domenica 28 aprile 2013

Aprile: fioriture "en plein air".

Come lo scorso anno in questo periodo o giù di lì, a fine aprile mi prende sempre una insopprimibile voglia di vacanza, un desiderio inquieto di cambiare panorama e respirare più liberamente aprendo lo sguardo a una natura ricca di luce e di colori e a un paesaggio più fiorito.

Non è solo il bisogno che arrivi quella primavera che qui ancora stenta a decollare, ma anche un'esigenza di distensione interiore perchè le immagini che gli occhi contemplano possano raggiungere il cuore e porvi dimora.
Ma se non è sempre possibile esaudire concretamente questo desiderio, qualche volta lo si può fare abbandonandosi a un sogno o contemplando un quadro per immergerci nella sua atmosfera fino a riviverla.

Allora oggi voglio presentare un dipinto che mi ha sempre comunicato un'aura di serenità conducendomi con la fantasia all'inizio dell'estate, nel clima di leggerezza che essa portava soprattutto un tempo, quando si era bambini.

Si tratta di "Casa dell'artista ad Argenteuil" di Claude Monet (1840 - 1926) conservato all'Art Institute di Chicago.
Potrebbe essere una piccola scena familiare nel giardino della propria casa quella che il pittore, con tocco semplice e signorile ad un tempo, rappresenta: una bimba gioca all'aperto mentre una donna in abito blu e cappellino - la signora Monet, forse? - osserva dalla porta.
Eppure, in realtà, più che questo scorcio di vita quotidiana, è la bellezza del giardino con la sua esuberanza di fiori, bordure, aiuole e rampicanti, a rubare la scena ai personaggi catturando l'attenzione di chi guarda.
E il tratto della pennellata di Monet è tale che tutto, a una prima occhiata, ci appare come vibrazione di luce e di colore nella quale, solo in un secondo tempo, arriviamo a scoprire i dettagli: il bianco e blu dei vasi di ceramica, i gradini che accedono alla casa e la signora che si affaccia alla porta, elegantissima macchia blu nel vibrare della vegetazione circostante. 
Mirabile la maestria del pittore che, con pochissimi tocchi, non solo riesce a delineare una figuretta femminile, ma anche ad adornarla di tale grazia da farci percepire in lei un mondo intero di leggiadria. 
Piccoli cenni che fanno sognare, così come il paesaggio che s'intuisce appena tra gli alberi e la casa, ma che insieme a quel cielo aperto, animato di nuvole, dona ampiezza e prospettiva al dipinto. 

E' infatti la luce, al di sopra di tutto, a regalare magia definendo spazi e atmosfere, come quegli sprazzi di sole sotto gli alberi che danno luminosità e trasparenza al fogliame, mentre il resto del quadro è avvolto da un'ombra fresca e discreta.

Una rappresentazione che mi regala il respiro delle prime mattine di vacanza, quando si era piccoli: forse per la bimba che gioca e ha l'abitino della festa col fiocco, o per le innumerevoli gradazioni di quel verde che sembra ammantare del proprio rigoglìo anche la casa, come se vacanza significasse prima di tutto contemplazione della natura nella sua bellezza.
Ed è in effetti un meraviglioso ritorno alla natura quello che Monet rappresenta, in un insieme arioso e terso, in una sintesi di raffinatezza e semplicità. Se infatti raffinato è l'abbigliamento dei personaggi insieme allo splendido disegno dei vasi, semplice si presenta la facciata della casa con quelle imposte di stile decisamente rustico che fanno pensare a una dimora di campagna.

Mi piace allora commentare questa composizione pittorica con le note di un musicista francese proprio contemporaneo di Monet - Gabriel Fauré (1845 - 1924) - del quale propongo due brevi brani intrisi di eleganza e serenità in qualche modo simili al clima del dipinto che vedete. 
Si tratta delle "Romanze senza parole n.3 e n.1 in La bemolle maggiore op.17", due melodie d'altri tempi, due arie quasi cantabili di sapore dolcemente salottiero alle quali la morbidezza della tonalità di La bemolle conferisce intensa luminosità.

Buon ascolto!

lunedì 22 aprile 2013

Connessioni

Mi capita - dopo aver scritto un articolo per questo blog, dopo aver ascoltato a lungo un brano di musica ed essermi immersa nel mondo delle note, dopo essermi lasciata portare dal flusso di emozioni che esse suscitano - mi capita, dicevo, di avvertire il bisogno di riprendere contatto con la quotidianità più spicciola e concreta, semplice e scontata, quella dei piatti da lavare per intenderci.

Non è una battuta, ma un'esigenza profonda e vera che non si giustifica tanto con la necessità di ritrovare una sorta di equilibrio, non procede in senso contrario rispetto alle emozioni che la musica trasmette, ma va a completarle sostanziando di senso ciò che essa ci regala.

Ascoltare musica, e più ancora suonarla o comporla, è un'immersione totale nei meandri profondi e nascosti dell'esistenza dove nulla è separato ed ogni cosa - gesti ed emozioni, terra e cielo, corpo e anima - vive in una condizione di stretta interdipendenza. Perciò, calarsi nell'abisso delle note è raggiungere quel nucleo caldo dove ciascuno di noi è ricondotto a unità. 

Allora spignattare in cucina o riordinare la libreria, pulire la verdura o fare la coda dal panettiere non sono gesti stranianti che ci allontanano da noi stessi quasi appartenessero a un altro universo perchè, per quanto differenti, non staccano la connessione con ciò che le note ci suggeriscono e il nostro cuore avverte. Direi anzi che costituiscono una dimensione quotidiana che si rende  necessaria perchè la musica possa in qualche modo incarnarsi e fiorire, vivendo all'interno di una concretezza ormai non più trita e scontata, ma gioiosa e sorridente. 

Scandalo??? Niente affatto!!! 
E' bello che la musica viva nell'atmosfera assorta di una sala da concerto o di un teatro, ma ancor meglio che rimanga nei cuori di chi la porta via con sè lasciando che essa s'intrecci agli svariati sentieri della quotidianità dando loro sapore e illuminandoli dal profondo.

Così, oggi voglio condividere con voi un famoso brano di Georg Friedrich Haendel (1685 - 1759) perchè resti a cantarci dentro nella nostra giornata e ci accompagni con la scintillante vivacità che lo contraddistingue: un Haendel gioioso e accattivante, frizzante come un vino nuovo, ritmato e modernissimo, quasi sincopato. 
Si tratta dell' Allegro della parte iniziale del "Concerto per organo in Fa maggiore N.13 HWV 295" detto "The cuckoo and the Nightingale" per le battute che imitano il canto del cuculo e dell'usignolo facendolo ripetutamente riecheggiare attraverso le varie voci dell'organo e il dialogo con gli altri strumenti.
Ma al di là di questo particolare che caratterizza il pezzo, la sua vibrante energia insieme al susseguirsi di note degno di un'invenzione bachiana, gli conferisce un ritmo entusiasmante e un tono di spensierata bellezza.
Davvero un brano di cui inebriarsi, da gustare a volume spiegato, per gioia nostra....e dei vicini di casa!

Buon  ascolto! 
 

mercoledì 17 aprile 2013

"Heart of snow" : ritornare bambini.

La primavera, finalmente, ha fatto la sua comparsa colorata illuminando il cielo, e il clima più tiepido ci sta regalando anche leggerezza di cuore e voglia di sorriso.
Già...la leggerezza! 
Non è la prima volta che ne parlo qui, forse perchè mi accorgo che non è un traguardo scontato e - a maggior ragione in tempi così difficili - è necessario aiutare il cuore a reggere tanti pesi senza perdere contatto con la parte più profonda di noi stessi. 
Non si tratta di dimenticare la realtà, ma di riprendere coraggio per non essere sommersi da ciò che intorno a noi tenta di appannare in continuazione quella luce interiore che ci sintonizza con la bellezza e sostanzialmente con la vita.
Esiste infatti uno splendore dentro e fuori di noi che a volte rischiamo di perdere di vista, mentre è proprio quello a dare senso e forza al nostro vivere, consentendoci - nei limiti del possibile - di attraversare la quotidianità con cuore libero e, appunto, più leggero.

Per questo, oggi torno a proporre la musica di Giovanni Allevi con un brano dell'ultimo cd "Sunrise" dal titolo particolarmente significativo: "Heart of snow", cuore di neve.
Che vorrà dire cuore di neve? A cosa potrà alludere il compositore?
Se una simile espressione di primo acchito può comunicare un'idea di freddezza, essa ci suggerisce però che quel gelo è destinato a sciogliersi e a trasformarsi in torrente gioiosamente impetuoso al primo annunzio di sole e di primavera.
Ma un'immagine così piena di candore, a mio avviso, evoca anche quella purezza d'animo cui ogni essere umano aspira dal profondo come a un miracolo d'innocenza originaria, perchè un cuore di neve è in fondo il cuore intatto di un bimbo che si affaccia alla vita.

A ben guardare, affiora spesso da Allevi un richiamo a questa nostalgia, un filo ricorrente che ritroviamo in svariate interviste nelle quali il compositore fa riferimento alla stagione dell'infanzia. Ne parla infatti come di un'età incontaminata cui riandare, quasi che il dipanarsi dell'esistenza - mentre fisicamente cambia il nostro aspetto e ci carica di anni - interiormente non dovesse essere altro che un viaggio a ritroso, un ringiovanire dentro per ritrovare il candore del primo sguardo sul mondo.

Mi pare che "Heart of snow" si possa inquadrare proprio in queste prospettive, nel suo alternare momenti molto diversi tra loro, fatti ora di passione, ora di delicatezza: in apertura, fiume in piena di note, grandiosa irruenza di acque a celebrare la vita; poi, dolcezza di una ritrovata intimità.
Allevi crea infatti un primo tema romanticamente impetuoso che, per intensità, può ricordare alcuni dei suoi più splendidi brani per pianoforte come "Vento d'Europa" o "Le sole notizie che ho", anche se l'energia di quei pezzi risulta ora moltiplicata da una rinnovata ispirazione, da ritmiche differenti e dalla presenza dell'orchestra. 
Nel secondo tema invece, il compositore ci regala una nicchia di semplicità quasi mozartiana. E sembra che le note ci riportino nel cuore di quel silenzio che tutti abbiamo vissuto nel veder nevicare - magari dietro i vetri di una finestra di casa - proprio con lo stupore incantato dello sguardo di un bambino. 

Tuttavia interessante non è solo la varietà di melodie e di ritmi su cui il pezzo è impostato, ma anche il rapporto tra strumento solista e orchestra nel quale quest'ultima non fa semplicemente da sfondo, ma dialoga da comprimaria col pianoforte. 
Particolarmente bella a mio avviso la terza parte del brano, quella finale, che intreccia i due temi precedenti. Qui, delicatezza da un lato e grandiosità delle aperture dall'altro sono tali da esprimere un potente richiamo alla vita, un'energia che dilaga all'infinito.
E sembra quasi che le note non bastino.

Buon ascolto!

mercoledì 10 aprile 2013

Tra bellezza e sgomento


Dopo la full immersion nei grandi del passato, oggi desidero tornare al presente con un musicista del quale ho già pubblicato qualche mese fa un brano che potete ritrovare qui.

Si tratta di Gabriel Yared, compositore libanese, autore di numerosissime splendide musiche da film tra cui quelle per "Il paziente inglese" del quale ho parlato brevemente a suo tempo postando uno dei pezzi più incantevoli dell'intera colonna sonora.

Ed è sempre dalla stessa pellicola che oggi desidero proporre un altro brano non così aperto e luminoso come il precedente - "I'll Always go back to that Church" - ma a mio avviso ugualmente affascinante e ricco di suggestione. 
Si tratta di "Read Me To Sleep", melodia pacata, profondamente intrisa di malinconia, a tratti quasi solenne, nella quale possiamo ravvisare alcune reminiscenze di autori classici che - come già ricordavo - appartengono alla formazione musicale di Yared. 

In quelle note lievemente ribattute, scandite con lentezza una ad una al pianoforte perchè ne traspaia lo spessore e il riverbero e ciascuna nella sua singolare bellezza parli all'anima, mi pare di ravvisare un rigore quasi bachiano insieme alla conclusione di alcune frasi musicali che ci rimandano proprio alla famosissima "Aria sulla quarta corda" dalla Suite n.3 BWV 1068 di Bach.

E se nella parte iniziale del brano protagonista è il pianoforte mentre  l'orchestra fa da sfondo sostanziando il tema di ulteriore profondità, nel prosieguo è proprio questa a sottolineare con intensità sempre crescente il lento incedere della melodia, trasportandoci attraverso ogni sfumatura dell'anima. Un andamento misuratissimo, dove le rare aperture di luminosità tornano poi a ripiegarsi sulla malinconia della tonalità minore.
Yared ci accompagna così in una meditazione delicata e struggente che scava nel cuore e spalanca spazi d'inquietante bellezza e d'infinito sgomento, come infinito è il fascino del paesaggio desertico in cui s'inquadra parte della vicenda narrata.

Un brano a mio avviso profondo e toccante, inno d'amore e al tempo stesso canto funebre, fatto di dolcezza e desolazione, intimità e sofferenza, ricordo e strazio fino alla cupa suggestione del finale, un brivido che ci percorre dentro e ci lascia in sospeso, quasi presagio di tragedia incombente.
E ancora una volta, le note sono più eloquenti delle parole.

Buon ascolto!

 

venerdì 5 aprile 2013

Se la musica mette i brividi...

Non posso.
Proprio non posso lasciar passare i giorni senza tornare sul brano di Bach che ho postato lo scorso Venerdì Santo - "Erbarme dich, mein Gott !" dalla Passione secondo Matteo - e se per caso a qualcuno ascoltandolo non fossero venuti i brividi, per favore lo risenta!!!
Sarà per quel violino che trafigge l'anima o per la voce piena, calda, meravigliosa di Maureen Forrester; sarà per l'organo che ritma il tempo, il passo, il respiro e sembra accompagnare anche i battiti del cuore lasciando che ci si addentri nella melodìa e la si viva dal suo interno.
Sarà perchè - come mi è capitato di dire anche in altre occasioni - ogni volta che ascoltiamo una musica, essa rimane in noi fino ad insinuarsi tra le pieghe dell'anima e dei nostri pensieri, a riempire di sè il nostro sguardo. 
Ma è impossibile non cedere al fascino di un simile brano.
In quell'aria, grido e lacrime, lamento e invocazione declinati in un insieme dolcissimo e struggente, parlano un linguaggio che - se pure è quello del dolore - non conduce tuttavia alla disperazione, perchè è la musica stessa con la sue bellezza a consolare il pianto di cui è intrisa. 

Allora, per favore, tornate indietro a riascoltare quelle note che s'inanellano su per lo spartito, quel Bach grandioso e inarrivabile che ci accompagna per le nostre strade di sorriso o di sofferenza, di ombra o di luce, d'invocazione o di giubilo come colui che, nel mistero della musica, ritrova ed esprime ogni sfumatura del cuore umano.
Sublime l'attacco della voce solista con quei salti di sesta dopo l'introduzione così intensamente lirica del violino! 
Ma splendido anche il cammino lungo il quale la melodìa si snoda toccandoci nel profondo in perfetta fusione con le parole:

  "Erbarme dich, mein Gott, um meiner Zahren willen!
  Schaue hier, Herz und Auge weint vor dir bitterlich."
  ("Abbi pietà, mio Dio, per amore delle mie lacrime !
  Guarda qui, il cuore e l'occhio piangono davanti a te amaramente.")

Ma se, nel ricco e variegato panorama musicale, numerose sono state le composizioni rivolte alla misericordia divina con analoghe invocazioni di pietà, altrettante sono quelle che alla stessa misericordia hanno cantato inni di gratitudine.
Mi piace allora dare seguito a questo brano di Bach con uno di Mozart che idealmente ne è quasi la continuazione. Mentre infatti l'aria bachiana è un'accorata richiesta di perdono, il pezzo del musicista salisburghese è una vivacissima lode, un ringraziamento che si esprime in modo decisamente energico e movimentato.
Si tratta del mottetto "Misericordias Domini" in re minore K.222 che prende spunto da un versetto del Salmo 88: "Misericordias Domini in aeternum cantabo", versetto famosissimo e oggetto di svariate creazioni musicali antiche e moderne fino ai suggestivi canti di Taizé. 

Il brano, per coro a quattro voci miste, presenta due sezioni ripetutamente alternate: alla prima, infatti, ("Misericordias Domini...") caratterizzata da un ritmo lento e pervaso da grande intensità, risponde la seconda ("...cantabo in aeternum") molto più animata, costituita da un tema fugato dove l'intreccio delle voci si articola in un'affascinante architettura contrappuntistica.
Una creazione vivacissima e al tempo stesso segnata dal prevalere della tonalità minore che le conferisce un'attitudine meditativa, espressione di quella profondità mozartiana che supera la sofferenza senza tuttavia ignorarne lo spessore.
E mi sembra adatta a questi giorni che, dopo la Pasqua, ci conducono proprio verso la festa della Misericordia che si celebrerà domenica prossima.

Buon ascolto! 
(Nel riquadro, "Coro di Angeli" di Paolo Veneziano)
 

domenica 31 marzo 2013

Buona Pasqua !!!


Quest'anno, 
l'opera d'arte più bella 
è un gesto.

Auguri di speranza a tutti voi!!!





Papa Francesco, "Lavanda dei piedi" - Carcere minorile "Casal del Marmo", Roma

 
Antonio Vivaldi, "Cum Sancto Spiritu" dal "Gloria in Re maggiore RV 589".

venerdì 29 marzo 2013

Venerdì Santo

















Benedetto Antelami, "Deposizione" (particolare) - Duomo di Parma.



Johann Sebastian Bach, "Erbarme dich, mein Gott!" 
dalla "Passione secondo Matteo BWV 244".

lunedì 25 marzo 2013

Marzo : leggiadre prospettive di luce.

La ricorrenza dell'Annunciazione che nel calendario liturgico cade proprio oggi, m'induce a proporre qui un dipinto che porto nel cuore da tempo e che non smette mai di affascinarmi.
Si tratta dell' "Annunciazione" di Ambrogio da Fossano detto il Bergognone (1453 - 1523), conservata nella Chiesa dell'Incoronata a Lodi insieme ad altre tre tavole dello stesso autore : Visitazione, Adorazione dei Magi, Presentazione al Tempio.

Sto parlando di veri e propri gioielli del Rinascimento, e mi riferisco sia al dipinto che alla chiesa in cui esso si trova: quella dell'Incoronata a Lodi, infatti, è davvero una cornice degna e sontuosa per una tavola di altrettanto pregio e grande magnificenza come questa "Annunciazione". 

Tuttavia non è semplicemente il suo carattere di preziosità l'aspetto che me l'ha fatta amare.
Come infatti talora accade, ciò che ci attira in determinate opere d'arte non è sempre e soltanto la loro rispondenza a determinati canoni di bellezza e di splendore, ma è quel quid che le avvicina al nostro cuore rendendocele familiari, ora per la serenità, ora per il dramma, ora per una particolare atmosfera, per il taglio di un'inquadratura o per qualche aspetto di vita quotidiana che ci coinvolge e ci parla.

Qui il dipinto, sia sul piano dell'impostazione prospettica che degli elementi descrittivi, si colloca nel fiore di un Rinascimento già ricco di suggestioni leonardesche, ma soprattutto bramantesche. Se infatti il delicato profilo dell'Angelo può ricordare in qualche modo Leonardo, l'ambientazione spaziale e il soffitto a cassettoni richiamano il Bramante. Ma troviamo un'aderenza ai canoni artistici dell'epoca anche in altri dati.

Leggiamo infatti pacatezza e soavità, ordine ed equilibrio nelle due figure protagoniste della scena e nei loro gesti misurati: dalla mano dell'Angelo a quella di Maria, dagli sguardi assorti al silenzio tutto interiore della Vergine. E insieme a questo, una grande raffinatezza descrittiva evidente in una miriade di particolari: dalle bordure dei panneggi al pavimento marmoreo, dal delicatissimo giglio agli arredi della stanza, dai lacunari
intarsiati del soffitto alla luce dello Spirito Santo che rifulge sopra Maria.

Un'opera ricca di splendore, insomma, tuttavia non molto lontana da altre annunciazioni cinquecentesche altrettanto sontuose e leggiadre.
Dove sta allora il tocco originale di questa tavola che me la fa amare ogni volta che la osservo? 
In che consiste quel fascino segreto che ai miei occhi la riempie di particolare incanto?

E' nella prospettiva che si apre al centro del dipinto e che - sulla linea disegnata dai riquadri del pavimento - conduce il nostro sguardo fuori, all'aria aperta, nelle tranquilla luminosità forse di un mattino e nella sequenza di quattro successivi piani: un loggiato, un cortile, poi un arco da cui intravvediamo ancora un giardinetto e un muricciolo affacciato sul cielo.

Uno spazio sempre più aperto, suggestivo e meravigliosamente sereno, adornato da un pavone e un alberello che sopravanza il muro; luminoso e vero come quello scorcio di casa e i due uccellini appollaiati sotto l'arco del loggiato. 
Sembra di respirare l'atmosfera di quelle corti che sopravvivono ancora oggi in certe dimore padronali, nel centro storico delle nostre città di provincia dove, dietro severi portoni, si aprono cortiletti o giardini, prospettive silenziose e signorili, spazi luminosi e assorti in cui luce ed ombra si fondono in riposante tranquillità.

E' l'influsso della pittura di paesaggio lombarda che certo il Bergognone ha assorbito nella sua concretezza, restituendola con tocchi di eleganza e insieme di semplicità, solenni e tuttavia familiari.
Ma al tempo stesso è la grandezza di un evento come l'Annunciazione che l'artista ha raccontato situandolo nel tempo di ogni giorno. 
Trascendenza e quotidianità sono fusi in una serie di simboli e di rimandi tra interno ed esterno: il pavone ricorda infatti la vita eterna verso la quale Maria - con il suo all'Angelo - è proprio la porta; ma quella porta stessa che svela uno scorcio di cortile, ci regala anche il senso della quotidiana concretezza in cui s'inquadra e vive l'evento soprannaturale.
Un mistero che non si compie nello spazio indefinito di un fondo oro, ma nel "qui e adesso" di ogni giorno, di un mattino di luce discreta, in una prospettiva progressivamente più luminosa.

E a commento di quest'immagine, uno splendido brano di un autore contemporaneo: Marco Frisina, classe 1954, compositore di musica sacra, di famosi canti liturgici e - tra l'altro - Maestro Direttore della Pontificia Cappella Musicale Lateranense.
Il pezzo intitolato "Et incarnatus est" - tratto dal recente e omonimo cd (2012) - ci conduce in un'atmosfera di soavissimo spessore che, a mio avviso, si può ben accordare con la pacatezza del dipinto del Bergognone: c'è infatti in entrambe le composizioni una leggiadria che annulla la distanza di tempo tra loro, regalandoci spazi di profonda e assorta meditazione. 

Belle anche le immagini della clip video per le quali ringrazio chi l'ha resa disponibile su youtube.  
Buona visione e buon ascolto!

giovedì 21 marzo 2013

Incalcolabile felicità

Scopro solo ora guardando la tv che ieri, 20 marzo, era la "giornata della felicità"!!! 
Si celebrava infatti in tutto il mondo la prima "Giornata Mondiale della Felicità" istituita dall'ONU.
Toh!.... E io che non ne sapevo niente e proprio ieri mattina mi sono svegliata con una luna storta incredibile!....
Inutile, non sono al passo coi tempi, dovrò imparare ad aggiornarmi !

Dal servizio televisivo apprendo poi che la giornata - istituita nel luglio scorso in aggiunta alle numerose ricorrenze create nel tempo per celebrare una miriade svariata di cose - è stata appositamente collocata ieri proprio perchè vicina all'inizio della primavera e, si sa, primavera e felicità in qualche modo si somigliano.
Ma vengono illustrati anche gli scopi dell'iniziativa promossa dal segretario generale delle Nazioni Unite: un'occasione per ricordare che la felicità è  aspirazione fondamentale dell'uomo prioritaria rispetto ad altre necessità, in nome di un progresso non solo economico. Bello!

Vado sul web per saperne di più e trovo in effetti vari siti che parlano di "nuova priorità globale", dell'opportunità di "ispirare l'azione per un mondo più ilare" perchè "una nazione più felice è anche una nazione più produttiva".
Non so perchè, ma mi viene in mente una vecchissima pubblicità che recitava "Se la mucca è più felice, è migliore anche il suo latte": logica ineccepibile e - pare - anche scientificamente provata. Del resto, abbiamo sperimentato tutti che più felici, per esempio, si lavora meglio.
Però...
Però, per quanto sia giustissimo che ogni stato - e qui si sono scomodate addirittura le Nazioni Unite! - si prenda cura della felicità dei suoi cittadini, qualcosa non mi convince in questa proclamazione di una giornata che rischia di diventare solo un evento di facciata, quasi una felicità a comando.

Scopro inoltre che, attraverso l'analisi dei social network, alcuni ricercatori sono impegnati a capire che cosa rende la gente più o meno felice, a stabilire un indice di felicità, assegnare punteggi, stilare classificazioni o graduatorie.
Confesso che mi lascia perplessa questa pretesa di misurazione di tutto, come se anche i sentimenti e le pulsioni più profonde potessero essere indagate e ingabbiate in un numero.
E' questo bisogno di quantificare ogni cosa, di rendere ogni sospiro misurabile che non approvo, come se l'infinito di un cuore potesse rientrare nella stretta cornice di una statistica!!! 
Può forse essere ridotto a un "Mi piace" il godimento che offre un'opera d'arte? Può essere calcolata l'emozione, la soavità o la forza con cui ci parla un testo poetico o un dipinto o un brano musicale? E ammesso che un calcolo anche in termini di chimica delle emozioni sia possibile, non risulta comunque riduttivo???

Ma mi lascia perplessa anche la pretesa che "produttiva" possa esser solo la felicità!
Andiamolo a dire ai poeti, ai musicisti, agli artisti in genere!!!.....Forse ci risponderanno che tante creazioni - magari le migliori - sono nate in tempo di guerra o di esilio, di crisi o di follia. E che la vera produttività, quella del cuore, non si lascia fermare da nulla.

Per questo, desidero postare qui un brano di Robert Schumann (1810 - 1856), compositore che ha avuto la vita segnata da vari drammi tra cui la malattia mentale e che ha conosciuto la felicità forse solo per brevi intervalli.
Si tratta del secondo tempo, "Larghetto", dalla "Sinfonia n.1 in Si bemolle maggiore op.38" detta "La primavera", pezzo di luminosa bellezza, pacato e profondamente suggestivo di cui i Wiener Philarmoniker, sotto l'intensa direzione di Leonard Bernstein, mettono in luce la particolare soavità.
Una soavità che rimane in cuore e continuerà segretamente a parlarci in una simbiosi assolutamente misteriosa, regalandoci una gioia che si protrarrà nel tempo, infinita e soprattutto incalcolabile.
 
E per ciò che mi riguarda, voglio continuare a pensare che la felicità non sia quantificabile, ma stia sempre un po' più in là della mia immaginazione e dei miei pensieri, simile a "barlume che vacilla" come ricordava Montale, imprevedibile e sorprendente come una folata di vento che c'investe all'angolo della strada.

Buon ascolto!

 

sabato 16 marzo 2013

In cammino con Papa Francesco

Una serata piovosa come tante, alla fine di una giornata di lavoro.
Un comunissimo giorno feriale, in apparenza simile a molti altri che il tempo allinea sul nostro cammino, se non fosse segnato da un'attesa, quella che, nel giro di poco più di un'ora, ancora una volta trasformerà Roma, e in particolare Piazza S.Pietro, nel cuore del mondo. 

"Habemus Papam!!!".....e la piazza si riempie. 
Come un fiume in piena, la gente accorre sempre più numerosa e ciò non può non riportarmi alla mente un altro evento: la morte di Giovanni Paolo II, quando un vero e proprio tsunami di persone ha trasformato un'occasione di per sè luttuosa in un'esperienza d'intenso stupore rivelando quanta vita percorre ancora il nostro mondo devastato.

Mi ha colpito davvero la quantità di gente convenuta mercoledì sera all'annunzio dell'elezione del Papa, e non penso fosse solo curiosità o quel desiderio di esserci che si registra in certe occasioni. 
Lo ha dimostrato il silenzio orante della folla appena Papa Francesco ha invitato i presenti alla preghiera. Quel clamore, infatti, e quelle immagini certamente festose ma che talora rivelavano un entusiasmo - mi si perdoni il paragone - un po' da stadio, hanno subito lasciato spazio al silenzio assorto dello stupore, all'ascolto e alla commozione. Un silenzio che ha unito chi stava in piazza S.Pietro a chi era incollato con gli occhi e il cuore alla tv in una preghiera unanime e vera, che dimostra quanta sete e desiderio di lasciarsi sorprendere dalla vita abiti ancora nel cuore dell'uomo.

Ma non è stata solo la semplicità e l'immediatezza della comunicazione di questo Papa a colpirmi, quanto l'imprevedibilità della scelta caduta su di lui azzerando previsioni e criteri umani che forse avrebbero privilegiato il vigore fisico, un'età più giovane o altri dati esteriori.
In una società abituata a ragionare in termini di efficienza con la pretesa di valutare i risultati quasi fossero sempre matematicamente quantificabili, mi dà molta speranza il fatto che i Cardinali elettori, guidati dallo Spirito, abbiano invece guardato al di là delle logiche mondane.

Così pure, mi è piaciuta quella semplicità francescana fatta non solo di mitezza bonaria e sobrietà, ma di intenso richiamo ai valori evangelici. 
Toni sommessi e familiari, certo, come quei saluti - "Buonasera!" e "Buon riposo!" - che, più che ad un'occasione ufficiale, ci riportano alla semplicità di relazioni quotidiane; ma anche gesti e parole molto forti quelli di Papa Francesco, come la richiesta alla folla di pregare su di lui, o i contenuti dell'omelia tenuta ai Cardinali riuniti nella Sistina.

Allora, desidero dedicare a questo evento tutta la bellezza e il fascino di un canto come il famosissimo "Ave verum" che - celebrando la concretezza viva dell'Eucarestia - ci ricorda quanto la soprendente presenza del divino sia intrecciata all'umano in una dimensione di semplicità e al tempo stesso di profondità insondabile.
Invece della celeberrima versione di Mozart, ho scelto quella di Camille Saint-Saens che amo moltissimo e che - a mio avviso - è altrettanto suggestiva per la ricchezza di sfumature e la morbida fusione delle quattro voci.

Buon ascolto!

martedì 12 marzo 2013

Le priorità del cuore

Prendo spunto per il post di oggi da Rock Music Space, splendido sito dell'amica blogger NELLA al quale - se per caso non l'avete ancora fatto - vi consiglio di iscrivervi prontamente. 
Qui infatti, con freschezza e sicura competenza, la grintosissima NELLA spazia non solo in ambito musicale - dal rock, al pop, al folk e via dicendo - ma anche nel campo della danza e del cinema. 
E' la padronanza con cui scrive i suoi articoli e sceglie le musiche a colpirmi ogni volta, quasi rivivesse dall'interno vicende personali e artistiche dei personaggi di cui parla, calandosi nelle loro esistenze e nella loro musica con semplicità, scioltezza e al tempo stesso profondissima passione.

Dicevo, prendo spunto proprio dal suo blog e in particolare dalla bella citazione di apertura:  
"Dall'amore spesso non nasce la musica, 
ma dalla musica nasce spesso l'amore!...." 
perchè, a mio avviso, soprattutto nella seconda parte essa enuncia una grande verità.
Se è vero che - come più volte mi sono trovata ad affermare qui e come peraltro è esperienza di tanti - la musica sa produrre in noi mutamenti così profondi che in taluni casi si può parlare di vera e propria musicoterapia, ciò accade perchè essa va a toccare e smuovere corde vitali della nostra interiorità.
Ci fa cogliere infatti un mondo di desideri, istanze, sensazioni, emozioni che portano in sè - talora in modo molto esplicito, talaltra in maniera più sommessa e discreta - un incontenibile amore per la vita.
A volte mascherato da grido di dolore o di protesta, altre dispiegato in dolcissima elegia, ma è sempre desiderio intensissimo, tormentosa inappagata nostalgia di una pienezza dell'esistere. Amore magari percepito soltanto come eco lontana che tuttavia la musica ha il potere di risvegliare, rendendo vivo l'antico sogno di Bellezza che da sempre ci abita.

Essa ci parla segretamente, attraverso una sintonia profonda capace ora di risanare interiormente, ora di rendere più limpida e nitida la nostra percezione del mondo e di noi stessi, ora di rimuovere gli ostacoli che impediscono alla vita di scorrere libera dentro di noi come una cascata di acque limpide.
La musica ci restituisce infatti le priorità del cuore operando spesso una sorta di "restauro dell'anima" come fossimo opere d'arte usurate dal tempo che esigono di essere riportate al primitivo splendore.
Lo abbiamo sperimentato spesso, uscendo da un concerto col sorriso sulle labbra o semplicemente ascoltando il brano preferito sull'ipod, magari in treno, al ritorno da una giornata di lavoro; lo abbiamo vissuto ogni volta che abbiamo lasciato che una melodia abbracciasse la nostra giornata, la interpretasse, le regalasse un senso.

Proprio per questo, oggi desidero condividere qui un brano di Ludwig van Beethoven dalla "Sinfonia n.7 in La maggiore op.92".
Si tratta del secondo movimento, il famosissimo Allegretto, una delle composizioni più leggiadre che il vastissimo panorama della musica classica conosca.
La melodia infatti si dipana in modo progressivamente più ricco, intenso e variato su di una base ritmica sempre uguale e ci porta con sè in un crescendo segnato da toni ora delicatissimi - quasi lievi passi di danza - ora più drammatici. E' una sorta di inno alla vita che non coincide necessariamente con un inno alla gioia, ma passa per ogni sfumatura dell'anima a restituirci la percezione che l'esistenza stessa, nella sua dimensione più profonda, sia proprio amore, un amore che qui la musica ci dona in modo vivo e toccante.
 
Ho scelto la direzione di Carlo Maria Giulini perchè mi sembra che, rispetto ad altre interpretazioni, sottolinei maggiormente la lentezza del brano e ci consenta così di conservarlo nel cuore al ritmo del nostro respiro. 
E ritrovarselo dentro nella nostra quotidianità sarà come custodire un sorriso nell'anima a illuminare la giornata, mentre magari - in una mattina di cielo plumbeo - si risale dalla metropolitana in mezzo alla folla distratta.

Buon ascolto!  
 

martedì 5 marzo 2013

Passioni adolescenziali

Credo di aver già ricordato più di una volta in questo blog che la mia passione per la musica - classica in particolare - è iniziata quando avevo quindici anni. 
Ci sono stati compositori che mi hanno preso al primo ascolto e che d'allora in poi ho risentito costantemente nel tempo (Mozart, Chopin, Bach e non solo); altri che si sono aggiunti successivamente quand'ero in età già pienamente adulta (per esempio, Haydn e Rossini), e altri ancora che sto scoprendo soltanto oggi. 
E' un itinerario che in qualche modo tutti percorriamo guidati dalla sensibilità, dai gusti, dal piacere che la musica ci offre, dal desiderio di arricchire la nostra cultura o talvolta semplicemente dalle circostanze.

Ma ci sono anche diversi autori che, per motivi vari, dopo il periodo adolescenziale ho riascoltato raramente e che pure ritrovo ancora intatti dentro di me. 
E' la passione che ce li ha fatti amare la prima volta, la forza con cui le loro note si sono incise e intrecciate alla nostra vita ad aver operato il miracolo di questa memoria così viva. Diversamente, non sarebbe possibile conservare un ricordo talmente preciso di certi brani a distanza di tempo.  
Credo che ciò capiti a tanti, se non a tutti, e sono convinta che sia frutto della dimensione affettiva della memoria che imprime in noi ogni esperienza con uno spessore proporzionale alla nostra ricettività e all'emozione che essa ci regala. 
Accade questo per ogni evento, ma se parliamo di musica, la sua particolare capacità di giungere al cuore toccando in maniera immediata la sfera emotiva fa sì che la nostra anima trattenga e custodisca quasi senza saperlo le melodìe che essa ci dona. Un giorno poi le restituirà misteriosamente intatte, anche dopo anni: gioielli depositati su di una sorta di fondale marino dal quale - di tanto in tanto - si staccano per riaffiorare alla luce della nostra vita.

Per questo, oggi desidero tornare ad un compositore che - nonostante sul presente blog finora sia comparso solo due volte - è stato oggetto del miei primi amori per la musica: Felix Mendelssohn Bartholdy.  
E anche se la mia attenzione nel tempo si è poi rivolta ad altri musicisti, quella che ho nutrito per i suoi brani è stata una vera e propria passione adolescenziale.

Così, giorni fa, quando girovagando su youtube mi è capitato di imbattermi nella sua famosissima "Romanza senza parole in Mi maggiore op.19 n.1", non mi sono meravigliata se, ascoltandola, le note rifiorivano dentro di me come se le avessi avute sempre presenti. 
Avevo diciassette anni quando mi sono letteralmente innamorata di questo pezzo insieme all'altrettanto famoso Concerto per violino op.64 del quale tempo fa ho postato qui l'Adagio. Erano - l'uno e l'altro - la colonna sonora delle mie giornate, ma soprattutto sentivo che quelle note interpretavano i miei sentimenti in tutte le loro sfumature, come un dialogo capace appunto di andare al di là delle parole.

La Romanza citata che propongo qui, fa parte di una serie di 48 brevi pezzi per pianoforte. Oltre agli arpeggi della mano sinistra che conferiscono dolcezza e insieme profondità al brano, il tema si caratterizza non solo per la sua delicata luminosità e l'aura di romanticismo che lo pervade, ma anche per l'esordio a mio avviso particolare. Il suo digradare nella scala cromatica infatti, mi fa pensare non tanto a un vero e proprio inizio, ma alla continuazione di un discorso la cui prima parte resta per così dire sottintesa, come quando viene spontaneo proseguire ad alta voce una riflessione maturata in silenzio. 
E ciò arricchisce la melodia di suggestione e intensità.
 
Buon ascolto!

martedì 26 febbraio 2013

Un "GRAZIE" nel segno della musica

Sappiamo tutti quanto amore per la musica abbia sempre coltivato Papa Benedetto XVI. 
Del valore spirituale della musica ha parlato infatti più volte, sia in alcuni suoi libri specificamente dedicati all'argomento, sia facendone talora spunto di riflessione all'interno di varie catechesi.

Dai suoi discorsi emerge inoltre un'approfondita conoscenza dei grandi compositori del passato e dei loro brani che a volte analizza con sicurezza d'intenditore.
Sappiamo anche che è fine pianista ed interprete e forse possiamo intuire quanta serenità il pianoforte gli abbia regalato in questi anni di pontificato, quanto sollievo nei rari momenti di distensione dal suo difficile ministero.
Più volte poi, splendidi concerti sono stati offerti al Santo Padre in svariate occasioni nella bella cornice dell'Aula Paolo VI dove si sono avvicendati prestigiosi musicisti e gruppi orchestrali.
Ma interessante anche ricordare che la sua esperienza di cultore della musica si è formata nel coro dei "Regensburger Domspatzen", uno dei cori di più lunga tradizione, forse davvero il più antico che il mondo tedesco conosca e che ci riporta ad un ambiente in cui far musica era ed è tuttora esperienza fondante nell'educazione di un ragazzo.

Allora, proprio adesso che si approssima l'ultimo giorno del suo pontificato, mi permetto di dedicare al nostro Papa il "Kyrie" dalla "Petite Messe Solennelle" di Gioacchino Rossini
Ho scelto questo brano non solo per l'indiscusso splendore della sua melodia intensa e soavissima ad un tempo, ma anche perchè il video - soffermandosi ad inquadrare il direttore Riccardo Chailly e insieme a lui l'orchestra e il coro - indugia sugli strumenti, i visi, gli sguardi, le mani... 
Mi è sempre piaciuto indagare l'anima di chi fa musica e leggervi quella particolare autenticità che essa vi suscita. Chi segue questo blog lo sa.
Così, sono le note - certo - ma insieme ad esse è la freschezza delle immagini che desidero dedicare a Papa Benedetto come fossero un saluto, un sorriso, un pensiero di gratitudine che lo accompagni ora nella sua vita di preghiera e di nascondimento. 

A Benedetto vada quindi l'omaggio di questo brano dove vibrano le voci e gli strumenti, ma prima di tutto le anime di una varia umanità che canta e insieme prega, perchè la musica sia segno di quell'unità profonda che rimane al di là dei gesti e delle parole! A Benedetto che non sarà più sotto i riflettori del mondo, ma resterà certo nel cuore di tanti che - dietro quello sguardo discreto e un po' schivo - ricorderanno la nitida chiarezza del suo magistero insieme al suo costante richiamo all'essenziale della fede.

Mi piace allora concludere con le parole espresse dal Santo Padre proprio sul valore della musica, alla fine del Concerto offerto dalla Bayerisches Kammerorchester Bad Bruckenau nel Palazzo Apostolico di Castelgandolfo il 2 agosto 2009:

   "...In questa ora abbiamo visto e sentito che c'è una parte indistrutta del mondo, anche dopo la torre e la superbia di Babele, ed è la musica: la lingua che noi possiamo tutti capire, perché tocca il cuore di noi tutti. Questo per noi non è solo una garanzia che la bontà e la bellezza della creazione di Dio non sono distrutte, ma che noi siamo chiamati e capaci di lavorare per il bene e per il bello, e sono anche una promessa che il mondo futuro verrà, che Dio vince, che la bellezza e la bontà vincono." 

E ancora, dopo il Concerto del 16 aprile 2007:

   "...Nel guardare indietro alla mia vita, ringrazio Iddio per avermi posto accanto la musica quasi come una compagna di viaggio, che sempre mi ha offerto conforto e gioia.(...) Ecco il mio auspicio: che la grandezza e la bellezza della musica possano donare anche a voi, cari amici, nuova e continua ispirazione per costruire un mondo di amore, di solidarietà e di pace."

Buona visione e buon ascolto!

venerdì 22 febbraio 2013

Febbraio : le nevi di Bruegel.

Mi hanno sempre appassionato le opere dei Bruegel, quella straordinaria dinastia di pittori fiamminghi che hanno segnato la storia dell'arte col loro stile inconfondibile, sia che abbiano rappresentato nature morte - e fiori in particolare - sia che con viva fantasia si siano dedicati a descrizioni di ambiente.

Sono spesso spazi aperti quelli che hanno raffigurato: paesaggi estivi o invernali che illustrano le varie attività nel susseguirsi dei mesi; piazze di paese popolate da una caotica moltitudine di persone ciascuna colta nella concretezza del proprio lavoro quotidiano o del gioco o della festa; dipinti improntati a vivacità narrativa nel segno di un realismo minuzioso e attento al dettaglio, ma talora non privo di richiami simbolici. 

Ma, al di là di questi dati, l'interesse verso tali rappresentazioni a mio avviso dipende anche dal fatto che esse ci trasportano in una società molto diversa dall'Italia del secondo Cinquecento e dei primi decenni del Seicento, come appare sia dal modo di raffigurare le persone - talora colte nei loro aspetti più bizzarri o caricaturali - sia nello stile. Così pure, anche il paesaggio muta e dalla morbidezza mediterranea si volge a descrivere un mondo profondamente differente nei colori e nella luce, ma ugualmente ricco di attrattiva.

Per questo, oggi ho scelto di presentare un famosissimo dipinto di Pieter Bruegel il Vecchio (1525 ca. - 1569), "Cacciatori nella neve", conservato al Kunsthistoriches Museum di Vienna.

E' l'atmosfera, sono proprio i colori, è la luce particolare del cielo e del ghiaccio - quel verde-grigio in contrasto col bianco - a dare fascino a questo quadro. Così pure, sono le sagome nere degli alberi e quelle dei cacciatori che ritornano in paese seguiti dai cani a colpirci quasi fossero intarsiate nel panorama di fondo.

Originale poi l'impostazione del dipinto: la direttrice prospettica degli alberi s'incrocia infatti con la linea obliqua di quel terrapieno innevato sotto il quale si apre il paesaggio. E da un angolo ricco di particolari come i cani in primo piano, la nostra visuale spazia sulla pianura che si stende a perdita d'occhio.

Dall'alto, possiamo così scoprire una miriade di figure e di accuratissimi dettagli che talora sfuggono a un primo sguardo: dai pattinatori sul ghiaccio ripresi ciascuno in una diversa postura, ai paesini coperti di neve come fossero quadretti naif ante litteram, ai casali che si perdono nel biancore, tra gli alberi disseminati qua e là e l'andirivieni dei corsi d'acqua gelati. 
Un dipinto ordinato e al tempo stesso estremamente vario, frutto di grande maestria compositiva.
Bruegel vi costruisce infatti una prospettiva di ampio respiro delimitata solo, sulla destra, da montagne aguzze e taglienti che certo non appartengono al panorama delle Fiandre e che forse il pittore poteva aver visto sulle Alpi. Tuttavia, mi pare conferiscano alla rappresentazione un che di misterioso e un po' fiabesco quasi fossero immagini uscite dalla fantasia.

Ma il fascino del paesaggio innevato - come sempre - sta anche nella meraviglia del silenzio che porta con sè, come se ogni gesto fosse fermato e reso eterno dalla luce circostante. Gli uccelli neri che volano davanti al nostro sguardo, infatti, non fanno che accentuare il senso d'immobilità dell'intera scena, viva e concreta nei particolari e nonostante ciò immersa in un'atmosfera di sogno.

E per venire alla musica - che non spezza mai, ma sottolinea e alimenta il silenzio del cuore - ho scelto di commentare quest'immagine attraverso le note di Antonio Vivaldi (1678 - 1741) nell'Adagio del "Concerto per oboe, archi e basso continuo in Do maggiore RV 452".
Forse un musicista italiano non si adatta ad un pittore d'oltralpe. Ma ho deciso di postarlo ugualmente perchè si tratta di un Vivaldi pacato e intimo, che alterna luminose aperture a momenti d'intensa malinconica suggestione come questo dipinto di Bruegel dove tutto è avvolto da quella luce quasi crepuscolare. 
E il ritmo degli archi in sottofondo, creando un senso di attesa, ci regala una dolcezza simile alle tinte smorzate di questo paesaggio che ci resta dentro come un mondo di favola antica a cui riandare, di tanto in tanto, col pensiero.

Buon ascolto!

domenica 17 febbraio 2013

Fascino di un'aria antica

Ancora Domenico Scarlatti, evvai!!!
Quando un autore mi appassiona, mi è difficile staccarmene come faticoso è allontanarsi da ciò che c'innamora a prima vista; non solo, ma più lo ascolto, e più il desiderio di condividerlo qui si fa pressante.

Così, dopo aver postato qualche giorno fa la Sonata in si minore K.27 L.449, oggi ritorno al compositore napoletano con un brano altrettanto conosciuto - forse davvero uno dei più famosi - che ancora una volta propongo in un'interpretazione che ne mette in luce non solo la ricchezza di sentimento, ma anche la modernità.  
Si tratta della "Sonata in re minore K.32 L.423", aria dalla struttura estremamente semplice, oserei dire quasi prevedibile; eppure qui il pianoforte di Emil Gilels, attraverso una pacatissima e vibrante esecuzione, ci regala un brano di tono profondamente meditativo che fa risaltare il riverbero di ogni singolo suono.

Ma insieme a questo, ritroviamo nella sonata il sapore di una napoletanità antica che riecheggia qua e là anche in vecchie canzoni che la tradizione ci ha consegnato. Impossibile non pensare a un richiamo a Scarlatti all'origine di certe melodìe, come se la sua musica fosse stata non tanto imitata quanto assorbita nel corso del tempo fino a tradursi in ritmo, respiro, sguardo sull'esistenza. 
In effetti, nel vasto panorama delle sue sonate per clavicembalo - ben 555 ! - trovano posto brani vivaci, di una giocosità quasi simile a una tarantella, insieme ad altri che esprimono quell'attitudine malinconica e contemplativa che ha sempre fatto dello spirito napoletano e della sua capacità percettiva qualcosa di unico al mondo. 
E ascoltando l'aria che propongo, viene in mente anche l'atmosfera incantata di certa poesia di Salvatore Di Giacomo che forse - chissà mai! - si è nutrita di queste note.

Qui, infatti, è l'aspetto più sognante e meditativo a prevalere, sottolineato dalla tonalità minore e pervaso ora di malinconica dolcezza, ora di lenta solennità, come risulta evidente anche dall'alternarsi degli accordi più o meno arpeggiati. 
Un'interpretazione ancora una volta decisamente fuori dai canoni barocchi ma, a mio avviso, profondamente suggestiva proprio per la capacità di Gilels di caricare d'intensità ogni passaggio, ogni singola nota, ogni pausa di silenzio.

Buon ascolto!