sabato 31 marzo 2012

Innaffiare i gerani

Ci sono gesti di ogni giorno che, nella loro concretezza, sanno restituirci una sana dimensione di semplicità regalando momenti di pace al nostro vivere.
Spesso appartengono a quella routine quotidiana un po' scontata, senza nulla che in apparenza tocchi il cuore, come certe mattine di cielo bianchiccio e vagamente afoso che sembrano aver perso lo smalto di altre stagioni.

Sono normali incombenze casalinghe come far da mangiare, curare il giardino o altri compiti che magari non destano particolari entusiasmi. Tuttavia, se talora - dopo una giornata di impegni professionali - aggiungono fatica alla fatica, altre volte
al contrario possono spianare la strada alla distensione.

Sono gesti che riconducono a mansioni pratiche, ma che spesso offrono ben più del sollievo che può dare un lavoro manuale a chi - per esempio - è abituato a svolgere attività intellettuali. Non consentono solo uno stacco dai pensieri, dagli interlocutori o dallo schermo del computer e uno spostamento della nostra attenzione altrove, ma sono piccole cose capaci di per se stesse di donare conforto, se ci lasciamo immergere nel qui e adesso della loro bellezza.
Operazioni semplici cui magari ci si dedica di fretta e con cuore distratto ma che - diversamente - sanno pacificare dentro.

Ho sempre ammirato, a questo proposito, la discrezione della regola benedettina nel suo "ora et labora" che alterna momenti di contemplazione ad altri di vita attiva in un equilibrio che sa leggere lo splendore delle cose, a cominciare dalle necessità quotidiane di una giornata e di una vita comune.
E' un ancorarsi alla realtà terrena, dopo i voli dell'ascesi mistica, che non costituisce opposizione o dicotomia, ma integra lo stare alla presenza di Dio della vita monastica con una non meno essenziale concretezza di gesti che valorizzano il quotidiano.

E ci sono davvero, anche nella nostra vita, azioni che ci riportano al cuore di una semplicità originaria.
Bagnare i fiori, per esempio: un'operazione che non si può svolgere di corsa col rischio di versare troppa acqua o troppo poca o di farla tracimare. Occorrono calma e attenzione a che la quantità sia quella giusta e venga ben distribuita sul terreno del vaso.
Piccole cose che, se fatte con
la tranquillità che richiedono, possono restituire una pulsazione interiore serena, un ritmo naturale, una sintonia col profondo che fa emergere più facilmente quella musica che tutti portiamo dentro.

Per qualcuno potrà essere coltivare un orticello sul balcone di casa, per altri impastare un dolce da veder lievitare in forno, magari anche preparare le verdure per una minestra....ma con quella serenità che toglie la plastica dell'abitudine e trasforma un gesto ripetitivo in una boccata d'aria fresca restituendoci la sua intrinseca bellezza.
E' la vita, nel suo multiforme splendore, quasi una sorta di tema con variazioni
che ci nutre in semplicità ridonandoci un'equilibrata percezione di noi stessi e della realtà circostante.

Un po' come questo Mozart della "Sonata N.6 in Re maggiore K.284" di cui propongo proprio una parte delle dodici variazioni sul tema del terzo movimento, in particolare le ultime.
Un brano ora lietamente animato, ora lento e dolcissimo nella delicata fioritura di note e nel ritmo rasserenante che affiora dalla XI variazione - a 2.52 della clip audio - paragonabile per soavità all'Adagio della Serenata K.361 "Gran Partita", anche se protagonista qui è il pianoforte, mentre là sono strumenti a fiato.
Uno sguardo trasparente e incantato - com'è sempre quello di Mozart - fatto di limpidezza e di singole lievissime note che ci accompagnano mentre, magari, siamo intenti a innaffiare i gerani.


Buon ascolto!

domenica 25 marzo 2012

Marzo: splendore di un'Annunciazione

Ci sono dipinti che la storia dell'arte ha reso famosi, ma che abitano un po' distanti le sale dei musei; altri invece che - ugualmente preziosi e importanti - si sono intrecciati per qualche motivo alla nostra vita e vivono con noi in una sorta di familiarità.

Talora sono quadri che abbiamo ammirato dal vivo e ci sono rimasti nel cuore, o riproduzioni che da sempre abitano con noi e la cui visione quotidiana ci ha reso vicine, quasi persone di famiglia con le quali dialogare in un muto gioco di sguardi.
E' per me il caso dell'
"Annunciazione" di Simone Martini (1284 - 1344) conservata a Firenze alla Galleria degli Uffizi.

Quando, a dodici anni, per la prima volta ho traslocato e finalmente ho avuto una cameretta tutta per me, mia mamma aveva posto vicino al mio letto un quadro che raffigurava proprio l'angelo di questa Annunciazione. Da quel momento, è stato mio per sempre e anche adesso che altri traslochi sono seguiti al primo e altri angeli si sono aggiunti alle pareti di casa, quello di Simone Martini è ancora lì a vegliare il mio sonno.

Allora, a me poco più che bambina avevano destato stupore le grandi ali ricche di sfumature sfolgoranti di luce, il ramoscello intorno ai capelli simile a un diadema, e soprattutto il rovescio del mantello col suo disegno scozzese peraltro non raro nei dipinti senesi del Trecento. Ricordo infatti che, quando - ancora adolescente - avevo visto la "Natività della Vergine" di Pietro Lorenzetti, anche lì avevo scoperto lo scozzese. Portavo allora un kilt giallo e nero ed era stata una singolare sorpresa ritrovarmi addosso....la coperta raffigurata nel quadro!

Ma a parte queste notazioni spicciole, il fascino che esercitava su di me l'angelo mi aveva indotto ben presto a cercare la riproduzione completa di quell'Annunciazione. E quando poi mi ero recata a Firenze a vedere l'originale, mi era parso di ritrovare un'immagine ormai di famiglia, qualcuno con cui avevo instaurato un legame profondo, come sarebbe stato - molti anni dopo - con l'angelo di Lorenzo Lotto del Polittico di Ponteranica.

Agli Uffizi la prima volta, mi aveva dato una sensazione strana entrare in contatto con quell'opera di Simone Martini così raffinata e leggiadra e al tempo stesso sentirla come un pezzo di casa mia. Tale era il coinvolgimento interiore e la passione di cui avevo caricato quel dipinto che era stato come vedere lì anche una parte di me. L'avevo guardato quasi con pudore e davanti agli amici che mi accompagnavano ero rimasta in silenzio.

Nel tempo, poi, ho amato anche altri pittori e altre Annunciazioni dagli accenti di più marcato realismo, ma questa è rimasta sempre la prima e indimenticabile, come i tratti inconfondibili del suo autore: l'ovale dei visi, il taglio sottile degli occhi e la bocca piccola dall'espressione talora quasi corrucciata.

Ho imparato in seguito ad apprezzare altri aspetti del dipinto:
il fondo oro che impreziosisce e illumina la scena, l'elegante sinuoso gioco di linee che accompagna sia il mantello dell'angelo che quello di Maria e la posizione delle due figure. Cogliamo infatti, da un lato, lo slancio dell'angelo nella sua lieve inclinazione ripresa anche dal ramo di ulivo, e dall'altro la dolce ritrosìa della Vergine sottolineata dalla curva del suo corpo e dal gesto della mano che chiude il manto sotto il viso.
Ma tratti di finezza sono evidenti in tutta la composizione: dalle bordure dei panneggi al sedile di Maria simile a un piccolo trono, dal vaso coi gigli fino alla cornice dorata che spartisce gli spazi con sottili elegantissime colonnine tortili e archetti in stile gotico fiorito. Una cornice che comprende anche gli scomparti con Sant'Ansano e Santa Margherita - opera di Lippo Memmi - e che non appare giustapposta all'opera, ma elemento inscindibile come la preziosa custodia di un gioiello diventa parte integrante del suo splendore.

Proprio lo splendore di questo dipinto a me così caro desidero proporre qui oggi che ricorre la festa dell'Annunciazione, insieme a un intensissimo brano di Bach.
Tratto dal "Credo" della "Messa in si minore BWV 232", il maestoso
"Et incarnatus est" è un coro a cinque voci che induce a meditare sul mistero dell'Incarnazione di Gesù con accenti di pathos che talora sembrano preludere anche alla sua futura Passione.
Un brano di rara profondità e grande spessore polifonico come solo Bach ci sa regalare.

Buon ascolto!

mercoledì 21 marzo 2012

Sul treno

Mi capita spesso di viaggiare in treno, devo averlo già detto in passato, talora su regionali veloci ma più di frequente su locali, in mezzo alla gente che ogni giorno va e torna dal lavoro.
Nonostante anch'io, tanti anni fa, abbia sperimentato i disagi della vita da pendolare, spostarmi in treno mi è sempre piaciuto e mi piace ancora. E' per me una pausa di distensione: sistemo le mie cose, mi rilasso e guardo fuori dal finestrino lasciando vagare indisturbati i pensieri, come una nave che molla gli ormeggi e si lascia portare dalle onde.

A volte però, mi capita di osservare anche i miei compagni di viaggio ed è sempre uno scenario interessante, soprattutto la sera al ritorno dalla grande città.
Molti discutono dell'andamento della giornata, di problemi di lavoro oppure sono impegnati al computer; altri sono assorti nella lettura di un libro, soprattutto le donne, e sempre queste si scambiano consigli vari: i negozi, la spesa, la meta esotica delle prossime ferie. Qualcuno tenta di dormire.
Dimenticavo, il cellulare! Nel rumore di sottofondo del convoglio, mi arrivano brani di conversazioni, appuntamenti per il dopo cena, ma anche sfoghi personali da cui emergono sprazzi di privati universi.


Mi piace sentirmi immersa in questa vita, in un viaggio che per poco tempo mi accomuna all'esistenza di tanta gente: un contesto di cui colgo la bellezza e pure la provvisorietà, la sostanziale estraneità ma pure l'intreccio. E mi affascina. Crediamo di andare e siamo tutti portati, ognuno col suo carico di affanni e di speranze e le nostre vite lì - a contatto di gomito - senza saperlo s'incastrano come tessere di un puzzle, ciascuna col suo incanto un po' disfatto, ciascuna col suo mistero.

E se è la provvisorietà a caratterizzare questi rapporti, mi accorgo però che essa non si risolve solo in algida solitudine come la raffigura Hopper nel suo "Scompartimento C - Carrozza 293" riportato nel riquadro, immagine certo non priva di fascino e signorilità,
ma pervasa di silenziosa freddezza.
Al contrario, i viaggi in treno mi restituiscono comunque il senso di una relazione,
il palpito di una vita dal molteplice respiro che mi raggiunge attraverso gli sguardi, le parole o la stanchezza dei miei occasionali compagni, ed entra nella mia nutrendola. Squarci di esistenza che prendono forma nel cono di luce della mia fantasia e si intrecciano al mio andare, inevitabilmente.
Un andare che per tutti è attesa - ciascuno in cammino verso la propria meta - ma già compiutamente vita anche nell'attesa stessa, magari arricchita da una musica che ci canta dentro regalando spessore e miracolo all'attimo fuggente.

Mi piace allora concludere queste brevi annotazioni con un pezzo di Chopin: la famosissima "Fantasie Impromptu in do diesis minore op. 66" che - come il treno nella sua corsa - ci porta via in un vortice tempestoso e movimentato di note dove il pianoforte, con la sua fresca irruenza, diventa quasi orchestra.
Ma nella parte centrale, il brano si fa luminoso e delicato per accompagnarci in un percorso di sognante contemplazione, un cerchio di musica in cui lasciar vagare i pensieri.
Siamo portati così da una dolcissima melodia che si snoda uguale e pur sempre nuova nelle sue sfumature, colonna sonora di sublime bellezza, mentre uno sguardo va alla campagna fuori dal finestrino, uno ai compagni di viaggio, uno dentro di noi, immersi in un mistero che ha lo splendore di un angolo di quotidianità.


Buon ascolto!

sabato 17 marzo 2012

Conto alla rovescia

E' questa la stagione in cui - forse complice il tiepido sole della primavera imminente - il mio pensiero comincia ad andare alle vacanze. Non a quelle di Pasqua più vicine, ma proprio alle ferie estive, le "grandi vacanze" come le chiamano in Francia.

Quando ancora lavoravo, era in questo periodo che sulla mia agenda iniziavo il conto alla rovescia dei giorni che ci separavano dall'estate, quasi come i miei allievi che, ogni mattina, sul calendario appeso in classe cancellavano una data segnando quanto mancava all'alba. Anch'io, come loro, dietro l'apparente serietà aspettavo l'alba, sognando di potermi concedere - esattamente come Snoopy - una pausa di dolce far niente.

Ho sempre scandito il tempo ad anni scolastici: iniziavo a settembre e per un po' tiravo dritto senza pensare, ma superato febbraio, puntuale arrivava il momento in cui cedevo alla curiosità....quanti giorni ci sono alla fine della scuola?
A dire il vero, cercavo di ritardare il più possibile questo calcolo perchè dentro di me sapevo che, una volta decretato il numero preciso (togliendo rigorosamente festività e giorni liberi), sarei stata colta dall'angoscia o dall'ansia. L'angoscia se ero particolarmente stanca ("Oddio...ancora tutto questo tempo!"); l'ansia se il conteggio era giustamente finalizzato ad una pianificazione mensile del programma. ("Oddio...non ce la farò mai a completare gli argomenti!").
Insomma, da qualunque parte rigirassi la faccenda, i giorni erano sempre troppi o troppo pochi.
Occorreva quindi qualcosa che addolcisse l'attesa, dandomi nello stesso tempo la carica per condurre il lavoro a una conclusione dignitosa.

Così, a metà dell'anno o un po' di più, mi regalavo un cd, una musica nuova che mi toccasse dentro e possibilmente ci rimanesse quasi a inaugurare una rinnovata stagione dell'anima. Spesso la sceglievo a caso, ma devo ammettere che la sorte era sempre benevola e mi permetteva di scoprire preziosissimi gioielli.
E anche adesso che, pur avendo lasciato la scuola, non ho ancora perso i ritmi di una volta, in questo periodo in cui gli occhi mi corrono al calendario sento il bisogno di un brano di musica capace di restituirmi grinta ed entusiasmo in attesa del - si fa per dire - meritato riposo.

Allora, a me e a tutti quelli che passano di qui (lavoratori stanchi, studenti già in ansia per la maturità o chiunque altro in cerca di una gioiosa ricarica) dedico - questa volta scelto non a caso! - un meraviglioso Bach.
Si tratta del
"Capriccio" dalla "Partita n.2 in do minore BWV 826", pezzo che amo follemente perchè è energia allo stato puro. Infatti, dalla sua rigorosa struttura dove i temi che caratterizzano le due parti sembrano costruiti come fossero l'uno il contrario dell'altro, emerge un'onda di trascinante irrefrenabile ritmo che pervade il brano dall'inizio alla fine.

Lo riporto nella versione per pianoforte dove la bravissima interprete fa risaltare gli accenti e le varie voci con tocchi di misurata leggerezza.
Mi perdonino i cultori del clavicembalo se non ho postato la splendida esecuzione di Trevor Pinnock, ma la morbidezza del pianoforte qui mi pare si sposi bene con il rigore bachiano, mettendo meglio in evidenza talune sfumature della costruzione musicale nella loro ritmica gioiosa e comunicativa.


Buon ascolto!

lunedì 12 marzo 2012

Inquietudini di primavera

La primavera, si sa, si annunzia già ai primi di marzo e anche se manca ancora una manciata di giorni alla fatidica data dell'equinozio, pure, le prime avvisaglie nel cielo, nei prati e nel vento le abbiamo colte da parecchio.

E' alla sera che hanno iniziato a svelarsi alcuni furtivi presagi. Dopo nottate di gelo, all'improvviso una sera è stato un profumo nell'aria a colpirci, un'inconsueta morbidezza del buio, la natura che mandava il suo respiro nascosto. Lo abbiamo percepito subito, intuendo i germogli che la terra cova nel segreto e che fioriranno nel dolce e inquieto cielo di marzo.

Ma come mai oggi mi lascio catturare da questi dettagli?
Perchè ho notato che anche la musica, nel suo vastissimo panorama, comprende composizioni simili ai giorni che preludono alla primavera, ora pervase di luminoso incanto, ora attraversate da un turbine improvviso come fosse una vita che si prepara
a venire alla luce in pienezza.
E non si tratta solo di pezzi in cui gli autori si sono consapevolmente ispirati a questa stagione come Vivaldi, Haydn o Sinding, tanto per fare qualche nome. Spesso sono opere create senza precise intenzioni programmatiche, ma ugualmente variegate di ombre e di luci, e animate da quella inquietudine ariosa tipica del clima primaverile.

E' il caso del primo tempo del "Concerto per violino e orchestra N.1 in sol minore op.26" di Max Bruch (1838 - 1920) che propongo oggi all'ascolto, un brano simile a un cielo di marzo: talora dolcissimo e terso, e poi improvvisamente solcato da nuvole, ventoso e inquieto. E' infatti una composizione che alterna passaggi musicali di grande irruenza e passione a delicate melodie che indugiano su se stesse quasi la ricerca e la contemplazione della bellezza non avessero mai fine.

Anche questo pezzo - come altri dei quali ho già parlato - mi ha segnato nel profondo e mi riporta indietro nel tempo.
E' una sera nel centro di Roma ad affiorare stavolta dal passato: una Roma piena di vento e di magìa che vedevo per la prima volta con tutto l'entusiasmo della mia giovane età.

Avevo sedici anni ed ero nell'impeto di un'adolescenza innamorata di tutto: i viaggi, gli amici, l'arte, la vita.
Solo da poco avevo scoperto questo concerto, ma era rimasto in me come una sorta di colonna sonora a fondersi con la meraviglia che stavo vivendo in quei giorni romani.
Mi rivedo ancora mentre - nella magnificenza di una piazza, col vento sul viso - le sue note mi risuonavano in cuore con un'ebbrezza che era quasi una percezione d'infinito. Gli accordi che mi riecheggiavano dentro, infatti, con la loro intensità, nel contesto di quella Roma incantata e grandiosa avevano toccato corde tanto profonde da farmi percepire l'alitare di una vita segreta e sconfinata al di là delle apparenze.
Ed era stata per me una nascita interiore, un autentico afflato di primavera.

Ma anche al di là della mia piccola esperienza, sta davvero in un respiro di giovinezza lo splendore di questo concerto, un respiro che si va delineando non solo nella delicata melodia del violino e nel suo sviluppo dai toni struggenti, ma anche nel ritmo dei bassi, quasi battiti di un cuore pulsante sui quali lo strumento solista inanella le sue variazioni.
E da ultimo, nell'irruente e grandiosa apertura orchestrale verso la fine: un'onda intensamente romantica prima che il brano - che in realtà non ha conclusione - sfumi dolcemente nel successivo
Adagio.

Buon ascolto!
(Nel riquadro in alto "Studio di nuvole" di John Constable)

giovedì 8 marzo 2012

Grazie, Luigina!

La carissima amica Lui del blog Oltre il vento (viaggionelvento.blogspot.com) - delizioso angolo di poesia che invito tutti a visitare - mi ha assegnato il premio "Blog Affidabile" di cui la ringrazio infinitamente.

Ma.....me lo merito davvero???
A giudicare dalla fatica che ho fatto a caricare il logo qui a fianco....direi di no. Forse è un segnale, ma il mio computer - che sa quanto io sia refrattaria a ogni tipo di abilità tecnica - si rifiutava con tutto se stesso di caricarlo e ho dovuto ripetere l'operazione un numero imprecisato di volte prima di riuscirci.
Comunque, alla fine è andata e allora s
piego anch'io di che si tratta, riportando le informazioni che altri blogger hanno dato prima di me.

Il premio "Blog Affidabile" è un modo per aiutare a far conoscere dal basso il lavoro dei molti blogger italiani che aggiornano con passione, dedizione e costanza il loro diario online, ma che non sempre sono noti al grande pubblico.
Come? Facendo in modo che siano gli stessi blogger che ricevono il premio (e possono fregiarsi del distintivo di "Blog Affidabile") a nominarne e premiarne altri.
Come si distingue un Blog Affidabile? Per alcuni semplici, ma importanti regole:

1) E' aggiornato regolarmente

2) Mostra la passione autentica del blogger per l'argomento di cui scrive

3) Favorisce la condivisione e la partecipazione attiva dei lettori

4) Offre contenuti ed informazioni utili e originali

5) Non é infarcito di troppa pubblicità

Di tutte queste caratteristiche, devo dire che - a parte la pubblicità che proprio non abita da me - quella in cui mi riconosco maggiormente è la passione.
Da quando ho iniziato quest'avventura infatti, l'amore per la musica e il desiderio di condividerla con un ambito più vasto di persone come il mondo dei blogger consente, è andata sempre crescendo in me sollecitando anche il mio desiderio di imparare.

Ringrazio quindi ancora una volta la carissima Luigina per avermi pensato e - cosa non facile! - mi appresto a nominare e premiare, secondo il regolamento del sito "www.gliaffidabili.it", altri cinque blog che rispecchino le caratteristiche citate.
Tra i tanti - e tutti meritevoli - scelgo quindi :

- il monticiano del blog Via della Polveriera
(viadellapolveriera.blogspot.com)

- LaFlautista del blog Vasetto di Margherite
(vasettodimargherite.blogspot.com)

- Luci@ del blog Il calesse
(ilcalesse.blogspot.com)

- merins del blog a tempo e luogo
(atempoeluogo.blogspot.com)

- viola del blog LE SOLUZIONI ALTERNATIVE
(dituttunpo-viola.blogspot.com)

Naturalmente, per finire dedico a tutti un brano di musica e questa volta la mia "nomination" è caduta su Niccolò Paganini (1782 - 1840).
Nella magistrale interpretazione di Salvatore Accardo, sia la prima parte del
Rondò del "Concerto per violino e orchestra in mi minore n.6" a regalarci ritmo, vivacità e brio per proseguire con gioia il nostro lavoro di blogger.

Buon ascolto!

lunedì 5 marzo 2012

Dare un senso

Ci sono luci, colori, sprazzi di sereno con i quali a volte cominci bene la giornata.
Oggi, qui da me in pianura - dopo le temperature più che primaverili dello scorso weekend - è tornato il grigiore. C'è umido, vento freddo, forse pioverà. Ma la mattina mi si è subito.....illuminata d'immenso grazie a una frase scesa dentro di me come un dono, con la stessa luminosità e freschezza di un fiore appena sbocciato.

Ho letto infatti, sul blog "Vasetto di Margherite" della carissima amica LaFlautista, il post di ieri domenica 4 marzo intitolato "Ma fra cinque anni come saremo?". In esso, col suo solito stile efficace ed essenziale, l'autrice narra l'incontro casuale sulla corriera con una vecchia compagna di scuola. Che fine hanno fatto quelli della nostra classe? - si chiedono le due amiche ritrovate. E le notizie s'intrecciano in una sorta di simultaneità che ci fa entrare nella scena a viverla così da vicino che più non si può. Leggiamo e respiriamo con loro: attraverso la brevità quasi minimalista del discorso, cogliamo tocchi di vita, intuiamo storie e persone, vicende e speranze. Ma è una frase verso la fine a colpirmi con la sua forza quando, dopo l'elenco delle cose fatte, le persone incontrate, i ricordi più cari o i progetti più significativi, la nostra Flautista parlando di sè sintetizza:
"Mah...tento di dare un senso al tempo che mi si para davanti al naso!"

Eccola la luce per questa giornata grigia e per quelle che verranno! Ecco la luminosità di un vaso di primule - o meglio ancora di margherite - pronta a rasserenare il nostro cielo: "dare un senso" al tempo che ci si para davanti! E non importa che per alcuni tale senso si possa trovare in progetti a lunga scadenza, come è giusto che sia quando si è giovani, e per altri i tempi siano più brevi. Non importa che gli anni siano diciotto o.....anta e più. Il senso lo si dà al presente: è oggi, è in questa mattina in cui sono andata dal panettiere e dal giornalaio - come ogni lunedì - e ora sono al computer a postare musica, mentre altri sono sui banchi di scuola o in ufficio.
Ringrazio qundi LaFlautista per avercelo ricordato con la fresca semplicità che la contraddistingue e a lei - come a tutti coloro che passano di qui - dedico un brano di Chopin che amo in modo particolare: il "Notturno in mi minore N.19 op.72 -1".
Si tratta di una composizione lenta e profondissima che alterna il malinconico tema in mi minore, ripreso poi in modo più intenso e deciso, a rasserenanti aperture in tonalità maggiore. E mi piace postarla nell'interpretazione morbida e ricca di sfumature della pianista ungherese Livia Rév - classe 1916 ! - che col suo tocco coniuga delicatezza e intensità, misura e passione. Ci conduce così fino all'anima del compositore facendone scaturire tutta la Bellezza. Proprio questo sguardo fisso alla Bellezza insieme al desiderio di farla fiorire è il senso che tanti artisti - musicisti e interpreti, ma non solo - hanno dato al loro cammino: un senso che, attraverso le note, sollecita anche noi oggi a fare lo stesso, piccoli o grandi che siamo, ciascuno nel proprio ambito e nella propria storia.

 
Buon ascolto!

 

 

giovedì 1 marzo 2012

A passi lievi verso la primavera...

Penso che tanti di noi - anche coloro che non hanno fatto della musica una professione - custodiscano dei ricordi legati ad un brano musicale che si è talmente fuso con particolari situazioni del loro vissuto da diventare tutt'uno con esso.
Riandare a quelle note significa allora ritrovare l'atmosfera passata che ritorna intatta e viva a colmarci con l'onda
delle sue emozioni facendole riaffiorare in pienezza.

Talora sarà una canzone, altre volte una melodia o un concerto che ci ha segnato dentro e accompagna ormai il ricordo al quale è unito come un'inscindibile colonna sonora. Una sorta di "madeleine" musicale insomma che - non più attraverso il sapore, ma con la magìa dei suoni - ci aiuta a ricercare il tempo perduto per farci scoprire che realmente perduto non è, se bastano i sensi a restituircelo così intensamente.

Anche tante circostanze della mia vita sono legate alla musica, soprattutto se torno all'adolescenza - per tutti una delle età più ricettive - ma non solo.
Ho già parlato della particolare atmosfera alla quale mi richiama il "Messiah" di Haendel, una sera d'inverno a Venezia. Con Bach invece - devo averlo già detto altrove - ritrovo la colonna sonora dei miei studi liceali: perfetto con gli esercizi di matematica, quasi le sue architetture contrappuntistiche fossero nate per scandire l'ordinata ritmica dei numeri.
Mentre Wagner, con l'Ouverture del "Tannhauser", mi riporta ad un pomeriggio di pioggia torrenziale, in casa di amici: loro mi parlavano, ma io non avevo più testa che per quelle note.


Ma uno dei ricordi emotivamente più intensi è legato al "Larghetto" della Sinfonia "Classica" di Prokofiev.
E' un brano che mi riconduce ai tempi dell'università, a una giornata trascorsa in un quartiere periferico di Milano: una Milano che poi avrei amato con passione, ma per me allora sconfinata e nuova, sconosciuta e desolante nei suoi spazi immensi, tanto che mi aveva insinuato un brivido di sgomento. Forse lì, per la prima volta, io che venivo dalla piccola provincia avevo provato la sensazione dell'ignoto, dell'affacciarsi a dimensioni dell'esistenza che spalancano dentro universi inusitati, così come le note dissonanti del "Larghetto", a me innamorata della musica barocca, aprivano squarci di una sensibilità nuova.


Proprio a questo ricordo desidero tornare oggi con la Sinfonia n.1 in Re maggiore op.25 "Classica" di Sergej Prokofiev (1891 - 1953), che propongo all'ascolto nei suoi due movimenti iniziali, "Allegro" e "Larghetto".Si tratta di una composizione che vuol essere formalmente un omaggio al classicismo di Haydn, anche se i contenuti musicali sono ormai più vicini a noi: un'opera scintillante e lieve, sorprendente e ariosa dove vivacità e brio caratterizzano il primo tempo. Qui infatti - insieme al ritmo a tratti giocosamente scandito soprattutto dai salti di ottava - è il dialogo tra gli archi e i fiati a dominare il pezzo, facendosi prima sottile e poi sempre più complesso e fragoroso.

Ma, a mio modesto avviso, vero capolavoro è il "Larghetto", brano simile a un passo di danza misurato e leggero, percorso da fremiti orchestrali dolci come un sospiro. E me lo immagino proprio danzato con la perfetta levità e l'incedere delle ballerine del dipinto di Degas ("Les petits rats") riportato nel riquadro.
Note vibranti e ritmate, quindi, che nei passaggi di tono e nelle dissonanze regalano respiri d'infinito aprendo l'anima a imprevedibili nuove suggestioni.
Un po' come la primavera che già si annunzia in queste giornate più dolci dopo il grande freddo, recando nell'aria il profumo sconosciuto del tempo che verrà.

Buon ascolto!

sabato 25 febbraio 2012

La musica al centro

Mi è già capitato più volte di parlare del potere terapeutico della musica, del suo essere balsamo sulle ferite suscitando emozioni positive e aiutandoci a riattingere dal profondo quell'acqua che dà vita al nostro spirito.

Essa ha infatti la capacità di restituire noi a noi stessi, ripristinando quasi intatto il tessuto del cuore e agendo da benefico catalizzatore sulla nostra interiorità.

Oggi ritorno sull'argomento grazie alla suggestione di un famosissimo dipinto del Caravaggio: il "Riposo durante la fuga in Egitto" conservato a Roma, alla Galleria Doria-Pamphili.
Si tratta di un capolavoro ampiamente descritto e commentato dagli storici dell'arte, ma è il suo particolare legame con la musica che qui m'interessa
sottolineare.

Inquadrata da tocchi di natura morta da un lato, e squarci di paesaggio che possono ricordare la pittura tonale veneta dall'altro, contempliamo una scena soffusa di dolcezza: una pausa di riposo della Sacra Famiglia, accompagnata da un'elegantissima figura di angelo che suona il violino in una calda luce forse di tramonto.
A destra, l'immagine soave della Madonna e del Bambino addormentati in un sonno di pace assoluta per il bimbo e certo di stanchezza per Maria, come ci dimostrano la testa e il braccio destro totalmente abbandonati.
A sinistra, un San Giuseppe come di consueto anziano che regge uno spartito musicale davanti all'angelo.
Splendido, quest'ultimo: luminoso e lieve nella linea perfetta e dolcemente sensuale delle gambe come nel panneggio che s'inanella sinuoso intorno al suo corpo. Ma, se si eccettua un piccolo scorcio del viso, volta le spalle allo spettatore!


Sta qui, a mio avviso, l'originalità di questa figura.
Nella tradizione pittorica da Giotto in poi, gli angeli erano solitamente ripresi di profilo - soprattutto nelle Annunciazioni - o di prospetto e di scorcio se erano in gruppi di musicanti oppure in volo.
Ma un primo piano di spalle proprio al centro del quadro è un'iconografia decisamente rara
che tuttavia riempie di fascino la composizione.
Infatti, se da un lato ne accresce per certi aspetti l'attrattiva, dall'altro è proprio questa posizione che ci permette di vedere lo spartito che l'angelo sta suonando.
E non si può forse leggere qui la volontà di sottolineare che sì, certo, quella figura con le ali è un angelo, ma prima di tutto un musico?


Allora si comprende che, se pure il titolo del dipinto è "Riposo durante la fuga in Egitto" - e ciò sottintende ansia, paura, stanchezza e precarietà - il vero cuore della composizione pittorica è la musica!
E' la musica al centro, come se Caravaggio volesse dirci che - più che la quiete della natura circostante - è la soavità delle note che scendono dall'Alto a dare vero riposo
alla Sacra Famiglia, placando l'angoscia e l'affanno della fuga.

Vista sotto questa angolatura, la scena può apparire allora come un concerto campestre per strumento solista, dove un giovinetto di natura celestiale rasserena una famiglia di gente semplice e le note del violino - come una ninnananna - cullano Maria e il Bambino nel loro riposo.
Non sentiamo la musica, certo, ma è come se fosse espressa dalla luce: non a caso, la luminosità si concentra proprio sul corpo dell'angelo e nel bianco del panneggio che gli si avvolge intorno dal quale si irradia poi verso Maria e il bimbo, mentre Giuseppe è lasciato un po' in ombra.

Ma che sta suonando l'angelo?
I musicologi si sono ingegnati a decifrare lo spartito scoprendo che non si tratta di note poste a caso, ma di un mottetto del fiammingo Noel Bauldewijn dedicato proprio a Maria.
Non ho la possibilità di riproporlo qui, ma contemplando il dipinto ho provato a immaginare quale altra colonna sonora si potrebbe associare alla scena.
Ed è stato subito un Adagio di Mozart a rifiorirmi nel cuore, in particolare quello del
"Concerto per violino e orchestra n.5 in La maggiore K.219".
Certo, l'operazione è anacronistica, ma mi è sorto spontaneo il pensiero di quel brano perchè, con i suoi tratti di dolcezza e talora di malinconia, mi pare possa scendere davvero come balsamo a placare un'ansia angosciosa e fondersi bene col clima di sospensione del dipinto.

Lasciamoci portare allora da queste note intense e sublimi attraverso l'interpretazione di Anne-Sophie Mutter veramente degna di un angelo!

Buon ascolto!

lunedì 20 febbraio 2012

Quando si dice ritmo...

Quanto i ritmi di oggi, coniugati con le forme classiche, diano luogo a composizioni musicali ricche di originalità e fascino lo dimostrano parecchi artisti contemporanei.
I veri innovatori, infatti, in molti casi hanno preso le mosse dai grandi del passato, anche se poi - con un'evoluzione quasi fisiologica - da questa impegnativa eredità si sono allontanati per conquistare una propria autonomia.
E' un po' il processo che avviene tra padri e figli: una sorta di innegabile dna musicale si trasmette di padre in figlio, ma si esprimerà poi con ramificazioni differenti che daranno frutti nuovi pur se nati dalla stessa radice.

E amare davvero la classicità non significa considerarla un patrimonio statico, ma farla vivere ancora oggi nelle sue forme, fusa a tutte le sollecitazioni che la compagine del presente può suggerire.


Mi pare questo - tra gli altri - il caso di Astor Piazzolla (1921 - 1992), straordinario compositore, famoso per aver rinnovato la vecchia tradizione del tango rielaborandone ritmi e sonorità. Con versatilità d'ispirazione, ha infatti creato un linguaggio originalissimo e inconfondibile, modificando anche i consueti organici orchestrali con l'introduzione di nuovi strumenti.
Ma non si può pensare che all'origine di tale processo, insieme all'amore per l'eredità musicale argentina, non stia anche una matrice classica e - parlando di ritmo - Bach prima di ogni altro.

Il brano che ho scelto dalla vastissima produzione del musicista, riprende infatti proprio una delle forme musicali più care a Bach - la fuga - unendola ai ritmi e alle cadenze del tango insieme a variazioni di grande fascino.
Si tratta di "Fuga y Misterio" tratto dall'opera "Maria de Buenos Aires", pezzo che - talora in versione classica, talaltra jazz - è stato oggetto di numerosi arrangiamenti per orchestra, quartetto d'archi o altri gruppi strumentali dove, come solisti, oltre al bandoneon troviamo chitarra, flauto, oboe, pianoforte o marimba.

Tra le varie interpretazioni tutte ricche di fascino, quella che propongo oggi del prestigioso insieme "Classical Jam", ci presenta una performance a mio avviso entusiasmante con le quattro voci della fuga affidate nell'ordine al flauto, alla viola, al violino e al violoncello accompagnati dalle percussioni.
La prima parte del brano - che oltre a Bach ci restituisce anche l'eco dei Capricci di Paganini, il n.17 in particolare - si snoda in un crescendo sempre più acceso. Dal flauto solo, al suo incalzante duettare con la viola fino al sovrapporsi di tutte le voci, si costruisce un'architettura sonora sempre più ricca di spessore, mentre gli accenti marcati delle percussioni sviscerano ogni potenzialità ritmica del tema fugato.
Segue poi una sezione melodica
molto intensa che vede protagonista il canto del flauto con le sue variazioni insieme al violino. Mentre il finale torna a farsi spiccatamente ritmato fino alla vivacissima conclusione.

Un brano costruito in modo rigoroso e trascinante ad un tempo, dove si fondono mirabilmente novità e tradizione, passionalità e precisione formale.
(Nel riquadro in alto "Fuga in rosso" di Paul Klee)

Buon ascolto!

mercoledì 15 febbraio 2012

Febbraio: sprazzi di carnevalesca follìa


Caotico, rutilante, colorato, privo in apparenza di un senso preciso e logico nelle sue parti, così ci appare
"Il carnevale di Arlecchino" di Joan Mirò (1893 - 1983), conservato a Buffalo all'Albright-Knox Art Gallery.

Ma il disordine che balza all'occhio nel quadro non è poi così reale come sembra.
Gli oggetti raffigurati, infatti, per quanto con la loro confusione annullino in parte la profondità, non sono ammonticchiati alla rinfusa, bensì distanziati l'uno dall'altro quasi a coprire con una sorta di regolarità lo spazio di fondo.

C'è respiro tra un oggetto e l'altro, il respiro della fantasia, dai pinnacoli che occhieggiano dalla finestra agli infiniti oggetti che animano la rappresentazione: palloncini, una chitarra, tavolozze, note musicali, un cubo, una scala, strani giochi volanti a forma di misteriosi alambicchi.
Forse Astolfo sulla luna, alla ricerca del senno di Orlando, avrebbe potuto vedere oggetti simili e chissà quale immaginazione avrebbe sbrigliato Mirò, se gli fosse toccato di illustrare l'Orlando Furioso!

Ma non è nuovo nella storia della pittura questo disordine artistico, quest'ordine nel caos, quasi un ossimoro della rappresentazione.
Se torniamo indietro nel tempo, troviamo lo stesso effetto di confusione ordinata nel famosissimo "Giochi di bambini" di Pieter Bruegel il Vecchio (non a caso imitato anni fa sui rotocalchi da una pubblicità di abiti per i più piccoli) e in alcuni quadri di Hieronymus Bosch, peraltro associabile a Mirò anche per una sorta di surrealismo ante litteram.

E' il surrealismo infatti la caratteristica più evidente del pittore spagnolo: in lui è la nota dell'inconscio a dominare guidando la fantasia attraverso deformazioni della realtà, evocazioni quasi oniriche talora misteriose, talaltra simboliche come la scala che suggerisce un andare oltre il contesto del dipinto.
Tuttavia sono immagini sempre ricche di leggerezza e
proprio la leggerezza ci riporta al tema del quadro, "Il carnevale di Arlecchino": un gioco, uno scherzo e tanti colori - peraltro ben distribuiti nello spazio di fondo - tra i quali spicca una gradazione di blu frequente in Mirò.

Ma se di norma la maschera serve a coprire ciò che veramente si è, qui la situazione è capovolta : è la verità dell' inconscio a venire alla luce in un intersecarsi di linee rette ma soprattutto curve e sinuose che creano un insieme arioso e lieve, bizzarro e danzante un po' come la figura di Arlecchino.
E' un andare oltre la realtà per rivelarne il segreto spessore, ma senza l'incubo o il senso del macabro tipico di altri pittori surrealisti, bensì con vivacità coloristica e giocosa fantasia.
Proprio tale fantasiosa attitudine ci ricorda che vita non è solo ciò che si vede, ma un misterioso inconscio altrove che talora si proietta fuori di noi con fantasmagorica carnevalesca follìa.


A commento di questo dipinto, ho scelto un vivacissimo brano di Jean-Philippe Rameau (1683 - 1764): "L'Egyptienne", qui eseguito al pianoforte da Georges Cziffra.
Lo so, in apparenza un musicista barocco e un pittore come Mirò sono due universi lontani. Quello di Rameau poi è un pezzo che ha una sua precisa struttura e una coerenza compositiva; niente a che vedere quindi con le defomazioni oniriche del Surrealismo.
Tuttavia, la giocosa esuberanza del brano, arricchita da una notevole varietà di trilli e abbellimenti, a mio avviso ben si adatta alla leggerezza del dipinto con le sue figure simili a fantasiosi balocchi infantili sospesi nel vuoto.
Così pure,
l'alternanza di frasi musicali veloci e concitate con altre più dolcemente melodiche, sembra rispecchiare il ritmo delle linee - ora rette, ora sinuose - che paiono danzare liberamente nello spazio.

Buon ascolto!

venerdì 10 febbraio 2012

Amore al primo ascolto

Ci si può innamorare di un brano di musica al primo ascolto?
Esiste quello che si potrebbe chiamare "colpo di fulmine musicale"?

Certo!!! Molti l'hanno provato e lo sperimentano in continuazione non solo nei confronti di pezzi classici, ma spesso anche con altri generi.
E' la Musica a catturarci con la sua multiforme bellezza!
C'è chi è maggiormente preso dalla melodìa, chi dal ritmo, chi dal suono di un particolare strumento o addirittura dal fascino del primo strumento che si ricordi: la voce.
Basta che le note ci colgano ricettivi, disposti all'abbandono: così si viene presi e coinvolti da una passione che porta a risentire più volte un brano finchè non è totalmente nostro e canta dentro di noi spesso indipendentemente dalla volontà.

Tuttavia ciò non deve indurre a pensare che una musica di fronte alla quale - di primo acchito - restiamo indifferenti o che proprio non ci piace, non possa in seguito diventare oggetto di un amore appassionato.
Non tutti gli autori sono uguali, non sempre rivelano subito il loro splendore, come non sono uguali le nostre disposizioni d'animo momento per momento e le emozioni che ne conseguono. Sono il tempo e la fedeltà a cementare certi amori fino a far divampare vigoroso quello che, all'inizio, sembrava un focherello forse destinato a spegnersi.

Ho provato anch' io, talora, amore al primo ascolto per varie composizioni, ma devo confessare che non poche volte ho avuto difficoltà ad apprezzare subito un brano.
Credo di averne parlato già tempo fa.
Ricordo - solo per fare qualche esempio - di essere stata catturata immediatamente dalla grandiosità wagneriana dell'Ouverture del Tannhauser e così pure da vari pezzi di Haendel, dalle vivaci architetture di certe sinfonie di Mozart come dall'Adagio per archi di Barber.

Ma con tanti altri autori ho avuto bisogno di tempo.
Bach, per esempio - il mio Bach che adoravo già a sedici anni!!! - non mi ha parlato subito in tutto. Se si eccettua la Toccata e fuga in re minore, i Brandeburghesi e qualche contrappunto da L'arte della fuga (tra l'altro nella versione jazz del gruppo Les Swingle Singers), ammetto di aver fatto fatica ad entrare nel vivo di altri brani.
Ma l'ascolto assiduo nel tempo me li ha resi via via più familiari fino a condurmi al cuore profondissimo della loro bellezza e a farmi innamorare di composizioni come le Suites orchestrali, le Partite per clavicembalo o le Suites per cello, per citarne solo alcune.

Parlavo di ascolto assiduo. Sta lì, a mio avviso, il segreto: un ascolto assiduo ma anche libero, quasi indifeso in modo che la musica possa entrare nell'anima.
Magari all'inizio non è il tema principale del pezzo a prenderti, magari ti cattura solo un un passaggio, un accordo, talora la suggestione di una semplice dissonanza.
Eppure, da quel particolare il brano inizia a svelare il suo incanto, a farti entrare nel suo universo inducendoti a scoprire anche il tuo universo interiore. E quando giunge a svelare te a te stesso, quel brano è ormai tuo, in un legame inscindibile.

Innamorarsi al primo ascolto, però, resta sempre un' esperienza che regala grande e spesso indimenticabile emozione.
E' ciò che mi è accaduto anche con il pezzo di F.J. Haydn che propongo oggi. Si tratta dell' Adagio del "Concerto N.1 in Do maggiore per violoncello e orchestra" qui nell'interpretazione di Mstislav Rostropovich.
La voce straordinaria e affascinante dello strumento solista conferisce grande intensità al brano, e la melodia che si snoda dolce e solenne
, sostenuta dal ritmo pacato dell'orchestra, conduce proprio al cuore caldo della Musica.

Buon ascolto!

sabato 4 febbraio 2012

"Tokyo station" : fascino di un non luogo

Arrivi e partenze, viaggi: eventi comuni e frequenti della nostra vita - essa stessa prima di tutto un viaggio - ciascuno col suo fardello di sogni, speranze, incontri, addii, come pure di tanta quotidianità fatta di fatica e pensieri.
Forse per questo treni e stazioni sono stati spesso oggetto di svariate espressioni artistiche.
Poeti e pittori - dal Carducci alla Szymborska, da Turner a Monet - ma talora anche musicisti ne hanno celebrato il fascino e l'atmosfera, le luci e i suoni, o vi hanno visto esempi clamorosi del
dinamismo della nuova società industriale del primo Novecento. Basti pensare al poema sinfonico di Honegger "Pacific 231" ispirato ad una locomotiva in movimento o al dipinto futurista di Carrà intitolato "La stazione di Milano".
Oggi però, soprattutto nelle grandi città, le stazioni - come pure aeroporti, metropolitane, centri commerciali, ecc. - sono diventate ormai dei cosiddetti "non luoghi" : spazi di transito magari forniti di tante comodità, ma in cui folle anonime si sfiorano ogni giorno in pressocchè totale estraneità senza realmente incontrarsi.
Tuttavia, se qualche volta le singole storie s'intrecciano come accade per esempio nel film di Spielberg "Terminal", e lo sguardo dell'artista sa andare nel profondo chiamando le cose ad esistere, allora anche un non luogo può assumere contorni più umani.

Si può inserire in questo quadro una delle recenti creazioni musicali di Giovanni Allevi, tratta dal cd "Alien". Si tratta di "Tokyo station", brano stilisticamente singolare nel panorama compositivo del musicista, a iniziare dalla durata più estesa rispetto ad altri pezzi e alla commistione di elementi della tradizione con quelli della contemporaneità.

E' la ritmica - martellante e fortemente scandita - la sua caratteristica principale, quasi Allevi attraverso di essa abbia voluto riprodurre il traffico animato della stazione di Tokyo: gente frettolosa, treni superveloci, la folla nella sua confusione ordinata tipicamente giapponese.
Eppure, proprio al centro di questo pezzo dai toni rock e da richiami jazz movimentati e coinvolgenti, c'è un nucleo caldo di dolcezza, un secondo tema intenso e melodico, prima delicato e via via più passionale come l'Allevi che già conosciamo.
S
embra infatti che, a un certo punto, il compositore abbia voluto fermarsi, oltrepassare la cortina delle apparenze, guardare nell'anima delle persone e cogliere l'umanità intensa e splendente che si cela anche dentro un quotidiano affannato e convulso.
Così, attraverso le sue note, il non luogo diventa luogo e la musica restituisce identità e poesia ad ogni cosa svelandoci il cuore di chi ci passa accanto.


Come in "Downtown", ancora una volta Allevi fa per così dire la "fotografia" a questa umanità in movimento, osservandola con occhi simili a quelli con cui si guarda intorno in "Notte ad Harlem" aggirandosi per i quartieri di New York, o in "L.A.Lullaby" per le vie di Los Angeles.
E nonostante lo stile di "Tokyo station" in rapporto a questi brani sia diverso, pure anche qui sembra che - a un tratto - dall'anima del compositore esca un moto di amore irrefrenabile che dà significato a tutto ciò su cui il suo sguardo si posa, e sia proprio questo amore a regalare vita chiamando ad esistere ciò che prima era solo anonimato.
Come un filo rosso che - pur nella varietà d'ispirazione e nella diversità sempre inedita del presente - attinge al mistero di un'unica Bellezza.

Buon ascolto!

lunedì 30 gennaio 2012

Gennaio: impressioni di assorto stupore

Il mese di Gennaio volge al termine, i giorni della merla stanno stringendo la campagna nella morsa del freddo. Forse nevicherà....

Al di là dei vantaggi o dei disagi che la neve può portare nel contesto della nostra vita, sempre intensa è la suggestione che regala al paesaggio e grande il suo fascino.
Forse per questo, numerosi sono stati nel tempo gli artisti
che hanno sottolineato con le loro opere la particolare atmosfera che essa sa creare.
Da Carducci a Saba, da Emily Dickinson ad Ada Negri solo per citarne alcuni, molti poeti ne hanno cantato lo splendore. E per passare al mondo dei colori, come non ricordare - per esempio - gli sfondi di paesaggio innevati di Bruegel il Vecchio, o le montagne di Segantini o i numerosi dipinti che gli Impressionisti hanno dedicato proprio alla neve?

E' su uno di questi ultimi che desidero soffermarmi oggi: un'opera di Alfred Sisley (1839 - 1899), "La neve a Louveciennes" (Parigi - Museo d'Orsay), che mi pare adatta all'atmosfera di queste ultime giornate di Gennaio.

E' noto l'interesse pittorico degli Impressionisti per la neve: basti ricordare i numerosi dipinti di Monet su questo tema e la passione di tali artisti per ogni aspetto della natura e del paesaggio che consentisse loro di cogliere "l'attimo fuggente" della luce. Così come hanno amato l'acqua, gli alberi o i giardini in fiore, altrettanta attenzione hanno avuto per la neve poichè essa permette di giocare proprio con la tinta più luminosa - il bianco - variegandone sfumature e gradazioni con diversi altri colori.

Nel dipinto "La neve a Louveciennes", un vicolo tra due muretti di cinta - proprio al centro dell'immagine - apre una prospettiva che converge verso una figuretta scura e poi conduce fino in fondo e forse al di là, al paesetto di cui s'intravvedono case, alberi e un campanile.
Ma è la neve la vera protagonista che tutto ricopre - dal vicolo alla sommità dei muretti, fino ai rami degli alberi - immergendo la scena in un'atmosfera di silenzio e conferendo anche al cielo quella particolare tonalità che solo un paesaggio innevato sa regalare.
Prevale una gamma di colori che vanno dal bianco all'azzurro, ai grigi, al giallino con qualche tocco di marrone e di nero, un impasto di tinte dove sfumature e spessori sono creati direttamente da larghe pennellate non preordinate da un disegno, ma sommarie e veloci per fermare l'istante
.

Amo molto questo dipinto: è il suo silenzio a colpirmi in modo particolare insieme all'atteggiamento raccolto che intuisco in quella figuretta scura.
Va verso il fondo o viene verso di noi che osserviamo?
Chissà... Probabilmente si allontana, ma forse saperlo non è importante ai fini della comprensione del quadro, mentre ciò che conta è solo quel tocco di nero che essa dona a contrasto col biancore.
Tuttavia, la sua presenza suggerisce comunque che siamo noi a procedere con lei in quel silenzio intatto, tra quei muretti a lato che segnano un percorso e al tempo stesso limitano la visuale come una siepe di leopardiana memoria.
Siamo noi a procedere nella calma circostante, chiusi in un cerchio di assorto stupore: uno sguardo al cielo dalla gradazione così indefinita
da non indicarci alcuna precisa ora del giorno, e un altro - incantato e segreto - alla bellezza in cui siamo immersi.

Ma la meraviglia di questo dipinto sta anche nella sua semplicità: piccole cose, uno steccato, un muretto, forse una porta, case, una figura femminile che più che vedere intuiamo nel suo andare, le macchie bianche dei rami innevati e il cielo.
Un'impressione affascinante, dove l'apparente tristezza del paesaggio si stempera in un senso di intimità, un'immagine colta nella verità di un istante e tuttavia nel cuore della sua vaghezza.


A commento del dipinto, propongo un famoso e delicatissimo brano di Claude Debussy (1862 - 1918), compositore considerato dai critici uno degli esponenti dell'Impressionismo in campo musicale.
Si tratta di "Reverie"
, pezzo intenso, meditativo, profondo: una sognante fantasticheria che ci rimanda proprio alla particolare atmosfera che il quadro di Sisley suggerisce.

Buon ascolto!

venerdì 27 gennaio 2012

Il sorriso di Etty

Ci sono documenti di vita vissuta che ci restano dentro insieme ai loro autori non solo per l'interesse storico del contenuto, ma perchè scendono nel profondo dell'anima interpellandoci in modo particolarmente toccante.

E' il caso del "Diario" di Etty Hillesum, ebrea di origine olandese morta a 29 anni ad Auschwitz alla fine del 1943.
Si tratta di un testo che ha avuto larghissima diffusione a partire dagli ultimi trent'anni e dal quale la personalità dell'autrice emerge in modo spiccato con la sua luminosa capacità di reagire al buio della persecuzione nazista.


Il Diario registra infatti gli ultimi due anni dell'esistenza di Etty : dalla sua vita ad Amsterdam a quella nel campo di smistamento di Westerbork, dal forte legame con Julius Spier alle relazioni con familiari ed amici.
Ma a chi lo legge non può sfuggire quanto le sue annotazioni, più che un susseguirsi di eventi esterni, siano in realtà una storia interiore, la storia di un'anima.

Quella di Etty è una progressiva crescita nella consapevolezza di ciò che sta accadendo agli Ebrei, ma soprattutto nella volontà di vivere quell'esperienza preservando in sè viva l'immagine di Dio. Una consapevolezza che si fa strada in modo sempre più chiaro attraverso lo sbocciare della fede religiosa, conseguenza quasi naturale del suo ascoltarsi dentro.

C'è freschezza, c'è sorriso nel suo cuore, ma soprattutto una gratitudine che non solo non viene mai distrutta dal drammatico precipitare degli eventi, ma che nel tempo prende forza e fondamenta sempre più sicure.
Evidentissima è l'attitudine a non lasciarsi fiaccare, a non cedere alla tentazione della paura o del ripiegamento su se stessa: il suo è infatti un andare verso gli altri con altruismo operoso, lo stesso altruismo che la porterà a non tentare di salvarsi, ma ad accettare e condividere la sorte dei suoi compagni di sventura fino alla fine.
Anche la piccola
foto che la ritrae mentre sorride e gioca forse col gatto di casa, restituendoci un'immagine quotidiana, ce la rende vicina nella concretezza del suo vivere e credibile in tutta la sua gioia.
E alcune sue affermazioni hanno il sapore di una preghiera ancora di grande attualità:

"L'unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l'unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini."

Considerazioni che non abbisognano di commenti così come le splendide parole che concludono il "Diario", parole incantate, soprattutto se si pensa che sono state scritte alla vigilia della deportazione ad Auschwitz:

"Si vorrebbe essere balsamo per molte ferite".

Nel "Giorno della Memoria", mi piace allora rendere omaggio a questa donna straordinaria attraverso un altrettanto straordinario Bach e una giovane bravissima interprete.
Il
"Preludio e fuga in la minore BWV 543" trascritto per pianoforte da Liszt e qui eseguito da Lise de la Salle è infatti un brano grandioso e fortemente drammatico, delicatissimo e insieme profondo. E mi pare che ben si adatti alla vicenda di Etty ricordandoci che - davvero - anche ogni autentica espressione artistica può essere "balsamo per molte ferite".

Buon ascolto!