lunedì 22 maggio 2017

Prove d'orchestra

Autografo bachiano del "Concerto BWV 1055"
Quando ci troviamo di fronte allo splendore di un'opera d'arte - in campo musicale, figurativo, letterario, teatrale e via dicendo - spesso siamo portati a pensare a tutto il lavoro che essa presuppone e a quale complessa elaborazione si renda necessaria per creare una tale meraviglia.

Incuriositi dal risultato, talora siamo anche presi dal desiderio di scoprire cosa c'è dietro e di indagare la molteplicità di strumenti, competenze, abilità, genio e fantasia che concorrono ad offrire a un pubblico un' esperienza di bellezza.
Ci accorgiamo così che quasi sempre essa è il frutto di un lavoro molto articolato e di una fatica perseverante, soprattutto se la realizzazione dell'opera - come un'esecuzione orchestrale, una creazione architettonica o un film - non è affidata a un singolo, ma a più persone che devono armonizzare talenti diversi per un fine comune.
Musicalmente parlando, sono particolarmente affascinata da tutto l'impegno preparatorio che sta dietro ad un concerto, esattamente da quando ho assistito per la prima volta ad una prova d'orchestra. Ma qui devo tornare indietro a un antico ricordo.

Le nove del mattino di un Sabato Santo, sono ad Orvieto. 
Mentre ci apprestiamo - io e i miei compagni di viaggio - a visitare il Duomo, ci accorgiamo che intorno alla chiesa c'è un movimento inconsueto per quell'ora. Entriamo e - per uno di quei colpi di fortuna che capitano di rado - ci troviamo nel bel mezzo delle prove del Concerto del Sabato Santo che si terrà poi nel pomeriggio, diretto nientemeno che da Gianandrea Gavazzeni. 
Si suona Mozart: "Vesperae solemnes de confessore K.339".  
Inutile dire che saltano i programmi della giornata e restiamo lì quasi tutta la mattina beati ad ascoltare, nel freddo di una chiesa gelida che neppure i bocchettoni di aria calda posti intorno all'orchestra riescono a mitigare. 
Ma che importa?
Siamo al cospetto della Bellezza e mentre m'innamoro del "Laudate Dominum" - tra l'altro uno dei primi pezzi pubblicati in questo blog, precisamente qui - dalle osservazioni che il maestro Gavazzeni rivolge ai musicisti e al coro, mi rendo conto di quale lavoro capillare di rifinitura, di lima, di cesello stia alla base di un'esecuzione come questa. Spesso di tratta di sottilissime sfumature, differenze poco significative per l'orecchio di profani come la sottoscritta, ma essenziali per un'interpretazione tesa non semplicemente a leggere una partitura, ma a farla parlare il più intensamente possibile scandagliandone dinamiche e possibilità espressive.

È un'esperienza cui assisterò ancora in futuro fino alla recente serie di prove d'orchestra del maestro Riccardo Muti trasmesse in tv lo scorso anno. 
Ma - sia pure a un livello diverso - non voglio passare sotto silenzio quelle del mio coretto di paese dove ritrovo pazienza e perseveranza, insieme al rigore indispensabile per far fiorire un testo musicale.

Così, oggi mi sono lasciata tentare da una clip-video che ci presenta un brano preceduto proprio da una breve prova d'orchestra.
E' il trentaseienne francese David Fray, pianista già affermato a livello internazionale, a guidare la Deutsche Kammerphilarmonie di Brema in un accattivante pezzo di Bach: il primo movimento, "Allegro", dal "Concerto in La maggiore BWV 1055".
Cultore di Bach quasi al pari di Glenn Gould al quale è stato paragonato per la sua originalità nonchè per la sua abitudine di canticchiare la melodia che suona, Fray ci offre un'interpretazione fatta di libertà creativa e al tempo stesso di rigore, di ritmo e insieme di morbidezza.

Il video - prima della registrazione che occupa gli ultimi quettro minuti - si apre con uno scorcio di prove e un paio di inserti in cui il solista illustra alcuni aspetti del testo musicale.
Anche senza traduzioni, si può cogliere il senso complessivo del discorso. 
In sintesi, Fray richiama gli orchestrali ad un'esecuzione più ricca di accenti, dalla quale le modulazioni emergano con più articolata leggerezza e il ritmo scaturisca più vivo e marcato. Spiega inoltre che la parte pianistica tende ad animare di abbellimenti la base orchestrale, quasi vi sovrapponesse un merletto di note.
Il risultato è un'interpretazione brillante e movimentata che, se da un lato fa affiorare il "legato" tra i vari passaggi melodici, dall'altro esalta lo "swing" già presente nei testi bachiani così come la modernità e la gioia che li anima.
Modernità e gioia evidentissimi anche dall'entusiasmo e - oserei dire - dal gusto fisico con cui Fray suona, benchè la sua enfasi possa apparire talora un po' spinta.
Ma - a mio modesto avviso - è un concerto di uno splendore che risolleva l'anima e ci consegna un Bach più vivo che mai.
E finalmente "on va enregistrer"!

Buona visione e buon ascolto!

domenica 14 maggio 2017

"Quando canterai, non fermare il suono..."

Henri Fantin-Latour: "Rose bianche in un vaso verde" (particolare)
Se la gioia, come recita il titolo di questo blog, vuol esserne il segno distintivo, non è detto però che essa possa sempre trasparire immediata e luminosa da tutti i brani musicali.

A volte è una conquista, una piccola luce in fondo al tunnel, una speranza nascosta nella commozione che la musica sa suscitare e che si annida tra nota e nota, aprendo il cuore e disponendolo alla serenità.
E se tante melodie riescono a sciogliere i nodi che magari ci portiamo dentro, a maggior ragione il canto, con la sua intensità ora sommessa ora potente, può avere talora un impatto catartico.

È l'effetto che mi pare possa sortire il brano di oggi, un pezzo che covavo in cuore da qualche tempo senza decidermi a pubblicarlo.
Si tratta di una composizione di Bepi de Marzi intitolata "Dormono le rose", armonizzata in modo straordinario come del resto molte delle sue creazioni, riconoscibili per la forza e al tempo stesso la delicatezza del loro afflato poetico. È infatti una luminosità pacata quasi crespuscolare, insieme a un velo di malinconia, quella che ci pervade e ci avvolge dalle prime battute, con un fascino che traspare sia dalle parole che dal testo musicale ricco dello spessore di numerose dissonanze.

"Chiudo nel silenzio questa primavera, tienimi la mano e lascia la stagione."

Non so di preciso a cosa facciano riferimento le parole iniziali del canto, forse un evento che ha segnato di dolore l'anima di chi scrive, un dolore che ricorre anche più avanti quando il testo allude a un pianto del cuore. Ma è una sofferenza che la musica attraversa con passo lieve per farne emergere poi luce e forza con accenti di una solennità quasi religiosa.
Vi si evoca un passaggio, un distacco, ma anche il conforto di una vicinanza. 
E l'immagine delle rose che "dormono" nella siepe della casa - con la sua atmosfera sfumata più autunnale che primaverile - diviene metafora di una stagione esistenziale forse conclusa e tuttavia ancora viva nel profumo dei fiori che va a confondersi col sospiro della valle....Un linguaggio poetico che resta indefinito perché lo si possa più liberamente scandagliare e interpretare.

Ma più forte e risoluto risuona poi il ritornello che, dopo la tristezza iniziale, ci indirizza verso la gioia con un crescendo di tale commossa e vibrante intensità che nell'ultima strofa mette i brividi tanto è robusto e insieme struggente. Un'intensità che ci sovrasta come un'onda dalla quale lasciarsi avvolgere a cuore aperto.
"Cerca le parole della poesia, cerca la memoria dei giorni innamorati" è infatti un'esortazione a ritrovare in se stessi l'incanto e l'espressione che dà senso al nostro vivere, nel segno di una memoria che resta e ci consegna quell'amore donato che nessuno ci potrà togliere.

Ancora più affascinante è la strofa successiva: 
"Quando canterai non fermare il suono: l'eco sa capire quando piange il cuore."
Se nulla può riecheggiare in un cuore vuoto, da un'anima sofferente può rinascere la vita in tutte le sue svariate risonanze, come un'acqua che scorre in un terreno d' inaspettata fecondità. 
"Non fermare il suono": forse esortazione a dare sfogo a un dolore, ma anche a non fermare quella linfa che in noi cova germogli di sorprendenti primavere, e a seguire quella musica interiore in cui vibra la scintilla che un giorno ha dato forma al nostro esistere.

Ma insieme a questo, la frase mi ricorda anche il gesto di alcuni musicisti - soprattutto pianisti e direttori d'orchestra - che, a conclusione di un pezzo, seguono e accompagnano con le mani l'eco dell'ultima nota, finchè il suo riverbero non va lentamente a svanire nell'aria per fondersi col silenzio ed entrarci nel cuore.
Proprio come - a conclusione delle varie strofe e alla fine del brano - si dissolvono piano le voci del coro in un miracolo di delicata bellezza.

Buon ascolto!

domenica 7 maggio 2017

L'infinito garbo della musica

"Suonatore di flauto" - Tomba dei leopardi - Tarquinia
Oggi inizio con una domanda, un interrogativo semplice semplice che tuttavia può stimolare qualche piccola riflessione.
Perchè ci avviciniamo alla musica e che cosa andiamo cercando in essa?
  
Una terapia dell'anima? 
Un coinvolgimento dello spirito capace di farci vivere ora serenità e pace, ora trascinanti passioni? 
Un ritmo che riempia di entusiasmo ed energia la nostra quotidianità? 
Una scintilla che ci apra il cuore facendo sgorgare da noi mille vite che neppure immaginavamo di possedere???

Penso tutte queste cose insieme e ancora di più. 
Talora ci si avvicina alla musica per godere del puro piacere dei suoni, talaltra in cerca di riposo o divertimento, ma spesso per appagare la nostra tensione verso un'armonia più profonda. 
A condurci verso il mondo delle note è il desiderio a volte inconscio di ritrovare un' antica, originaria sintonia con noi stessi e col creato che - lo sentiamo - è sostanziato di musica. Esiste infatti un'affinità profonda tra l'essere umano e il mondo dei suoni non solo perché tutta la natura ne è pervasa e con essi ci parla, ma perché forse il suono è addirittura all'origine del mondo. Forse l' input che ha dato - per così dire - il la all'universo è stata una nota, un'energia la cui vibrazione si è propagata come un'onda sonora che ancora non ha fine.

La cosa non è molto lontana dal vero. Recenti ricerche di un gruppo internazionale di scienziati stanno infatti scoprendo che il big bang da cui si è originato l'universo avrebbe proprio un suono, una vibrazione paragonabile a quella di un flauto. Così pure, altri studiosi hanno appurato che la realtà fisica è governata da ordini geometrici basati su frequenze di suono e che la materia probabilmente si è formata rispettando un'armonia musicale. 
E sempre a un suono primordiale fa riferimento - per esempio - San Giovanni nel prologo del suo Vangelo quando esordisce dicendo: "In principio era la Parola". Discorso affascinante e complesso che ora mi limito ad accennare, ma che meriterebbe ulteriori studi e approfondimenti.

Penso quindi che nella musica si vada cercando quella con-sonanza tra noi e il creato intero che essa ci aiuta a cogliere, come se l'ispirazione dei compositori attingesse ad una fonte viva nell'energia dell'universo e ce la regalasse nei modi e caratteri che la multiforme fantasia della musica suggerisce. Tra questi, il suo infinito garbo. 
Garbo, sì: non solo il fuoco, la tempesta o il tormento di tante mirabili opere, ma anche la brezza leggera, quella carezza che spesso agisce su di noi e sulla nostra anima con un tocco di lieve e terapeutica discrezione. 
Si tratta di un particolare sguardo sulla realtà che ce ne restituisce dolcemente lo splendore e l'incanto, simile al gesto di una persona amica che ci accompagna piano, con mano ferma e insieme leggera.

E parlando di garbo, come non pensare a Mozart
Non si tratta tuttavia - a mio modesto avviso - dell'attitudine galante e salottiera che ha reso famosi svariati suoi brani, o almeno non solo di quella. Ma il suo garbo è proprio uno sguardo tutto interiore sulla vita, una sorta di eleganza e levità del cuore che ricompone luci ed ombre dell'esistenza in una visuale di supremo equilibrio.
A questo proposito, uno dei tanti esempi mi pare possa essere rappresentato dalla "Sinfonia in La maggiore n.29 K.201" della quale oggi vi propongo l'"Allegro" iniziale.
Vi si avverte subito la freschezza del compositore appena diciottenne insieme - qua e là - all'eco dei luminosi concerti per violino scritti proprio in quegli anni. Infatti, fin dall'esordio il pezzo è venato di stupore, pervaso da un senso di attesa gioiosa che la musica dispiega poi con qualche passaggio ombroso, ma senza mai ferire. Mentre più spesso si dipana con una vivacità ricca di fremiti e una concitata leggerezza creata dalle frequenti note ribattute.

Un garbo che è misura e che si traduce anche in una mirabile chiarezza compositiva: basta osservare la partitura orchestrale che ci offre la clip-video. Sappiamo tutti quanto Mozart sia famoso per la sua scrittura musicale nata spesso di getto e già perfetta, senza necessità di correzione alcuna. Ma qui mi pare di leggervi ancora di più: non occorrono particolari competenze per notare con quale limpido ordine, nitidezza ed equilibrio sono strutturate le varie parti strumentali. 
E anche tale costruzione mi sembra specchio di uno spirito toccato dalla grazia di una suprema armonia.

Buon ascolto!

domenica 30 aprile 2017

Riposanti armonie

Mi è capitato spesso viaggiando per l'Italia - ma anche altrove - di pensare a quanto il luogo in cui abitiamo, con il paesaggio, i monumenti e soprattutto la natura che ci troviamo intorno, influenzi in maniera non indifferente il nostro stile di vita e in fondo anche il nostro modo di essere.

L' osservazione è tanto ovvia da rischiare la banalità e tuttavia profondamente vera. 
"Voglio una vita con davanti il mare"  recita una famosa frase su Twitter e - se permettete - io direi anche con la montagna. 
Non è certo la stessa cosa aprire la finestra al mattino e invece del parcheggio dell'ipermercato trovarsi davanti, che so, volete un esempio a caso?....il Gran Paradiso! 
O ancora vivere in uno di quegli splendidi borghi immersi tra dolci colline di ulivi, dove le vie sono inesorabilmente in salita - o se preferite in discesa - invece che nella mia pianura. Come non è la stessa cosa abitare a due passi dalla campagna o, al contrario, nel cuore di una metropoli dove "le case aggiunte a case e le strade che sboccano nelle strade" a volte paiono proprio togliere il respiro.

Con questo non intendo dire che la vita in una grande città non possa essere bella: anch'essa ha i suoi angoli ricchi di fascino e talora di poesia. Il discorso sarebbe lungo e articolato perchè ogni ambiente presenta aspetti positivi e negativi, vantaggi e limiti che non solo modificano l'esistenza dal punto di vista pratico, ma in qualche modo possono mutare anche la disposizione del cuore e il nostro approccio alla vita.
In ogni caso, tuttavia, ciò che spesso fa la differenza è la vicinanza della natura perchè è un elemento vitale sempre cercato talora anche inconsciamente.
A volte basta un albero, un rampicante sul muro, un'aiuola fiorita, meglio ancora un giardino o un parco a rasserenare l'animo e a risvegliare in esso la sua profonda sintonia con la bellezza. Immaginiamo quindi come tale sintonia si faccia più intensa per chi vive vicino a un limpido specchio d'acqua, a due passi da un bosco o in mezzo a una campagna ricca di alberi e magari di acacie fiorite, come in questa stagione.

Ed è stata la suggestione di tale bellezza ad ispirarmi la scelta musicale di oggi: un brano corale di Felix Mendelssonh Bartholdy (1809 - 1847) intitolato "Abschied vom Walde" (Addio alla foresta) terzo dei sei Lieder op.59 per voci miste a cappella. 
Il pezzo, composto sui versi del poeta Joseph von Eichendorff, ci trasporta in un romantico e riposante clima di calma contemplativa. Il testo è proprio un inno alla sacralità della natura contrapposta alla città vivace e colorata ma dai valori effimeri, nella quale può sopravvivere solo un cuore che porta in sè la giovinezza e l'armonia della natura stessa.
Pregevole l' interpretazione del Coro delle Università di Monaco che, oltre a un grande equilibrio tra le voci, sa regalarci anche sfumature di notevole morbidezza. 
Confesso che di solito preferisco organici meno numerosi - i King Singers o gli splendidi Vocal Consort Berlin per fare qualche esempio - perché i gruppi più ampi, se guadagnano in potenza, non sempre consentono di cogliere anche i minimi dettagli del testo musicale. 
In questo caso invece, nonostante siano numerosissimi, i coristi riescono ad offrirci un'interpretazione a mio avviso perfetta, soprattutto nei finali dove la fusione delle voci ha un effetto di particolare, carezzevole soavità.

Buon ascolto!

sabato 22 aprile 2017

Ainsi soit-il !

Siamo nell'Ottava di Pasqua, così oggi vi regalo un pezzo che - sia nella musica che nel testo - riflette proprio la luminosità della gioia pasquale come un fuoco che, una volta acceso, è destinato a durare e a splendere.

Si tratta del vivacissimo "Et resurrexit" dal "Credo" della "Missa cellensis n.3 in Do maggiore, Hob XXII:5", conosciuta come "Missa Sanctae Caeciliae" di Franz Joseph Haydn (1732 - 1809). 
Il brano si caratterizza per la sua leggerezza, la gioiosa concitazione e un crescente slancio che va a culminare nella splendida e grandiosa fuga conclusiva.
Tuttavia, ad attirarmi in esso non è solo la musica in senso stretto.  
Certo, Haydn è uno dei miei compositori preferiti, ma ad affascinarmi è anche il prestigiosissimo ensemble "Les Musiciens du Louvre" diretto da Marc Minkowski che ci offre un'interpretazione di straordinaria bellezza.
E' al suo interno che mi ha colpito il modo in cui i coristi, gli orchestrali e il direttore vivono la musica. Non si tratta di semplice bravura nell'eseguire un brano o nel ricoprire un ruolo, ma della passione con cui ciascuno - prima di ogni altra cosa - ha interiorizzato la partitura e ce la restituisce attraverso lo sguardo, il sorriso, la propria intensità o la propria concentrazione.

Sono osservazioni che mi era già occorso di fare agli inizi di questo blog e precisamente qui, a proposito di un brano di Haendel eseguito - guarda caso - sempre da "Les Musiciens du Louvre" sotto la direzione di Marc Minkowski
Già a suo tempo infatti - sia pure molto più brevemente - avevo osservato quanto una contemplazione tutta interiore della musica possa far affiorare dal volto di ciascuno la parte più vera del cuore.

Lo stesso accade oggi col brano di Haydn.
C'è un modo di suonare, cantare e dirigere che parte dall'anima e va oltre lo splendore delle note fondendole con la nostra umanità. Certo, interpretare comporta sempre una fusione d'anima col brano eseguito e più ancora se esso implica il canto. Ma qui tale coinvolgimento mi sembra ancor più vivo e mi pare
significativo che emerga non da un'esibizione pubblica nella sua cornice di ufficialità, ma nel contesto quotidiano di quella che - forse - è solo una prova.

Guardiamo i coristi, per esempio: grazie anche a sapienti inquadrature, dai loro atteggiamenti possiamo cogliere ora un' attenta concentrazione, ora un sorridente abbandono all'onda della musica.
Osserviamone i volti, gli sguardi: ciascuno di essi ci racconta una storia, di ognuno forse potremmo intuire il carattere, tanto certe espressioni - a volte trasparenti e serene, altrove più serie e pensose - pur nella loro pacatezza ci parlano. Spesso sono solo sfumature, minimi dettagli rivelatori di individualità diverse, ma unite nella volontà di far risplendere la musica nell'esattezza della sua scrittura, nella viva alacrità di un impegno comune, ma soprattutto attraverso la passione di ogni singolo interprete a cominciare dal direttore.
Splendida infatti la sua gioia, la sua sorridente intesa con i coristi, frutto di una guida attentissima, di un'energia straordinaria e di uno stupore da bambino: vi siete accorti, vero, del suo silenzioso applauso proprio nell'ultima inquadratura della clip video?....
  
Ed è appunto verso la conclusione che va a concentrarsi la vivacità del coro, convergendo sull' Amen finale che in francese suona "ainsi soit-il" come leggiamo in sovraimpressione.
Sì, così sia, non solo a un Credo di semplici parole, ma alla sconvolgente concretezza che esso afferma, a una Resurrezione che permea di ogni aspetto della quotidianità per suscitare quella speranza senza confini  ripetutamente proclamata nella fuga dell' "et vitam venturi saeculi".
E così sia anche alla gioia viva che questa musica e i suoi interpreti ci offrono, guidandoci a fissare lo sguardo sull'Essenziale! 

Buona visione e buon ascolto!

domenica 16 aprile 2017

Buona Pasqua!!!




































Beato Angelico (1395 - 1455): "Noli me tangere" - Firenze, Museo di San Marco.

 
Wolfgang Amadeus Mozart: "Gloria" dalla "Spatzenmesse" K.220.

venerdì 14 aprile 2017

Venerdì Santo

















Giovanni Dupré (1817 - 1882): "Pietà" (particolare).
Siena, Cimitero della Misericordia.


Zoltan Kodaly (1882 - 1967) : "Stabat Mater".

sabato 8 aprile 2017

A misura di sguardo











Nei giorni scorsi, ho avuto la felice occasione di recarmi a Urbino e rivedere - dopo alcuni anni - la Galleria Nazionale delle Marche.  
Qui, oltre allo splendido Studiolo di Federico da Montefeltro e ad alcuni famosissimi dipinti di Piero della Francesca, mi ha colpito l'opera che vedete in alto e che rappresenta "La città ideale". 
Molti misteri ruotano intorno a questa composizione della quale l'autore resta sconosciuto, nonostante i critici - di tempo in tempo - l'abbiano attribuita a Luciano Laurana, a Francesco di Giorgio Martini e a Leon Battista Alberti: in una parola, al fior fiore degli architetti del Quattrocento che si sarebbero qui cimentati nella pittura. Ma sono stati fatti i nomi anche di Piero della Francesca e Melozzo da Forlì.
Tuttavia di tale rappresentazione è incerto anche lo scopo: uno studio sulla prospettiva? Un modello di scenografia per un fondale di teatro? O la spalliera lignea di un arredo?
Resta vero che il titolo ci riporta a una visione utopistica dello spazio cittadino, secondo la quale la città viene intesa come punto d'incontro di un ideale politico con uno estetico. E insieme a questo, i numerosi riferimenti all'arte classica presenti nell'opera rimandano ai canoni di armonia e proporzione del Rinascimento italiano nel quale essa si colloca anche cronologicamente, essendo stata realizzata tra il 1480 e il 1490.

Ma ciò che spicca al di sopra degli altri elementi è la sua impostazione prospettica che riflette i principi matematici dell'architettura del Quattrocento, volti alla costruzione di spazi a misura d'uomo e, oserei dire, a misura di sguardo.
Non intendo però dilungarmi troppo su di un argomento che tanti, ben più esperti di me, hanno trattato. Mi limiterò a registrare le impressioni avute trovandomi a tu per tu con il dipinto.

Ad affascinarmi è stata innanzitutto la chiarezza dell'impianto urbanistico che rende la rappresentazione nitidissima, il che è probabilmente frutto di due elementi fondamentali: la costruzione prospettica e la luce che consentono allo spettatore di "entrare" nell'opera cogliendone ogni particolare
Le direttrici prospettiche, infatti - ben visibili nel disegno della pavimentazione e nell'orientamento degli edifici laterali - convergono verso il centro del dipinto e al tempo stesso si aprono verso chi guarda, permettendogli di addentrarsi in esso e percorrerne le vie in un'atmosfera di pace.

Così, quasi affiorassero dal silenzio, emergono anche i minimi dettagli: portici, altane, capitelli e decorazioni classicheggianti, piante verdi su qualche davanzale e la porta aperta dell'edificio centrale, forse un invito a proseguire il cammino andando oltre il visibile. In fondo poi, colline appena abbozzate, e un cielo che - più ci si avvicina - più rivela stupende sfumature che dal blu digradano verso il chiaro.
E chiari sono pure i colori degli edifici, disposti secondo una precisa geometria ed essi stessi riconducibili a svariate figure geometriche, a cominciare da quello centrale a pianta circolare: una costruzione a scopo religioso, un tempietto o forse un mausoleo che mi ricorda un po' San Pietro in Montorio a Roma.  
Che il Bramante, nel progettarlo solo pochi anni più tardi, si sia ispirato a questo de "La città ideale" ? Chissà!...

Nulla qui è fuori posto, ma ogni elemento rispetta rigorose simmetrie e probabilmente anche precise simbologie: dalle colombe sotto una finestra, ai due pozzi ottagonali disposti ai lati, fino all'altezza degli edifici che - a ben guardare - non sono uguali nella struttura dei piani, nè nella forma dei portici. E tuttavia ci danno l'idea di una straordinaria unità nella varietà, di armonia insomma!

Un dipinto che mi ha preso col suo incanto e dal quale - dico la verità - mi sono staccata a fatica.
Tuttavia se, addentrandoci nella rappresentazione, man mano svanisce quel senso di freddezza iniziale che l'opera - così vuota di figure umane - può dare, a mio avviso resta comunque in essa un clima di sospensione, quasi una sorta di attesa che l'uomo faccia la sua comparsa.
Forse la sua presenza non è affatto prevista in un' intelaiatura di case che funge da semplice studio prospettico, da progetto ideale o modello di scenografia che saranno poi gli attori - quelli veri - ad animare. E in fondo, è anche l'esistenza stessa della città, pensata e progettata dall'uomo come proiezione di un sogno, a sottintenderne la presenza.  
Eppure....quelle strade vuote possono lasciare un senso di vago sconcerto, quasi che tanta perfezione in realtà possa prendere vita solo se coniugata con l'imperfezione, e l'immobile simmetria delle forme, per farsi evidente, abbia bisogno dell'asimmetria e del movimento propri dell'essere umano.

E per commentare in musica questo dipinto, un Mozart di classica nitidezza, tanto famoso - sia nella versione originale che nei suoi arrangiamenti - da non aver bisogno di presentazioni
Si tratta dell' "Andante" dal "Concerto per pianoforte in Do maggiore n.21 K.467" che ci accompagna col suo passo tranquillo e il suo respiro orchestrale talora aperto e maestoso, talaltra nostalgico. E mi pare che - come sempre - il luminoso equilibrio mozartiano sappia esprimere mirabilmente il sogno di perfezione che alberga nel cuore imperfetto dell'uomo.

Buon ascolto!