Non so se, in alto loco, perdoneranno il mo ritardo nel celebrare qui la festa dell'Annunciazione che cadeva il 25 marzo. Ma confido nella larghezza di cuore di quanti vivono ormai al di là delle esigenze del calendario.
Così oggi vi presento Maria e l'Angelo in un dipinto di Dominikos Theotokopulos, più conosciuto come El Greco (1541 - 1614), artista di origine cretese ma vissuto anche in Italia dove è venuto a contatto col colorismo veneziano e poi in Spagna dove ha lavorato alla corte di Filippo II.
Pittore originalissimo, il cui stile predilige figure sinuose e allungate e una luce intensamente drammatica che talora può ricordare il Tintoretto, El Greco si distingue anche per tratti di notevole modernità rispetto al periodo in cui opera. Per rendersene conto basta osservare qui a lato la "Veduta di Toledo", dipinto molto rappresentativo sul quale tornerò in futuro.
Non sapessimo che è stato realizzato nel 1610, forse lo scambieremmo per un'opera di Cézanne o magari di Kandinsky.
Oltre ad una dimensione visionaria, infatti, leggiamo nell'artista un predominio del colore sulle linee e una deformazione espressionistica volta a lasciare in secondo piano il realismo dell'oggetto raffigurato, per far emergere i sentimenti e le emozioni che esso può suscitare.
Così è anche per l' "Annunciazione" che vedete, conservata al Museo Thyssen Bornemisza di Madrid. Lo testimoniano le figure allungate, l'espressione estatica di Maria insieme all'atmosfera di misticismo, i contrasti luministici, ma direi soprattutto l'ambientazione in uno spazio più che mai visionario nel quale universo terreno e ultraterreno si fondono.
C'è la corte celeste ad assistere all'annunzio portato alla Vergine, tra cherubini sotto e angeli musicanti sopra le nuvole, come potete
osservare dalle foto. Una corte celeste che mi fa sempre pensare a quel Sermone di San
Bernardo che ho già citato altre volte, nel quale il Santo immagina che
tutta la creazione in cielo e in terra sia rimasta per un attimo col fiato sospeso in attesa del Sì di Maria.
Tecnicamente, gli angeli musicanti sono raffigurati in una sorta di folla confusa che, se rende il dipinto diverso dai concerti talora un po' ieratici degli artisti del passato, testimonia però la capacità del pittore di ambientare liberamente le figure nello spazio secondo la lezione del Barocco di cui siamo solo alle soglie. L'opera infatti è stata realizzata tra il 1596 e il 1600.
Interessanti anche le pennellate di colore sommarie, veloci e modernissime nei raggi che escono dalla colomba dello Spirito Santo che vedete qui a lato insieme a frotte di cherubini. Se ne sarà ricordato William Congdon nel realizzare alcune sue opere come la Natività?...
Ma colpisce anche l'espressività dei gesti dell'Angelo e di Maria che ci restituiscono lo spessore dell'evento: una fanciulla estatica ma anche turbata, che forse intuisce - e certo intuirà in futuro meditando le Scritture e mettendo assieme i pezzi di quanto le accade - il destino di morte e resurrezione di Colui che deve nascere.
Proprio per questo - ma anche in considerazione della vicina Settimana Santa - nella scelta del brano di musica non ho pensato ad un "Et incarnatus est" come talora ho fatto in passato, ma allo "Stabat Mater" che Franz Joseph Haydn ha scritto nel 1767, e in particolare al "Quando corpus morietur".
Si tratta del movimento finale della composizione, che in realtà unisce due tempi caratterizzati da tratti musicali molto diversi: il "Quando corpus morietur" lento, cupo e struggente nella tonalità di Sol minore, e il "Paradisi gloria" decisamente vivace in un luminoso Sol maggiore. Vi si alternano solisti, coro e la voce del soprano che si fa ancora più smagliante in alcuni passaggi di coloratura.
Anche la struttura è differente: il primo è un Largo assai il cui tema iniziale può ricordare il celebre "Quando corpus morietur" che Pergolesi aveva scritto circa trent'anni prima e al quale forse anche Rossini si sarà ispirato nel 1842.
È un pezzo meditativo che apre uno squarcio drammatico sulla realtà della morte, ma che non si ferma lì perchè il testo dello Stabat Mater - ricordiamo, attribuito a Jacopone da Todi (1208 - 1306) - prosegue con "fac ut animae donetur Paradisi gloria".
Così, la seconda sezione del brano - il "Paradisi gloria" seguito dall'Amen conclusivo - apre a una speranza che musicalmente Haydn ci restituisce attraverso una fuga grandiosa e scintillante che inizia dai bassi procedendo su su verso l'alto fino ai soprani. Una speranza ribadita con profonda convinzione in quel Paradisi perfettamente scandito - a ogni sillaba una nota - e insieme attraverso la durata che il compositore attribuisce al pezzo rendendolo più ampio del precedente.
Il brano va poi a concludersi con le voci di tutti, in una coralità che ci fa percepire gioiosamente ciò che l'Annunciazione prefigura.
Buon ascolto!
(Le foto sono prese dal web)




10 commenti:
non conoscevo questi dipinti di El Greco: sono bellissimi. Anche il brano di Haydn è molto bello, pur essendo io legato da un amore viscerale allo Stabat Mater di Pergolesi.
Buona domenica Annamaria
Anche a me piace molto lo Stabat Mater di Pergolesi. Ad Haydn mi lega invece proprio un amore viscerale simile a quello di cui parli, non tanto per questo brano pur bello, ma per composizioni come "La creazione" e "Le stagioni".
Buona domenica a te, Luigi, e grazie!!!
La soavità di questo brano mi ha conquistata subito, associarla poi alle immagini che hai condiviso di questo artista greco, che non conoscevo, ha aumentato la mia suggestione.
Approfitto per inviarti, in quest'atmosfera mistica, i miei auguri per una Settimana Santa piena di spiritualità.
El Greco è un artista di grande suggestione e Haydn uno dei miei musicisti preferiti, dopo Bach e Mozart. Auguri anche a te, cara Marina, per una Settimana Santa e una Pasqua serene. Grazie!!!
Come al solito, preziosissime indicazioni. Che Dio la benedica.
Grazie di cuore anonimo...Dio benedica anche lei!
Non posso che concordare sulla preziosità di ognuno dei tuoi scritti.
E mi fa piacere augurarti una serena Pasqua, Annamaria carissima, con affetto e un grande abbraccio.
Grazie carissima Siu, siete tutti molto buoni!
Grata per averti conosciuto anche se solo dietro lo schermo di un computer, ti auguro anch'io una Pasqua serena e ti abbraccio forte!
In una nota di un libro su El Greco che aveva mio zio, sfogliandolo non so perché l'occhio mi cadde su quella nota, lessi che il giovane El Greco a Roma potrebbe aver incontrato Palestrina. A proposito di Stabat Mater, una cosa strana è l'accento delle parole che si ascolta alla fine di quello di Josquin Desprez: quando corpùs morietùr fac ut anìmae donetùr, non ce n'è uno giusto. Qui le voci hanno un andamento omofonico, non c'è contrappunto. La partitura non l'ho vista, ma si sente che siamo in metro binario. All'epoca la divisione in battute non c'era e questo consentiva una maggiore libertà. Forse questi accenti strani derivano dal fatto che cadono in battere, dal punto di vista odierno. Penso che sia difficile, ma forse bisognerebbe cantare con gli accenti giusti anche se cadono tutti in levare, attenuando la regolarità del ritmo.
In effetti, guardando la cronologia, un incontro tra il giovane pittore e il musicista ci starebbe. Interessante quanto scrivi sugli accenti dello Stabat Mater di Joaquin Desprez. Grazie!
Posta un commento