giovedì 19 luglio 2012

Luoghi del cuore

Non mi è possibile.
Quando ogni mattina, qui in vacanza, verso le otto e mezza esco di casa e, già scendendo le scale, lo sguardo mi si apre verso prati, abetaie, cielo limpido e fiori, è tale lo splendore circostante che - dicevo - non mi è possibile non desiderare di condividerlo con tutte le persone che mi sono care.
Non con una, ma proprio con tutte.


E soffro di non poterlo fare materialmente perchè, senza una simile condivisione, mi sembra di non assaporare in pienezza la gioia e il godimento che offrono i panorami in cui sono immersa. La gioia infatti è di per sè comunicativa e se condivisa con altri, a dispetto della parola, non si divide affatto, anzi si moltiplica.

Sono ormai anni che passo le vacanze nel Parco del Gran Paradiso - praticamente una vita - ma non mi stanco mai.

Per quanto ami molto anche altri tipi di paesaggio, ritornare qui ogni volta è stupore che si rinnova infinito
davanti alla magnificenza della natura nei suoi colori e nel suo splendore ancora incontaminato.Così, nel tempo, questo è diventato per me una sorta di luogo del cuore: non solo un rifugio vacanziero per fuggire il caldo estivo, ma un angolo in cui ritrovare, nella bellezza e nel silenzio, quella parte incontaminata che abita anche dentro di noi, e farla rifiorire.

Allora non mi resta che postare qui qualche piccola foto per dare un'idea, sia pure lontana e scarsamente efficace, del paesaggio circostante.
So bene che c'è grande distanza tra l'essere spettatori esterni e trovarsi immersi nella natura.
Una cosa è osservare un'immagine e un'altra camminare su di un prato occhieggiando i crochi viola che, dalla sera alla mattina, sbocciano dopo lo sfalcio, o scoprendo una radura verde che si apre tra versanti scuri di abeti, o contemplando le nuvole che si alzano liberando alla vista rocce e ghiacciai.Ma una foto, anche nei suoi limiti, può suggerire un sogno, e non si sa mai dove i sogni possono portare....magari dentro di noi, proprio in quel nucleo segreto di purezza che ci abita, risvegliando l'infinito che portiamo dentro.

Così, a commento di queste immagini, mi sembra particolarmente adatto il primo movimento - Allegro ma non troppo - dalla Sinfonia n.6 in Fa maggiore op.68 "Pastorale" di Ludwig van Beethoven, pezzo in assoluto tra i più famosi del compositore tedesco.

Il brano, grandioso e insieme delicato, nel suo sottotitolo "Risveglio di sentimenti all'arrivo in campagna", sembra proprio accompagnarci attraverso questi paesaggi ora di ampie aperture e forte luminosità, ora di ombre variegate e leggere, liberando in noi la gioia, prima con levità e dolcezza, poi con sonorità gradatamente più intense.
E la ripetizione di alcuni passaggi ci permette di addentrarci in modo sempre più coinvolgente nel vivo della musica così come nel cuore della bellezza della natura.

Buon ascolto!

venerdì 13 luglio 2012

L'orto di Elena

Sono salita nel mio angolo di montagna per sfuggire al caldo afoso della pianura e, come ogni anno, ho ritrovato paesaggi che, nel tempo, mi sono divenuti familiari quasi fossi davvero una del posto e non una turista, sia pure affezionata da sempre a questi luoghi.

E' il silenzio, di solito, il primo ad accogliermi quando - affacciandomi al balcone che guarda verso il Gran Paradiso - non sento altro che la fontanella sotto casa e, giù in mezzo ai prati, il suono del torrente che arriva come una colonna sonora sommessa e discreta.
Un suono lieve vicino e un fragore lontano che però mi giunge attutito dalla distanza: uno sfondo musicale leggero che non turba la pace circostante, ma se mai la sottolinea e - pur nella sua leggerezza - richiama la grandiosità del panorama ricordandomi che quell'acqua scende dall'alto, dall'anfiteatro dei ghiacciai sopra di me.


Ma ci sono anche particolari più quotidiani a prendermi, aspetti della vita ordinaria del paese dove laboriosità e bellezza s'intrecciano indissolubili.
Gli orti, per esempio: piccoli, ma rigogliosi, folti, fitti di verdure e - ai margini - di fiori, come usa qui.

Aggirarsi per vicoli e stradette è immergersi in un itinerario di pace, ma è anche compiere un percorso costellato di orticelli, ogni baita il suo, uno più bello dell'altro dove - se la stagione è buona - le file di coste, patate, pomodori ed erbette aromatiche, sono una vera gioia per gli occhi.

Ho proprio sotto casa l'orto di Elena, un rettangolo di terreno coltivato a fiori, carote, aglio e insalatine varie, oggetto delle sue assidue cure. Col caldo di questo periodo, anche se siamo a più di 1700 metri, le piantine verdeggiano già alte; ma lo scorso anno, dopo una stagione particolarmente fredda, ai primi di luglio l'orto contava ancora pochi germogli.
Ricordo la costernazione di Elena dipinta nel suo sguardo azzurro sul reticolo di rughe scurite dal sole, mentre mi raccontava come tutto fosse indietro di una luna
.
E consideravo quanto in montagna, forse più che altrove, la vita sia scandita dai ritmi della natura e, di conseguenza, qui più che mai tutto si debba adattare alla pazienza dell'attesa. Attesa della neve in
autunno, del disgelo in primavera, delle prime faticose fioriture e dei pochi mesi di caldo.
Niente serre termoregolate, niente irrigazione a goccia, solo fatica, tenacia e lo sguardo azzurro di Elena che, osservando il cielo, sa dire che tempo farà domani.


Ma quale immensa gioia quando finalmente le piantine crescono fitte e ordinate nelle loro parcelle o quando i fiori a margine dell'orto s'illuminano di colore!
E' la pazienza che dà luogo alla festa!

Allora - omaggio alla forza e alla perseveranza di questa gente semplice e tenace - a Elena e a tutti coloro che, come lei, rendono più bello questo angoletto di mondo, dedico un brano di Mozart pieno di sorriso e luminosità.
Dal "Concerto in Do maggiore K.299 per flauto, arpa e orchestra" del quale tempo fa ho postato l'Andantino, oggi sia l'Allegro iniziale a regalare gioia e leggerezza attraverso la vivacità del flauto e la dolcezza dell'arpa.
Un Mozart sempre splendido e capace di celebrare quella Bellezza che ritroviamo ovunque, nel grande e nel piccolo, dallo splendore dei ghiacciai alle piantine dell'orto di Elena.


Buon ascolto!

venerdì 6 luglio 2012

Ritmi

Anche se siamo alle soglie delle vacanze, viviamo più o meno tutti giornate ancora piene di impegni e talora arriviamo a sera saturi di ciò che abbiamo assorbito o di quanto ci è caduto addosso e magari - a distanza di ore - è ancora lì col suo peso a interrogarci.

Capita a volte di arrivare alla fine di una giornata con il cuore un po' frastornato.
Ma non è stanchezza fisica, perlomeno non solo quella. Il fatto è che tante cose si sono susseguite: impegni, incontri, contrattempi, discorsi fatti, ascoltati e via dicendo.
E tutte, puntualmente, hanno lasciato un segno che in qualche modo chiede di essere ascoltato o rielaborato.

Invece, succede sempre più spesso che la velocità con cui ogni esperienza si somma alle altre non corrisponda più ai nostri tempi psicologici di reazione: sfasature di ritmo tra ciò che accade all'esterno e la nostra capacità di assorbimento e assimilazione, la mia almeno.
Sono risonanze - positive o negative - che esigono a volte uno spazio più ampio per riecheggiare, essere comprese e non accantonate via perchè altro urge, simili a un cumulo di biancheria che si ammonticchia nel guardaroba in attesa di essere stirata.
Il rischio è che restino lì come occasioni inascoltate, sprazzi di luce da cui non riusciamo a lasciarci illuminare; o al contrario, inquietudini alle quali non sappiamo immediatamente dare un nome e rodono dentro sorde con la loro lima sottile.

Per questo, oggi prendo a prestito un'immagine scattata giorni fa da alcuni cari amici, in Umbria: una meridiana che mi cattura soprattutto per le bellissime parole che vi sono riportate:

"Io ti segno le ore, tu riempile d'amore".


Quasi un progetto di vita, un criterio per dare un senso al tempo, un'intenzione che va al di là dei suoi ritmi - lenti o convulsi che siano - per riempirli, comunque, di significato.

Se il nostro ritmo interiore è in sintonia con ciò che le parole della meridiana suggeriscono, la giornata potrà essere anche una corsa a ostacoli piena di sollecitazioni diverse e magari spiazzanti, ma verranno ricomposte con serenità. Non più tessere di un mosaico fuori posto, ma sorprendente ricchezza quotidiana, come un'onda che scorre sotterranea e tranquilla al di sotto delle onde superficiali, più agitate e forse tempestose.
Come una musica che ricompone l'armonia e riporta la serenità dove prima regnava la confusione.


E a commento di queste brevi notazioni, mi piace postare un brano di Franz Joseph Haydn: il famoso Andante dalla Sinfonia n.101 in Re maggiore "La pendola" nel quale il ritmo che fa da sfondo alla melodia - ora piana e lieve come una danza, ora più accesa e cadenzata - resta sempre uguale, simile a uno sguardo dall'alto o dal profondo dell'anima, che va a posarsi sulle cose con calma, con pace, con misura e regolarità.

Bello anche il video, di cui ringrazio l'autore, con tutta quella sequenza di campanili, meridiane ed orologi che si adatta perfettamente al brano musicale!

Buona visione e buon ascolto!

sabato 30 giugno 2012

Incanto di Sicilia

Amo molto i racconti di Andrea Camilleri e soprattutto la loro trasposizione televisiva negli episodi che vedono protagonista il Commissario Montalbano.

Mi piacciono le sue storie, il modo in cui sono costruiti i personaggi e gli attori che danno loro voce e anima: dal bravissimo Luca Zingaretti alle figure - o talora macchiette - di cui si contorna, ciascuna delineata nel suo carattere e insieme nella sua sicilianità, con quel linguaggio che non è dialetto e non è italiano e pure così pieno di colore.

Proprio la sicilianità di Montalbano mi prende: quell'indole schiva e orgogliosa, testarda e tenera, ironica e spiazzante, ma così umana quanto è umano il suo bisogno di capire, talora anche di compatire o - dopo le vicende più crude - di cercare un rifugio di affetti magari sciogliendo la consueta maschera di riservatezza in un abbraccio alla vecchia maestra.
Un carattere, il suo, centrato sull'attaccamento al lavoro e sulla ricerca del vero dietro le apparenze, ma che non perde di vista la quotidianità con i suoi ritmi, le abitudini e soprattutto i piaceri della buona tavola: appuntamenti da Calogero - il ristoratore preferito dal commissario - che sono l'esatto contrario del fast food e ci rimandano a una vita celebrata come un rito in ogni sua dimensione, a cominciare dal cibo.

Ma è anche l'ambiente in cui le storie sono inquadrate ad affascinarmi, quelli che ormai sono diventati famosi come "i luoghi di Montalbano": dalla sua casa a Marinella ai paesi di Vigata e Montelusa, nomi spesso fittizi che in realtà sottintendono quel triangolo di Sicilia barocca tra Ragusa, Scicli, Modica e poi su fino a Porto Empedocle. Un paesaggio di mare e di monte, di campagne bruciate dal sole e acque trasparenti, di anfratti di roccia e tramonti viola, di silenzi e solitudine.
Una Sicilia che mi porto dentro e che davvero mi scorre nelle vene perchè - anche se sono nata e vissuta sempre al nord - le mie radici sono proprio lì, su quelle spiagge di Porto Empedocle che sento così mie.


E mi pare che il sapore di queste narrazioni sia reso splendidamente dalle musiche di Franco Piersanti che, nella sua colonna sonora, dell'intreccio di vicende, sentimenti e immagini ha colto ed espresso il fascino e l'intensità. Solitudine, malinconia, tenerezza e silenzi formano infatti il tessuto dei brani del cd "Il Commissario Montalbano" da cui è tratto il pezzo di oggi: "Riflessioni".
Accenti di tristezza e sprazzi di luce che si alternano
in una melodia contemplativa in cui ogni nota riecheggia piano nel riverbero di albe e tramonti, e dove anche le pause suggeriscono emozioni.

Buon ascolto!

domenica 24 giugno 2012

Giugno: caffè all'ombra di un pergolato.


Ed è arrivato il caldo, quello vero, con afa in pianura e temperature decisamente elevate anche sopra la media stagionale: un caldo che in città ci costringe a vivere con i condizionatori al massimo e in campagna ci dà pomeriggi torridi, assordati dal canto delle cicale.


Mi piace allora dilungarmi ad osservare questo dipinto di Silvestro Lega (1826 - 1895) - uno degli esponenti di maggiore spicco del movimento dei Macchiaioli - che ci regala la tranquillità di un angolo ombroso in cui sfuggire alla calura.
E'
"Il pergolato", detto anche "Il dopo pranzo", conservato a Milano alla Pinacoteca di Brera.

Il dipinto sembra davvero rappresentare uno dei pomeriggi afosi delle nostre campagne, con quel cielo bianco un po' lattiginoso, le cascine affondate tra il grano e i filari di pioppi in lontananza.
Ma sullo sfondo dei campi, ci si presenta un quadretto quasi d'altri tempi: sotto l'angolo di frescura di un pergolato è raffigurata una scena di semplicità quotidiana e insieme di signorilità.
Siamo nell'ora più calda della giornata, probabilmente nel giardinetto di una casa padronale, mentre una domestica porta un bricco di caffè alle signore di famiglia - o forse in visita - sedute all'ombra. Intorno, una luce dorata, colori un po' spenti o bruciati e quel verde già scuro delle foglie, tipico dell'estate.

E' proprio questa donna in primo piano, inquadrata nella parte più luminosa del quadro e splendida nella sua riservata compostezza, ad attirare dapprima la nostra attenzione. Poi, poco discosta, la figuretta chiara incorniciata dall'ombra e volta verso lo spettatore con un abito che forse sarebbe piaciuto a Monet - che proprio negli stessi anni dipingeva il famosissimo "Donne in giardino" - anche se il pittore francese vi avrebbe tratto suggestioni luministiche differenti.


Una semplicità signorile, dicevo, che si manifesta in diversi tratti del dipinto come se tutto portasse un'impronta di discrezione: gli abiti - eleganti ma non sfarzosi - il ventaglio, le acconciature ordinate e quella fila di vasi di coccio con la loro fioritura non sgargiante e tuttavia tesa ad abbellire lo spazio rustico.
Tutto è fermo e fissato nel suo ordine e al tempo stesso nella sua varietà: ordinato come la chiara scansione in due parti della scena e variato nell'andirivieni di luci ed ombre così come nell'altezza dei vasi e nella direzione degli sguardi - se ci si fa caso - sempre volti ad orizzonti diversi.
Così, la cameriera guarda davanti a sè, la figuretta chiara - probabilmente la padrona di casa - si volge ad attenderla, mentre in secondo piano una bimba recita forse una poesia ad un'ospite per la quale, appena visibile sul sedile di pietra, è già preparato un vassoio con le tazzine da caffè.

E' in quell'ombra che ci parla di frescura e di tranquillità il cuore segreto del dipinto: vi respiriamo la calma di meriggi assolati in cui trovare sollievo in uno spazio di quieta accoglienza, in un modo di ricevere semplice e ricco di garbo.
Su tutto aleggia infatti una bellezza discreta e misurata e pure così riposante da far sognare, suggerendoci ritmi dove la fretta non è padrona e i pensieri si dilatano
a cogliere il piacere dell'ora pomeridiana.

A commento del dipinto, "Salut d'Amour, op.12" di Edward Elgar (1857 - 1934), brano romantico per eccellenza, scritto originariamente per violino e pianoforte, ma divenuto in seguito uno dei più celebri del compositore tanto da essere arrangiato per diversi altri strumenti.
Nella morbidezza delle sue note, ritroviamo incanto e abbandono insieme a quel tono - ora intimo, ora un po' salottiero - che contraddistingue lo stile di vita della borghesia del secondo Ottocento.

Buon ascolto!

lunedì 18 giugno 2012

A lettere di fuoco

Fra due giorni inizieranno gli esami di maturità e, avendo fatto per un bel mucchietto di anni l'insegnante, confesso che la cosa mi provoca ancora una certa botta di ansia allo stomaco.
E' l'emozione che prende soprattutto nei momenti - mai trascurabili ! - in cui un'esperienza si apre o si conclude.

Ricordo che il primo giorno di scuola in cui incontravamo le nuove classi, erano emozionati gli alunni, ma lo eravamo anche noi insegnanti, quasi come debuttanti al primo ballo nonostante i diciotto anni fossero passati da un bel pezzo... un'emozione che non ha mai smesso di travolgermi perchè incontrare delle persone non è cosa che possa diventare facilmente routine.

Ma se l'inizio di un anno è importante per chiarire i patti e conoscersi, la conclusione non lo è meno.
Non si finisce un'esperienza scolastica così come capita: con docenti purtroppo pressati dall'urgenza di mille incombenze e studenti in quel clima di sbracamento che talora si osserva - per fortuna non ovunque! - ma che i media tendono a mettere in evidenza come se chiudere l'anno a lanci di uova e farina fosse ormai una moda irrinunciabile, un must. Ed esistesse solo quello.

Intendo dire che festeggiare per aver concluso un quinquennio di convivenza e di impegno culturale è bellissimo, ma c'è modo e modo....E con la festa, ci sono i bilanci umani, magari fatti insieme tra alunni e insegnanti: quel parlarsi di vita e di cose essenziali - come del resto è sempre stato attraverso le materie di studio - ma per una volta guardandosi in viso e azzerando i ruoli. Persone e basta, alle soglie della prova finale e dell'infinito dell'esistenza.

La maturità infatti - lo sappiamo tutti - non si conquista solo con l'esame, anche se questo resta sempre una tappa importante di cui salvaguardare valore e dignità, ma è un processo che comincia ben prima del fatidico esito scolastico e continua poi nel corso degli anni.
E' uno sguardo con cui osservare persone e cose, la letteratura italiana o i lirici greci, l'astronomia o i filosofi, la matematica o l'economia, uno sguardo che viene da dentro e li fa nostri.
E' apertura e desiderio, non equilibrio asettico ma passione, qualche volta anche sofferenza, perchè maturità è non restare indifferenti, ma lasciarsi ferire l'anima dalla Bellezza.
E questa non appartiene solo a un dipinto o a un testo poetico, ma anche alla qualità di relazioni che ci costruiscono dentro
, alle tante positive esperienze che i giovani hanno la possibilità di vivere con grinta ed entusiasmo e che segnano nel profondo "a lettere di fuoco".

Potrei fare molti esempi, ma sto pensando in questo momento all'amica blogger LaFlautista - che si affaccia proprio in questi giorni alla maturità classica - e al suo sito Vasetto di Margherite, delizioso angolo del quale tempo fa ho già parlato e che oggi voglio rispolverare.
Penso a lei perchè questa ragazza la maturità l'ha già nel profondo dell'anima, a pieni voti!
Andate a leggere alcuni suoi scritti: dal diario di viaggio della gita scolastica in Grecia lo scorso aprile, alla bellissima esperienza di volontariato che ci racconta in "Tre giorni Per-CORRERE" fino ai post intitolati "In cerchio" e "L'ultimo giorno di scuola"! Altro che conclusione a uova e farina....
Qui c'è la capacità di guardare la vita e la cultura cogliendone la ricchezza e lasciando fiorire in sè la gratitudine!

Allora, all'amica LaFlautista e a tutti coloro che fra due giorni affronteranno gli esami di maturità, dedico un brano di Bach tra i più famosi: grandioso, energico,
infuocato, pieno di gioia come la giovinezza che li contraddistingue!
Dalla "Toccata, adagio e fuga in Do maggiore BWV 564", pezzo del quale tempo fa ho postato l'Adagio, oggi propongo il primo movimento - la Toccata appunto - ancora una volta nella pregevolissima esecuzione del Maestro Enrico Viccardi.
Dopo la lunga parte introduttiva - virtuosistico assolo affidato prima alla tastiera e poi alla pedaliera - esaltato dalla potenza dei registri usati esplode il tema in tutta la sua vivacissima energia.
E la continua ripetizione che lo coniuga in diverse tonalità è davvero reiterata gioia che ci coinvolge e ci attraversa vibrante, festa senza fine insieme alla splendida e maestosa sonorità dell'organo.


Buon ascolto!

mercoledì 13 giugno 2012

"Aria": un soffio di magica leggerezza.

Mi ha sempre incantato la perfezione della natura nelle sue forme e nelle sue proporzioni, dalle manifestazioni più grandi del suo splendore a quelle più umili e nascoste.

Per restare stupiti, basta infatti osservare i colori di un paesaggio o la grandiosità della volta stellata, ma anche la disposizione dei petali di un fiore, il disegno di un cristallo di neve o la sequenza delle foglie in una pianta. Meraviglie create non da mano d'uomo, ma segni di una multiforme Bellezza creatrice, impronte divine che possiamo cogliere nel cielo, ma che troviamo disseminate anche nel prato sotto casa.


Per questo, oggi voglio regalare a chi passa di qui la delicata immagine del riquadro.
Si chiama "Taraxacum officinale", più comunemente detto "soffione", ed è una semplice pianticella che tutti conosciamo, che abita i nostri campi e con cui certo abbiamo giocato da bambini o forse anche un po' più in là.
Mi ha sempre affascinato la perfetta geometria delle sue infruttescenze, ciuffetti equidistanti dal centro, morbidi pelucchi simili a piccole stelle, lievi e delicate come i capelli di un bimbo.
Era bello soffiare sul cerchio trasparente in cima allo stelo e vedere impalpabili evanescenze perdersi nell'aria, volar via leggere nel loro grigio appena accennato eppure pieno di luce.
Era un gioco, certo, ma capace di regalarci qualche istante di meraviglia ed una percezione di ariosa levità.

E mi piace associare l'immagine del riquadro ad un brano di Giovanni Allevi che mi richiama proprio quel respiro di leggerezza.
Si tratta di
"Aria", dal cd+dvd "Allevi & All Stars Orchestra - Arena di Verona" del 2009, pezzo originariamente scritto per pianoforte solo e in seguito rielaborato dal compositore in versione orchestrale proprio per il concerto del settembre 2009 all'Arena di Verona. Qui Allevi suona infatti accompagnato dalla All Stars Orchestra, insieme creato per l’occasione e costituito da oltre 80 professori scelti tra i virtuosi dei più importanti ensembles musicali del mondo.

Nel brano, dopo la parte iniziale affidata ancora al pianoforte solo, si fa strada dolcissimo il fremito degli archi - prima sospiro appena percettibile, poi sempre più ampio e disteso - che va ad impadronirsi della melodia fino a trasformarla in un valzer di sognante splendore.
Ritmo, fluidità e delicatezza si fondono
così in una lievissima aria, davvero quasi una danza che sale accompagnata dai pizzicati in successive aperture di luminosa sonorità, anche se punteggiate qua e là di malinconia.
Da qui, il tema torna poi a farsi più sommesso e a riecheggiare dolcemente nel canto di alcuni singoli strumenti
fino al pianoforte che, questa volta accompagnato dall'orchestra, lo riprende nella delicatezza del suo ritmo iniziale.

Una pagina dalle sonorità talora forti e vibranti che si alternano ad altre più lievi e modulate secondo la voce dei vari strumenti.
Un brano che disegna per così dire una parabola e ci porta via con sè per restituirci al nostro ritmo naturale - quello del respiro - ma anche quello dei sogni e di uno sguardo d'incantata leggerezza sull'esistenza.

Buon ascolto!

venerdì 8 giugno 2012

Incantevoli richiami

Amo molto la musica del Settecento, penso si capisca da tante mie scelte.
Ma oltre ai compositori più grandi, mi è sempre piaciuto avventurarmi nell'ascolto di autori talora meno conosciuti perlomeno al di fuori del mondo della classica.
Meno conosciuti perchè la loro fama nel tempo è stata oscurata da altri e di conseguenza la loro produzione - indubbiamente nota agli addetti ai lavori - non lo è allo stesso modo al grande pubblico; tuttavia compositori pregevolissimi per la bellezza di alcune melodie o l'architettura di certi brani.
Trovano spazio tra loro, per esempio, molti autori di musica sacra con adagi, fughe, arie e sonate a volte una più bella dell'altra, capaci di toccare l'anima dell'ascoltatore. Forse meno famosi, tuttavia non per questo meno apprezzabili, ma sfaccettature originali e diverse di quell'unico meraviglioso cristallo che è la musica.
Se poi la loro produzione nel tempo è divenuta fonte d'ispirazione per altri, meglio ancora.


Navigavo giorni fa nel web alla ricerca di un pezzo di musica barocca, quando mi sono imbattuta nell' "Adagio per oboe, cello, organo e orchestra" di Domenico Zipoli (1688 - 1726) del quale conoscevo solo la Giga dalla II Suite in sol minore - pezzo più che noto ai principianti della tastiera! - e qualche brano per organo ma, lo confesso, non questo Adagio.

Si tratta di una melodia che si alza nitida su di uno sfondo orchestrale grandioso e struggente; tuttavia non mi ha colpito solo per la sua bellezza, ma anche perchè mi ha immediatamente ricordato uno tra i più famosi brani di Ennio Morricone se non in assoluto il più famoso, scritto per la colonna sonora del film "Mission" : "Gabriel's Oboe".
Straordinaria la somiglianza tra i due pezzi composti a poco meno di tre secoli l'uno dall'altro e accattivante l'idea che Morricone abbia preso spunto da Zipoli!

Mi piace sempre notare analogie, corrispondenze, passaggi o arie talora simili tra un compositore e l'altro.
Imitazione? Plagio? No, semplicemente cultura.
Cultura che riaffiora spontanea quando un testo viene assorbito e interiorizzato fino a riemergere ormai nostro.
Mi pare sempre molto bello che ciò accada: è come mangiare un cibo assimilandone la sostanza che diventa poi parte integrante del nostro organismo.
Così, ogni volta che un dato esterno entra a toccare la nostra sensibilità suscitando una reazione, si sedimenta nel profondo. E quando quel ricordo si staccherà per riaffiorare in superficie, sarà ormai rivissuto e fuso - talora anche in maniera inconsapevole - con la nostra creatività, antico e nuovo ad un tempo.
E cultura è anche capacità di rivisitare un brano riempendolo del proprio respiro.Mi sembra di poter interpretare così l'eco dello splendido pezzo di Zipoli che risuona in modo altrettanto splendido, intimo e grandioso in Morricone, anche se forse in questo caso, va fatta un'aggiunta.
Il tema del film "Mission" s'intreccia infatti in modo singolare con le vicende della vita di Zipoli: prima corista della cattedrale di Prato, sua città natale, e organista in particolare a Roma; poi missionario gesuita in America del sud fino alla sua morte nel 1726, a soli trentotto anni.
Forse non è lontana dal vero l'ipotesi che la ripresa di questo Adagio da parte del grande Morricone abbia voluto essere anche un consapevole omaggio al compositore e missionario toscano del quale - oltre ad una considerevole produzione - ci restano musiche scritte appositamente per gli indios Guaranì.

Buon ascolto!
(Per motivi tecnici, del brano di Zipoli ho dovuto scegliere una clip video che ne riporta solo la prima parte)

domenica 3 giugno 2012

"Momenti di trascurabile felicità"

Oggi, per questo post, prendo in prestito il titolo di un libro di Francesco Piccolo edito da Einaudi, che ho avuto tra le mani giorni fa dopo averne letto un'interessante recensione.
In esso l'autore, osservando quanto di questi tempi sia diffusa la pretesa di una felicità assoluta da perseguire ad ogni costo, propone invece il raggiungimento di piaceri - diciamo così - più a portata di mano, fatti di tante minime gioie o rivincite quotidiane.

Partendo dalla realistica constatazione che, nella vita in genere, le grandi felicità sono esperienze rare e di breve durata, Piccolo individua l'antidoto a questa condizione nella capacità di soffermarsi su piaceri di raggio più limitato. Momenti più trascurabili - come dice appunto il titolo - ma che in realtà proprio trascurabili non sono se possono costellare di serenità il nostro cammino quotidiano.
Infatti, imparare ad assaporare gioie più piccole, se non ci appaga totalmente, può tuttavia rendere le giornate più sopportabili salvandoci dalla nevrosi o dal pessimismo, soprattutto in tempi difficili come quelli attuali.

E quali sono queste gioie?
Penso sia facile per tutti noi stilarne un elenco. In fondo, al di là degli esempi portati dallo scrittore, ognuno ha le sue: dal piacere di un buon caffè di prima mattina, alla soddisfazione per un lavoro ben fatto, al sorriso di una persona amica, a una pausa-gelato da gustare in buona compagnia, a un brano di musica che ci canta dentro....ma anche a qualche piccolo gesto di segreta trasgressione che l'autore suggerisce con una certa dose di ironia.

Devo confessare però che, dopo l'invitante recensione, la lettura del testo mi ha un po' deluso e, al di là di qualche spunto umoristico, non vi ho colto grande spessore.
Tuttavia, l'argomento mi ha riportato alla mente uno scrittore francese molto in voga soprattutto qualche anno fa, Philippe Delerm, che proprio dell'attenzione verso le piccole cose quotidiane ha fatto quasi una filosofia di vita.
Nei suoi libri infatti, con accenti di delicata poesia, racconta gioie nate da sensazioni e ricordi, sapori e profumi, nostalgia e tenerezza. Da "La prima sorsata di birra e altri piccoli piaceri della vita", "Il piccolo libro degli istanti perfetti", "La parte migliore del giorno" fino a "Pagine di cioccolato" - solo per citarne alcuni, tutti editi da Frassinelli - c'incontriamo con piacevoli narrazioni che hanno il pregio di mostrarci anche la più scontata quotidianità attraverso uno sguardo pieno di stupore. Uno sguardo che non ha perso lo scintillìo dell'infanzia e che ci aiuta a immergerci nel momento presente gustandone tutta la felicità.
Insomma, una vera boccata di aria fresca!

Così, insieme a Snoopy e al suo inseparabile Woodstock, anche noi oggi ci godiamo questo momento - non trascurabile! - di felicità musicale con un giocoso e vivacissimo brano di Francois Couperin, "Le tic-toc choc ou les Maillotins".
Si tratta di un pezzo originariamente per due clavicembali e dalla scrittura piuttosto semplice, ma in realtà, nella presente versione per pianoforte (uno solo!), l'esecuzione diventa molto più complicata perchè entrambe le mani devono suonare sulla stessa ottava. E per di più, il tema è affidato alla sinistra.
Ma se l'esecutore è un vero virtuoso, ne deriva un ritmo fantastico.


Buon ascolto!


mercoledì 30 maggio 2012

sabato 26 maggio 2012

Nell'infinito dei giorni

Oggi, a chi passa di qui, desidero augurare buon weekend con una musica che unisce dolcezza a malinconia e ci conduce gradualmente in un clima pacato e meditativo.

Si tratta del famosissimo brano di Ludovico Einaudi intitolato "I giorni", dall'omonimo cd: pezzo non recentissimo, nato dalla suggestione di un viaggio in Africa, ma sempre affascinante per la capacità del compositore di creare atmosfere che vanno al di là della pura e semplice fonte d'ispirazione.
La sua musica infatti ci dà subito la misura di uno stato d'animo, di un clima d'intimità, di un ricordo o un sospiro magari mentre si guarda il cielo dietro le finestre di casa.

E' lo scorrere del tempo con il divenire che la natura ci offre ad essere tema di tanta parte della sua produzione, ma la realtà esterna è spesso solo occasione per rientrare in se stessi.


Confesso che nelle composizioni di Einaudi ho sentito spesso una vena di tristezza un po' eccessiva per il mio carattere e qua e là qualche spunto talora troppo ripetitivo; tuttavia trovo splendido questo brano per la semplicità e il rigore che lo contraddistinguono.
E' una melodia che prende subito, fin dalle prime lievissime note scandite da silenzi ricchi di intensità, e si afferma poi in un crescendo sempre più marcato.
Allo stesso modo, nelle successive riprese, pacate variazioni si dipanano come pensieri che vagano nello spazio indefinito del tempo.

Ascoltando "I giorni", si comprende facilmente che tante composizioni di Einaudi siano nate anche come colonne sonore di film proprio per la loro delicatezza quasi minimalista che le rende capaci di creare un clima che - con poche semplici note - narra, commenta e induce a pensare. Quello di Einaudi infatti è lo sguardo di chi legge la realtà cercando di penetrarne il senso o il segreto, e di coglierne le risonanze interiori sul filo di una sottile introspezione.
Propongo qui il brano nella versione orchestrale che - come sempre accade quando al pianoforte solo si aggiunge l'orchestra - amplia e valorizza la bellezza della melodia attraverso la suggestione degli archi che, in questo caso, le conferiscono delicatezza e insieme solennità.
E come sempre, il live del concerto ci consente di cogliere più da vicino il rapporto tra il compositore e il proprio strumento. Entriamo così nel vivo del pezzo: una melodia inizialmente lenta ed essenziale che, attraverso le pause, la morbidezza, la continua riproposizione del tema - sempre uguale e pur sempre diverso - ci racconta mille storie di malinconia e di dolcezza, di sgomento e di forza,
di solitudine e attesa.
Un po' come i giorni che scorrono nella nostra vita, sempre uguali e pur sempre diversi, come le tante vicende che l'attraversano e ci attraversano.

Buon ascolto!

(Nel riquadro in alto "Stanza a Brooklyn" di E.Hopper)

lunedì 21 maggio 2012

Silenzio

Piove, stasera.
Piove a dirotto sui vetri della mansarda, mentre intorno c'è silenzio e fuori il verde della campagna affonda lentamente nel buio.

Piove alla fine di tre giornate difficili: l'orrore della strage a Brindisi, il terremoto dell'altra notte in Emilia e le scosse che ancora si susseguono.
Eventi imprevisti e imprevedibili che riempiono di sgomento come sempre quando è la morte a sconvolgere previsioni, progetti, vite, ma anche una compagine esistenziale che si credeva serena e sicura.

Da qualunque parte arrivi - da mano d'uomo o dal cuore della terra - la morte lascia sempre disorientati e travolti da dubbi, rabbia, orrore, paura, ma anche dalla percezione del mistero intorno a noi.
"Uno sarà preso e l'altro lasciato..."
: come non pensare a queste parole evangeliche?
Ma viene in mente anche Montale : "Ah, l'uomo che se ne va sicuro, / agli altri ed a se stesso amico, / e l'ombra sua non cura che la canicola / stampa sopra uno scalcinato muro!".

Domani, giustamente, sarà la capacità di reagire a far sentire la propria voce, da un lato nella solidarietà e nella ricostruzione, dall'altro nel grido contro ogni forma violenza, in particolare quella che colpisce chi è impegnato a progettare il proprio futuro, come i giovani.
Oggi, però, mi pare il giorno della preghiera, dell'intimità : tante parole non servono davanti al dolore, serve forse un silenzio come quello del Sabato Santo che precede, spera e attende la Resurrezione.

E non sembri una contraddizione che questo silenzio sia scandito dalla musica! Anch'essa è silenzio, se ha la forza di aprirci al nostro universo interiore consentendoci di entrare nelle profondità di noi stessi, come un palombaro s'immerge nei fondali marini alla ricerca di segreta bellezza.

In quell'abisso dell'anima scendiamo stasera con un brano di Piotr Ilic Tchaikovsky (1840 - 1893), che desidero dedicare a tutte le vittime di questi giorni, ma anche ai sopravvissuti.
Si tratta dell' "Andante cantabile" dal "Quartetto per archi in Re maggiore N.1 op.11", un pezzo di profonda suggestione e grande intimità.
Nonostante la storia della musica conti numerosi e splendidi brani di tono meditativo indicati di solito con
Largo o Adagio o appunto Andante - brani che ritroviamo, ad esempio, nel secondo tempo di concerti o quartetti - mi pare tuttavia che questo sia un pezzo di rara intensità tanto sa addentrarsi nell'anima con toni intimi e struggenti.
Ho trovato qualcosa di simile forse solo nel secondo tempo del famosissimo Quartetto op.76 N.3 di Haydn (vedi post del novembre 2010 intitolato "Gran premio"), soprattutto nella sua parte finale dove le ultime variazioni sul tema spalancano abissi d'ineffabile bellezza.

Certo, Bach, Mozart, Beethoven, Chopin - per fare solo alcuni nomi - sanno condurci in atmosfere di altrettanta profondità, ma qui mi pare che Tchaikovsky, soprattutto nella parte iniziale del brano, abbia saputo raggiungere in modo straordinario e mirabile quell'abisso variegato di luci e di ombre che tutti portiamo dentro.

Buon ascolto!

giovedì 17 maggio 2012

Splendore di un "Padre nostro"

La musica, nel tempo, è sempre stata espressione delle passioni e dei sentimenti di singoli individui, ma anche della vita di un popolo, di una società, di un gruppo, di gente insomma che in certe note o nelle parole che le accompagnano si è riconosciuta e identificata.

Così è stato per gli inni nazionali e i canti patriottici, ma anche per quelli popolari, tradizionali e religiosi che hanno animato intere comunità.
Comunque siano nate e dovunque abbiano tratto origine, tante composizioni hanno manifestato il carattere di un popolo ricordando la sua storia, celebrando la sua epopea, esprimendone la sofferenza o innalzandone la preghiera.

In quest'ultimo campo in particolare, la musica sacra ha sempre rappresentato un preziosissimo patrimonio non solo religioso, ma anche culturale, ricco di molteplici sviluppi e differenti caratteri legati alle peculiarità del culti locali.
Interessante, a questo riguardo, è la tradizione religiosa ortodossa che si distingue per un repertorio musicale di grande ricchezza e spessore.

Si tratta di canti liturgici densi di profonda carica emozionale e immediatamente riconoscibili
per il ritmo lento e solenne, che ci fa intuire il sapore di una storia e ci comunica i tratti della profondissima spiritualità che sta loro alle spalle.

Quello che oggi propongo all'ascolto è un pezzo molto famoso, forse uno dei più conosciuti in questo ambito.
Si tratta di
"Otche Nash", versione in antico slavo ecclesiastico del "Padre nostro", musicata dal compositore russo Nikolaj Kedrov Sr. (1871-1940), raffinato conoscitore della tradizione del canto liturgico ortodosso.

E' una melodia che - pur nella semplicissima scrittura musicale - sale progressivamente nell'armonica fusione delle quattro voci e va facendosi sempre più intensa in uno splendore polifonico che raggiunge vette altissime.
Il brano, infatti, è di una suggestione che mette i brividi e prende subito, a cominciare dal grandioso accordo che - nel finale della seconda battuta - si allarga proprio sull'ultima sillaba della parola "nebeseh" (cieli) a significarne l'ampiezza. Si tratta di un accordo aperto - come pure i successivi - quasi al limite della dissonanza, e proprio questa sua apertura ci aiuta a cogliere il senso d'infinito che la parola nebeseh rivela.

Al di là della potenza dei bassi, colpisce anche la grande coesione del coro in cui ogni singola voce è inserita in un'armonia più vasta, in una dimensione di sintonia con gli altri e più ampiamente con tutta la creazione: una forma che non ha valore puramente estetico, ma assume il ruolo di vera e propria scuola spirituale. E in quest'ottica, quale preghiera migliore del Padre nostro può essere affidata all'espressione di un coro unanime, invece che ad una voce solista?

Un canto, dunque, che coinvolge in modo viscerale,
com'è tipico di tanti inni della tradizione ortodossa in cui il popolo effonde il proprio cuore, melodie soffuse di malinconia e tuttavia aperte a vigorosi toni di fede e di speranza.

E scrivendo - forse più ancora che per ogni altra musica - mi rendo conto che non bastano le parole, ma occorre lasciarsi attraversare da queste note fino a vibrare in sintonia con esse verso quell'attitudine contemplativa e quel silenzio interiore a cui ci aprono.

Buon ascolto!
(Nel riquadro in alto, icona con San Romano il Melode)

 

venerdì 11 maggio 2012

Maggio : colazione in giardino.

Un'atmosfera di pacata serenità e di pensosa attesa, nell'ordinata simmetria di colori e di luce che inquadra le figure nell'ambiente circostante: questa è la prima impressione che mi trasmette il dipinto di Amedeo Bocchi (1883 - 1976) "La colazione del mattino", conservato a Piacenza alla Galleria Ricci Oddi.

Tre figure femminili sono sedute intorno a una tavola a regalarci un quadretto familiare ritmato dalla profonda calma dei gesti, dal silenzio intorno e dalla vivida luminosità dei colori: in particolare il bianco della tovaglia, degli abiti, e il verde del giardino retrostante sul quale la luce del sole crea effetti quasi fosforescenti.
E' una luce che illumina la scena di spalle, carezzando i capelli della donna anziana al centro, regalando un tocco di fascino allo chignon e al vestito della giovane a sinistra, e posandosi a sprazzi anche sul tavolo dal quale si riflette poi lievemente sui volti.

Ma, a dare risalto alla freschezza del bianco e alle tonalità di verde, è anche il vasetto di fiori colorati che crea ombre e prospettiva nello spazio attorno al quale le tre donne fanno colazione chiuse in un silenzio assorto. Solo la ragazzina a destra è colta in movimento; le altre due figure, nel loro tacito indugiare sembrano mettere tra sè e gli oggetti la distanza di chi attende o di chi, ad occhi bassi, è portato via da un pensiero lontano.


E c'è silenzio nel dipinto, un silenzio che si fonde pienamente con la luminosità dei colori, come fossero questi a parlare narrandoci vicende di malinconia o di speranza, di quotidianità o di attesa.
Dal candore degli abiti e della tovaglia - quasi il bianco fosse simbolo di un tempo intatto ancora da scrivere com'è in fondo quello del mattino - al grigio dell'anziana al centro
che in qualche modo ha già vissuto la sua stagione, tutto ci conduce nella particolare atmosfera creata dal pittore. La respiriamo, seduti anche noi a quella tavola, attraverso le ampie e distese campiture di colore e la luminosa quiete del parco che intuiamo là dietro, a incorniciare scena.

Tre donne che fanno colazione in giardino, ma anche tre età della vita colte nel loro differente approccio all'esistenza.La più giovane che beve dalla tazza quasi senza pensare sembra infatti esaurire la propria personalità in quel gesto, mentre delle altre due Bocchi ci rivela un più vivo spessore nel loro assorto indugiare: la giovane con la tazza in mano quasi a soppesare dentro di sè ciò che l'attende e l'anziana ferma in atteggiamento di pacato distacco.

Trovo questo dipinto affascinante e soffuso di grazia, così come altre opere dello stesso autore, pregevole anche per la sua originalità. Nel variegato panorama delle avanguardie del Novecento, infatti, in un contesto in cui si afferma già l'astrattismo, Bocchi non si allontana dalla pittura figurativa, ma elabora un suo percorso particolare incentrato soprattutto intorno alla rappresentazione dell'universo femminile, studiato anche nei suoi risvolti psicologici.

Ne è un chiaro esempio il dipinto riportato qui a fianco e intitolato "Nel parco", dove ancora una volta protagonista è una donna, colta nella sua eleganza e incorniciata nel verde di uno splendido giardino.
Un quadro che fonde semplicità e raffinatezza, arricchito dal consueto luminoso cromatismo che a taluni critici ha fatto accostare il nome di Bocchi a quelli di Klimt e di Matisse.


A commento di queste composizioni pittoriche, la suggestione di un brano di Bach: il "Largo ma non tanto" dal "Concerto in re minore per due violini, archi e basso continuo BWV 1043" che ci conduce in un'atmosfera sospesa tra luminosità e malinconia.
Il pezzo - incantevole e famosissimo - ci accompagna pacato nel dialogo tra i due strumenti solisti che alternano la melodia e la fioritura di note che le dà spessore, così come luci ed ombre dei due dipinti creano sfumature e riflessi che danno loro vita.
E Bach sembra regalarci una pensosa dolcezza simile a quella che respiriamo nelle immagini.


Buon ascolto!

sabato 5 maggio 2012

Ipoteche di speranza

Mi capita spesso di ripercorrere con la mente i brani postati da poco tempo non solo perchè - come scrivevo già in passato - mi restano dentro simili a una sorta di colonna sonora, ma perchè lasciano affiorare sempre altri aspetti della loro bellezza che in precedenza non avevo notato.
Come quando si rilegge un libro o si osserva ripetutamente un dipinto, anche i successivi ascolti di un brano musicale ci regalano sempre particolari nuovi, nuove suggestioni consentendoci di apprezzare melodie o passaggi che magari non erano stati ancora oggetto della nostra attenzione.

Mi è accaduto, in questi ultimi giorni, soprattutto con il pezzo di Rossini postato lo scorso Venerdì Santo e che - come sempre in certe festività - avevo lasciato senza alcun commento perchè fossero solo le note a parlare.
Si tratta della parte introduttiva dello
"Stabat Mater", una composizione che, per certi aspetti, ci svela un Rossini differente da quello più noto per le sue arie di tono vivace e brioso.
La contemplazione di Maria sotto la croce è segnata infatti da accenti tragici di rara bellezza, sia nel tema iniziale che si snoda lento quasi accompagnando il pianto della madre, sia in certe aperture affidate alla voce solista.
Si alternano infatti tonalità minori e maggiori a sottolineare ora i singhiozzi, ora la condivisione della sofferenza col Crocifisso, fino a culminare nel grandioso "dum pendebat Filius" che il coro canta con un'intensità che mette veramente i brividi.

Mi colpisce sempre la versatilità del musicista pesarese, capace di rallegrarci con i ritmi delle sue arie e delle sue ouvertures solari e scintillanti, ma anche così fortemente drammatico.
Certo non è il solo tra i compositori a presentare una duplicità di aspetti. Basti pensare a Mozart: c'è quello salottiero e galante di certe serenate e quello più intimo dell' Ave verum; c'è il Mozart cristallino di alcuni concerti e quello intensamente cupo del Requiem. E il discorso può valere anche per altri musicisti.
C'è comunque in Rossini una vivacità straordinaria che si esprime anche attraverso le scelte dell'organico orchestrale e insieme a questo una vena di teatralità irrefrenabile che talvolta affiora persino in opere di argomento più serio, basti pensare al "Cuius animam" sempre nello "Stabat Mater".

Oggi è proprio il Rossini più sereno quello con cui vorrei augurare buon weekend a chi passa di qui.
La "Sonata a quattro N.1 in Sol maggiore" nel suo primo movimento è infatti un brano scorrevole e sognante, un'apertura alla speranza
di cui tutti in qualche modo abbiamo bisogno. Il compositore infatti, attraverso la leggerezza del tema e il ritmo dei pizzicati, ci porta via sull'onda di una melodia sinuosa e lieve come un volo di farfalle che sembra quasi scritta per la danza.
Una sonata che risolleva il cuore e riempie di gioia come quando - per usare un paragone preso giusto dal mondo delle note - riusciamo a comprare il biglietto per il concerto del nostro musicista o cantante preferito. Magari la data del concerto è ancora lontana, magari non è neppure vicino a casa e non sappiamo nemmeno se riusciremo ad andarci, ma quel biglietto in tasca ci riconforta e ci fa sognare, diventa una proprietà tutta nostra come avessimo messo un'ipoteca di speranza sul nostro futuro.
E nell'attesa, siamo davvero più ricchi!


Buon ascolto!