lunedì 26 agosto 2013

Agosto: scenari di antica quiete contemplativa.

Agosto: ancora uno scorcio di vacanza, uno spazio da dedicare a una passeggiata sui monti o in riva al mare, alla contemplazione di un quadro, a ripercorrere una collezione d'arte. Ancora l'occasione di darsi un tempo di tranquillità per rivedere quel dipinto o quell'affresco ammirato solo una volta, magari di fretta, e che ci è rimasto nel cuore.

Potessi tornare in questo momento dove desidero, andrei al Castello di Chantilly, poche decine di chilometri sopra Parigi, sede del prestigioso Museo Condé che fra le sue collezioni - ricche tra l'altro di parecchi dipinti italiani - conserva le miniature dei fratelli Limbourg col famosissimo Ciclo dei Mesi, vero fiore all'occhiello della raccolta d'arte, di cui ho già parlato qui due anni fa.
Ma in mancanza d'altro....è sempre possibile sognare!
Allora, oggi, con la fantasia desidero portarmi a Firenze, alla Galleria degli Uffizi, dove - tra le tante opere di più grande fama - si trova una tavola che mi ha affascinato fin dalla prima volta, una di quelle creazioni per le quali si può parlare di amore a prima vista.

Si tratta della "Tebaide", dipinto di controversa paternità, per diverso tempo attribuito a Gherardo Starnina (1354 ca. - 1413) e successivamente al Beato Angelico (1395 ca. - 1455), artisti - come si vede - vicini cronologicamente e accomunati da alcune caratteristiche della pittura tardogotica.
La tavola ci parla del monachesimo dei primi secoli diffusosi tra l'altro anche in Egitto - il titolo "Tebaide" si riferisce appunto alla regione intorno alla città di Tebe - e, sulla base dei testi dei Padri del deserto e di alcune leggende medioevali, raffigura i vari aspetti della vita dei monaci, talora anche eremiti, nelle zone in cui si erano stabiliti.

La descrizione si sviluppa in una miriade di particolari che catturano lo sguardo dello spettatore guidandolo da un angolo all'altro dell'opera che - ricca di tanti episodi diversi - non ci riconduce però a un centro. 
A parte la bianca insenatura in mezzo al quadro, non esiste infatti un elemento che, per importanza e impostazione narrativa o prospettica, s'imponga sugli altri.
Le diverse scene sono riunite in un'unica cornice che sembra quasi fondere quelli che - soltanto un secolo prima - erano gli scomparti raffiguranti le varie fasi di una storia attorno al personaggio principale. Ricordiamo, per esempio, i tanti polittici dove la figura centrale del Santo è attorniata da numerosi quadretti che ne illustrano gli episodi della vita.

Qui al contrario, tra le varie scene è scomparso ogni tipo di separazione e il contesto unificante è costituito solo dalla natura, dall'abbraccio di quelle montagne scure nelle quali sono ricavate le celle e le grotte in cui gli anacoreti vivono, pregano e accolgono i fedeli.

Una miriade di particolari - dicevo - che tratteggiano un ambiente e i ritmi di un'esistenza di ascesi e di carità, una meravigliosa Bibbia dei poveri volta ad 
esaltare i caratteri della vita monastica. E nel contempo ci offrono un paesaggio ricco di scorci e definito con un gusto miniaturistico che molto avrà da insegnare ai futuri artisti del pieno Rinascimento, anche se qui ancora manca quella prospettiva unificante che sarà poi tipica del periodo successivo. 
Se infatti negli edifici ben delineati nelle loro architetture gotiche le proporzioni sono perfette, non si può dire la stessa cosa per il più ampio rapporto tra montagne, alberi e figure umane.

Una cornice quindi che unisce elementi squisitamente realistici ad altri più vicini alla favola, come del resto in tanta pittura del Gotico internazionale.
Ed è stato proprio questo aspetto fiabesco a prendermi immediatamente, con quelle casette disseminate qua e là in un brulicare di vita quasi fosse un presepio o una sorta di pittura "naif" ante litteram, sotto montagne fantasiose, simili a immagini che si perdono nei sogni dell'infanzia.
Per non parlare poi della suggestione dei colori, con quella gamma di sfumature di verdi e di grigi che segnano insenature e anfratti, vette dense di ombre e radure nascoste: una rappresentazione che ci riporta nel cuore di un mondo lontano, misterioso, di una natura selvaggia e tuttavia affascinante proprio come una favola dal sapore antico.

E a commento di queste immagini, un brano che ci restituisce la calma contemplativa con la quale possiamo addentrarci nel dipinto e respirarne l'atmosfera. 
Si tratta del secondo movimento, Adagio, dal "Concerto n.1 in Do maggiore per violino e orchestra d'archi" di Franz Joseph Haydn (1732 - 1809), pagina mirabile e luminosa dove il violino ci accompagna con una melodia di dolce cantabilità che mi piace pensare abbia affascinato anche il giovane Mozart.
Ma è il ritmo sommesso dei pizzicati a segnare il nostro passo mentre entriamo nelle varie scene del quadro e ne percorriamo i sentieri, respirando ad un tempo la pace delle immagini e la serenità contemplativa di queste note.

Buon ascolto!
(Dell'intero dipinto non ho potuto postare una riproduzione più chiara, ma cliccandoci sopra s'ingrandisce)

domenica 18 agosto 2013

"Symphony of life" : la danza della vita.

Dal mio angolo di montagna dove ormai da anni trascorro l'estate, assisto al dipanarsi dei giorni di questo mese di agosto che, insieme a un po' di caldo, ci ha portato anche pioggia intensa e grandine. 
Sere fa, si è abbattuto un forte temporale - per fortuna senza provocare alcun danno - e devo confessare che.....è stato bellissimo!
Perchè la sera, qui da me, il silenzio è assoluto, rotto soltanto dal suono del torrente che scorre giù in mezzo ai prati, dal vento e dall'incedere furtivo delle volpi, ormai divenute quasi domestiche.
Ascoltare la pioggia battente e il temporale in questo silenzio è un'esperienza straordinaria perchè, se pure il fragore dei tuoni lo infrange all'improvviso, dall'altro in realtà lo esalta, facendone emergere tutto il misterioso incanto. 

Poi, la mattina, dopo la pioggia e la rugiada della notte sono spuntati i crochi. 
Sono fiori bellissimi i crochi, teneri e delicati, e tuttavia resistenti, pronti a rinascere dopo ogni tempesta o dopo lo sfalcio. Allora è facile, percorrendo i sentieri nel verde, avvistarli qua e là, ancora chiusi in mezzo all'erba tagliata di fresco. 
Pur nella loro piccolezza, parlano di vita che rinasce tenace, che si rinnova con vigore, parlano di bellezza che non si lascia sopraffare, ma continua ad offrire un segno di umiltà e di splendore anche dopo un temporale o una nevicata.
E mi fanno pensare a quanto la natura sia in certo qual modo specchio della nostra esistenza, nella sua varietà di eventi e di circostanze, nella sua alternanza di giorni di tempesta e di sole pieno, di ansia e di allegria, nel suo offrirci piccole gioie che punteggiano di luce e colorano di speranza anche i momenti di grigiore. Una danza, in fondo, che ci coinvolge ora turbinosa, ora più dolce e pacata.

Per questo, oggi mi piace postare un brano che trae ispirazione proprio dalla vita e dalla sua varietà e che, attraverso una molteplicità di temi e di ritmi, sembra celebrare l'esistenza nelle sue differenti manifestazioni.  
Si tratta di "Symphony of life", pezzo per pianoforte e orchestra dal cd "Sunrise" di Giovanni Allevi.

Qui, è come se la musica ci restituisse i tanti aspetti in cui la vita si snoda, le tante esperienze quotidiane di perseveranza o di fatica, di sofferenza o di ricerca, per sfociare poi in una limpida serenità, simile a un ritmo di danza o al gioioso abbandono di un bimbo che salta spensierato. 
Il brano alterna infatti momenti più concitati e martellanti dove protagonista è l'orchestra, ad altri in cui il pianoforte entra in primo piano a riportare una vena più intima e sostanzialmente luminosa.

Devo confessare che è stata questa seconda parte di "Symphony of life" ad intrigarmi per prima più di tutto il resto. Capita spesso infatti, nell'ascoltare musica, che non sia sempre e necessariamente il tema iniziale ad affascinarci, ma magari un passaggio orchestrale, una variazione, un'aria successiva, a partire dalla quale poi però recuperiamo il gusto e lo splendore dell'insieme. 
Così, mi sono lasciata prendere subito da quel ritmo che prima ricorda quasi una danza sudamericana e dal pianoforte che lo scandisce in modo, a mio avviso, leggero ma insieme marcato e accattivante, mentre poi ci regala un'eco lontana di Ravel.
Non è cosa nuova, del resto, che un movimento di danza percorra la musica di Allevi. Lo troviamo a volte in brani dove è frutto di una precisa intenzione - come nel Concerto per violino e orchestra intitolato appunto "La danza della Strega" - o in altri dove sembra scaturire spontaneo simile a una vena d'acqua che affiora irresistibile dal profondo.

E trovo nella struttura del brano anche una sorta di circolarità che, alla fine, ci riporta al tema iniziale e ai suoi sviluppi, come a simboleggiare il ciclo delle stagioni dell'esistenza che rinasce e si rinnova continuamente.
Celebrazione, quindi, di una vita senza fine, come ci suggerisce l'ultimo accordo orchestrale che sembra restare in sospeso, quasi in attesa di un prosieguo.

Buon ascolto!

sabato 10 agosto 2013

Chi cerca....

Prendo spunto per il post di oggi dall'ultimo numero di "Sette" - allegato del "Corriere della Sera" - dove un articolo di Roberto Cotroneo ci parla delle "app". 
Come tutti sappiamo, si tratta di quelle applicazioni che, scaricate negli smartphone e nei tablet, ci consentono di trovare immediatamente ciò che cerchiamo senza timore di smarrirci o di sviarci nel mare di informazioni e di siti che internet ci presenta. 
Dagli orari dei treni al meteo, dai programmi tv alla musica o alla mappa di una metropoli e via dicendo, le app sono al nostro servizio con lo scopo di renderci il compito facile e veloce. 
Tutto è sempre più rigorosamente programmato perchè si vada a colpo sicuro, senza perdite di tempo o incertezze, ma senza neppure dover attivare quel minimo di iniziativa che talora può regalarci qualche sorpresa o novità, consentendoci di scoprire universi inaspettati.
E' come se l'oceano sconosciuto e sconfinato in cui si viaggiava fino a poco tempo fa da internauti, ora fosse solcato da corsie preferenziali, indicazioni, cartelli seguendo i quali non è più possibile sbagliare. Ormai perdersi è un rischio d'altri tempi, quando una scarsa dimestichezza col web ci faceva magari girare letteralmente mezzo mondo prima che trovassimo l'informazione o la foto che volevamo.

Eppure, mi pare che tutta questa rigorosa programmazione, se da un lato costituisce un'indubbia comodità, dall'altro finisca per spegnere il fuoco dell'imprevisto e della sorpresa. Si tratta di strumenti utili certo, che tuttavia, facilitandoci la ricerca, ne limitano fortemente il raggio.
Lo afferma anche Roberto Cotroneo all'interno dell'articolo, aggiungendo poi  una breve osservazione sull'importanza del perdersi come modo per potersi ritrovare, parole che possono assumere anche un più profondo spessore, ma che di primo acchito mi fanno pensare a quanto sia bella, ad ogni livello, l'esperienza della ricerca.

A ben guardare, infatti, cercare è un' avventura dai risultati quasi sempre positivi. "Chi cerca trova" dice il proverbio e - come tutti forse abbiamo sperimentato - spesso a lasciarsi trovare è qualcosa che in realtà non stavamo cercando. Sta proprio qui il bello! Vogliamo una cosa ma ne troviamo un'altra e il nostro perderci ci proietta in un mondo nuovo e sconosciuto che talora ci arricchisce di sè consentendoci insieme di scoprire tanto di noi stessi.

Ricordo una sera di parecchi anni fa in Borgogna, senza smartphone, nè mappa, nè navigatore. Ci eravamo smarriti nella campagna alla ricerca di un improbabile albergo e già era buio. Quando l'ultima speranza di trovare un alloggio decente per la notte stava per spegnersi, esattamente come nelle fiabe si era aperta la classica radura con una casetta al limitare del bosco: era un hotel ricavato da un'antica casa di campagna col mulino, la facciata a graticcio, un arredamento pieno di calore, un ambiente delizioso. 
Ci avevano ospitato nella graziosissima mansarda, ed era stato bello addormentarsi nel silenzio rotto soltanto dal suono dell'acqua giù nella gora. Insomma, davvero una favola!
Poi, la mattina dopo, ci eravamo resi conto di essere in cima a scale così ripide che - più che di un albergo - erano degne di una torre campanaria. Scendere con i bagagli appresso senza rotolare giù a precipizio era stata un'impresa. Ma in compenso, avevamo riso come matti! Bellissimo e indimenticabile!

Per questo, anche quando navigo in internet, nei limiti del possibile mi lascio un po' condurre dall'onda della curiosità e dal caso anche a costo di allontanarmi parecchio dal punto di partenza. Sarà perchè tante idee sono nate così, magari scavalcando i paletti che delimitavano rigidamente un percorso. Sarà perchè nelle mie notti insonni di adolescente, invece di contare le pecore, sognavo di perdermi a Venezia e quel sogno ad occhi aperti si riempiva sempre di impagabile fascino. Chissà!

Allo stesso modo, quando cerco un brano di musica su youtube, nonostante parta spesso con intenzioni precise, mi piace poi ampliare gli orizzonti e soffermarmi ad ascoltare anche ciò che il web mi propone nei pezzi correlati, cosa che mi ha fruttato spesso sorprendenti scoperte.  
Proprio una di queste è il brano di oggi, l' "Andante festivo" di Jean Sibelius (1865 - 1957), pezzo pacatissimo che nel tema iniziale ci riporta un'eco della Sinfonia "Dal nuovo mondo" di Dvorak.
Una musica che ha la pacificante delicatezza di un'alba, e ci conduce poi in un crescendo di luminosità che culmina nella grandiosa e solenne intensità del finale.

Buon ascolto!

venerdì 2 agosto 2013

Baci

Del bravissimo regista Giuseppe Tornatore, recentemente premiato con numerosi riconoscimenti per il film "La migliore offerta", ho rivisto sere fa "Nuovo Cinema Paradiso", forse la più famosa tra le sue pellicole o quella che comunque gli ha fruttato, a suo tempo, la maggiore notorietà.

Conosciamo tutti la vicenda, una storia sul valore e il ruolo del cinema ambientata nel contesto di un immaginario paesetto siciliano nel secondo dopoguerra. 
La narrazione è imperniata sul rapporto tra Alfredo, anziano operatore cinematografico, e il piccolo Salvatore che progressivamente gli si affeziona quasi fosse il padre non più tornato dalla guerra. Nasce così tra i due un'amicizia e una complicità di affetti che si trasforma in aiuto reciproco e che crescerà negli anni fino a quando Salvatore sarà quasi adulto.

E' un lungo flash-back quello attraverso il quale il film si dipana. 
All'inizio della narrazione infatti, il protagonista, ormai regista affermato, venuto a sapere della morte di Alfredo, ripercorre la propria infanzia e la propria adolescenza attraverso una sequenza di ricordi incentrati sul legame con quell'uomo che era stato per lui un sostanziale punto di riferimento. Alfredo aveva infatti intuito nel giovanissimo amico passioni e capacità, e lo aveva esortato a realizzarle andandosene dal paese anche a costo che s'interrompesse la contrastata relazione con Elena.
Così la vicenda, oltre che un vivace contesto di vita paesana, ci restituisce la storia di due intensissimi amori: quello per il cinema che si trasformerà per Salvatore in una scelta di vita, e quello per Elena, mai dimenticata e ormai perduta, a proposito della quale non era stato secondario il ruolo di Alfredo nel dare agli eventi una svolta decisiva.

Tornato in paese per il funerale, Salvatore rivede gli antichi compaesani ed entra in possesso di una pellicola conservata per lui dal vecchio amico. 
Meravigliosa e toccante la sequenza finale in cui la proietta, scoprendo che si tratta di tutti gli spezzoni di film che avevano suscitato la sua curiosità di bambino e all'epoca censurati perchè rappresentavano scene di baci considerate sconvenienti.  
E lo sguardo di Jacques Perrin che interpreta Salvatore ormai adulto, passa dalla curiosità alla sorpresa, dal ricordo all'emozione e infine alla gioia, mentre sfilano davanti ai suoi occhi progressivamente più attenti e partecipi i baci più famosi e appassionati della storia del cinema che Alfredo aveva conservato e montato proprio per lui. 
Ed è come se, insieme a quelle immagini, ritornasse in possesso anche della propria storia, riannodandone fili e ritrovandovi comunque un senso.

Ma parte della commozione che la vicenda suscita è data anche dalla mirabile colonna sonora affidata al grande Ennio Morricone e al figlio Andrea che ha realizzato in particolare il famosissimo "Tema d'amore" qui riportato.
Come sempre in un film, le note completano ed esprimono ciò che parole e immagini, sia pure nella loro bellezza, non arrivano a dire. Così, il brano - oltre che nel finale - ricorre più volte nel corso della narrazione a sottolineare le sequenze più salienti della vicenda, accentuando il senso di struggente nostalgia da cui è pervasa. 
Una melodia che si anima di progressiva intensità e sembra entrare dolcemente in ogni piega dell'anima a suscitarne emozioni con una delicatezza che mette i brividi.
 
Buona visione e buon ascolto!

venerdì 26 luglio 2013

Luglio: pacate immagini di silenzio.

Siamo ormai nel cuore dell' estate e, dopo le lamentele sul tempo che non si metteva al bello, già i quotidiani sono pieni di allarmistiche previsioni sul caldo torrido che fa e soprattutto che farà nei prossimi giorni.

Per questo, oggi vado in cerca di riposo e di frescura, tuttavia non tra ruscelli e prati di montagna come peraltro mi è congeniale, ma attraverso alcune immagini che rappresentano momenti di vita quotidiana e interni di case capaci di restituirci una rasserenente percezione di pace.
Non è raro per me essere attratta da rappresentazioni che mi comunicano quel senso di tranquillità ombrosa che viene spontaneo cercare durante la pausa estiva. Anche lo scorso anno, a quest'epoca, ricordo di aver presentato qui un'opera di Emanuel De Witte, "Interno con donna alla spinetta", ambientata in un' affascinante sequenza di stanze tra luce e penombra.
Così, oggi mi sono lasciata catturare dall'incanto di alcune immagini del pittore olandese Jan Vermeer (1632 - 1675). 

Si tratta di due famosissime opere: "Giovane donna con una brocca d'acqua" e "La lattaia" conservate rispettivamente al Metropolitan museum of Art di New York e al Rijksmuseum di Amsterdam.

Non sta a me parlare qui di queste splendide creazioni in merito alle quali, nel tempo, sono state espresse analisi ben più qualificate di quello che può nascere dal mio semplice sguardo. Tuttavia, mi piace condividere quegli elementi che, da sempre, me le hanno rese vicine suggerendomi un particolare clima e un silenzio nel quale immergermi, come del resto accade anche per altri dipinti dello stesso autore.

Si tratta di due opere apparentemente diverse per lo spazio in cui sono inquadrate, ma non prive di svariate affinità.
Il primo dipinto rappresenta un ambiente raffinato: ce lo dimostrano l'abbigliamento della donna, i vetri lavorati della finestra e il tappeto sul tavolino. Il secondo, invece, ci conduce nella semplicità di una cucina, come appare dagli arredi più comuni, la parete spoglia e la donna - certo una domestica - in maniche rimboccate e grembiule. Così pure, le brocche che entrambe hanno in mano nei rispettivi quadri sono di materiali differenti, uno più raffinato, l'altro più rustico.

Tuttavia mi colpiscono anche varie somiglianze che costituiscono, a mio avviso, il vero fascino dei due dipinti.
In entrambi compaiono infatti personaggi, inquadrature, ma anche oggetti e semplici gesti fissati nel tempo in una quiete pacata e silenziosa. Iconografia comune, tra l'altro, a diverse opere di Vermeer per la presenza di elementi ricorrenti: una stanza tra luce e penombra, sul lato sinistro una finestra dai vetri molati, talora un tappeto, una carta geografica e altri svariati oggetti.

Ma è la posizione del viso lievemente inclinato delle due donne insieme allo sguardo chino non rivolto allo spettatore che conferisce ad entrambe il fascino di un silenzio assorto. Non ci sono occhi sereni o malinconici, alteri o sfacciati che si rivolgano a noi che guardiamo quasi con la volontà di provocare  un'immediata reazione. Ma un raccoglimento pacato intorno ai gesti e agli oggetti quasi i personaggi ci guidassero a focalizzarci su quelli: sui vetri lavorati della finestra semiaperta dalla quale un fascio di luce obliqua illumina la donna, o su quel filo di latte che cola ininterrotto dalla brocca avvitandosi leggermente su se stesso.
C'è infatti un mistero in Vermeer - singolare artista del quale poco, in fondo, si sa e che ci ha lasciato un limitato numero di opere - che si esprime in questa pacatezza, in una sorta di invito ad entrare nel quadro, ad immergerci nella sua atmosfera nitida e nella sua luce senza tempo.

Ma, nonostante la luminosità, spira dalle immagini anche un senso di ombrosa frescura che nasce da svariati elementi coloristici.
Nel dipinto "Giovane donna con una brocca d'acqua" a creare questa suggestione mi pare sia lo spazio chiaro della parete e quel bianco copricapo inamidato quasi monacale sul quale sono visibili i segni delle pieghe, dipinte con la maestria che tanti autori del Seicento hanno avuto nel rendere la preziosità della stoffa o - in questo caso - la sua elegante semplicità. 

Osservando "La lattaia", è invece quel blu del grembiule insieme alla brocca e alla tovaglia - una tonalità che ricorda lo splendore di alcune pietre dure - a conferire un'aura di frescura a tutta la stanza e allo scorcio di natura morta che l'artista ci presenta in primo piano.
E mi ricorda certe antiche cucine di cascina viste nella mia infanzia, solide e semplici atmosfere che un giorno ci hanno pervaso il cuore e vi sono rimaste.

E per venire alla musica, mi sembra bello commentare queste immagini con il mirabile Andante del "Concerto italiano BWV 971" di Bach, nella misuratissima interpretazione di Angela Hewitt. Un brano di ritmo lento, meditativo, intriso di quella pacatezza che, a mio avviso, ben si accorda con l'atmosfera che i dipinti ci regalano e dei quali le note non turbano, ma se mai sottolineano il silenzio. 
 
Buon ascolto!

venerdì 19 luglio 2013

Calendari

Rientro dal balcone della cucina con una bracciata di biancheria asciutta e lo sguardo mi si posa sul calendario che è lì appeso al muro e segna i giorni di questo luglio di clima ora caldo, ora tempestoso.

Mi capita spesso di osservare il calendario anche di sfuggita, non tanto per la necessità di controllare una data, quanto per illuminarmi gli occhi e il cuore con la foto posta in corrispondenza del mese che è sempre una veduta toscana.
Amo i calendari che riportano immagini della Toscana e da anni ormai, in casa nostra, è tradizione che quello che percorrerà con noi il cammino dei dodici mesi ci restituisca le foto dei luoghi che prediligiamo e che abbiamo visitato più volte. Non so perché proprio la Toscana, invece di altre regioni: da sempre è come se vi avessi ritrovato radici che in realtà non ho, come se una misteriosa sintonia con i colori delle sue terre e della sua pietra mi avesse avviluppato l’anima.
Fino a qualche anno fa, acquistavamo i calendari proprio lì, durante uno dei nostri viaggi, magari anche con sei mesi di anticipo, e ci pareva con ciò di assolvere a un piccolo rituale che conferisse all’oggetto particolare autenticità insieme alla gioia dei ricordi.
Poi, cedendo al senso pratico, abbiamo preso l’abitudine di comprarli più vicino a noi dove sono in vendita nelle migliori librerie, non senza aver prima indugiato a lungo nella scelta delle immagini tra la varietà offerte.

Della Toscana amo principalmente la campagna: dalle crete senesi colte nei colori delle varie stagioni, alla dolcezza della Val d’Orcia, ai cascinali in pietra rustica magari abbelliti da un tralcio di fiori o allo splendore di una pieve romanica incastonata nel verde. Questo mese di luglio raffigura in primo piano un vigneto con grappoli di uva nera già turgidi e pronti, mentre sullo sfondo le mura turrite del borgo di Monteriggioni si stagliano contro un cielo azzurro spazzato dal vento.

Ma è nei particolari che si scopre la bellezza delle immagini, in particolari che – me ne sono accorta da tempo – è solo la luce delle varie ore del giorno a svelare. Per questo, dato che il mio calendario è piuttosto grande, l’ho appeso al muro del cucinino un po’ in alto vicino alla porta che dà sul balcone, in modo che riceva il primo sole della giornata e il primo raggio faccia brillare quanto, diversamente, rimarrebbe spento. 
Sono a volte casali rustici seminascosti dal verde o greggi in lontananza che si confondono con la campagna brulla o dorata; cipressi che affiorano dall’ombra o ancora glicini rampicanti attorno a uno steccato.
E mi ricordano alcuni quadri del primo Rinascimento dei quali solo un’attenta osservazione consente di scoprire tutti i particolari: certi paesaggini sfumati sullo sfondo di Madonne e Santi che svelano un alberello, un corso d’acqua che si perde lontano serpeggiando o la torre di un castello sulla costa verdeggiante di una collina.
Ho in mente un novembre di qualche anno fa: raffigurava una serie di vallate dalle quali saliva la nebbia fin quasi a lambire, in certi casi, la cima dei monti. Ma sotto il raggio di sole del primo mattino che filtrava dalla mia finestra, si aprivano al di là della nebbia paesetti nascosti, emergevano campanili che la luce indorava, si scoprivano spessori e profondità, tutto s’illuminava di vita.
E ho presente anche un vecchio mese di ottobre dove, nell’ampia prospettiva che si apriva sulla campagna senese, si disegnavano colline coperte da filari di ulivi da un lato e solchi appena arati dall’altro che ricordavano le sapienti geometrie del paesaggio medioevale dipinto da Ambrogio Lorenzetti.

Davanti a tali vedute amo spesso soffermarmi e sono lieta che mi accompagnino per un tratto della mia strada.
Quando al primo di ogni mese - e più significativamente al primo di ogni anno - al mattino, nel silenzio della casa ancora addormentata, aggiorno il calendario, è come compiere un rito speciale perchè è un po’ come affidare a quelle immagini tanto dense di suggestione, la scorta del mio cammino.
Un cammino simile ai giorni della nostra vita: con luci e penombre, colori vivi e nebbie, angoli più raccolti e prospettive profonde che spaziano verso il cielo. 

E mi piace accompagnare queste brevi note con un brano di Mozart, in particolare il secondo movimento, "Larghetto", dal "Quintetto per clarinetto e archi in La maggiore K.581".
Si tratta di una dolcissima melodia intrisa di luminosità e morbidezza, come morbide sono le colline e le prospettive variegate del paesaggio toscano, dolce paese veramente ricco di fascino. E il dialogo tra il clarinetto e gli archi ci restituisce davvero una pace che, per certi aspetti, anticipa le note dell'ancor più famoso Adagio dal "Concerto per clarinetto K.622".

Buon ascolto!

venerdì 12 luglio 2013

Esiti di fine anno

Sono terminati in questi giorni gli esami di maturità e i quotidiani ci stanno aggiornando sui vari risultati e percentuali: quanti promossi o bocciati, quanti cento e quante lodi, se le commissioni sono state più severe al nord o al sud e via dicendo.

Leggo inoltre che, sulla scorta delle tecnologie informatiche entrate a buon diritto anche nella scuola, già in molti istituti ogni allievo nel corso dell'anno può visionare online le proprie valutazioni.
Un' indubbia comodità che risponde a tutta una serie di esigenze comprensibili; tuttavia mi auguro che ciò non accada anche per la comunicazione degli esiti finali fino ad oggi affidati - per quanto ne so - ai tradizionali tabelloni perchè.... posso dirlo? Mi metterebbe un po' di tristezza.

A mio avviso, infatti, l'attesa comunitaria della pubblicazione dei voti, quelle ore a volte angosciose condivise tra compagni di classe hanno un valore del tutto impagabile che non si può barattare con la solitudine della propria stanza davanti allo schermo azzurrino del computer.
E' quell'attesa tutti insieme, nella condivisione dell'ansia, che a volte cementa amicizie, sblocca dialoghi o fa emergere ancor più nitida la verità di ciascuno. Nella tensione che precede l'affissione dei tabelloni, sgorgano infatti confidenze, rabbie, imprecazioni, segreti, speranze di un momento unico nella vita (... almeno si spera!). 
Qualcuno forse dirà che parlo così perchè a me è andata bene e non mi metto nei panni di chi rischia di vivere davanti a tutti il dispiacere di un risultato negativo. Capisco...tuttavia sono convinta che, in certe situazioni, sia sempre meglio la pacca sulla spalla o l'abbraccio solidale di un amico che un brivido di sudore gelato in solitudine. 

Ho un ricordo nitido di quelle attese, non tanto della maturità sul cui esito ero tranquilla, ma soprattutto del primo anno del triennio liceale che era stato per me piuttosto difficoltoso.
In segreteria ci avevano detto che i tabelloni sarebbero stati pubblicati alle tre del pomeriggio. Ma naturalmente dall'una mezza eravamo già lì. 
I primi tra noi studenti ad arrivare si aggiravano un po' straniti in quel cortile ormai familiare che tuttavia in quel momento ci appariva improvvisamente distante, quasi fosse riemersa la soggezione del primo giorno. 
Poi, man mano che la gente diventava più numerosa, si era ristabilita l'atmosfera di sempre e avevamo ricominciato a riempire dei nostri schiamazzi il silenzio di quello spazio severo, un tempo chiostro benedettino.
L'ansia e la paura ci avevano condotti tutti lì, a confidarci senza maschere  timori e tremori, fragilità e debolezze, a minacciare ipotesi del tipo se mi bocciano, stasera non torno a casa, ma anche a ridere, ridere a crepapelle per ogni minima sciocchezza! 
Tensione nervosa, certo, e insieme consapevolezza di un momento che avrebbe segnato la nostra vita. 

L'attesa era durata ben più del previsto, scandita dalle nostre previsioni col passare del tempo sempre più nere. Quando infine il bidello era sceso portando quasi con solennità il tabellone e, assediato da tutti noi, lo aveva fissato all'albo con le puntine, dopo qualche istante di sguardi ammutoliti, era esploso di tutto!
Urla, euforia, salti di gioia, incredulità, sospiri, insieme a qualche espressione non proprio elegante all'indirizzo di alcuni insegnanti, il che peraltro non aveva sminuito la stima che ne avevamo, nè ci aveva impedito di considerarli - allora e in seguito - dei sostanziali punti di riferimento. 
Insomma, adrenalina a mille.
Eravamo rimasti insieme a lungo, tra abbracci e apprezzamenti, sfoghi e risate, condividendo con appassionata sincerità qualche delusione, ma anche tanta inaspettata gioia.

Ma l'ultimo flash di quella giornata per me è un altro.
Ricordo mia madre che si sporgeva dal balcone di casa al quinto piano aspettando il mio ritorno. E quando finalmente, dopo un pomeriggio di angosciosa attesa (....non esistevano ancora i cellulari), ci aveva avvistato in fondo alla via mentre tornavamo - io e le mie compagne - ridendo, cantando e saltando in mezzo alla strada in piena crisi di stupidera, solo allora con un sospiro di sollievo era andata a spegnere la candela che aveva acceso a S.Antonio.
Per questo penso che nessuna eventuale novità informatica potrebbe mai sostituire il sapore di certe esperienze.

E per restare legata ai miei anni liceali, propongo un brano che mi aveva appassionato moltissimo proprio in quel periodo: le "Variazioni op.9 su di un tema di Mozart" di Fernando Sor (1778 - 1839) chitarrista e compositore spagnolo. 
Amo da sempre questo genere di creazioni dove la stessa melodia fiorisce in tanti modi diversi, come altrettante voci che si avvicendano ciascuna col proprio carattere rispecchiando un po' la varietà della vita.
E' così anche in questo famosissimo pezzo di Sor che - prendendo spunto dall'opera mozartiana "Il flauto magico" - ne modula un'aria in successive variazioni che si alternano con vivacità e malinconia, ora più semplici, ora ricche di una complessità da veri virtuosi.

Buon ascolto!

sabato 6 luglio 2013

Spensieratezza

Ci sono circostanze, luoghi, momenti della nostra vita anche apparentemente di poco conto che, per tutta una serie di motivi, si sono stampati nella memoria e nel nostro cuore.

Possono essere legati a un lavoro, a un viaggio, a un incontro o a normali incombenze quotidiane che - per quanto magari poco considerevoli in sè - in realtà, hanno rivestito per noi un' importanza significativa. 
Mai, del resto, la quotidianità è banale, ma nei suoi ritmi ricorrenti ci parla, tanto che certi piccoli eventi o abitudini della giornata possono diventare fari che punteggiano di luce la nostra strada, capaci anche a distanza di tempo di regalarci suggestioni positive.  

Questo accade a me, da qualche anno a questa parte, quando vado al mercato e in particolare a quello ortofrutticolo.
Amo moltissimo le bancarelle che espongono frutta e verdura con quella varietà, vivacità, e fantasmagoria di colori che tutti conosciamo.
Ma non è sempre stato così. Non mi piace la confusione e di conseguenza non ho mai trovato particolarmente entusiasmanti i mercati. Inoltre, per un po' di tempo gli orari di lavoro mi hanno impedito di andarci o mi consentivano di arrivare quando già tutti stavano sbaraccando.

Poi una volta, nel mio giorno libero, mi ero recata in una citta vicina dove mi toccava andar per uffici. 
Era la fine di maggio e incombevano tutti gli impegni che preludono alla conclusione dell'anno scolastico. E insieme a questi, una serie di altri adempimenti burocratici legati alle classiche scadenze fiscali del periodo e a problemi di casa mia. Così, nel mio cosiddetto giorno libero ero sempre in giro: il circuito era banca-posta-anagrafe-posta-banca e - se andava male -  pure agenzia delle entrate. 
Insomma, un periodo pieno di impegni e tensioni che non mi consentiva ancora di abbandonarmi al pensiero delle vacanze.

Ma per andare in uno di quegli uffici, quel giorno avevo dovuto attraversare la piazza del mercato.
Le bancarelle di frutta e verdura mi erano venute incontro quasi di sorpresa, avvolgendomi con la loro sovrabbondanza di colori e sfumature, di tentazioni saporose e di suggestioni pittoriche. 
Era stata quasi una riscoperta! Non erano infatti le cassette allineate coi loro prodotti geometricamente ordinati che troviamo nei supermercati, ma montagne di meloni e di albicocche, cascate di ciliegie e di pesche insieme a zucchine, peperoni ed erbette varie che debordavano dalle bancarelle in una sorta di discesa libera che ne esaltava la magnificenza. Insomma, un vero piacere per gli occhi!

Eppure non era solo questo. 
Era che quelle ciliegie e quelle pesche con la loro fantasmagorica vivacità, mi parlavano di vacanza e di estate, di pause di sollievo e distensione, di una liberatoria spensieratezza che in quel momento non potevo permettermi, ma che in qualche modo m'inducevano a sperare!
Questo coglievo guardandole di fretta e tuttavia lasciandomi raggiungere dal loro splendore, perchè ciò che mi comunicavano era una viva, gioiosa e palpitante percezione di leggerezza! 
Anche per me sarebbe arrivato infine il momento in cui - invece che per uffici - avrei potuto aggirarmi spensierata tra quei colori e quei profumi indugiando a mio piacimento! Me lo dicevano a chiare lettere pesche nettarine e fragoloni, ananas e melanzane, mentre con segreta gioia promettevo a me stessa: 
"Il primo giorno di vacanza, giuro che vengo qui!". 

Certo, prima avrei compilato documenti e dichiarazioni, corretto compiti e preparato relazioni finali, ma con quella frutta negli occhi e nel cuore, capace di nutrirmi anche se non l'avevo comprata!
Il mercato di quel giorno era stato il mio anticipo di vacanza, semplicissimo momento di vita quotidiana eppure anche luogo di piacevolezza da covare dentro di me e a cui riandare con la fantasia!!!
D'allora, le bancarelle di frutta e verdura mi hanno sempre ricordato quel momento, sia che si trovino fuori dal negozio di una grande città, sia nella piazzetta di un piccolo borgo. E andare al mercato è diventato gioia e sollievo.

Anche nel mio recente viaggio a Santiago de Compostela, uno dei luoghi che mi ha maggiormente affascinato è stato proprio il mercato: uno spazio ricavato in tre chiesette romaniche sconsacrate, delle quali è ancora evidente la struttura originaria. Anche qui, frutta e verdura in quantità, fiori e pesce freschissimo del vicino oceano insieme a un'atmosfera popolaresca d'altri tempi.
San Giacomo mi perdoni, ma non me ne sarei andata più! 

E a commento di questi piccoli ricordi, un brano davvero ricco di spensieratezza che ci porta via sull'onda del suo fascino.
Si tratta della "Sonata per archi n.6 in Re maggiore" di Gioacchino Rossini nel suo primo movimento "Allegro spiritoso".  
Trovo in queste note una grande luminosità che restituisce respiro. E mi pare che - come in altre Sonate del compositore pesarese - il ritmo scorrevole e l'eleganza della melodìa creino un clima di leggerezza capace di regalarci un'attitudine gioiosa verso la vita.

Buon ascolto!

 

domenica 30 giugno 2013

Giugno: le attese di Hopper.

" Cape Cod Morning" - Washington, Smithsonian American Art Museum.
Ci sono mesi, nel corso dell'anno, che aprono a particolari stati d'animo perchè inaugurano nuove stagioni, preludono a festività o perchè iniziano o concludono un periodo di lavoro.

Soprattutto da quest'ultimo punto di vista, giugno e settembre sono sempre stati per me i più significativi perchè caratterizzati da un senso di attesa: in settembre per il desiderio di realizzare concretamente le varie attività programmate, e a fine giugno per la speranza di potermi finalmente rilassare, una volta giunta alle soglie dell'estate. E credo sia così per tanti, se non per tutti.

"Morning Sun" - Ohio, Columbus, Museum of Art
Tuttavia, ogni attesa è manifestazione di un atteggiamento esistenziale più ampio e profondo che caratterizza ciascun essere umano nella sua sostanziale incompletezza e nel suo desiderio di compimento.
Sempre si attende qualcosa, è questa la tensione che ci proietta avanti dando senso ai gesti quotidiani: piccole attese spesso proiezioni di quelle grandi, a volte realizzate e al tempo stesso mai totalmente colmate.

E' a questo proposito che oggi voglio ricordare un artista che dell'attesa mi pare abbia fatto il leit-motiv di parecchie sue opere: si tratta del pittore statunitense Edward Hopper (1882 - 1967).
Nonostante un certo clima di freddezza, i suoi dipinti mi hanno sempre attratto per la loro capacità di rendere in modo immediato alcuni aspetti della condizione esistenziale superando il puro e semplice realismo.
"Four Lane Road" - Collezione privata
Mi pare infatti che Hopper vada al di là dello sguardo per parlare subito all'anima, evocando lo sgomento e la sostanziale solitudine dell'essere umano - una sorta di straniamento dell'individuo dalla realtà circostante - in un'atmosfera metafisica che, per certi aspetti, lo avvicina a De Chirico.  

Le sue opere sono caratterizzate da figure dallo sguardo assente, assolutamente statiche, simili a oggetti tra gli oggetti. E la particolare luminosità fatta di contrasti intensi, le linee oblique che segnano nettamente il limite tra luce ed ombra, insieme ai colori distesi con uniformità, sembrano accentuare il senso di freddezza insieme al silenzio da cui ogni composizione è pervasa.

"Automat" - Iowa, Des Moines Art Center
Ma parlavo di attesa. Molti dipinti fotografano questo stato d'animo o esso vi traspare comunque declinato in svariate situazioni proprio dalla staticità delle figure.
Attesa di qualcosa o qualcuno, come potrebbe far pensare la donna protesa dietro la finestra in "Cape Cod Morning". 
O attesa forse ormai inutile, come quella della donna seduta al tavolino in "Automat" che per certi aspetti mi ricorda "L'assenzio" di Degas. 
Altro stile e in parte altro contesto, è vero, ma stessa desolazione portata qui alle estreme conseguenze in una dimensione di totale incomunicabilità, dove il vetro che riflette le luci del negozio, alle spalle della donna, diventa in realtà una galleria scura che sembra ingoiare ogni cosa.

"Western Hotel" - New Haven, Yale University Art Gallery
Tuttavia, anche quando nei dipinti compaiono più personaggi, il silenzio e il senso di solitudine restano invariati e l'individuo rimane chiuso in se stesso come l'uomo che vediamo in "Four Lane Road".

Particolarmente significativo, a mio avviso, anche "Western Hotel", dove la valigia, l'auto in secondo piano, il busto eretto della donna che tradisce una tensione ci restituiscono il senso della provvisorietà insieme a una sottile angoscia.

"South Carolina Morning" - New York, Whitney Museum of American Art
Attesa davanti a una finestra e al cielo, come in "Morning sun", a un panorama metropolitano di geometrica precisione, a tratti di strade che non si sa dove portino o a un paesaggio estivo
"Rooms by the Sea" - New Haven, Yale University Art Gallery
sostanzialmente vuoto, come in "South Carolina Morning". 
   Ma anche dove non compaiono figure umane e l'atmosfera è più serena come nel bellissimo "Rooms by the Sea", la luce, il taglio prospettico e ancora una volta le linee oblique, ci parlano ugualmente di un senso di incompiutezza e di sospensione.

Ciò che scorgiamo in ogni dipinto sembra infatti lo scorcio di una scenografia che richiama un altrove più vasto e completo capace di dar senso al reale, forse un rimando all'eternità, davvero oggetto ultimo di un'attesa o di una disincantata nostalgia.

E a commento di queste immagini, un brano di un autore contemporaneo che mi pare rispecchi la silenziosa tensione da cui esse sono pervase. 
Si tratta di "Morning Passages" di Philip Glass, compositore statunitense nato nel 1937, considerato uno degli esponenti del minimalismo musicale. La sua fama tuttavia è legata anche alla realizzazione di svariate altre opere tra le quali musiche di scena e alcune colonne sonore, come quella del famosissimo film "The hours" dalla quale è tratto il pezzo di oggi.
Trovo la musica di Glass affascinante anche se, a mio modesto avviso, talora eccessivamente ripetitiva, caratteristica peraltro comune a diversi autori della corrente minimalista. 
Tuttavia, nel brano che propongo, il ritmo e la ripetizione fin quasi ossessiva del tema con quelle note che si fanno progressivamente più ansiose, creano una suggestione straordinaria e mi pare rendano davvero con efficacia l'inquietudine di questi dipinti apparentemente muti, dando voce al grido implicito che da essi affiora.

Buon ascolto!

lunedì 24 giugno 2013

Alberi

Da tempo ormai, hanno abbattuto il filare di alberi che stava dietro casa mia e che arrivava a sovrastare i miei balconi.
Erano piante vecchie, certo, in parte malate, forse per la loro altezza anche pericolose soprattutto nei giorni di vento e di temporale. Tuttavia, quando aprivo la finestra, potevo illudermi di abitare in un bosco e tutto quel verde fresco e ombroso d'estate mi ricreava.

Poi, un giorno, è accaduto. Tornata dal lavoro, non ho trovato più nulla: nel giro di una mattinata gli alberi erano stati abbattuti e al posto del prato sottostante stava prendendo forma il cantiere di un futuro parcheggio.
Giuro: mi è parso che mi avessero stravolto metà dell'esistenza, che quella non fosse più casa mia, perchè - per quanto spirito di adattamento si possa avere - una casa non è fatta solo di muri, ma anche di tutto il paesaggio circostante, del panorama inquadrato dalle finestre che entra con i suoi colori e suoni a far parte della nostra vita e delle nostre abitudini, se non addirittura di noi stessi.

Devo confessarlo: per un po' ne ho fatto una malattia, e a tutti quelli che venivano a trovarmi, non tralasciavo di raccontare la penosa vicenda rimpiangendo i bei tempi andati.
Poi ho dovuto rassegnarmi, tanto più che mi avevano assicurato che - parcheggio a parte - alcune zone verdi sarebbero state conservate o ripristinate.
Così in effetti è accaduto, ma il vecchio filare così alto è stato sostituito da tristi pinetti cimiteriali che non arrivano neppure al piano di sotto, mentre per me non è avanzato neanche un filo d'ombra.
Però, al di là del famigerato parcheggio, è stato piantato un nuovo filare di alberelli che stanno crescendo e, se pure non raggiungeranno mai l'altezza dei precedenti, spero che col tempo possano garantire almeno un po' di frescura all'intorno.

I primi anni, erano tanto esili che, con certe angolature di luce, nemmeno li distinguevo e mi si confondevano col prato retrostante; alcuni poi hanno anche faticato a crescere forse per difetto d'irrigazione, ma pian piano, nella loro fragilità, ho cominciato ad amarli. Così, all'inizio di ogni primavera cercavo d'immaginare quale ampiezza i loro rami avrebbero raggiunto alla fine della bella stagione, un po' come si fa con dei bambini ai quali si misura l'altezza sulle tacche di un muro.

Poi il tempo è passato. Ora li guardo e ogni giorno faccio il tifo per loro: dalla finestra della cucina li coltivo con lo sguardo osservando i fusti ancora sottili ma che - lo vedo - si stanno irrobustendo, o le chiome che iniziano a resistere all'onda del vento e, come fanciulli verso la prima adolescenza, prendono forma e bellezza.

Per questo, agli alberelli ormai divenuti miei, voglio dedicare una pagina musicale di assoluta bellezza: l'ultimo movimento, Allegretto, della Sinfonia n.6 in Fa maggiore op.68 "Pastorale" di Ludwig van Beethoven.
E' un brano conosciutissimo, luminoso e danzante, che esprime il sollievo e la gioia del ritorno al sereno dopo un temporale. 
Il tema - ripetuto più volte con successive variazioni prima delicate, poi progressivamente più maestose e talora solenni - sembra celebrare lo splendore della natura, dal più tenero filo d'erba al bosco più rigoglioso.
E' un crescendo d'intensità, dove ritmo e dolcezza si sposano in passaggi ora lievi, ora grandiosi ed entusiasmanti. 
Un esaltante tripudio di note nelle quali - tra l'altro - ritrovo alcuni incanti della mia adolescenza e che, nella loro bellezza, davvero riconciliano con la vita e col mondo.

Buon ascolto!

martedì 18 giugno 2013

Un Haendel da matrimonio

Scommetto che qualcuno riderà se vi racconto come tutto - e mi riferisco all'idea di questo post - è partito da uno spunto più che banale.
Ho cambiato da pochi giorni il cellulare, usufruendo di una di quelle offerte promozionali che girano in questi ultimi tempi e ho dovuto scegliere la suoneria tra le varie opzioni - non molte per la verità - che il telefonino mi offriva.  
"Ma le puoi anche scaricare dal web!" sento già che qualcuno mi sta dicendo. 
Lo so, ma....per favore, una cosa per volta, non sono molto veloce a familiarizzarmi con le novità tecnologiche. Dicevo che ho scelto la suoneria. 
La volevo chiara, immediatamente percepibile, ma non troppo invadente. Viaggio spesso e non mi piace svegliare un intero vagone di treno con un suono aggressivo come talora mi capita di sentire. Quindi tra il Rodeo Clown e l' Ukulele, indovinate cosa sono andata a scegliermi? Il Minuetto!!!
Ovvio...no??? E per di più cantato da un gruppo vocale che - se non è proprio quello - mi ricorda da vicino les Swingle Singers. Ancora più ovvio!!!

Poi però ho scaravoltato in lungo e in largo youtube, da Mozart a Vivaldi a Bach e via dicendo per andare a scoprire di che pezzo si tratta - e perdonatemi se comincio ad avere qualche vuoto di memoria! - ma non l'ho trovato!!!
....Volete sapere come fa??? Che... ve lo canto???
Allora, per facilitare le cose immaginiamolo in do maggiore:

"do do do do - 
si la sol fa
sol fa mi re fa mi re mi do 
do do do do -
mi re do si
re do si la si sol."

Questa più o meno l'aria. Qualcuno la conosce o è un jingle di pura invenzione? Somiglia a una quantità di altri minuetti, del resto il ritmo è sempre lo stesso, ma le note, le note precise quelle no, neppure tra le incisioni dei mitici Swingle Singers.

Ma siccome le ricerche fruttano sempre qualcosa, strada facendo mi sono imbattuta nello splendido brano di Haendel che vi propongo.
E' un altro "Minuetto" - tratto in particolare dall'opera "Berenice" - e per quanto sia un pezzo di carattere profano, non so perchè, ma me lo vedo accompagnare la celebrazione di un matrimonio.
E' l'attacco che mi riempie di suggestione, così solenne e insieme pacato e, ad ogni ascolto, in testa mi parte subito un video. Mi vedo tutto, dalla chiesa all'organo, dalle persone ai fiori, potrei persino descrivervi i particolari se non fosse che vi annoio e poi non c'entra. 
Ma m'immagino l'ingresso della sposa lungo la navata, la musica che subito zittisce il brusìo di chi attende e lei che avanza lenta, rispondendo con un vivido cenno dello sguardo ai saluti e ai sorrisi che i presenti le rivolgono.
Una musica composta e serena come parecchie arie di Haendel - pensiamo al famosissimo "Largo" - e che mi pare riecheggi qua e là qualche passaggio delle suites orchestrali del contemporaneo Bach. Note che predispongono al silenzio, quello interiore, e mi sembrano particolarmente adatte ad introdurre un rito per l'atmosfera assorta che creano riconducendo all'essenziale.

....Così, per oggi vi lascio con Haendel.  
Rileggo e mi accorgo che - soprattutto nella prima parte - è un post in cui sono andata a ruota libera....e forse anche un po' fuori di testa. Vabbè...per una volta!...Ma prometto che torno a fare la persona seria.
Mi perdonate???
Intanto godetevi questo splendore.

Buon ascolto! 

giovedì 13 giugno 2013

Irrefrenabile ritmo di un "Presto"

E' ancora dall'immaginario baule in soffitta cui facevo riferimento la scorsa settimana che prendo spunto per il post di oggi.

Come alcuni di voi ricorderanno, una volta - e diciamo pure ai tempi del mio baule - non potevamo portarci dietro la musica con la facilità attuale e ascoltarla in macchina o anche semplicemente per strada. Non esistevano ancora non solo cd e ipod con relativo auricolare, ma neppure audiocassette.
Era l'epoca del giradischi e del vinile e ogni ascolto, almeno per me, si traduceva quasi in un piccolo rito. Dovevo stare attenta a come maneggiare il disco per non lasciarvi le mie ditate e poi appoggiarvi la puntina con estrema delicatezza per evitare di graffiarlo rovinandolo così irrimediabilmente.
In seguito, ero entrata in possesso di un giradischi automatico, tuttavia occorreva sempre pulire bene il 33 giri, non un granello di polvere doveva restare sulla sua superficie!  
Ma più importante ancora era il silenzio. Non tolleravo che il più piccolo rumore mi disturbasse: la mia camera diventava una sala da concerto.

Oggi, ascoltare musica per conto proprio è diverso non solo perchè  schiacciamo un tasto e via, ma perchè è possibile farlo in qualunque situazione, persino immersi nel frastuono di una città e devo riconoscere che, per certi aspetti, anche questo ha un suo fascino. Lasciarci raggiungere dalle note mentre ci troviamo per strada, infatti, o quando siamo in treno e il paesaggio ci scorre accanto, è rendere la musica vera e propria colonna sonora del nostro cammino, tradurla in un colore che la realtà assume o in uno sguardo particolare sulle cose intorno a noi.
Ma quei primi ascolti sui dischi che compravo coi miei risparmi di adolescente o poco più, hanno mantenuto il sapore di una sorta d'iniziazione.

Oltre a tanti 33 giri dedicati a singoli compositori, ricordo che prediligevo alcune compilation - come le chiameremmo ora - che riunivano pezzi di autori vari e per vari strumenti.
In una in particolare, dove Arthur Fiedler dirigeva la Boston Pops Orchestra, avevo scoperto il Largo di Haendel, il Concerto di Varsavia di Addinsell, e la Danza ungherese n.6 di Brahms e per un bel po' di tempo non ero riuscita a separarmene.

Così, è proprio dai ricordi di una di quelle antiche miscellanee che sono andata a prendere il brano che oggi desidero condividere con voi: l'"Introduzione, Aria e Presto" di Benedetto Marcello (1686 - 1739).  
La composizione si articola appunto in tre tempi che più diversi forse non potrebbero essere. A un'animata e vibrante introduzione, segue infatti una melodia più lenta che si dispiega dolce e malinconica ripetendosi con svariati abbellimenti.
Ma è l'ultimo movimento, Presto, il vero pezzo di bravura che, dal mio primo lontano ascolto, mi ha poi sempre affascinato con il suo irrefrenabile ritmo.  
Qui, attraverso la splendida coesione dell'orchestra d'archi, il brano ci regala vivacità e leggerezza, corsa e danza, gioco e brio, sottolineati dal dialogo dei violini e scanditi dai pizzicati dei violoncelli in un crescendo a mio avviso entusiasmante.
Una musica dalla quale lasciarci portar via, note che restituiscono il sorriso sull'onda della gioiosa energia e della luminosa vitalità che esprimono.

Buon ascolto!

 



giovedì 6 giugno 2013

Tesori in soffitta

Ho un difetto.
"Uno solo?!..." si chiederà qualcuno magari un po' dubbioso e sconcertato dalla mia presunzione. 
No, a dire il vero....ben più di uno, ma questo è un altro discorso.

Dicevo che ho un difetto, in particolare, che risale alla mia adolescenza. 
Quando mi piaceva l'opera di un autore - scrittore o musicista che fosse - ero capace di rileggerla o riascoltarla all'infinito senza preoccuparmi di andare oltre e cercare altro, tanto quel brano mi saziava, tanto mi sentivo appagata da quegli scritti o da quelle note. 
In questo modo, se pure arrivavo a conoscere certi pezzi quasi a memoria, vi restavo poi talmente legata da essere restia a staccarmene per affrontare altre opere o altri autori. Così, le mie conoscenze rischiavano di restare piuttosto limitate.
Con l'età poi, ho gradualmente imparato ad aprirmi anche a ciò che - di primo acchito - non mi esaltava, scoprendovi invece spesso elementi di attrattiva. In seguito, il tempo, le amicizie, le contingenze della vita - come capita di frequente - hanno sollecitato in me il desiderio di conoscere nuovi artisti e nuovi generi anche nel grande panorama della musica.

Tuttavia, nonostante negli anni abbia attraversato periodi diversi e passioni musicali diverse più o meno dirompenti, un certo - diciamo così - zoccolo duro di compositori e di brani è rimasto invariato. 
In fondo, se ho dato vita a questo blog, inizialmente è stato proprio perchè, a un certo punto, mi sono resa conto di possedere un piccolo bagaglio di antiche passioni che volevo condividere, come avessi avuto un vecchio baule in soffitta dal quale trarre tesori nascosti. E il bello è stato che, riaprendolo, li ho ritrovati intatti. Ho scoperto infatti che la conoscenza del nuovo non aveva offuscato in me lo splendore dei primi amori, nel senso che l'emozione suscitata un tempo da quelle musiche era ancora viva con la freschezza di una pianticella sempreverde.  

Questo discorsino per dire che oggi, dai ricordi chiusi in soffitta, vado a riprendere un autore che - per quanto sia comparso qui solo una volta - ha sempre suscitato in me una passione dirompente: Sergej Rachmaninov (1873 - 1943).
Conosciamo tutti il suo mitico Rach 3, una delle vette più impervie del virtuosismo pianistico, reso famoso anche dal film Shine. Tuttavia, ad affascinarmi per primo era stato l'altrettanto famoso secondo concerto per pianoforte e orchestra, insieme ad alcuni brevi pezzi per piano solo.

E' proprio uno di questi che sono andata a scovare oggi nel mio immaginario baule: l' "Elegia in mi bemolle minore op.3 n.1". 
Il brano è tratto dai "Cinque pezzi di fantasia per pianoforte op.3" dei quali il più eseguito in assoluto è senza dubbio il "Preludio in do diesis minore". Ma se il preludio ci afferra con forza fin dalle prime battute, l'elegia ha invece un esordio più lento fatto di affascinanti e profondissimi arpeggi. 

La composizione, a mio avviso, riflette in sè tutte le caratteristiche musicali del suo autore: delicatezza e irruenza, profondità e impeto, alternanza di toni ora sommessi, ora drammatici, ma sempre intensamente romantici. 
Tuttavia, essa ci regala anche quella vena di sotterranea malinconia tipica di tanta musica russa, che scorre spesso anche al di sotto di certe esplosioni di martellante sonorità; una vena che è quasi uno sguardo struggente e nostalgico sulla vita e che spalanca squarci di mistero.
Nel corso del pezzo, il tema principale si ripete più volte ora intimo, ora espresso da un crescendo appassionato all'interno del quale avvertiamo il tocco profondissimo di ogni singola nota insieme allo sgorgare di un'energia e una sonorità che sembrano trasformare il pianoforte in un'orchestra. Tutti elementi di una capacità espressiva straordinaria, evidente anche da semplici dissonanze o da cambi di tonalità che arrivano a toccarci dentro. 

E, ancora una volta, mi riempie di stupore il miracolo che si compie nel  passaggio che trasforma un dato fisico - i suoni in questo caso e la frequenza di ogni singola nota - in un fremito del cuore, in un impeto di commozione e una gamma di sensazioni capaci di nutrirci nel profondo.

Buon ascolto!