sabato 28 febbraio 2026

Maestro e allievo

Strano non averlo ancora pubblicato! 
Quando per caso giorni fa ho risentito 
su youtube il pezzo che vedete, ho fatto passare tutte le composizioni che ho qui a lato alla voce Bach - e ci vuole una bella pazienza perchè sono 105! - così mi sono accorta che no! non c'è proprio.

Poi però ho capito il motivo. L'attribuzione del brano è incerta, forse a suo tempo non ho avuto voglia di indagare oltre e l'ho abbandonato al suo destino. Oggi invece l'ho voluto rispolverare andando anche a vedere cosa dicono i sacri testi in proposito. Così ho scoperto che sono state avanzate ipotesi che l'autore - invece del nostro Giovanni Sebastiano - sia l'organista Johann Tobias Krebs insieme al figlio Johann Ludwig che di Bach era stato era stato allievo, ed era diventato un organista abilissimo quasi quanto il suo maestro. 
Oltre ai due Krebs, si fanno poi anche altri nomi, tuttavia, non essendo sicura la
paternità, la questione resta aperta.

Ma qual è il brano di cui sto parlando e perchè mi è piaciuto?
Si tratta del "Preludio e Fuga in Do Maggiore BWV 553", pezzo che apre la serie degli "Otto Piccoli Preludi e Fughe BWV 553-560" pensati probabilmente da Bach a scopo didattico. Proprio per questo è possibile ipotizzare che avesse coinvolto nel lavoro gli allievi migliori perchè si impadronissero delle tecniche compositive.

Il Preludio, che qui trovate seguito dalla breve Fuga, è la parte che mi ha maggiormente colpito per vari motivi primo dei quali la chiarezza e la semplicità della costruzione in Do Maggiore, come potete notare dallo spartito. Quella che ho pubblicato è la versione originale per organo ma - a parte il fatto che esistono trascrizioni per pianoforte - spero di non scandalizzare nessuno se dico che una scrittura di questo tipo mi sembra abbordabile anche da una sola tastiera, fondendo la parte del pedale con quella della mano sinistra. 
Inoltre, va sottolineato il fatto che la tonalità di Do Maggiore, con la sua mancanza di alterazioni 
in chiave, è a volte più facile delle altre. Dico a volte perchè di Bach, da questo punto di vista, non sempre ci si può fidare, ma qui non sappiamo con certezza se l'autore sia proprio lui. 

Ma se davvero a comporre questo brano fosse stato l'allievo, oserei dire che ha citato il maestro con alcuni riferimenti. Voi che cosa ci sentite?
A me vengono in mente due brani. Il più immediato è il "Preludio in Do
 minore BWV 847" dal I libro del Clavicembalo ben temperato - croce e delizia di chissà quanti studenti di pianoforte - che possiamo ritrovare nelle quartine della mano destra delle battute 5 - 8 dello spartito, e nelle riprese successive anche in quelle della sinistra. 
Il secondo riferimento invece è la "Sonata per organo n.5 in Do maggiore BWV 529"
della quale il Preludio BWV 553 riprende l'esordio insieme alla tonalità e che, per maggiore chiarezza, vi riporto qui nel suo primo tempo. 

Ascoltandolo e osservando la complessità della sua costruzione con le voci che s'inseguono e s'intrecciano in un'elaborazione d'inesauribile ricchezza inventiva, si nota subito quanto il Preludio BWV 553 sia invece più semplice e schematico. Dal confronto si potrebbe quindi pensare che quest'ultimo sia davvero opera di qualche allievo.
Tuttavia, a mio avviso il suo tema 
che, dalla tonica di Do maggiore, sale subito di tonalità andando a convergere nel giro di dodici battute sulla dominante di Sol maggiore, è luminoso, assertivo e indubbiamente di grande effetto. Un tema che  risolleva e, più che a un brano in funzione introduttiva com' è un preludio, mi fa pensare a un finale pieno di energica gioia.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web) 


sabato 21 febbraio 2026

Coltivare parole - 2












Desiderio di cose leggere


"Giuncheto lieve biondo
come un campo di spighe
presso il lago celeste

e le case di un’isola lontana
color di vela
pronte a salpare –

Desiderio di cose leggere
nel cuore che pesa
come pietra
dentro una barca –

Ma giungerà una sera
a queste rive
l’anima liberata:
senza piegare i giunchi
senza muovere l’acqua o l’aria
salperà – con le case
dell’isola lontana,
per un’alta scogliera
di stelle -"

È stato il titolo della poesia che vedete a prendermi subito, tanto che ho scelto di iniziare con essa questa breve carrellata di testi. 
Avrete certo riconosciuto una delle voci più profonde e delicate del Novecento:
Antonia Pozzi (1912 - 1938), "anima palpitante, ridente, nostalgica, appassionata" come lei stessa si definiva. Non è mia intenzione ripercorrerne qui la tragica vicenda esistenziale che l'ha condotta al suicidio a soli ventisei anni o delineare tutti i tratti della sua poetica già analizzati da numerosi critici, ma vorrei soffermarmi su alcune immagini e parole a mio avviso particolarmente evocative.

I suoi scritti sono una sorta di diario interiore in cui si riflette l'angoscia di una passione amorosa osteggiata e di un'ispirazione poetica non riconosciuta, fonte di una sfasatura esistenziale che la poetessa cercava di colmare col suo amore per la natura e soprattutto per la montagna. 
È una persistente ricerca di sintonia con la vita la sua, alimentata da un'acutissima sensibilità
: una forte e talora disperata tensione spirituale che tuttavia sa sciogliersi in versi di grande dolcezza capaci di far affiorare con semplici tratti l'essenziale delle cose.

In questo testo del 1934, nella cornice di una natura dai colori tenui, la poetessa sogna di poter alleggerire il proprio cuore pesante come una pietra e attende il momento che la condurrà a sanare quella frattura che la sua sensibilità le ha sempre fatto cogliere tra gli eventi esterni e i desideri del profondo.
Le prime due brevi strofe descrivono un paesaggio e ci presentano immagini dalle tinte 
sfumate in un periodare senza verbo principale, come vere e proprie pennellate di un quadro interiore. La leggerezza invocata è già presente nella fragilità del giuncheto, nel lago non banalmente azzurro ma celeste, e se vogliamo anche nel respiro dato dalla lontananza dell'isola e da quelle case pronte a salpareÈ una prospettiva che si apre verso l'infinito e si amplia ulteriormente nella suggestione del chiaro color di vela.

Troviamo poi il verso centrale su cui s'impernia il testo, desiderio di cose leggere, che ci fa intendere le immagini precedenti - il giuncheto, il campo di spighe, il color di vela - non come descrizione fine a se stessa, ma proiezioni dell'intenso bisogno della poetessa di deporre il fardello che la opprime.
Infine il sogno della liberazione attesa in cui, abbandonati i pesi, l'anima avanzerà silenziosa e impalpabile - senza piegare i giunchi / senza muovere l’acqua o l’aria - verso il luogo in cui la sintonia con la vita sarà piena. 
Più forte e insieme colma di mistero è la bellissima immagine finale di un'alta scogliera di
stelle, approdo contemplativo cui dirigersiche fonde e ricompone in sè solidità e leggerezza, realtà scabra e sogno, oscurità e splendore. 

La poetessa sembra qui voler oltrepassare una linea di confine che molti critici hanno interpretato come un anelito di liberazione nella morte, cosa del resto suffragata dalla sua vicenda esistenziale e dal riferimento alla sera. 
Ma non so se si tratti solo di questo...Insieme a qualche
reminiscenza di un oltretomba dantesco che colgo qua e là, il suo desiderio di cose leggere mi sembra prima di tutto quello di una liberante esperienza spirituale, un viaggio interiore che le restituisca sintonia con se stessa e col mondo esterno. Pronte a salpare con lei, infatti, non sono barche, ma le case dell'isola lontana, quasi la ritrovata leggerezza vada a coinvolgere tutto ciò che sta intorno.

Ma al tempo stesso, leggo nelle sue parole anche un movimento inverso. 
Me lo suggeriscono i termini giuncheto, desiderio e anima, soggetti delle varie strof
e che testimoniano un passaggio dalla realtà esterna a quella interiore: un procedere che ricorda alcune poesie di Ungaretti che iniziano proprio dalla visione di un panorama, passano poi a una percezione e infine a una riflessione esistenziale.
Anche qui ravviso uno sviluppo simile: prima un'osservazione esterna, poi 
il bisogno che essa ispira e infine il riferimento al nucleo più profondo del proprio sentire. E mi pare significativo anche il fatto che la poetessa non parli in prima persona come a comunicare un'esperienza individuale, ma usi dei sostantivi che definiscono una situazione quasi essa fosse universale, nella quale anche noi che leggiamo potremmo talora riconoscerci. 

Versi toccanti, dunque, e proprio la voce di Antonia Pozzi in questa lirica mi ha fatto pensare al suono del violino, strumento che sa squisitamente modulare la sua intensità e forse più di altri può ricordare la voce umana. 
Così, alle sue parole dedico uno dei pezzi 
più affascinanti della musica del secondo Ottocento: l' "Adagio" del "Concerto per violino e orchestra in Re Maggiore op.77" di Johannes Brahms (1833 - 1897). 
Una lunga e serena introduzione orchestrale, quasi una preparazione d'anima,
precede l'attacco del solista che esordisce con un'aria fatta di archi melodici molto ampi che l'orchestra fa riecheggiare. È un procedere che ci conduce da grandi altezze ad abissi oscuri dove talora si coglie un vivo contrasto tra dramma e lirismo, profondità sconfinate e intima dolcezza. 
Qui, la voce acuta del violino si fa ora canto soave, ora grido angoscioso, ora 
riposante respiro, ora tormentoso affanno, sempre in uno struggente dialogo con l'orchestra. 
Note che mi piace associare ai versi della poetessa e che, in certi passaggi,
sembrano scavare nell'anima anche al di là delle parole. 

Buon ascolto!

(La foto, che rappresenta un dipinto di Jozef Vinck (1900 - 1979) intitolato "Paesaggio lacustre", è presa dal web.) 

sabato 14 febbraio 2026

Travestimenti

Stiamo attraversando il periodo di Carnevale, festa che - per quanto abbia radici antiche e significati di un certo spessore - francamente non ho mai amato. Non so perchè. 
Quando ero bambina queste giornate avevano per me il sapore 
delle frittelle che faceva mia mamma o il colore dalle stelle filanti lanciate per strada. 
Ma la festa non mi ha mai preso più di tanto. E se
pure semel in anno licet insanire per abbandonarsi allo scherzo e alla trasgressione ribaltando ruoli e appartenenze sociali, le tradizionali sfilate di carri con i loro riferimenti satirici a personaggi di attualità non hanno mai suscitato in me particolare interesse. 

Ciò che però, da bambina, non mi dispiaceva affatto era l'abitudine di travestirsi, anche se i nostri giochi, più che sul Carnevale, nascevano dal desiderio di imitare il mondo degli adulti, cosa che - logicamente - ha fatto poi il suo tempo. 
Ci travestivamo, sì, io e le mie compagne di scuola quando venivano a casa
mia, e mentre le nostre mamme bevevano il tè scambiandosi ricette o conversando della rispettiva prole, noi ci sguinzagliavamo a giocare rovistando nell'armadio della camera dei miei tra scaffali, cappotti e cappelli. Una volta travestite, ci presentavamo in sala a imitare una sfilata di moda o a improvvisare una scenetta, qualche volta anche a cantare. 

I grandi di solito ridevano divertiti, anche se il sorriso di mia mamma era un po' tirato per il comprensibile timore che le mettessimo sottosopra l'armadio, e a me che conoscevo ogni sfumatura del suo sguardo la cosa non sfuggiva. Ma non le davamo molto peso, niente poteva smontare il nostro entusiasmo di bambine. 
La volta più bella è stata quando era venuto anche il fratello maggiore di una
 mia compagna e aveva imitato proprio mia mamma indossando il suo cappotto col collo di pelo, un cappello che sulla sua testa sembrava un tegame da cucina capovolto, ma soprattuto barcollando in un paio di scarpe coi tacchi alti sulle quali aveva fatto la sua sontuosa comparsa in sala. 
Al vederlo, il sorriso di mia mamma si era paralizzato per un attimo, ma era stata al gioco
mantenendo un imperturbabile aplomb mentre passava col vassoio delle frittelle. 
Negli anni a venire con quel ragazzo e sua sorella ci siamo poi persi di vista, so che lui è diventato un bravo chirurgo ma, se
 mi capita di ricordarlo, me lo rivedo ancora davanti più o meno quattordicenne mentre imita mia mamma traballando sui suoi tacchi. Insomma, il nostro Carnevale, adatto peraltro ad ogni momento dell'anno, era molto casalingo.

Ma, passando alla musica, devo precisare che la mia allergia a questa festa non mi ha mai consentito di apprezzare neanche il celebre "Carnevale di Venezia" di Paganini - sol laaa, sol faaa, mi fa reee...ricordate ??? - e, Rossini mi perdoni, neanche il suo. A dire il vero, di quest'ultimo avevo trovato una bella versione corale che mi tentava, ma poi mi sono detta: "Se il Carnevale è anche dissacrazione, perchè non prendere un brano classico dei più celebri e cercarne...un travestimento?" 
Ci sono infatti molti arrangiamenti di pezzi famosi secondo uno stile diverso da
quello dell'epoca in cui sono stati composti, e a volte troviamo anche il contrario: pezzi del presente riscritti sullo stile degli antichi compositori. Avete in mente le suonerie dei cellulari rielaborate in versione bachiana o mozartiana o chopeniana e via dicendo? Ecco. Oggi però non è questo che vi propongo, ma torno a un classico che più non si può, rivisto in chiave jazz.

Si tratta della celeberrima "Marcia turca", terzo movimento della "Sonata n.11 K.311" di Mozart. Qualche attento lettore osserverà che l'ho già pubblicata parecchi anni fa proprio in una modernissima rivisitazione, ma là l'arrangiamento era di Volodos, questo di oggi invece - diverso e a mio avviso ancor più entusiasmante - è del pianista e compositore turco Fazil Say.

Il brano s'intitola "Jazz Fantasy on Mozart" ed è un'improvvisazione che si dipana alternando passaggi originali con altri nei quali la fantasia del pianista si sbriglia liberamente in una serie di variazioni in stile jazz, sottolineando con opportuni accenti il ritmo di 2/4. Ne deriva una musica dal piglio sempre più veloce che ci prende anche fisicamente scrollandoci di dosso la pigrizia. Ascoltandola, non vi è forse scattato l'istinto di muovervi subito battendone il tempo con mani, braccia o gambe? Ecco la meraviglia di un certo ritmo! Non vi entra nell'anima come Chopin, ma in compenso movimenta tutto il corpo con effervescente vitalità. Nella seconda parte poi, l'improvvisazione s'ispira a Scott Joplin in una danza sincopata che è vera e propria gioia di vivere.

Dite che Mozart avrebbe apprezzato questa rivisitazione? 
Francamente non so. Sì se consideriamo che, nella sua indole talora un po' irriverente, i
l compositore amava scherzare con le note; ma anche no perchè, indipendentemente dalla loro lontananza cronologica, innovazioni di questo tipo a mio avviso non erano molto nelle sue corde. Le sento più in Bach, in quello swing già nascosto negli anfratti della sua musica ancor prima che altri lo facessero affiorare: cambi ritmo alla Partita in do minore BWV 826...ed è subito jazz
In Mozart la cosa non mi pare così immediata, anche se - e va detto! - 
l'abito con cui Fazil Say lo traveste gli sta un gran bene!

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web) 

sabato 7 febbraio 2026

Il talento di Jeneba

Bella sorpresa, domenica scorsa, all'appuntamento con l'Orchestra Sinfonica di Milano. 
In programma - oltre a un brano di Nicola
Campogrande scritto in occasione delle Olimpiadi e alla Settima Sinfonia di Beethoven - il Concerto per pianoforte n.2 op.18 di Rachmaninov. 
Uno spettacolo di grande qualità non solo
 per lo splendore delle musiche, ma insieme per la bravura degli interpreti diretti con rigore ed entusiasmo da Emmanuel Tjeknavorian.

È qui che ho avuto la gioiosa sorpresa di ascoltare una pianista che non conoscevo e che del Concerto n.2 di Rachmaninov ha offerto al pubblico un'interpretazione davvero sublime. Si tratta di Jeneba Kanneh-Mason, artista britannica appena ventitreenne, quinta di sette tra fratelli e sorelle tutti musicisti, che ha iniziato a fare concerti a soli undici anni. Bambina prodigio quindi, certo stimolata dal fatto che la musica fosse di casa, ma indubbiamente dotata anche di un talento innato.

Il suo Rachmaninov mi è parso di una bellezza commovente. Al di là della scioltezza con cui ha affrontato le difficoltà tecniche del testo, a colpirmi è stato il suo tocco dolce e misurato in una fusione di morbidezza e rigore, capace di farci percepire le sfumature di ogni singola nota con una partecipazione d'anima viva e toccante, ma sempre pienamente controllata. Mi spiego meglio.
Ci sono a volte solisti che - soprattutto nei pezzi romantici - si lasciano, 
per così dire, prendere la mano dalle note e dallo strumento senza governarne l'impeto. Rachmaninov è uno degli autori suonando il quale tale rischio, a mio modesto avviso, è più facile perchè l'irruenza di certi passaggi può favorire talora un'eccessiva enfasi nell'esecuzione.
La giovane Jeneba invece mi è piaciuta proprio per la sua capacità di controllare il
suono, armonizzandosi perfettamente con l'orchestra e fondendo la passione espressa dalle note ad una rigorosa disciplina interpretativa. Ne è derivato un Rachmaninov più interiorizzato e al tempo stesso più nitido nelle tante sfumature della sua musicalità.

Ma non è qui che voglio fermarmi perchè - una volta a casa - sono andata a cercare notizie sulla pianista e altre sue interpretazioni su youtube. Ho scoperto così che il repertorio a cui la Kanneh-Mason si è dedicata finora è molto vario: infatti, non solo comprende autori romantici come Rachmaninov o Chopin, e neppure soltanto impressionisti come Debussy, ma ci conduce indietro anche al periodo barocco.
Andatevi a sentire quale dolcezza interpretativa presenta il Minuetto della Suite HWV 434
di Haendel, oppure quale agilità Jeneba dimostra nella parte iniziale della Corrente dalla Partita n.5 BWV 829 di Bach. Certo è una pagina che ogni bravo studente di pianoforte sa suonare, ma il vero talento non sta solo nell'affrontare il difficile, ma nella capacità di far fiorire l'incanto segreto di ogni passaggio musicale, fosse anche il più semplice. Splendide, qui, le tre note conclusive di una lentezza molto ben calibrata tanto che, dopo la concitazione del pezzo, sembrano atterrare morbidamente sul finale!

Ma il repertorio della pianista ci conduce anche al Novecento con svariate e accattivanti interpretazioni di musicisti afroamericani. È tra questi il brano che ho scelto oggi, opera di una compositrice nuova per il blog. 
Si tratta della statunitense Margaret Bonds (1913 - 1972), artista di spicco anche
per la sua opera di promozione dei diritti civili dei musicisti neri e di diffusione delle loro opere. È un pezzo intitolato "Troubled Water" quello che sentirete, ispirato allo stile degli antichi spiritualsun'aria che ci resta dentro e che trovo affascinante nella varietà dei suoi sviluppi.
Qui a prenderci è prima di tutto il ritmo della musica afroamericana, con quel che di scattante e sincopato che lo contraddistingue, grintoso e malinconico ad un tempo. Al tema esposto all'inizio in modo scarno segue una rielaborazione fantasiosa, talora lenta, altrove tempestosa proprio come un'acqua agitata, in un linguaggio punteggiato di dissonanze che la Bonds, partendo dallo stile degli spirituals, arricchisce con suggestioni jazz e blues.

Notevole è la scioltezza con cui esegue il brano la Kanneh-Mason che lo ha inserito nel proprio album intitolato "Fantasie", nel quale interpreta insieme musiche di Chopin e di Florence Price. Anche in questo caso, come per Rachmaninov, trovo che sappia padroneggiare il suono sia nel lento e profondo esordio del pezzo che nel prosieguo fino al concitatissimo finale.
Un talento versatile, dunque, quello di Jeneba: artista capace di muoversi
attraverso autori, epoche ed esperienze musicali molto diverse, facendone fiorire con maestrìa l'intensità e l'incanto.

 Buon ascolto!

(La foto, che rappresenta il dipinto di Monet intitolato "Mare mosso ad Etretat", è presa dal web)