della luce che si smorza ci fa cogliere con maggiore dolcezza quell'istante in cui il sole tramonta e "le cose diventano tutte d'un colore"
, in attesa di un buio che le avvolga come una tenda leggera e protettiva.

Per questo, mi sembra adatto al momento un canto come
"Improvviso" di Bepi De Marzi anche se, forse, non è stato pensato proprio per la fine dell'estate.
Il testo - con tratti di vera poesia - lascia immaginare il calar della sera mentre, nei prati, i fiori chiudono le loro corolle e le ombre scendono a velare i monti di azzurro.

Ma sono ombre che non fanno paura perchè segno della natura che si addormenta vegliata da Chi "conosce i nostri sogni".
E' l'immagine di un mondo che chiude la propria giornata sotto un manto di protezione di cui essere consapevoli e grati (
"Dalle contrade si mandano la voce: tutta la valle racconta il nostro bene").
Ci si può abbandonare così alla certezza che Chi ha creato tutto ciò partecipa dal profondo ai desideri dell'uomo arricchendoli di splendore e di speranza (
"Chi spegne il giorno colora i nostri sogni").

Sembra quasi di sentire nel testo l'eco del Salmo 19 : "I cieli narrano la gloria di Dio e l'opera delle sue mani annunzia il firmamento...". Ma vengono in mente anche i versetti del Salmo 36:
"Il Signore fa sicuri i passi dell'uomo e segue con amore il suo cammino": non un Dio che aspetta al varco l'umanità, ma un padre dallo sguardo sorridente e attento, che si compiace della gioia dei suoi figli per i quali ha creato un cosmo pieno di meraviglie.

"Improvviso" è cantato dalla "Corale Esseti Major" di Scandiano che offre una pregevolissima esecuzione.

Buon ascolto !

L'ombra che viene azzurra le colline

giù nella valle si chiudono le rose.
Chi spegne il giorno conosce bene il sole,

chi spegne il giorno colora i nostri sogni.

Dalle contrade si mandano la voce:

tutta la valle racconta il nostro bene.

L'ombra che viene azzurra le colline,

chi spegne il giorno conosce i nostri sogni.

L'ombra che viene. Oh........


giovedì 1 settembre 2011

"Foglie di Beslan" : note scavate nell'abisso del cuore.

Cade in questi giorni il settimo anniversario della strage di Beslan, massacro avvenuto nel 2004 in una scuola dell'Ossezia del Nord, ad opera di un commando di terroristi che ha lasciato dietro di sè quasi 400 morti di cui 186 bambini.

Non è facile commemorare un simile evento perlomeno a parole. Talora può diventare solo un atto formale che rischia di togliere spessore al nostro dire : capita infatti che, a volte, le parole restino discorsi d'occasione e non riflettano la reale vicinanza dettata dal cuore.

Forse occorre ritrovare il senso della lezione di Ungaretti che, a proposito della poesia - quindi anche del proprio modo di comunicare - scriveva: "Quando trovo / in questo mio silenzio / una parola / scavata è nella mia vita / come un abisso."
Ecco, serve davvero un'espressione che nasca dall'abisso del cuore : non plastica frusta, ma carta filigranata da osservare in controluce per scoprirne la preziosa trama segreta!

Ma credo che questi versi ungarettiani si possano applicare anche alla musica.
Ci sono infatti profondissime vicinanze d'anima che nascono a monte delle parole o delle note, anche se poi di queste si servono. E quando ciò accade, il cuore autentico affiora dallo scritto o dai suoni che regalano veri accenti di poesia.

E' il caso di "Foglie di Beslan", brano di Allevi per pianoforte e orchestra tratto dal cd "Evolution" (2008), che il compositore ha dedicato esplicitamente alle vittime di quella tragedia: note come parole d'amore e di pietà, ma anche ribellione ad ogni forma di violenza, soprattutto quella contro l'infanzia.
Il pezzo si apre sui bassi frementi del pianoforte, simili a un tuono lontano che annuncia il temporale, a introdurre il tema del brano: un'aria di struggente malinconia.
Questa è poi ripetuta più volte : ora sommessa e dolce - pianto, invocazione e ninna-nanna ad un tempo - dove alla delicatezza dello strumento solista risponde l'intensità dell'orchestra con straordinari "pianissimo"; ora pervasa da ritmi più forti e martellanti.
Una serie di passaggi di tonalità - peraltro frequenti nella scrittura musicale di Allevi - conferisce infatti sempre maggiore drammaticità al brano, quasi il compositore avesse immaginato una strage degli innocenti simile a quella di Guido Reni riportata nella foto, intrisa di violenza e ferocia, dolore e compianto.

Tuttavia non è solo il ricordo della tragedia in queste note, ma un intero mondo di affetti che qua e là affiora con l'eco lontana di cantilene e giochi, come un abbraccio pietoso a nascondere l'orrore.

Significativo anche il titolo che, con l'immagine delle foglie, suggerisce il senso di una fragilità spazzata via dal turbine dell'uragano ma allo stesso tempo fatta di tenerezza, come sola può essere la piccola esistenza di un bimbo.

Buon ascolto!

giovedì 25 agosto 2011

Sesto grado

Come si fa a parlare....
Ci sono eventi di fronte ai quali manca il respiro e il cuore salta un battito, come in alta montagna quando l'aria diventa rarefatta ma in compenso il panorama è mozzafiato.
Ogni parola sembra superflua, un inutile girare intorno a una realtà che non ha bisogno di commenti ed è tanto grande che in fondo ci sfugge.
Eppure...
Eppure va ricordata perchè ci resti dentro scolpita come le rocce che si stagliano verticali e taglienti contro il cielo terso.

Ma non mi sto riferendo a una scalata in parete, sto parlando invece di ciò ho letto ormai giorni fa, sulle pagine di un quotidiano : le parole di perdono di quella mamma di Sovico, Carolina Cenzato, alla quale è stato ammazzato il figlio diciottenne in una rissa, una delle tante risse estive col morto alle quali purtroppo le cronache ci hanno abituato.
Ne riporto due stralci, perchè non si perdano nel vortice delle notizie:

"Abbraccio il ragazzo che mi ha tolto mio figlio, e abbraccio i suoi genitori in attesa di un incontro con loro perchè, alla fine di tutto, il bene deve vincere. Sempre......"
".....Dobbiamo avere la forza di tornare a casa e dimenticare ogni rancore, cercando di essere più umili, di non offendere nessuno e di offrire sempre ad ogni uomo la possibilità di rialzarsi e di ricominciare."

Parole semplici, di perdono e solidarietà nel dolore che si accendono come un faro d'intensissima luce nello sfascio della nostra convivenza.
Una mano tesa all'altra famiglia - quella dell'uccisore - devastata da un dolore forse non meno cocente.
Parole che testimoniano la capacità non comune di scalare il sesto grado dell'Amore, appunto come una di quelle pareti che lasciano col fiato sospeso, ma offrono poi una visuale di incredibile bellezza.

Non aggiungo altro. Non voglio e non posso. Nessuno che non abbia vissuto lo strazio per la morte di un figlio può addentrarsi in questo dolore.
Lascio spazio invece alla musica col brano, grandioso e dirompente, che apre la "Passione secondo Matteo BWV 244" di Bach.
Siano le note del compositore più eccelso, attraverso la rigorosa e misurata direzione di Karl Richter (e per favore, all'inizio del video, guardategli le mani, mani che parlano!...), a rendere omaggio alla luminosa speranza che queste parole spalancano davanti a tutti noi con la loro volontà di bene.

Buon ascolto!

sabato 20 agosto 2011

Agosto

Il mese di Agosto, così come ci viene presentato nella miniatura del fratelli Limbourg, ci regala un quadretto particolarmente luminoso sia per l'intensità del blu - caratteristica peraltro comune a tutte le immagini del Ciclo dei Mesi e del libro d'ore da cui è tratto - sia per il contrasto col bianco del cavallo in primo piano.

Qui gli autori hanno creato una rappresentazione decisamente completa, raffigurando sia scene di vita cortese che attività del mondo contadino, senza dimenticare poi il castello sullo sfondo.
Davanti a noi infatti, un piccolo corteo principesco - in cui ammantato di blu compare il Duca de Berry - si sta dedicando ad una delle attività preferite dalla nobiltà del tempo : la caccia col falcone, simbolo di ricchezza e raffinatezza. Notiamo appunto sulla destra il falconiere e dietro a lui l'elegantissimo seguito descritto in modo non convenzionale poichè, a ben guardare, ogni cavaliere è colto in atteggiamenti diversi.

In secondo piano, un corso d'acqua attraversa la campagna e si allarga a formare una conca dove diverse figure stanno facendo il bagno. Sempre qui, sono rappresentati poi i lavori agricoli corrispondenti al mese nelle loro varie fasi e infine, sullo sfondo, il castello di Etampes.

Come di consueto, l'immagine riflette un quadro di vita ordinato e realistico, dove ogni attività è serenamente sottoposta ai ritmi della natura ed è l'avvicendarsi delle costellazioni a regolare lavori e svaghi, feste e rituali.
Al di là delle varie occupazioni descritte infatti, non è da perdere di vista la lunetta che sovrasta e conclude il quadretto, dove la puntuale annotazione della posizione del carro del sole, dei segni zodiacali e il blu che si fonde sempre con quello della scena sottostante, altro non sono che riferimenti ad una realtà superiore che tutto presiede e governa, secondo una visione ancora squisitamente medioevale, benchè siamo già all'inizio del Quattrocento.
Ed è anche tale particolare aspetto a conferire alle scene rappresentate un gran senso di serenità e di pace.

A commento di questa immagine, la ballata inglese "Scarborough Fair" nella famosissima interpretazione di Simon and Garfunkel. Si tratta di un brano che riprende un'antica melodia del Seicento forse di origine scozzese, della quale esistono numerose versioni.
La fiera di Scarborough cui il pezzo si riferisce era una delle più frequentate esposizioni commerciali del Medioevo che iniziava proprio nel mese di Agosto in corrispondenza della festa dell'Assunta e proseguiva per ben quarantacinque giorni.
Lo stile folk della ballata e il testo che gli autori hanno attinto al patrimonio popolare e poi rielaborato, ne fanno - anche a distanza di anni - una pagina sempre affascinante.

Buon ascolto!

venerdì 12 agosto 2011

"So dove l'erba nasconde la rugiada..."

Contemplare la natura, immergersi in essa fino a sentirsene parte riconoscendosi "docile fibra dell'universo" è un miracolo che il cuore dell'uomo cerca dal profondo, talora affannosamente.

Il brano di Bepi de Marzi che propongo qui oggi, intitolato "Cantare", è una pagina di poesia in parole e musica che scende nell'anima a farci cogliere proprio l'angolo segreto in cui nasce la contemplazione della natura e da cui - insieme alla gioia - sgorga il desiderio dolce e irrefrenabile di condividerla attraverso il canto.
Il pezzo, simile nel ritmo ad altri brani dello stesso autore, è tuttavia originale per i frequenti cambi di tonalità che ne costituiscono uno degli aspetti più moderni e suggestivi.

Dedicato a tutti, ma in particolare a chi - magari pervaso da ansia - anela a ritrovare quella pacificante comunione con la natura che rasserena e dissolve ogni tensione, il brano alleggerisce e dilata il cuore restituendoci un po' di quello spazio segreto dove vive la Bellezza increata.

Riporto qui di seguito il testo che sembra costruito proprio per un musicista: chi infatti, meglio di un compositore, può dire di conoscere i luoghi segreti della natura dove si genera la Musica?

Buon ascolto!

"So dove l'erba nasconde la rugiada;
so dove i grilli accordano i violini;
so dove il vento si ferma quando trema;
so dove nasce la voglia di cantare.

Ma dove l'erba tiene la rugiada,
ma dove i grilli suonano i violini,
è dove il vento tace quando trema,
è dove il vento preme per cantare.

So dove l'erba nasconde la rugiada;
so dove i grilli accordano i violini;
è dove nasce la voglia di cantare."

venerdì 5 agosto 2011

Fantasia veneziana

Quando ero adolescente e talvolta la sera non riuscivo subito a prender sonno, così per gioco immaginavo di perdermi a Venezia.
Nella mia fantasia, calli e campielli si aprivano davanti a me e m’inoltravo in essi fino a smemorarmi, a smarrirmi, fino a perdere la via del ritorno.
Abbandonato ogni pensiero, dimenticati compiti, occupazioni e soprattutto la dimensione del tempo, m’immergevo nell'affascinante magìa della città come si fa con un’onda che ci sovrasta.

Ed era una Venezia crepuscolare quella che mi attirava, talora decadente e un po’ sfatta: non era la solarità di piazza S. Marco a venirmi incontro, erano invece certe atmosfere presaghe di morte, la muffa sui muri a fior d'acqua, la malinconia di certi sestieri o di alcuni angoli vicini alle Fondamenta Nuove o all’Arsenale militare.
Avevo visto “Morte a Venezia” e “Senso” di Visconti e mi ero riempita la fantasia di tutto ciò che di sottinteso vi era in quella Venezia talora solo accennata, eppure così presente che la si poteva respirare.

Oppure la sognavo per nascondermici, fuggire, far perdere le mie tracce.
Contrariamente a quella che forse è la realtà, ho sempre pensato che sia facile nascondersi in una città come Venezia.
Immaginavo di essere inseguita e dileguarmi nel dedalo di calli, campi, campielli e sottoporteghi, alcuni così stretti da non consentire il passaggio di due persone insieme; poi attraversare una piazzetta con un albero, una vera da pozzo e una cortina di case simili a un fondale di teatro, costeggiare un rio, passare sotto festoni di biancheria stesa o vicino all’arco sbreccato di una bifora....
Non avevo mai un luogo preciso in cui approdare, ma la mia immaginazione vagava tra gli angoli più riposti e suggestivi: coglievo qualche riflesso di luce nei canali, il romanico dei campanili che vi si specchiavano, il breve inarcarsi dei ponti sopra i rii o l’aprirsi luminoso del Campo dei Miracoli dove le specchiature marmoree della chiesa si dilatano come un gioiello che appare di sorpresa, tanto più prezioso quanto più semplice è la custodia.
Era la Venezia povera che mi attirava, non quella pomposa e pure fatiscente di alcuni palazzi sul Canal Grande: non sarei andata a rifugiarmi tra le prospettive a cielo aperto del Tiepolo, né tra le cupe ombre rossastre o i lampi di luce del Tintoretto. Non so perché.

La vera anima della città per me non è mai stata quella gotica e infiorettata del Palazzo ducale e neppure quella barocca e fastosa della Madonna della Salute. Ma quella sommessa dello sciabordìo dell’acqua nei canali o dei motori rauchi dei barconi.
Non la Venezia tradizionale dove girare teneramente allacciati come due innamorati che abbiano perso l’ultimo treno, ma quella che odora di morte e disfacimento, di fatica e di nebbia, dove l’eternità della bellezza s’intreccia alla segreta consunzione del tempo.

E’ l'immagine che vidi una volta dal vaporetto, tornando da Torcello : un profilo grigio nelle brume del crepuscolo contro il rosso del tramonto autunnale, un miracolo di splendore a fior d’acqua in precario equilibrio tra cielo e abisso.
Penso sia proprio d’allora che Venezia mi è rimasta dentro come “possesso per l’eternità”, luogo segreto dell’anima a cui riandare con la memoria per l’atmosfera straordinariamente simile alla nostra vita: un dondolìo leggero nel riflesso del sole sull’acqua, un’immagine che per un attimo vi si specchia luminosa e poi lievemente si dissolve “cullata e / piano / franta”.

Impossibile non dedicare a Venezia un brano di Vivaldi.
Dal "Concerto a due cori RV 585" propongo l' Allegro iniziale, ma soprattutto la struggente malinconica bellezza dell' Adagio col suo sapore di crepuscolo, col suo respiro lento simile allo sciabordio delle onde e a tratti luminoso come il riflesso dell'acqua nei canali.


Buon ascolto!


venerdì 29 luglio 2011

Luglio

L'immagine che ci regala Luglio, nel "Ciclo dei Mesi" dei fratelli Limbourg, torna all' iconografia che abbiamo già ammirato in Marzo e Giugno con la rappresentazione dei lavori agricoli in primo piano.
L'immagine che ci regala Luglio nell'ambito del "Ciclo di Mesi" dei fratelli Limbourg torna all'iconografia che abbiamo già ammirato in Marzo e Giugno con i lavori agricoli in primo piano.
Si tratta questa volta della mietitura del grano e della tosatura delle pecore, illustrate come di consueto con grazia e ricchezza di particolari.

Il quadretto ci presenta una figura maschile e una femminile che tosano le pecore mentre, al di là di un corso d'acqua, altri due contadini sono impegnati nella mietitura di un campo.
Sullo sfondo, biancheggia un elegante castello con le torri stagliate contro il cielo il cui colore sfuma dall' azzurro chiaro alla consueta tonalità di blu intenso della lunetta.

Come al solito, si tratta di una rappresentazione ordinata e serena, ricca di particolari realistici e di verosimiglianza, come pure - in questo caso - di qualche aspetto un po' immaginifico: se infatti il castello raffigurato è quello di Poitiers, i due monti che gli s'innalzano a lato sembrano frutto della fantasia e riproducono un'iconografia piuttosto convenzionale.

Ritroviamo la precisione però in tutti gli altri elementi: dalla riproduzione degli abiti nei loro dettagli, al contesto naturalistico nel quale scopriamo una fila di papaveri e fiordalisi che occhieggiano in mezzo alle spighe, piante palustri in riva al corso d'acqua e, in basso a sinistra, addirittura i cigni.
Anche la prospettiva è ben individuata dal campo di grano posto in diagonale come il corso d'acqua, mentre il castello di forma triangolare sembra chiudere la visuale e immediatamente riaprirla, con i lati obliqui, verso l'orizzonte.

A commento di questa immagine, ancora una volta un brano di Respighi in cui il compositore rielabora antiche melodie.
Si tratta della Suite N.1 da "Antiche arie e danze" che, a confronto con i pezzi postati in precedenza (l' Italiana e la Siciliana dalla Suite N.3), si carica di maggiore vivacità e ritmo.


Buon ascolto!

lunedì 25 luglio 2011

"Lascia ch'io pianga..."

Tira vento, stamattina, il vento di una perturbazione che - se ha abbassato le temperature e alleggerito l'afa in pianura - ci sta però riservando giornate praticamente autunnali e freddo in montagna.

Eppure, al di là del disagio che per tanti aspetti ciò può riservare, è il regalo quotidiano della natura: siamo sempre sotto lo stesso cielo, ma ogni giorno è nuovo, con le sue sfumature di luce o di foschìa, la sua opacità e la sua trasparenza, la calma o il soffio del vento che ci offre un altro ritmo, un differente respiro.
E' sempre lo stesso cielo, ma ogni stagione ha la sua carezza e le sue spine, come un suono diverso a cui intonare la nostra giornata.

Così è anche con la musica: anche le note ci regalano il sereno, la brezza o il temporale. In fondo sono solo sette, ma interpretate dallo spirito umano nelle mille coniugazioni della Bellezza, ci conducono dalla terrena semplicità alle soglie dell'Infinito.
Nel tempo infatti, compositori di ieri e di oggi attraverso le note hanno espresso tutta la gamma dei sentimenti, creato atmosfere e scavato abissi insondabili nel cuore di chi ascolta. La musica è stata ed è grido, protesta, lamento, trionfo, esultanza e si è arricchita di tutte le sfumature della gioia come della sofferenza. Ma soprattutto ha dato voce a se stessa facendosi interprete di ciò che a parole è ineffabile.

Ed è un accorato lamento di dolore il brano che propongo oggi, un pezzo che, a mio avviso, raggiunge le vette di una bellezza sublime.
Si tratta della famosa aria "Lascia ch'io pianga" dal "Rinaldo" di Haendel con cui - al di là del significato che essa riveste nel contesto dell'opera - desidero ricordare due dolorosissimi eventi di questi ultimi giorni che mi hanno colpito più di ogni altra cosa: l'attentato in Norvegia e la morte della cantante Amy Winehouse.
Due eventi, certo, diversissimi tra loro: il primo, una spaventosa strage che ha precipitato di colpo nell'orrore, nella precarietà e nella paura un paese civile e tollerante, sempre vissuto in una compagine di serenità; il secondo, la scomparsa a soli 27 anni (inquietante coincidenza con la morte di altre famose rockstar) di una straordinaria voce nel cuore di una giovinezza ormai irreparabilmente "dannata".

Eventi diversi, appunto, ma che suscitano entrambi una pena immensa.
Ad essi, il ricordo, l'omaggio e il compianto attraverso le note di Haendel.
E insieme al testo, sia la musica a parlare, nel suo profondissimo anelito d'Infinito!

Buon ascolto!


mercoledì 20 luglio 2011

Sentieri bachiani

Amo molto le Allemande di Bach, in particolare quelle delle "Suites francesi" e delle "Partite per clavicembalo".Qualcuna - da principiante quale sono - tento anche di suonicchiarla ed è bellissimo vivere la musica dall'interno, avviandosi per un itinerario che riserva sempre delle sorprese.

Con Bach spesso mi sembra di entrare in un bosco: è un autore di tali proporzioni che il cammino, per quanto rigoroso e coerentissimo con se stesso, risulta sempre inedito e conduce per una varietà inimmaginabile di paesaggi e sfumature.
E' come percorrere uno di quei meravigliosi sentieri di montagna dove la visuale cambia quasi ad ogni tornante: ora ci s'inoltra nel folto di un'abetaia, ora si scende in riva a un torrente, ora ci s'innalza fino a vedere scorci del ghiacciaio lontano o si riposa lo sguardo in una verdissima radura.
Anche colori e luci mutano in continuazione, col sole che suscita riflessi nel fogliame e regala un'aura dorata soprattutto nel pomeriggio.

Ma non tutto si scopre subito: occorrono calma e attenzione per cogliere anche la più piccola sfumatura.
Come nella piccola foto in alto: se la si vede dall'esterno non dice molto, ma se la s'ingrandisce e ci si addentra nel bosco, un mondo di particolari affiora alla vista: colori, contrasti, ombre che definiscono lo spazio, rocce che segnano il percorso, angoli, anfratti che - diversamente - resterebbero nascosti allo sguardo.

Così è in Bach, in particolare nella splendida Allemanda della "Partita N.4 in Re magg. BWV 828" che oggi propongo: un lungo brano dolcemente articolato, dove il compositore ci precede sul sentiero e pure cammina con noi accompagnandoci attraverso una ricca sequenza di passaggi.
Come un sentiero in cui penombra e luce si alternano e talora quasi si fondono, così la musica sfuma continuamente dal tono maggiore al minore esplorando una variegata gamma di temi che s'intrecciano fiorendo l'uno dall'altro, pacatamente.

Anche se al clavicembalo ci sono pregevoli interpretazioni come quella di Trevor Pinnock, ho preferito postare qui quella di Maria Tipo al pianoforte perchè conferisce a questo brano particolare morbidezza.

Buon ascolto!

giovedì 14 luglio 2011

"Trovare l'alba dentro l'imbrunire..."


Giovedì mattina, ore nove: contemplo il panorama che mi riserva l'angolo di montagna in cui mi trovo in vacanza.
Dall'alto vedo il paese, i prati, le abetaie e il ripido pendio sotto di me dove sono cresciuti cespi di rosa selvatica e qualche epilobium.

Nel Duemila, qui c'è stata un'alluvione che ha dissestato la zona modificando in parte la morfologia della vallata.
Dove ora fiorisce la rosa canina, una frana di vaste dimensioni aveva portato via tutto. Con la loro tipica costanza però, i valligiani non si sono lasciati piegare e hanno realizzato grandi opere di canalizzazione delle acque. Così ora, sul pendio dove il terreno era stato devastato, la vegetazione è tornata a fiorire.

Mentre mi guardo intorno, penso e spero che possa essere così per tante altre cose fuori e dentro di noi.
Non tutto si può ricostruire, tuttavia credo che ciò che spesso ci fa tornare alla vita sia un'incrollabile, indistruttibile capacità di pensare di nuovo in termini di futuro, vedendo la strada aperta davanti a noi. E se non c'è, sognandola, anche quando - come accade il più delle volte - è difficile.

E mi viene in mente proprio stamattina una frase di "Prospettiva Nevskj", la canzone di Battiato che amo di più tra quelle del cantautore siciliano.
Conosciamo tutti questo suggestivo affresco della Russia degli anni immediatamente successivi alla rivoluzione d'ottobre, affresco incentrato sulla Prospettiva Nevskj, l'arteria principale di San Pietroburgo-Leningrado.
Il testo, quasi un collage di immagini che in pochi tratti dipingono un'epoca, è un quadro in cui tradizioni e novità si fondono: le guardie rosse, le vecchie coi rosari, il vento gelido, la danza, la musica, il cinema, le nuove generazioni col loro desiderio di esprimersi.
Infine quelle parole : "E il mio maestro m'insegnò com'è difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire."

Ecco: "trovare l'alba dentro l'imbrunire" è la frase che mi affiora dentro stamattina nel vedere queste rose selvatiche, povere e tenaci nella loro bellezza.
Certo le parole della canzone forse avevano un significato più profondo come la ricerca di una luce di vita al di là dell'imbrunire (la morte), o forse alludevano alla situazione politica della Russia di allora.
O, più semplicemente, si riferivano al fenomeno delle "notti bianche" di San Pietroburgo: al fatto cioè che all'inizio dell'estate, per la particolare latitudine della città, le ore di luce sono tanto lunghe che il tramonto si confonde quasi con l'alba ed è difficile cogliere il momento in cui il sole smette di calare e inizia a sorgere.
Tuttavia la frase lascia spazio a interpretazioni più ampie, come tutti i testi che ci restano dentro e poi riaffiorano misteriosamente intrecciati alla nostra vita.

Sì, è difficile trovare il punto in cui nel cuore della notte - qualunque essa sia - inizia a baluginare la prima luce dell'alba. E' duro, ma esserne consapevoli aiuta a restare in silenziosa attesa, a rinverdire tacitamente la ricerca e la speranza : l'alba c'è e arriva di sicuro.
Me lo dicono questi cespi di rose selvatiche e questo epilobium, nella loro semplicità e nella tenacia con cui stanno abbarbicati ad un pendio o si sono fatti strada in mezzo ai sassi.

Buon ascolto, con la straordinaria voce di Alice!

venerdì 8 luglio 2011

Quando la musica riscatta l'uomo

Già in altra occasione, mi è capitato di osservare quanta importanza rivesta in un film la colonna sonora.
Parlavo della sua capacità di commentare scenari e sentimenti servendosi della comunicazione piena delle note e facendosi portavoce di ciò che parole e immagini non arrivano a dire.

A tale scopo, ci sono splendide musiche create proprio per il cinema - basti ricordare il grande Morricone - ma anche tanti pezzi classici opportunamente inseriti in parecchi film, talora nelle loro versioni originali o più spesso rielaborati in qualche arrangiamento.
Da Mahler a Brahms, da Bach a Haendel, da Mozart a Beethoven, molte pellicole si sono avvalse per la loro colonna sonora - o anche solo per alcune parti di essa - di brani classici, non ultimo "Il discorso del re" di cui ho parlato in un recente post.

E' a questo proposito che voglio ricordare "Platoon" ritrasmesso in tv sere fa, film famosissimo che ripercorre la vicenda americana in Vietnam e nel quale - sulla scorta della propria esperienza personale - il regista Oliver Stone sfronda l'illusione del "sogno americano" mostrandoci una realtà cruda, violenta, disincantata, durissima.
L'entusiasmo idealistico del protagonista, il volontario Chris Taylor, si scontra infatti con un contesto disumano, fatto di massacri, soprusi e dissidi anche all'interno dello stesso plotone fino al tragico epilogo.

Devo ammettere che non amo in particolare questo genere di film, ma rivedere "Platoon" stavolta mi ha consentito di apprezzarne meglio non solo la costruzione narrativa, ma anche alcune parti della colonna sonora.

E' lo splendido "Adagio for Strings" di Samuel Barber - compositore classico statunitense vissuto nell'arco del Novecento - che, a mio avviso, ha un peso significativo all'interno della pellicola e soprattutto nel finale, restituendo umanità ad un contesto esistenziale devastante.
La sua melodia sembra infatti uno sguardo di pietà che si stende su di una vicenda intrisa di orrore, come se l'abisso della miseria umana e dell'abiezione contenesse implicita un'invocazione di riscatto.
Si tratta di un brano intenso, che valorizza splendidamente il messaggio della sequenza conclusiva e ci fa sentire che dal nemico che "è dentro di noi" esiste davvero una via di salvezza, nel nome della bontà, della salvaguardia della propria anima e della ricerca di senso all'esistenza.

E mi pare significativo che questo Adagio sia stato successivamente rielaborato dall'autore inserendovi la parte corale e facendone un "Agnus Dei" di rara bellezza.
Proprio questo è il brano che oggi propongo qui in un video che lo riporta però solo parzialmente. Ma tra le varie interpretazioni offerte da youtube mi è parsa la più suggestiva.

Buon ascolto!

domenica 3 luglio 2011

"Abbracciami" : se la musica è specchio dell'anima.

Vi è mai capitato di riconoscervi in una fotografia?
Certo che sì - mi direte - che domande!

Ma non sto parlando di riconoscimento esteriore, bensì interiore.
Intendo dire se vi è mai capitato di "ritrovarvi", di sentire che il vostro cuore è davvero rispecchiato da quello sguardo o da quella postura o dal gesto in cui siete ritratti.


Succede, a volte, ed è bellissimo.
Magari sono foto vecchie, di quando eravamo bambini, ma è meraviglioso riscoprire nel fondo degli occhi quella luce che ci anima anche adesso: è un sorridente ritrovarsi che ci riconduce ad unità o che talora ci fa scoprire di noi cose che non credevamo.


A me è capitato significativamente un paio di volte: la prima con una foto di quando ero bambina e la seconda con una più recente, due anni fa. Vale la pena raccontare qualcosa di quest'ultima.

Luglio 2009 : sono a un concerto con alcune amiche. La serata trascorre piacevolmente e prima di salutarci una di loro scatta una foto al nostro gruppetto. Dice però che la manderà più avanti, ora ha il computer guasto. Va bene.
Poi me ne dimentico.

Passa circa un mese e sono già in vacanza, ma è un periodo strano: qualcosa non gira, fatico a ritrovarmi, sono interiormente sfasata, colta da mille dubbi su tutto a cominciare da me.

Poi, una sera accendo il computer e arriva la foto. Toh!... l'avevo proprio scordata.
La guardo, siamo in quattro: due mie amiche, la splendida figlia di una di loro ed io. Mi guardo....io quella ???....Davvero ???
E resto sorpresa perchè, anche se l'immagine - che risale al 10 luglio e avevo appena finito gli esami di maturità - mi ritrae sbattuta, pallida, insomma....uno spaventapasseri, i miei occhi però sorridono e dalla mia espressione affiora un'incontenibile gioia!

Ma sono proprio io quella??? Mi osservo: vero...sarò pure uno spaventapasseri, ma raggiante di felicità!
E' come se una vocetta interiore mi dicesse: "Vedi?...Scopri chi sei nel profondo e non farti ingannare dalla tua parte oscura! Puoi attraversarla con tranquillità, senza lasciarti impaurire dalle sue ombre!".
Ed è un gioioso ritrovarmi, riscoprirmi capace di sorriso come se finalmente i lembi del mio tessuto interiore tornassero a combaciare. Potenza di una semplice immagine!

Ma ci sono anche altri mezzi che possono portare alla luce la nostra interiorità in maniera più o meno nitida, l'arte ce lo insegna e in particolare la musica.
Il brano di Allevi che posto qui oggi intitolato "Abbracciami", dal recentissimo "Alien", a mio avviso s'inserisce bene in questo discorso perchè - forse più ancora di ogni altro pezzo di questo cd - apre un varco verso l'anima del compositore, come se le note fossero proprio specchio della verità che portiamo nel profondo.
In questo profondo, infatti, il brano si addentra con crescente intensità e si accende d'impetuosa irruente passione, alternando momenti segnati da fortissimi vibranti bassi e concitati cambi di tonalità, ad altri di delicata
struggente dolcezza.

E se per un compositore "riconoscersi" significa scoprire di essere stato fedele alla propria ispirazione, penso che qui Allevi - riascoltando le sue note - potrebbe a buon diritto affermare di avere spalancato il cuore alla Musica.
In totale sconvolgente trasparenza.

Buon ascolto!