giovedì 25 ottobre 2012

Ottobre: una straordinaria battuta di caccia.


Ottobre: tempo di uva e di fichi, di funghi e di castagne, stagione di sole ancora tiepido - le splendide ottobrate di questi giorni, appunto - e di brume mattutine. 
Ma anche periodo di caccia.

Abito ai margini della campagna e non è raro che, soprattutto la domenica mattina, quando spalanco le finestre senta gli spari dei cacciatori che riecheggiano attutiti dalla lontananza tra campi e filari di pioppi, ma che talora risuonano anche più vicini inducendomi a pensare che qualche volta finirò impallinata mentre stendo la biancheria...

Non mi sono mai interessata di caccia, nè ho particolari conoscenze sull'argomento. Tuttavia ho sempre apprezzato le rappresentazioni che l'arte ha dedicato ad essa nel tempo - sia che fosse praticata per motivi di sopravvivenza, sia come svago della classe nobile - e che hanno attraversato tutte le epoche, dai graffiti rupestri al Medioevo e su fino al Settecento. Miniature, tavole, affreschi, dove la caccia è declinata in tutte le sue caratteristiche: a piedi, a cavallo, coi cani o col falcone, alla volpe, al cinghiale e via dicendo.

Dai famosi cicli dei Mesi al Botticelli, a Brueghel il Vecchio e ancora più in là nel tempo, molti artisti  l'hanno rappresentata nelle loro opere
E spesso si tratta di creazioni in cui gli autori hanno realizzato veri pezzi di bravura per esempio nel raffigurare gli animali.

Tra le varie composizioni dedicate a questo tema, una mi ha sempre colpito in modo particolare. Si tratta della "Caccia notturna" di Paolo Uccello (1397 - 1475) dipinto conservato all'Ashmolean Museum di Oxford.
L'opera - forse l'ultima del pittore fiorentino - si colloca già nella seconda metà del Quattrocento, quando dall'esperienza del Gotico internazionale col suo gusto del decorativismo si passa a nuove ricerche prospettiche su base matematica e all'adozione di differenti moduli compositivi.

A catturare la mia attenzione per questa tavola è stato il fascino della rappresentazione notturna, peraltro rara nell'ambito della pittura del periodo. Ma, oltre a ciò, è proprio l'impostazione prospettica che, insieme alla gamma delle tinte usate, la rende particolarmente interessante.

Ci troviamo di notte in una foresta dove l'oscurità è illuminata dal rosso di panneggi e finimenti e dal chiaro di alcune figure umane e dei cani. 
Siamo in piena battuta di caccia e la rappresentazione è concitata. Tuttavia - come si osserva dalla riproduzione completa riportata qui sotto - la scena, ordinatissima, costruita con ritmo e simmetria, in alcuni punti è quasi ferma.

C'insegnano i pittori del Novecento che non basta dipingere un cavallo con una zampa alzata per creare il movimento. E qui, in effetti, le figure rosse a cavallo, soprattutto nella parte destra del dipinto, risultano  statiche e quasi bloccate nei loro gesti.

Ma è la prospettiva - elemento fondamentale per Paolo Uccello - a ricreare il movimento dandoci da un lato l'dea che le figure si affollino verso il centro del quadro, e dall'altro dilatando lo spazio dello sfondo.
Gli alberi infatti, disposti in filari così da risultare ordinatamente alternati, e la dimensione ben calcolata delle figure dal primo piano a quelli retrostanti, costruiscono un impianto che guida il nostro sguardo fino in fondo alla scena.
Così pure, le macchie di colore distribuite sul tappeto verdescuro del sottobosco creano una sorta di alternanza di chiaro e di rosso invitandoci a seguire la direzione dei cacciatori.
Ma sono i cani, nel loro volgersi ora a destra ora a sinistra, a individuare una prospettiva frantumata in differenti punti di fuga, come diagonali che s'intersecano a creare l'illusione del movimento e a condurci subito là, nel folto e nell'ombra, dove forse si nasconde la preda.
Un'immagine costruita quindi con minuziosa precisione, in una profondità prospettica che la suggestione del buio sembra dilatare all'infinito e a cui i colori - in particolare il rosso sullo sfondo scuro - conferiscono eleganza insieme a un tono quasi fiabesco di mistero.

E a commentare questo mirabile dipinto, ancora un brano di Mozart: il "Rondò - Allegro" dalla celeberrima Serenata n.13 in Sol maggiore "Eine kleine Nachtmusic" (Piccola musica "notturna" ....appunto!) K.525.
Con la vivacità e la leggerezza che lo contraddistinguono, qui messa particolarmente in luce dalla pregevole esecuzione, il pezzo sembra infatti animare la scena del quadro e assecondare con leggiadrìa quel movimento che nasce dagli incroci prospettici.

Buon ascolto! 

venerdì 19 ottobre 2012

Aria di festa

19 ottobre 2012 : "Gioire in Musica" compie oggi due anni e mi piace ricordarlo insieme a tutti voi che passate di qui perchè è proprio a voi che devo il mio GRAZIE! 

Se l'entusiasmo da parte mia, col tempo, invece di affievolirsi è cresciuto, se i miei interessi si sono ampliati, se talora ho scoperto musica nuova sollecitata da qualche suggerimento, il merito è vostro e l'affetto che mi avete fatto respirare in questo piccolo angolo di web mi incoraggia a proseguire.

Ma desidero ringraziare anche coloro - e so che sono tanti! - che, pur non essendo mai intervenuti con i loro commenti, ascoltano puntualmente i brani  che di volta in volta amo postare. 
L'ho già detto in passato: per me è impagabile gioia pensare che persone  conosciute o sconosciute, vicine o forse lontanissime, possano trovare qui uno spazio di serenità nel segno della Musica! E' come lanciare un ponte, aprire un piccolo sentiero di luce, sapendo che qualcuno - magari in un remoto angolo del mondo - lo percorrerà e per qualche momento sarà preso dal luminoso incanto delle note.

La mia gratitudine però va anche a quanti - a volte esplicitamente, ma talora in modo implicito - sono stati all'origine della nascita di questo blog: persone che, per quegli intrecci segreti nel tempo e nello spazio che la vita ci regala, con il loro cuore, la loro arte e la loro esistenza hanno sollecitato in me il desiderio di condividere ciò che amo.

Allora, come lo scorso anno nella medesima occasione, per festeggiare ho deciso di regalarmi (....e regalarvi) un brano di Mozart, l'autore con cui ho iniziato.
E' il terzo tempo, "Presto", dalla "Sinfonia concertante in Mi bemolle maggiore K.364" ad accompagnarci oggi con l'esuberanza che lo contraddistingue: è infatti sul vivacissimo duettare di violino e viola, ora energico ora giocoso, che esso si snoda. 
A differenza del tono di malinconica intensità dell' Andante - forse il movimento più famoso della composizione - questo finale ci regala una ricca varietà di timbri in un crescendo di spumeggiante leggerezza. 
L'esecuzione decisamente grintosa dei due solisti poi, insieme al loro appassionato coinvolgimento, sembra mettere ulteriormente in luce il tono brioso del pezzo sviscerandone ogni possibile spunto ritmico. 
Col risultato di un'irrefrenabile gioia.

Buona visione e buon ascolto!

lunedì 15 ottobre 2012

Spalancare lo sguardo

Prendo spunto per il post di oggi da un articolo di Marina Terragni apparso  lo scorso 13 ottobre sul settimanale del Corriere della Sera "IO donna" e intitolato "La meraviglia può essere qui". 
La brava giornalista vi osserva che anche a poca distanza dalla grande città - Milano nel suo caso - esistono luoghi di tutto riposo che non ci impongono viaggi lunghi o faticosi e possono farci respirare bellezza, luce e silenzio. Giusto "dietro l'angolo" quindi, c'è modo di sfuggire al caos della metropoli e la gita fuori porta da fare in giornata può rivelarsi piacevole e rilassante.
Non occorrono treni ad alta velocità o aerei: basta meno di un'ora di auto per raggiungere, ad esempio, il lago di Como e magari salire con la funicolare ad ammirarne il panorama dal faro di Brunate. O percorrere il lungolago di uno dei paesetti della costiera tra le numerose ville che li abbelliscono, mete tipiche dei milanesi di una volta, ricchi o poveri che fossero. 
Ed è un conforto - afferma la Terragni - poter sapere che tante meraviglie sono così vicine a noi, quasi nel tempo reale di un pensiero, di un sogno, di un desiderio da formulare a occhi chiusi.

Anch'io amo molto queste brevi uscite e mi ha sempre attirato la possibilità di andare in cerca di un sollievo interiore così a portata di mano. In fondo, ciò che osserva la giornalista è abbastanza scontato; tuttavia, trovo interessante l'osservazione finale dell'articolo che riporto perchè in qualche modo ne amplia e approfondisce il senso:

"Vicino" è quasi come dire "qui". E forse c'è altrettanta meraviglia ancor più vicino. E allora non è detto che non ce ne sia anche qui, dove mi trovo ora.
Non chiudo gli occhi. Li spalanco per riuscire a vedere."

Ecco: splendido il sogno che ci porta via, l'uscita verso luoghi di tranquillità, il viaggio che ci cambia dentro! 
Ma altrettanto affascinante l'idea che la bellezza sia ancor più vicina a noi, magari nel grigiore dell'ovvio dal quale forse non ci aspetteremmo niente; affascinante il pensiero che essa sia un tesoro nascosto da scoprire non chissà dove ma, per così dire, sotto la stufa di casa. 
E questo spalancare gli occhi per riuscire a vedere mi piace quasi più dell'intero articolo perchè fa pensare e conduce oltre, ad altre prospettive, verso ciò che la Terragni non scrive ma in qualche modo lascia intendere.
E' questione di sguardo, sono gli occhi dell'anima a rivelarci la vera bellezza, a superare l'apparente opacità delle cose per farcene cogliere lo splendore segreto e ricondurci in definitiva a noi stessi.

Allora, mi permetto di citare anche il post pubblicato recentemente dall'amica blogger Sandra (sandramaccaferri.blogspot.com "L'ombelico del mondo") che, commentando le splendide foto del suo viaggio in Grecia, ricorda - insieme al famosissimo "Conosci te stesso!" - le seguenti parole dell'oracolo di Delfi: 

"Se ignori le meraviglie della tua casa, come pretendi di trovare altre meraviglie? In te si trova occulto il Tesoro degli Dei".

"In te": come dire, là dove abiti, nel tuo paese, nella tua casa, nel tuo cuore. 
"Occulto": segreto, nascosto forse anche al tuo stesso sguardo che devi spalancare e fare attento per poter vedere dentro e fuori di te!
"Il Tesoro degli Dei" : quel dono divino che in definitiva....sei tu! 
Saggezza che giunge a noi dall'antica Grecia, ma che ritroviamo anche in quel filo rosso di pensatori e filosofi che, da S.Agostino in poi, ci ricordano la sacralità del mondo interiore.

E la musica che - come ogni forma d'arte - nutre e custodisce questo mondo interiore con particolare intensità, può aiutarci a spalancare lo sguardo su di esso con un brano dell'autore che, forse più di ogni altro, vi si è addentrato: Frédérick Chopin.  
Il "Notturno in do minore op.48 n.1" con le sue note profonde e arcane ci accompagna infatti per il variegato paesaggio dell'interiorità. E' un cammino ora lento e soffuso di malinconia, ora impetuoso e agitato, ora ricco di limpide aperture, dove il tema del brano riaffiora con ricchezza sempre nuova per condurci fino alle più intime delicate sfumature dell'anima.

Buon ascolto!

 

martedì 9 ottobre 2012

Incanto di una voce

Siete stati mai affascinati dalla voce di una persona mentre parla? 
Sì, proprio la voce : non lo sguardo o le mani, il viso o i gesti.
Solo la voce che, con la sua inflessione, il tono, il timbro, il colore, è subito musica e sa narrarci tante cose. 

Vellutata o roca, piena o sottile, carezzevole o tagliente, essa racconta di noi come una melodia che si dipana rivelando desideri, ansie, tristezza, allegria, tradendo la minima incertezza o il più piccolo turbamento, o incrinandosi nella profondità della commozione.

Quante cose capiremmo di noi e degli altri se qualche volta potessimo riascoltarci al di là delle parole e la nostra voce potesse essere registrata e tradotta in note! I discorsi diventerebbero spartiti musicali: arie, adagi, fughe, minuetti o rondò a esprimere quell'impulso segreto che ci anima a monte del linguaggio verbale, quel palpito che dà significato e pienezza al nostro dire.
Sarebbe un modo di conoscerci un po' inusitato, ma fecondo di chissà quali scoperte!...

Voce però è anche quella degli strumenti musicali che ci regalano suoni variegati e diversi, ciascuno col suo timbro e la sua peculiarità: dalla dolcezza melodiosa dell'arpa alla potenza degli ottoni, dall'intensità ariosa degli archi  fino alla luminosa morbidezza del pianoforte. Per non parlare poi dell'organo che somma tutti i suoi registri in una complessità sonora quasi orchestrale.

E tra queste diverse voci, oggi mi piace soffermarmi su quella del violino che - acuta, sottile, struggente o impetuosa - sa sempre addentrarsi in noi con particolare intensità andando letteralmente a toccare le corde più segrete del nostro cuore. 
Quello che propongo all'ascolto è un brano di Camille Saint-Saens (1835 - 1921), compositore, pianista e organista francese di grande creatività, ma famoso presso il grande pubblico soprattutto per la "Danza macabra" e "Il carnevale degli animali".
Tuttavia non è da queste opere che ho preso spunto per il pezzo di oggi, bensì dal suo "Concerto per violino e orchestra in si minore n.3 op.61" di cui ascoltiamo il secondo movimento "Andantino quasi allegretto".

Il brano - qui nella bellissima interpretazione di Zino Francescatti - ci conduce subito in un'atmosfera di profonda suggestione, a cominciare dalle prime battute del tema iniziale che ricordano un po' "Il Cigno", forse la composizione in assoluto più conosciuta del musicista francese. 
Si sviluppa poi un vero e proprio dialogo tra il solista e i vari strumenti che riprendono la melodia ampliandone l'aura di tono ancora romantico e reinterpretandola con grande dolcezza.
Segue una parte centrale più movimentata mentre, verso la fine, l'aria iniziale viene ripresa prima dall'orchestra e poi dal violino con accenti ancor più toccanti: delicatissima voce che ci parla con incanto e intensità.

Buon ascolto!

mercoledì 3 ottobre 2012

Dolcezza di una colonna sonora

Quando un brano di musica sa toccare il nostro cuore, non importa che venga dal passato o dal presente, che il suo autore sia più o meno famoso e celebrato, che si sia occupato di musica squisitamente classica o di altri generi.

Se le sue note sanno raggiungerci nel profondo arrivando fino a quel luogo segreto dove noi...siamo veramente noi, lo scopo è raggiunto: il compositore ha attinto alla sorgente della Musica - e qui mi piace usare proprio la maiuscola! - e ne ha saputo rivelare quella ricchezza pulsante capace di toccare la nostra esistenza.

Sarà un concerto classico o un brano jazz, un canto polifonico o una canzone, una sigla o una musica da film: se sa parlarci, diventa un piccolo grande tesoro da custodire in cuore e di cui nutrirsi fino ad averne illuminato lo sguardo. Così, una melodìa ci può "prendere" in un teatro, in una sala da concerto, ma anche per strada, nel sottofondo di una pubblicità o attraverso una colonna sonora e via dicendo.

Ed è proprio sul fascino di una colonna sonora che desidero soffermarmi oggi.
Non è la prima volta che parlo di questo argomento, ma l'ho fatto scegliendo spesso commenti musicali che comprendevano pezzi del repertorio classico. Penso, per esempio, al Beethoven della scena finale del film "Il discorso del re", o all'Adagio di Barber a conclusione del famosissimo "Platoon", o a quell'incantevole Vivaldi che accompagna una delle più belle sequenze di "Shine".

Tuttavia, al di là di questo, il panorama musicale è ricco di compositori contemporanei che hanno creato splendidi pezzi appositamente per il cinema o la tv. Ho in mente prima di tutto il grandissimo Morricone, ma - per restare solo in ambito italiano - anche Piersanti, Piovani, per certi aspetti Einaudi e altri autori di pregio tra i quali, in particolare, Dario Marianelli.
Si tratta di un artista che ha firmato le musiche di numerosi film tra cui "Espiazione" - per il quale ha vinto l'Oscar per la miglior colonna sonora - e il famosissimo "Orgoglio e pregiudizio". Ed è da quest'ultimo che voglio condividere qui una piccola selezione di pezzi.

La pellicola che riprende il capolavoro di Jane Austen, vero e proprio classico della letteratura inglese, è stata diretta da Joe Wrigth nel 2005 ed è l'ultima di varie riduzioni cinematografiche e televisive del romanzo che si sono susseguite nel tempo. 
Questa versione ha avuto particolare fortuna per la bella ricostruzione ambientale e la bravura degli attori che conferiscono freschezza al grande affresco della provincia inglese del primo Ottocento creato dalla Austen.
Ma insieme alla trama e alla recitazione, è sempre la musica a completare ciò che parole o immagini talora non arrivano a dire. 
Ecco allora la colonna sonora che - come sempre - sottolinea, enfatizza, scava, suggerisce, facendo emergere mille sfumature dell'interiorità dei personaggi e delle loro vicende.

E' proprio il caso dei brani di Marianelli che - avvalendosi della English Chamber Orchestra e del pianista Jean-Yves Thibaudet - regala al film un commento musicale di grande fascino, capace di interpretare l'animo dei protagonisti ora con delicatezza estrema, ora con romantica passionalità. 
Sono creazioni dalle quali emerge spesso la matrice classica del compositore: non è un caso infatti che le sue melodie rivisitino qualche aria del passato - vedi il brano "Meryton Townhall" ripreso da Henry Purcell - e che altri pezzi s'ispirino un po' allo stile del giovane Beethoven, sia pure con una maggiore semplicità anche di scrittura musicale.

La clip audio comprende i seguenti brani: "Darcy's Letter" - "Mrs. Darcy" - "Dawn" - "Georgiana" - "Liz on Top of the World" - "Meryton Townhall" - "Another dance", un insieme di melodie che ci rimangono dentro con dolcezza e intensità.

Buon ascolto!

giovedì 27 settembre 2012

Settembre: vibrazioni d'autunno.

Settembre volge al termine e l'autunno si è già annunziato qui in pianura con le sue brume mattutine, mentre i pomeriggi a volte ci regalano ancora il sole.
Non sono giornate particolarmente limpide e talora mettono un po' di tristezza.
 Al contrario, io amo quella luminosità settembrina dal cielo pulito e dai colori caldi, magari un po' sfumati all'orizzonte, che mi riporta al passato. 
Un passato remoto direi, quando la campagna era ancora ricca di alberi, la scuola iniziava il primo ottobre e settembre era sinonimo di vacanza. Gli ultimi giorni del mese si potevano dedicare allora a qualche gita o anche solo a un pomeriggio in bicicletta nei campi già variegati di colori tra cascine e antiche pievi, complice il clima più fresco ma gradevole.

Per questo, oggi desidero proporre all'attenzione di chi passa di qui un dipinto che mi ricorda l'atmosfera settembrina di quella campagna ricca di splendore che mi è sempre piaciuta.
Si tratta di un'opera di Claude Monet (1840 - 1926), "Oche nel ruscello", conservata presso il Clark Art Institute di Williamstown nel Massachusetts (USA), ma che abbiamo potuto ammirare lo scorso anno a Milano nell'ambito della mostra dedicata agli Impressionisti della Collezione Clark.

Sono proprio i colori ad affascinarmi per primi, un insieme di sfumature dorate digradanti dal giallo al bruno con quel tocco di pennello della raffigurazione "en plein air" tipica di Monet. Effetti di luce, riflessi e riverberi che ci restituiscono un'immagine vibrante in un gioco di fremiti di foglie ed acqua. 

Fremito delle chiome degli alberi che incorniciano il dipinto e subito ci conducono per un sentiero alla casa in fondo, davanti alla quale, nel sole che mi piace pensare sia quello pomeridiano, si svolge una piccola scena familiare.
Ma anche fremito d'acqua, nonostante forse a prima vista sia meno evidente.
E' solo dopo infatti - almeno così a me capita - che si scopre un ruscello, o più che altro uno stagno, dove nuota un gruppetto di oche.
Come spesso accade in Monet, ci cattura prima la visione d'insieme e solo poi si colgono i particolari che emergono dal vibrare delle tinte, quasi tutta la realtà - prima ancora di essere composta da oggetti - fosse una meravigliosa vibrazione di luce dalla quale questi poi, poco per volta, affiorano.
Ed è uno splendido affiorare nel segno del colore, nelle mille sfumature che riproducono l'acqua, nella densità quasi materica di quei cerchi concentrici dove vediamo riflesse le chiome degli alberi, le oche e la natura circostante.

Magìa di una pennellata che crea direttamente l'immagine senza disegno, facendo emergere profondità e spessore, e regalandoci la suggestione di essere davvero dentro il dipinto. 
E' infatti attraverso i colori che - come per una sorta di sinestesìa - sentiamo la brezza leggera che increspa la superficie del piccolo stagno e avvertiamo il respiro delle foglie insieme alla dolcezza rustica e luminosa di quella casa, là in fondo, pronta ad accoglierci.

Interessante anche il fatto che il titolo del quadro non prenda spunto dall'intera scena nel suo complesso, ma da un semplicissimo particolare; certo, in primo piano - le oche, appunto - ma in fondo solo un particolare. 
Ma è proprio il fascino dell'acqua e dei suoi riflessi che - come in altre opere di Monet - cattura l'attenzione dell'artista inducendolo a fissare l'istante di quella specifica vibrazione per dilatarla poi in una visuale più ampia restituendoci un vasto respiro di serenità.

Per questo, a sottolineare anche con le note l'atmosfera del dipinto, propongo all'ascolto il dolcissimo "Adagio cantabile" dal "Settimino in Mi bemolle maggiore op.20" di Ludwig van Beethoven (1770 - 1827). 
Si tratta di una composizione per sette strumenti tra fiati e archi (clarinetto, corno, fagotto, violino, viola, violoncello e contrabbasso) divenuta ben presto molto famosa e della quale esistono numerose trascrizioni.
L' Adagio in particolare, in tonalità di La bemolle maggiore, si snoda con la limpida cantabilità ricca di luminose aperture tipica del primo Beethoven più vicino allo stile di certe serenate di Mozart. 
Un brano quindi anacronistico rispetto al clima culturale in cui si situa il quadro di Monet e fuori tempo anche in rapporto a quello che sarà il Beethoven più famoso e celebrato. Tuttavia, a mio modesto avviso, ugualmente capace di farci gustare attraverso le note la leggerezza e il respiro di serenità che il dipinto ci comunica.
A testimonianza dell'universalità della musica e della sua capacità di parlare al cuore dell'uomo superando le barriere del tempo!

Buon ascolto!
 

venerdì 21 settembre 2012

Catalizzatori

Con la musica di oggi, desidero augurare un sereno weekend a tutti, ma soprattutto a coloro che per vari motivi hanno avuto una settimana particolarmente pesante o difficile.
Capita. 

Magari si riprende il lavoro con le migliori intenzioni e qualcosa va storto da subito; o s'inaugura una nuova serie di impegni ma le nostre aspettative vengono immediatamente frustrate.
Sono a volte cose da poco in sè: contrattempi, un appuntamento mancato, treni in ritardo o programmi stravolti ma capaci di oscurare il buonumore creando scompiglio non solo sul piano pratico, ma talora anche psicologico. 

Magari sono novità inaspettate alle quali bisogna adattarsi o disagi che ci colgono di sopresa allo stesso modo del grigiore di un temporale improvviso. 
E allora???

Allora occorre un antidoto perchè i piccoli guai di ogni giorno non rodano più del dovuto provocando un vero e proprio malumore. E per recuperare serenità occorre un aiuto dal mondo delle note.

"Ma...basta la musica???!!!....."  
Mi par di sentire qualche voce incredula...
 "Eh...ci vuol altro!!! Almeno bastasse la musica!..."
 
E invece sì!!! Qui dico e proclamo che basta la musica!!!
Non perchè possa mutare gli eventi o avere effetti magici e miracolistici sulla nostra quotidianità spesso difficile, ma perchè la musica....cambia noi, ci cambia dentro!!! T
rasforma il nostro stato d'animo e, agendo come un potente catalizzatore, può modificare le nostre reazioni e alleggerire l'anima  restituendoci sorriso e grinta. 

E' un'esperienza che tutti abbiamo vissuto in modo più o meno intenso quando ci è capitato di essere affascinati dalla voce di uno strumento solista o dall'intensità di un'intera orchestra, dall'architettura complessa di una fuga o dalla limpidezza di una semplice melodia, da un ritmo o dalla suggestione di un brano polifonico e via dicendo. Abbiamo avvertito allora una trasformazione interiore che - come mi è capitato di osservare anche in passato - ha avuto su di noi un effetto, per così dire, terapeutico.

Così, perchè la musica ci conduca verso quello stato di beatitudine che ci suggerisce lo Snoopy raffigurato qui sopra inebriato dalle note, ancora una volta sono andata alla ricerca di Mozart e in particolare del terzo movimento, "Allegro", dal "Concerto per pianoforte e orchestra n.27 in Si bemolle maggiore K.595".

Si tratta di un brano che - come sempre in Mozart - coniuga profondità e trasparenza e che l'interpretazione raffinata e ariosa, leggera ed elegante di Maria Tipo, a mio avviso valorizza in modo particolare.
Infatti, sia nel rasserenante tema iniziale, gioioso e spensierato come una scena di giochi infantili, che nelle sue articolazioni in tonalità minore e nelle successive riprese, la pianista coglie ogni piccola sfumatura di morbidezza e di canto che ci riporta a quella tipica semplicità mozartiana mai priva di spessore.
Il pezzo si snoda in una sorta di rondò ricco di ritmo e intensità, di modulazioni che parlano al cuore in maniera ancor più significativa se si pensa che l'intera composizione - ultima della serie dei concerti per pianoforte - è stata scritta da Mozart a meno di un anno dalla sua morte. 
E non è un caso che lo stesso tema di questo Allegro finale ritorni in un Lied composto dal musicista nello stesso periodo e intitolato "Sehnsucht nach Fruhling" (Nostalgia di primavera).
Quasi una suprema testimonianza del suo struggente amore per la vita. 

Buon ascolto!

venerdì 14 settembre 2012

Gli occhi del cuore

Una mattina di settembre a spasso per Milano, in cerca di opere d'arte grandi e piccole, più famose o più nascoste; una giornata in giro per la grande metropoli approfittando del clima piacevole, magari in compagnia di una giovanissima amica fresca di studi e capace di guardare le cose con gli occhi del cuore.
Gioia di ritrovarsi, di discorrere, andando insieme con passo sciolto alla scoperta di tesori: tutta nostra la grande città!

Amo molto questo genere di uscite, soprattutto se le si può condividere con chi ha uno sguardo non velato dall'abitudine, ma pieno di stupore.
Saper cogliere il dono che l'arte ci regala, questo mi colpisce nella sensibilità dell'amica che mi accompagna e che accompagno a mia volta: io in un itinerario di strade, musei e monumenti, lei in un itinerario del cuore, attraverso la sua gioiosa meraviglia e il suo contagioso entusiasmo.

E il suo è l'entusiasmo di chi si trova davanti a un'opera d'arte e percepisce che non è un reperto archeologico da ammirare per un momento e poi accantonare, ma una bellezza che entra in contatto con la tua vita e ti parla.
E' l'entusiasmo di conoscere come, attraverso i colori e le forme, qualcuno ha rappresentato l'esistenza, un modo di pensare, di amare, di rapportarsi al mondo, cogliendone la multiforme bellezza...o ha raccontato il passato magari intridendolo del proprio presente, dalla foggia degli abiti, agli ambienti, alle architetture, fino alle pulsazioni del proprio cuore.


Ma è anche la saggezza del comprendere che accostarsi all'arte - comunque essa si manifesti, attraverso le parole o i gesti, le note o il colori... - è sempre un incontro con altri esseri umani che attraverso le loro creazioni ci aprono l'anima: la loro e la nostra.
Se c'è in noi ricettività, non importa che si viva in un'epoca diversa e si portino jeans e scarpe da ginnastica : agli artisti e alle loro opere, senza timore di essere irriverenti, si può dare del "tu" perchè sono divenuti patrimonio universale e particolare insieme, sono entrati in qualche modo nella nostra vita, dialogano con noi.
E credo che il bello stia proprio qui!

Così, oggi, a ricordo della splendida giornata milanese, voglio regalare a chi passa in questo blog un'immagine che ci ha affascinato sopra le altre: il particolare della Maddalena dal "Polittico di Valle Romita" di Gentile da Fabriano (1370 circa - 1427), conservato alla Pinacoteca di Brera.
Al di là dei limiti di questa riproduzione che non sono riuscita a postare in formato più grande, si tratta di una figura di estrema eleganza. La finezza dei tratti, la linea sinuosa del manto che nella parte interna mostra la consistenza di una bianca morbidissima pelliccia, sono dettagli che costituiscono veri pezzi di bravura, come la boccetta di profumo che la Maddalena tiene in mano (qui purtroppo confusa col fondo oro del dipinto), piccolo capolavoro di leggerissima oreficeria.
Un'immagine di leggiadrìa che è difficile dimenticare, come restano nel cuore tanti capolavori visti, ciascuno con una sua unica e irrepetibile ricchezza che ci nutrirà nel tempo.

E così pure - passando dalla pittura alla musica - a ricordo del pregevolissimo organo dell'Antegnati ammirato nel Coro delle monache, all'interno della Chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore, desidero postare qui un vivacissimo brano, appunto per organo.

Si tratta della "Toccata" dalla "Sinfonia n.5 in fa minore op.42" di Charles-Marie Widor (1844 - 1937), forse la creazione in assoluto più famosa del compositore francese. Pezzo pieno di ritmo, energia e scintillante sonorità, ma soprattutto ricco di una gioia sorgiva che, a mio avviso, rappresenta bene l'entusiasmo che la giornata milanese ci ha regalato e può ben commentare la sublimità di tante opere d'arte che hanno oltrepassato i secoli.

Buon ascolto!

sabato 8 settembre 2012

"Prendimi" : se la Musica gioca a nascondino.

Quando la vita ci afferra....
Sì, ci sono momenti particolari e privilegiati in cui la vita si apre spiegandosi davanti a noi con straordinaria intensità.

Può essere uno spettacolo della natura, la leggiadrìa di un dipinto, lo splendore di una musica o la profondità di una relazione, tutte esperienze che ci possono donare momenti di pienezza, sprazzi di luce che illuminano il cuore.

Ma sempre - comunque si manifesti - l'esistenza può regalare intensità e splendore perchè la Bellezza che in essa ci attira non è tanto il frutto di precisi canoni estetici, ma uno spessore che nasce dall'interiorità e a questa riconduce.
Come un segreto richiamo presente in ogni evento o in ogni immagine - dalle più trasparenti alle più opache - tutto, se restiamo in ascolto,
parla alla nostra anima, perchè ha in sè un misterioso rimando a ciò che non è ancora: a una pienezza che s'intravvede di sfuggita, a un grido insito nelle cose, una nostalgìa, una scintilla che per un attimo ci apre all'Infinito quasi ravvivandone un lontano ricordo.
Ed è proprio quella scintilla che si vorrebbe afferrare.

Se poi a parlarci è la Musica, la trasparenza cresce e l'esigenza di cogliere in totalità la vita che essa ci comunica diventa un desiderio talora tormentoso per l'ascoltatore, ma ancor di più per chi la esegue e in particolare per chi la compone.

Per questo, oggi desidero postare "Prendimi" di Giovanni Allevi - qui nella versione per pianoforte solo tratta dal cd "No concept" (2005), e successivamente rielaborata per pianoforte e orchestra in "Evolution" (2008) - brano che è per così dire una sfida che la Musica, quasi una sorta di entità viva e sempre in fuga, lancia al compositore che la vuole afferrare.

Il pezzo si snoda in una gioiosa ed effervescente rincorsa di note dove - come in diversi altri brani del musicista ascolano - si alternano momenti di esplosiva irruenza ad altri di più sommessa, intima dolcezza.
E' un irrefrenabile gioco a nascondino, in cui davvero pare che la Musica si lasci inseguire in una corsa dal ritmo sempre più vivace e impetuoso, per poi a un tratto rallentare, dileguarsi un attimo, far capolino un po' ammiccante dietro un angolo e riprendere la sua fuga a perdifiato.

E' una sfida che essa pone all'artista che, in quanto tale, attraverso le sue note desidera afferrarne il cuore facendola pienamente sua.
E la raggiunge infatti, ma subito la corsa ricomincia verso nuovi e ancor più vasti orizzonti, come un inseguimento che non conosce sosta nè tregua in un continuo incessante anelito.
Anelito che qui Allevi non esprime tanto nel suo lato più struggente, ma in un'attitudine di limpida gioia verso un Infinito colto nell'ebbrezza di un momento, ma poi ancora oggetto di insaziato desiderio perchè - come direbbe Montale - tutte le immagini portano scritto:"più in là".

Buon ascolto!
(mi scuso con con chi ascolta se la copertina del video riporta erroneamente "Evolution" invece di "No concept")

martedì 4 settembre 2012

Rituali

Settembre è iniziato, per fortuna con un clima più fresco che consente - per chi è stato via - un ritorno a casa non troppo spiacevole e una più facile ripresa delle consuete occupazioni.

Tuttavia, quando finite le vacanze, ci si deve allontanare da luoghi ricchi d'incanto per tornare alla vita di tutti i giorni, man mano che dal cuore della bellezza la distanza cresce, il distacco si avverte. E' come uno strappo interiore che ci riporta altrove e non c'è come il mutare del paesaggio per condurci poi inesorabilmente a modificare anche i pensieri, riportandoli alle contingenze quotidiane.

Eppure....
Eppure la bellezza che ci ha circondato per un certo numero di giorni può seguirci, accompagnarci ovunque senza mai smettere di cantarci dentro. Lo sappiamo bene non solo se portiamo con noi ricordi e foto, ma soprattutto se in qualche modo essa ci ha cambiato il cuore.
Ormai è nostra, e se da una parte il legame che si è creato ci consente di averla con noi, dall'altra non ci si può allontanare da Lei - ne parlo come fosse una persona - di corsa o sbadatamente, così come non si uscirebbe dalla casa di un amico senza salutarlo.

Allora, ogni volta che finite le vacanze, parto dal mio paesetto di montagna, vado sempre a salutare il Gran Paradiso.
E non è cosa dell' ultimo momento, ma una sorta di rituale che sento di dover rispettare dedicandogli tutto il tempo che richiede.


Il Gran Paradiso infatti, più che una montagna, qui è una presenza viva che ti raggiunge in ogni angolo del paese, con una cima, uno scorcio di ghiacciaio, un tratto di parete rocciosa. Una presenza che ritma le giornate nel gioco di luci ed ombre, un costante riferimento di stupefacente splendore o anche solo un segno per capire che tempo farà.

Così, vado nell'incanto della Valnontey e mi soffermo su uno dei ponti che attraversano il torrente da cui la valle prende il nome. Lì, sono proprio di fronte alla grande montagna, nel pieno sole e nel vento che anima spesso le prime ore del pomeriggio. Se mi appoggio alla spalletta, posso sentire anche l'urto dell'acqua contro i piloni e immaginare di essere su una nave in movimento.
Sto lì un po'. Non troppo, però, da quando due anni fa mi si è avvicinato gentilissimo un signore chiedendomi se per caso ci fosse qualche problema.... temendo forse che stessi meditando un gesto disperato!...Lo avevo subito rassicurato con un largo sorriso e poi avevo continuato il mio dialogo con la montagna mentre un po' mi scappava da ridere...
O forse mi aveva preso per matta perchè io al Gran Paradiso stavo parlando come si fa con un interlocutore vivo!
E ogni volta salutare la montagna è proprio come rivolgersi ad una persona amica per la quale si prova immensa gratitudine perchè in qualche modo si è fusa con la nostra vita. Una persona che si vuole ringraziare dell'ospitalità, ma alla quale si desidera anche dire che il tessuto del nostro cuore sarà sempre intrecciato al suo.

Allora, meglio delle parole è la musica, con un famoso canto di Bepi de Marzi: "Varda che vien matina", una melodia dallo stile in parte somigliante ad altre dello stesso autore, un'aria colma di dolcezza che evoca la malinconia che coglie chi si allontana dalla persona amata.

Varda che vien matina
zè terminà la note con ti
dame 'l capelo rosso
che te me vardi andare sul prà.
Prima che spunta 'l sole
prima che 'l ciaro riva fin qua
te lassarò 'na strada
come 'na volta pena segnà.
Varda che vien matina
l'erba se piega co' mi da la bruma.
Prima che spunta 'l sole.

Buon ascolto!

mercoledì 29 agosto 2012

Agosto: splendore di una natura morta.

Lo so.
Agosto è il mese delle ferie, delle spiagge e del divertimento, del mare o della montagna, delle serate di evasione talora chiassosa, delle mete esotiche da raggiungere all'ultimo minuto.


Ma - più che alla ricerca di svaghi movimentati - questo mese mi ha sempre fatto pensare alla sospensione della consueta routine, al tempo che si dilata, al silenzio, alle ore che scorrono pigre, magari mentre ci si riposa leggendo o contemplando semplicemente la vita, se possibile da un angolo di frescura.

Si può osservare il paesaggio che sfuma all'orizzonte o si staglia nitido contro l'azzurro, si può essere affascinati dalla grandiosità di un ghiacciaio o di una distesa di acque, ma ci si può anche regalare il tempo per cogliere lo splendore di un dipinto nella singolarità degli oggetti raffigurati che a volte ci aprono un mondo e ci narrano storie, consentendoci di respirare la loro particolare atmosfera.
Un po' come per il quadro di Emanuel de Witte postato qui il mese scorso - "Interno con donna alla spinetta" - che ha ispirato a Gaelle Josse il libro che citavo, così può accadere per ogni opera d'arte che ci trovi davvero ricettivi: un universo intero si apre davanti a noi e ci invita a farlo nostro, a immaginare la vita che gli sta dentro e dietro.
Anche a sognare.


Per questo, oggi mi piace pubblicare un dipinto di Henri Fantin-Latour (1836 - 1904), pittore francese che ha fatto dei fiori e delle nature morte in genere l'oggetto prevalente anche se non esclusivo delle sue rappresentazioni.
Il quadro, intitolato appunto "Natura morta" e conservato alla National Gallery of Art di Washington, è uno dei dipinti a mio avviso più affascinanti di questo tema.
Nonostante viva negli stessi anni degli Impressionisti, Fantin-Latour ha un disegno netto e pulito ben diverso dalla loro pennellata rapida e vibrante; e non privilegia la pittura
"en plein air", bensì la suggestione degli interni, soffermandosi ad indagare la vita segreta degli oggetti e della natura."Morta", certo, perchè fiori e frutta sono ormai staccati dalla pianta e destinati ad avvizzire; e tuttavia profondamente viva per quella capacità che possiedono talora le cose di essere segni concreti di una storia.
Non mi pare infatti che a prevalere qui sia il senso della
"vanitas", com'è per esempio nei pittori del Seicento che hanno trattato lo stesso tema. Se vogliamo, vi può far riferimento quella buccia di mandarino ormai secca sotto gli spicchi, che può ricordare certe rigogliose rappresentazioni di fiori che ne avevano sempre due o tre già appassiti, segno della caducità di ogni bellezza.

Tuttavia, al di là di questo, mi sembra che della tradizione passata Fantin-Latour abbia colto soprattutto la precisione, il minuzioso realismo che rende questi dipinti veri e propri pezzi di bravura nel raffigurare con maestria materiali diversi: dalla carta alla porcellana, dal legno al vetro o al vimini, in una fusione sapiente di semplicità e
raffinatezza, lezione che i Fiamminghi, per esempio, conoscevano bene.
Basta guardare, da un lato, il cesto di frutta dai colori vivaci che contrastano con la tinta fredda dello sfondo; e dall'altro, la delicatezza quasi trasparente di quella tazzina chiara dall'orlo dorato, l'eleganza classica del vaso scuro, i fogli del libro gualciti dall'uso o i riflessi degli oggetti sul tavolino di lucido legno di una splendida calda tonalità.

Ma sono tutti particolari che restituiscono anche vita e luce alla rappresentazione
- quante cose possono raccontare quella tazza e quel libro! - insieme a una corposità e a una percezione dei volumi già nuova rispetto al passato.
Interessante, a questo riguardo, anche la disposizione obliqua del ripiano e a sua volta quella del piccolo vassoio pure di lucido legno, quasi un taglio fotografico che ci consente di entrare nel dipinto, lasciandoci immaginare la stanza circostante con la sua pacata atmosfera.
Così, più che l'assenza di una figura protagonista che forse si è appena allontanata, gli oggetti ce ne comunicano la presenza per quella loro magìa capace di caricarsi dello spessore del vissuto e di regalarcelo silenziosamente.

E ci accompagna nella contemplazione di quest'immagine, un brano di Robert Schumann (1810 - 1856), "Arabesque in Do maggiore Op.18", famoso pezzo per pianoforte che alterna un ritmo di dolce scorrevolezza a tratti di grande intensità. Si tratta di una morbida e delicata melodia, ricca di luminose aperture e toni talora più malinconici, che ricorda il variare di stati d'animo colti nelle loro diverse sfumature, insieme a uno sguardo che riposa pacatamente sulle cose cogliendone suggestioni e risonanze interiori.

Buon ascolto!

martedì 21 agosto 2012

L'Infinito, nella quiete del mattino

Una domenica di silenzio e di quiete, nella fresca luminosità del mattino.
Sono a Lipsia con un viaggio che mi porterà in giro per varie città d'arte, ma qui sono venuta principalmente per conoscere i luoghi di Bach - come scrivevo nell'ultimo post - e fermarmi sulla sua tomba, nella Thomaskirche.

Il ritrovo del mio gruppo con la guida che certo ci porterà anche lì è alle nove e un quarto, ma non posso aspettare di andarci con tutti gli altri, ho bisogno di essere sola.

Così alle otto e venti fuggo via. In albergo mi hanno detto che la chiesa apre alle nove: avrò pochissimo tempo, dovrò tornare di corsa, ma che importa! Devo andare.

Il centro della città è piccolo, raccolto e quasi deserto mentre lo attraverso di buon passo sotto il cielo trasparente. Solo un ragazzo mi sfreccia davanti in bicicletta portando in spalla una custodia nella quale non fatico a intuire uno strumento musicale. Chissà!

Mi guardo intorno tra palazzi antichi e moderni, ma in prossimità dell'abside della Thomaskiche rallento e comincio a scattare foto. Procedo con calma, sono solo le otto e mezza e penso a quante volte Bach avrà percorso queste strade, magari rivolgendo lo sguardo ai pinnacoli che mi sovrastano. Girello intorno all'edificio inquadrandolo da varie prospettive mentre la trepidazione dentro di me si fa più intensa. Poi svolto verso la facciata, anche per assicurarmi che l'orario di apertura sia quello che mi hanno indicato.
E scopro che la chiesa è già aperta!!!...

Mi fermo un attimo sulla soglia come a rendermi consapevole di essere proprio lì, prima di addentrarmi lentamente per la navata centrale in quasi totale solitudine mentre il cuore salta un battito.
C'è quel silenzio di cui sentivo il bisogno perchè sono qui per vedere, per registrare ogni particolare con l'anima: l'intonaco chiaro, l'intreccio gotico dei costoloni rosso scuro, i due organi, la luce del mattino che entra dai finestroni archiacuti e la tomba nell'abside, solo una lastra brunita sul pavimento, semplicissima.


C'è un cordone che fa da transenna però, e non so se è consentito oltrepassarlo. Chiedo a una donna e a un ragazzo che sono lì a preparare la celebrazione domenicale.
Mi indicano la tomba di Bach come parlassero di una persona di famiglia e non solo mi fanno entrare, ma mi permettono anche di scattare foto. Forse hanno visto il mio sorriso, mi accorgo infatti che sto sorridendo da sola, non riesco a non sorridere.

Finalmente ci sono, e per un attimo mi trovo quasi spiazzata come mi mancassero le parole: nella fretta non ho portato niente, non ho con me neppure un fiore, solo il mio desiderio. Ma se penso a quanto ho ricevuto da Bach, mi sento piena di gratitudine fino a traboccarne.
Scatto alcune foto e mi dico che verranno tutte mosse tanto l'emozione mi fa tremare le mani, ma continuo a sorridere dal profondo
e a ringraziare perchè sento che qui mi afferra la Vita.
Ed è una Vita con la maiuscola che scorre sotterranea attraverso i nostri giorni fatti di cose grandi e piccole, di strade che percorriamo pensando sia asfalto e invece è terreno sacro; di concretezza spicciola che talora ci sembra opacità, invece è trasparenza; di quotidianità che può apparire scontata e invece è luogo d'incontro con l'Infinito.
Lo sento con forza proprio qui, mentre percepisco la grandezza del regalo che sto ricevendo, insieme ai segreti intrecci nello spazio e nel tempo
che mi hanno condotto a questa mattina piena di quiete e di silenzio.
Poi l'organo inizia a suonare e il dono non potrebbe essere più grande.
Esco nel sole che sono già suonate le nove, e mi ritrovo dentro una profonda pace.

Così, il brano di oggi non può non essere in sintonia con questa pace ed è la famosissima "Aria" delle "Variazioni Goldberg BWV 988".
Sono stata a lungo incerta sull'interpretazione da scegliere, perchè non volevo che fosse solo bella, ma desideravo che corrispondesse allo stato d'animo che mi ha accompagnato nella Thomaskirche.
Così, ho scartato le pur famose e pregevolissime registrazioni di Glenn Gould : quella del 1955 più sostenuta nel ritmo e più fiorita, e quella del 1982 di tono molto più lento e meditativo. Allo stesso modo mi ha lasciato perplessa l'esecuzione di Ramin Bahrami.

Cercavo la
mia pulsazione interiore e l'ho trovata nell'interpretazione di Simone Dinnerstein: un ritmo a mio avviso perfetto che, pur nel discorso musicale che si dipana lento e meditativo, conferisce equilibrio, espressività e una morbidezza forse nuova - e tutta femminile - al pezzo bachiano.
Mi è parso che mi restituisse meglio l'atmosfera della Thomaskirche: quella calma, quel respiro, quel silenzio, quella percezione di Infinito nella quiete luminosa del mattino.

Buon ascolto!


giovedì 9 agosto 2012

Sulle orme di Bach...

Finalmente è sicuro!
Fra qualche giorno, sarò a Lipsia sulla tomba di Bach!
Attendo con impazienza di partire, e non solo per trovarmi in una chiesa davanti a una semplice lastra sul pavimento - vista peraltro tante volte in fotografia - nonostante anche questo abbia la sua importanza.

Lì, riposano le spoglie mortali del musicista.
Ma se vita non è soltanto movimento e respiro, ma soprattutto comunicazione, Bach - come ogni persona che abbia lasciato traccia di sè - è ancora tra noi, lo sappiamo tutti, vivo in ogni sua nota, nel rigore e nella fantasia, nelle architetture polifoniche o nella pura voce di un violino solista. Semplice e infinito.


Andare a Lipsia dove il compositore ha ricoperto il ruolo di kantor dal 1723 fino al 1750, anno della morte, mi riempie di gioia anche per la suggestione del recarmi sulle sue tracce, ripercorrerne gli itinerari, contemplare le stesse prospettive, il colore dei tramonti, la muratura gotica della Thomaskirche con i pinnacoli laterali che si stagliano sottili nel cielo.
E' proprio il seguirne le orme - quasi materialmente i suoi passi - che mi attira, soprattutto all'interno delle chiese dove Bach suonava.

Chissà se talora, nel bel mezzo di un passaggio organistico o di un corale, avrà levato lo sguardo al soffitto col suo intreccio di costoloni scuri! O i suoi occhi avranno accarezzato le arcate gotiche liberando pensieri che andavano a fondersi con le note! O avrà respirato nel freddo quell'odore di umido e di fiori di cui a volte resta intrisa l'aria di alcuni edifici sacri! Chissà!
A pensarci, è una condivisione affascinante.

Ma mettere le proprie orme su quelle di un'altra persona, vedere ciò che il suo sguardo ha contemplato, passare sulla stessa lastra del selciato a distanza di anni, di secoli, che vorrà mai dire?
Al di là di quello che potrebbe essere scambiato per una sorta di fanatismo, credo davvero che possa essere invece una forma di relazione che ci fa vicini superando i limiti del tempo, quasi un infinito, un'eternità presente che crea - misteriosamente - dei legami.
Sono gli intrecci segreti della comunicazione che travalica i secoli, per cui spesso anche i luoghi, anche i sassi ci restituiscono l'anima delle persone così come le loro creazioni.

Ed è appunto un pezzo di Bach, dal secondo libro del "Clavicembalo ben temperato", che propongo oggi all'ascolto:
la "Fuga n.9 in Mi maggiore BWV 878".
Si tratta, a mio avviso, di una delle più belle fughe dell'opera anche se - dico la verità - mi piacerebbe poterla ascoltare eseguita all'organo. Forse per gli intenditori è un'aberrazione, non so, ma penso che la sonorità dello strumento saprebbe sviscerare totalmente la potenza insita in questo brano, dal progressivo intreccio delle quattro voci allo splendido maestoso finale.

Qui, l'esecuzione di Glenn Gould al pianoforte ci mostra la sua originalità di interprete con le caratteristiche che tutti conoscono: il suo entrare nella musica canticchiandone a mezza voce la melodia, ma soprattutto soffermandosi sulla singola nota per cogliere anche il riverbero di un unico suono.

Forse, certi atteggiamenti e certa enfasi nel gestire potranno sembrare esagerati o caricati, soprattutto se si confronta la sua interpretazione con quella di altri musicisti dal gesto più sobrio, ma mi sembra che proprio in questo si possa leggere la volontà di sottolineare lo splendore e la luminosità, per così dire, di ogni nota insieme all'intensità delle pause.
La vibrazione e lo scatto della mano sinistra così come la delicatezza di alcuni staccati ci mostrano infatti il suo lasciarsi attraversare dalla musica fino a cogliere la bellezza della più piccola sfumatura.

Per certi versi, facendo un paragone in campo letterario, la gestualità di Glenn Gould mi ricorda Ungaretti, quando - ormai decenni fa - recitava in tv i propri versi caricandone la dizione a dismisura. Ero adolescente allora - in quella che si dice età della stupidera - e ascoltarlo mi provocava solo una grande ilarità.
Ho capito più avanti che quell'atteggiamento così caricato, quella sorta di espressionismo del dire
altro non era che un dare evidenza alla singola parola colta nella profondità del suo significato ma anche nel suo "sapore", sottolineato da una recitazione che enfatizzava onomatopee e allitterazioni insieme alla passione comunicativa.

Ecco, così per me è Glenn Gould: altrettanta passione totale per entrare nel cuore di Bach!
Buona visione e buon ascolto!

mercoledì 1 agosto 2012

"Veillà"

Leggo su di un quotidiano la notizia della recente apertura di un nuovo rifugio sul versante francese del Monte Bianco.
Si tratta del Refuge du Gouter, costruito secondo i canoni più aggiornati dell'alta tecnologia e dell'ecocompatibilità, in uno stile avveneristico che - come osserva giustamente il giornalista - lo fa più simile ad un'astronave che ad una baita.

In effetti non è il primo, ma fa seguito ad altri rifugi rinnovati secondo nuovi criteri architettonici come - solo per fare qualche esempio - il Monzino e il Gervasutti sul Bianco, o la capanna (...si fa per dire!) Margherita sul Rosa.
E' l'aspetto più avanzato di una rivoluzione tecnologica che investe ormai ogni campo, un rinnovamento di forme e di strutture che, se garantisce comodità e sicurezza grazie alle nuove soluzioni high tech, cambia tuttavia drasticamente le vecchie immagini a cui eravamo abituati e che forse sono destinate a sparire.

A fronte di tali innovazioni decisamente avanguardistiche, c'è tuttavia un mondo di antiche tradizioni che costituiscono la vera ricchezza che la montagna presenta e la cui conservazione è giusto vada di pari passo con le novità.
Non si tratta solo del legno e della pietra invece che dei nuovi materiali da costruzione, ma di un intero patrimonio di memorie e di cultura importante da salvaguardare perchè è il fondamento attorno al quale si raccoglie il cuore vivo di una comunità.

Per impedire che tali memorie si perdano, sono sempre fiorite varie iniziative, ma la più significativa qui nel mio paesetto di vacanza sotto il Gran Paradiso - e un po' in tutta la Val d'Aosta - è quella che si celebra ogni estate e che chiamano la "Veillà", la veglia.

No, non è una notte bianca come quelle cittadine, ma è la rievocazione delle antiche veglie delle sere invernali, quando nelle stalle le famiglie si riunivano a svolgere piccoli lavori artigianali mentre si parlava, si raccontavano antiche storie o si pregava.
Oggi non è solo il motore economico a muovere questa iniziativa, ma la volontà di perpetuare certe tradizioni culturali che non vengono solo condivise con i turisti, ma tramandate di padre in figlio, insegnate ai bambini come fossero materie di scuola, dal lavorare i pizzi al suonare la fisarmonica, intagliare il legno, filare la lana ricavandone manufatti unici nel loro genere, e così via.

La bella notizia di quest'anno è che la Veillà, tradizionalmente organizzata da adulti e anziani del paese, è stata presa in mano dai giovani che se ne sono fatti promotori perchè tante attività non restino vive solo nei libri o in qualche bel documentario.
Come di consueto, ampia mostra di lavori artigianali e di antichi mestieri seguita da canti, balli e una ricca gastronomia. Bella la collaborazione degli alpini che, come ogni anno, hanno distribuito polenta concia, vin brulé,
panna, formaggi e ottimo brodo caldo sempre particolarmente gradito dalla sottoscritta, soprattutto se la serata è fredda e ventosa.

Ma grazie alla presenza dei giovani, tutto è stato arricchito da un'atmosfera di entusiasmo che guarda al futuro perchè, insieme al giusto cambiamento, possa proseguire l'opera di conservazione e trasmissione di una serie di antichi saperi fatti di valori e abilità.

Diversamente, il rischio che peraltro corrono già un po' dovunque nell'arco alpino alcune tra le frazioni più piccole è quello del graduale spopolamento fino all'abbandono.
E' ciò che ci racconta Bepi de Marzi nel canto che segue intitolato "La Contrà dell'Acqua Ciara", dove descrive l'atmosfera di tristezza e solitudine che la progressiva emigrazione ha lasciato in un villaggio.
Non più fiori alle finestre, non più giochi di bambini, chiacchiere intorno alla fontana o racconti serali mentre si è intenti a filare. Non più allegria insomma, nè quei gesti che facevano di un paesetto una vera comunità, ma restano solo i vecchi a conservare antiche memorie destinate a perdersi.

Il canto si riferisce agli anni dell'industrializzazione in cui i giovani scendevano dai monti in pianura per trovare lavoro, ma anche se d'allora è trascorso del tempo, ci si augura che il fenomeno non si debba ripetere e che le piccole comunità montane possano continuare a vivere attingendo al loro patrimonio di cultura e di bellezza.

Buon ascolto!

mercoledì 25 luglio 2012

Luglio: fresca penombra di un interno.

Nè mare, nè montagne, nè immagini di paesaggi aperti e solari, stavolta, a rappresentare il mese di Luglio, ma la leggera penombra di un interno, in un dipinto che mi ha preso subito, a prima vista.
E' un'opera dell'olandese Emanuel de Witte (1617 - 1692), "Interno con donna alla spinetta", conservato al Museum Boijmans van Beuningen di Rotterdam.

Si tratta di una famosa composizione pittorica che - tra l'altro - ha dato ispirazione alla scrittrice francese Gaelle Josse per il suo primo libro, "Le ore del silenzio", uscito mesi fa per le edizioni Skira.
Il testo è un
delicatissimo scritto in forma di diario nel quale l'autrice entra per così dire nel quadro e si sofferma sulla figura della donna in primo piano raffigurata di spalle mentre suona la spinetta, immaginandone vicende, sentimenti e segreti.
Tuttavia non è del libro che intendo parlare qui - tanto intenso e profondo che meriterebbe un'attenzione tutta sua - ma del dipinto, opera a mio avviso straordinaria per l'atmosfera che crea e il fascino immediato che da essa affiora.


Non è raro che le immagini ci conducano verso il sogno o la fantasia, consentendoci di entrare in esse a intuire la vita che suggeriscono e a ricostruirla con la nostra sensibilità.
Qui, però, mi pare che ancor prima di liberare la fantasia sulla storia dei personaggi, sia il clima stesso della casa, insieme alla luce, agli arredi, alla tranquillità che vi si respira, a catturarci con una suggestione per certi versi severa e per altri pacificante.


Sono stanze ricche di particolari da scoprire quelle che vediamo - com'è tipico dei pittori del Seicento olandese - in una penombra dorata densa di fascino.
Fuori la giornata è piena di luce - nel libro si parla del mattino di una giornata autunnale - ma nulla ci vieta di immaginare che la luce sia quella di un primo pomeriggio estivo dove, dalle finestre parzialmente schermate dalle tende, essa giunge a illuminare solo alcuni angoli lasciando il resto nell'ombra.
Sono proprio questi contrasti a dare rilievo agli oggetti o a nasconderli e ad accompagnarci fino in fondo alla casa, nell'alternanza geometrica di rettangoli e quadrati che fonde il riflesso delle finestre coi riquadri del pavimento.
Bellissima la fuga di stanze che, interrotta dalle strisce di luce orizzontali, attraversa il dipinto creando quattro successivi piani prospettici!


Sembra davvero di tornare ad una calma d'altri tempi, in un ambiente nel quale - benchè si suoni uno strumento musicale - non è rotto l'incanto del silenzio che la composizione ci regala, insieme al senso di lontananza tra le due figure femminili rappresentate, distanti non solo materialmente, ma anche nei differenti ruoli di padrona e domestica.

E se dall'intera composizione può spirare forse un senso di freddezza o d'incomunicabilità - per l'immobilità della scena, la prevalenza di colori scuri e quel senso di chiusura che ci dà il vedere la donna alla spinetta di spalle e solo vagamente riflessa allo specchio - resta comunque il fascino segreto degli oggetti nei tocchi di natura morta che il pittore ha disseminato qua e là.

Può darsi che De Witte avesse in mente il quadro intitolato "Lezione di musica" detto anche "Signora alla spinetta" (riportato qui di seguito), che il contemporaneo e più celebrato Vermeer aveva realizzato solo tre anni prima e nel quale ritroviamo un po' gli stessi elementi: le finestre, i riquadri del pavimento, la donna di spalle riflessa nello specchio e la brocca.
Tuttavia, la luce è ben diversa e fa la differenza
.

Sicuramente splendido Vermeer nella sua capacità di ricostruire una scena e un ambiente mostrandoci con chiarezza - e oserei dire trasparenza - tutti gli elementi raffigurati; ma è nel quadro di De Witte che siamo invitati a entrare, e da spettatori diventiamo in qualche modo protagonisti.
Sì, siamo proprio noi che guardiamo ad addentrarci quasi in punta di piedi nella penombra della casa, a respirarne l'atmosfera, a cogliere i riflessi di luce nella brocca di vetro, il letto dietro le cortine, a scoprirne di stanza in stanza i segreti.

E mi tornano in mente alcune antiche case signorili visitate qualche volta da bambina che, nello stupore della fantasia infantile, diventavano un mondo ricco di suggestioni.
Ma il dipinto mi restituisce anche la quiete di certi pomeriggi estivi ritmati dal silenzio, dove la luce piena veniva schermata dai tendoni e la casa riposava in un'ombrosa frescura.

Era bello, allora, far riposare anche i pensieri in un'affascinante solitudine, nella calma circostante dove gli oggetti, al di là della loro funzione pratica, svelavano una bellezza inusitata.
Era un clima che favoriva quell'attitudine meditativa che si può ritrovare nella lettura o - proprio come nel dipinto - nel far musica.


E che cosa avrà suonato la donna alla spinetta?
Forse qualche aria o l'accompagnamento a una cantata da camera di uno dei numerosissimi compositori del Seicento. Certamente non Bach che sarebbe nato vent'anni dopo la realizzazione del dipinto.

Eppure...
Eppure, mentre contemplavo il quadro, mi sono sentita risuonare dentro proprio Bach, il "Preludio in mi bemolle minore e fuga in re diesis minore n.8, BWV 853" dal I libro del "Clavicembalo ben temperato".
Nonostante l'anacronismo e l'esecuzione al pianoforte certo meno realistica ma più morbida del clavicembalo, mi pare che il brano, nella sua intensità, si fonda bene con l'atmosfera del dipinto.
Soprattutto il preludio, lento e scandito, alterna malinconica levità ad accenti di più forte lirismo che ricordano, per certi aspetti, il clima iniziale della
Sinfonia dalla famosissima "Partita n.2 in do minore BWV 826".
Un Bach senza tempo, che ci accompagna attraverso luce piena e penombre, passato e presente, scavando come sempre vertiginosi abissi dell'anima.

Buon ascolto!