mercoledì 31 dicembre 2025

Day by day...

Al mercoledì, per motivi coristici, rientro sempre un po' tardi. 
Il treno da Milano è alle 20,01, ma se
 tutto fila liscio e quel brav'uomo di mio marito viene a prendermi alla stazione, sono a casa prima delle nove.

Non mi dispiace tornare a quell'ora anche se di questi tempi c'è buio e freddo, ma la grande città che attraverso con tram e metrò è piena di luci e di un movimento nel quale mi immergo volentieri. Arrivo in stazione di fretta ma senza timore di perdere il treno, anzi, a volte mi resta qualche minuto per comprarmi i biscotti al supermercato del primo binario. È piccolo, ma gestito da ragazze molto gentili così, quando ce la faccio, mi ritaglio un angoletto di calore e di sorriso prima di recarmi al treno. Quando poi arriva, mi ci rintano. 

È una routine nella quale mi trovo a mio agio perchè mi ricorda gli anni dell'università e in qualche modo mi fa ringiovanire. Anche quando sono in metrò, nonostante la stanchezza serale, sento in me che un tassello segreto torna al suo posto, come se da sempre portassi inscritta dentro quella vita, quei viaggi in mezzo alla gente e ci ritrovassi qualcosa di familiare, di mio. Una volta partita poi, come tutti o quasi apro anch'io il cellulare per vedere se ci sono messaggi o se qualcuno dei miei solerti compagni di coro ha già caricato il file della lezione appena finita.

Ma mercoledì l'altro, seduto accanto a me, c'era un tizio che leggeva un libro. È cosa talmente rara ormai trovare qualcuno che legga un vero libro cartaceo che sono stata subito punta da viva curiosità e ho iniziato a sbirciare. Con discrezione, ma sbirciavo.
Il tipo era alto, bruno, viso interessante, ma non fatevi strane idee...avrei potuto
essere sua madre, se esageriamo anche sua nonna! Ad attirarmi era il libro. Il guaio è che non ci vedo: capivo solo che aveva le note e quindi non era un romanzo. Così continuavo a sbirciare. 
Poi un passaggero è sceso, il tizio si è spostato di fronte a me - e so già cosa state pensando! - ma in compenso ho
visto autore e titolo: nientemeno che "La brevità della vita"di Senecanell'edizione che trovate nella foto con quel bel mosaico antico in copertina! 
La scoperta mi ha destato subito tanti ricordi degli anni di università e non solo. Ho
 frequentato spesso - se così si può dire - l'amico Seneca attraverso i suoi scritti più famosi a cominciare dalle "Lettere a Lucilio", e sempre mi ha offerto significativi spunti di riflessione.

Ora qualcuno dirà: "D'accordo, ma siamo alla fine dell'anno e guai ne abbiamo già avuti. Come pensiero augurale proprio alla brevità della vita dovevi ispirarti? Qualcosa di più allegro nooo???..."
No gente mia, perchè dal quanto ricordo il "De brevitate vitae" non è affatto deprimente,
ma è un'esortazione a non sprecare in occupazioni vane il tempo della nostra vita che sarà pur breve, ma non così come spesso lamentiamo.

Seneca, che scrive a metà del I secolo d.C., muove qui una sferzante critica a quanti - affaccendati negli affari pubblici e spesso mossi da avidità di potere, di piacere o di denaro - trascurano la riflessione, la lettura dei grandi maestri del pensiero e quella preziosa solitudine che consente di interrogarci nel profondo alla ricerca della nostra autenticità. 
Esalta quindi l'otium, il tempo libero che i Latini contrapponevano al negotium, laddove il termine
antico non aveva quel senso negativo che oggi diamo alla parola, quasi fosse sinonimo di pigrizia. Era invece uno spazio da dedicare alla dimensione culturale e contemplativa della vita, considerata più importante di quella attiva: lo dimostra il fatto che il termine positivo è proprio otium, mentre l'altro è costruito sulla sua negazione: nec-otium. Ciò non significa che non ci si debbe impegnare in ambito sociale o politico e, anche se in qualche passo del testo Seneca esorta il destinatario, Paolino, a ritirarsi a vita privata, il richiamo è ad un uso del tempo più equilibrato.

Perchè mi ci soffermo? Perchè certe pagine sono di sconcertante attualità e mi pare che la società romana di cui si sottolineano i difetti somigli tanto a quella di oggi. Nonostante la durezza della critica tuttavia, il messaggio sotteso è incoraggiante perchè lo scrittore sostiene che la vita è talmente preziosa che non va sprecata e la sua durata non si misura dal numero di anni, ma dalla qualità del loro impiego. Richiamo fortissimo all'essenziale quindi, per dare ad azioni e relazioni quell'autenticità che Seneca, secondo quanto la filosofia stoica gli suggerisce, ravvisa nella pratica delle virtù: esercizio capace di dilatare il tempo, fermando la corsa affannosa e la vacuità nella quale stiamo precipitando.

Questo mi tornava alla mente mentre il treno mi riportava a casa e intanto formulavo ipotesi sull'identità del mio compagno di viaggio: uno studente universitario? Uhm... Un giovane insegnante di liceo? Forse. Uno studioso? Chissà!...Ma in ogni caso gioivo della bella sorpresa come quando anni fa - ne ho parlato proprio all'inizio di questo blog - una mattina sul treno mi ero trovata davanti un giovane che studiava la partitura del "Flauto magico". 
Non capita tutti i giorni!

Allora grata per la sorpresa, vi regalo il sesto movimento - "Day by day we magnify Thee" dall' "Utrecht Te Deum HWV 278" di Georg Friedrich Haendel (1685 - 1759). È un pezzo caratterizzato dalla vivacità fastosa e festosa tipica del compositore, dove sentirete risuonare temi che da un lato ci riportano al brano corrispondente del suo celebre "Dettingen Te Deum", ma dall'altro anche a Mozart. A me pare infatti che, nell'esordio del Kyrie della "Spatzenmesse K.220" scritto parecchi anni dopo, il musicista salisburghese abbia preso spunto da questa pagina di Haendel.   
Pagina che non solo s'intona con l'ultimo giorno dell'anno in cui nelle
chiese cattoliche è tradizione cantare proprio il "Te Deum", ma con i passaggi fugati del finale costituisce uno splendido modello di costruzione polifonica che potete apprezzare anche dalla partitura in video.  

Così alla voce di questi cantori aggiungo la mia, grata per i tanti richiami all'essenziale che ci possono arrivare day by day, giorno per giorno intrecciati al nostro vissuto, magari un mercoledì sera, sul treno, tornando dal coro.

Buon ascolto e Buon Anno!

(La foto è presa dal web) 

 

giovedì 25 dicembre 2025

Buon Natale!!!



Peter Paul Rubens (1577 - 1640) : "Adorazione dei pastori". Fermo, Pinacoteca civica.

 

Morten Lauridsen (n.1943) : "O nata lux".

martedì 16 dicembre 2025

Se lo sguardo è femminile - 12


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al termine della carrellata di donne pittrici che ha scandito i mesi di quest'anno, pur consapevole del fatto che il mio elenco è incompleto e altre figure del passato avrebbero meritato di essere ricordate, mi piace concludere con un'artista contemporanea a mio avviso notevole per talento e intensità di sguardo.
Si tratta di Antonella Masetti Lucarella, classe 1954, le cui creazioni pittoriche da
 una trentina di anni a questa parte riscuotono consensi e hanno avuto grande risonanza sia in Italia che all'estero.

È l'universo femminile il tema intorno al quale si concentra l'attenzione della pittrice volta ad indagarne volti, occhi, mani, pose e gesti con acuta capacità di introspezione psicologica. Profonda espressività insieme a uno stile essenziale, fatto di rigore e nitidezza di linee, mi sembrano i caratteri salienti delle sue opere sempre segnate da squisita eleganza.

Esempi significativi a questo riguardo sono alcuni ritratti come "Grande volto" riportato qui a lato: in apparenza un solo viso con un'unica espressione, ma in realtà due metà differenti che coesistono nella stessa persona quasi a simboleggiare quella duplice dimensione che ci caratterizza e l'invito a scandagliare ciò che si cela dietro uno sguardo.

Intenso anche il dipinto che vedete qui accanto, intitolato "Adolescente" dove gli occhi della fanciulla ritratta, segnati da uno sfumato che allarga le sue ombre sul viso, tradiscono un senso di malinconia. 
Le donne raffigurate dalla pittrice, infatti, hanno spesso sguardi 
assorti, ora velati da silenziosa tristezza, ora sorridenti, ora invece decisamente risoluti e volitivi come nella testa di "Ragazza" che ho riportato più sotto. Qui, gli occhi che non guardano lo spettatore ma altrove, a mio avviso accrescono nell'opera il fascino e il senso di mistero.

Davvero mille storie potremmo immaginare e raccontare sulle donne di Antonella Masetti Lucarella, accattivanti come la molteplicità di emozioni che le abita.
Ma al di là di questi aspetti, dalle sue creazioni 
a mio avviso spira anche un'aura di profonda quiete che - come scrivevo - ci induce ad andare oltre le apparenze per scandagliare l'interiorità di tanti ritratti.

Osserviamo per esempio il bellissimo "Figure in rosso" che vedete in grande in alto. Quale profondo senso di pace emana dallo sguardo serio e al tempo stesso dolce delle due donne, dalla loro compostezza, dai volti simili ma non uguali quasi fossero due facce della stessa anima, una l'apparenza e l'altra lo spessore che la costruisce! Sono occhi che - questa volta - guardano dritti verso di noi e mani incrociate con grazia sul petto in un gesto garbato quasi a custodire il mistero che ogni essere umano cela in se stesso. Così come misterioso è ciò che ha in mano la figura a sinistra: una carta da gioco? Un quadretto? Uno specchio o un ricordo?...Chissà!

Ma vi sono anche altre donne appaiate non solo perchè dalla rappresentazione emerga quel duplice mondo esteriore e interiore presente in ciascuno di noi, ma per farne risaltare una sorta di complicità. Così è nel quadro intitolato "Figure in un interno" che trovate qui a lato, come in numerosi altri esempi in cui le protagoniste sono riprese in scorci di vita quotidiana. 

In ogni caso, figure di grande raffinatezza come "La danzatrice" qui accanto, disegnata con linee sinuose e sensuali, elegantissime in quella gradazione di rosso scuro tanto amata dalla nostra pittrice quasi fosse una tinta primigenia color del sangue, del fuoco e della passione. 

Una tinta che si staglia contro il fondo dei dipinti ora nero, altre volte grigio e qui, in particolare, contrasta con l'incarnato chiaro della donna conferendogli rilievo plastico. Un colore che ritroviamo spesso e anche nel quadro intitolato "Modella in abito rosso" poco più sotto, opera affidata a linee di una semplicità spoglia e priva di particolari ornamenti. Del resto, le figure dipinte dall'artista non ne hanno bisogno perchè riempiono il quadro con la loro essenzialità e - oserei dire - la loro presenza scenica.

Qui, oltre alla splendida silhouette dall'atteggiamento sognante e appassionato, a spiccare sono le mani: lunghe, magre e snodate nelle quali la struttura ossea evidente si fa ancora una volta espressione di fascino ed eleganza. Si tratta di particolari che l'artista ha raffigurato più volte facendone anche tema di varie altre composizioni come appunto "Mani intrecciate" e "Mani" che vedete più sotto.

Ma se le sue figure sanno esprimersi senza bisogno di troppi ornamenti, ci sono tuttavia qua e là dettagli non trascurabili che, oltre ad arricchire i vari dipinti, rimandano a svariati precedenti pittorici.

Sono quei piccoli paesaggi che costellano i suoi quadri, ora 
affiancandosi alle figure più grandi come si vede da alcune delle immagini riportate, ora invece come oggetto di composizioni a sè stanti quasi fossero fogli di antichi codici.
Ne avete una testimonianza qui a lato nell'opera intitolata "Eros e pathos" dove
l'artista ha accostato occhi, mani, paesaggi, esempi di sfumato, insieme ad antichi scritti a formare un'opera che esprime ricchezza di ispirazione e di riferimenti al passato.

Dalle sue creazioni emerge infatti una vasta cultura pittorica nella quale sono evidenti rimandi al Rinascimento e poi più su fin quasi ai nostri giorni. Sono diversi i richiami che vi colgo. Qualche esempio?
La rappresentazione delle mani mi suggerisce conoscenze da Rodin a 
Escher, ma certi paesaggi a mio avviso uniscono suggestioni anche molto lontane tra loro. Osserviamo, per esempio, il quadretto dipinto al centro di "Figure in rosso" con un piano a quadri bianchi e neri e in fondo una montagna. 

Se quella sorta di pavimento può ricordare le prospettive dipinte nella seconda metà del Quattrocento da Paolo Uccello (avete presente la predella del "Miracolo dell'Ostia profanata" ?), ma anche certe stanze raffigurate nel Seicento da Vermeer, il monte sullo sfondo - a guardarne la sagoma - somiglia al Mont Sainte-Victoire che ricorre spesso nelle opere di Cézanne.

Non dimentichiamo poi la suggestione del danese Hammershøi nelle tante donne riprese di spalle, come vedete in quest'opera intitolata "Figura di schiena con paesaggio".
Dunque, riferimenti diversi tra l'antico e il moderno che colgo non come dati di pura erudizione, ma come segni di una cultura fatta propria e profondamente assimilata che l'artista lascia poi affiorare liberamente all'interno di una freschezza di ispirazione tutta sua.

Pensando infine alla musica da associare a queste immagini, è stata proprio la loro essenzialità insieme ai richiami al passato a suggerirmela. 
Si tratta di un pezzo di Gabriel Yared, compositore libanese classe 1949, famoso
anche come direttore d'orchestra, ma soprattutto per le musiche da film che gli hanno fruttato a volte prestigiosi riconoscimenti.

Il brano s'intitola "L'aria de l'ange" dalla colonna sonora de "L'instinct de l'ange", pellicola del 2013. A prenderci subito è il tema esposto dall'oboe: una melodia tranquilla, meravigliosamente sostenuta dal pizzicato degli archi che ne scandiscono il ritmo regalandoci un senso di profonda pace. Poi l'aria, arricchita dalla presenza di altri strumenti, si ripete intensificando il suo fascino fino alla parte finale che è invece più accesa e tagliente e con la quale il pezzo s'interrompe. 
Ma perchè mi è piaciuto tanto? Dico la verità, a incantarmi è stata l'accattivante parte iniziale col suo
 afflato meditativo che, nella sua articolazione, mi è parsa molto bachiana. E mi ha indotto a pensare che nel compositore libanese - da sempre grande cultore di Bach - abbia agito lo stesso processo di interiorizzazione che, per altri aspetti, ha lavorato nell'ispirazione della nostra pittrice. 
Un passato che rifluisce nel presente, dunque, sostanziandolo di spessore e
facendone fiorire più compiutamente l'originalità; e una musica che - a mio modesto avviso - ci consente di entrare più a fondo nell'affascinante universo delle donne di Antonella Masetti Lucarella.

Buon ascolto!

(Le foto sono prese dal sito web della pittrice che qui ringrazio per la cortesia.) 

 

lunedì 8 dicembre 2025

"Prope est Dominus"

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
"Quando la notte è quasi terminata
e l’alba è tanto vicina
che possiamo toccare gli spazi, 
è ora di lisciarsi i capelli

e preparare le fossette nelle guance
e stupirsi di esser stati in pena
per quella vecchia, svanita mezzanotte
che ci atterrì soltanto per un’ora."

Mi è capitata sott'occhio proprio in questi giorni la poesia di Emily Dickinson (1830 - 1886) che vedete qui sopra, intitolata "Quando la notte è quasi terminata" come recita il primo verso. Tutti conosciamo la profondità e la delicatezza delle opere della poetessa americana, figura originalissima sia sul piano umano che artistico. Intensa è infatti la sua capacità di cogliere scorci di vita con brevi immagini spesso tratte dalla natura o dal mondo della quotidianità, dove l'infinitamente piccolo si fonde con l'infinitamente grande delle domande di senso.

Tema di questa poesia è il sollievo all'appressarsi dell'alba dopo il buio della notte, quando la prima luce dissolve le nostre paure e ci consente di nuovo di toccare gli spazi tornando ad orientarci. Alcuni commentatori affermano che, al di là del significato letterale, il testo potrebbe anche simboleggiare una notte esistenziale segnata dalla ricerca di Dio e dalla speranza che, in realtà, sia la morte quell'alba nella cui luce gli affanni del passato andranno svanendo.
Sotto questo profilo, a mio avviso è interessante che la Dickinson non abbia scritto tali versi alla fine della sua vita, ma poco più che trentenne e nel pieno della sua attività, il che ci suggerisce quanto l'intera sua esistenza sia stata segnata da un'intensa ricerca interiore. Degno di nota anche il modo con cui tratta l'argomento: un'attitudine gioiosa, espressa in immagini semplici come lisciarsi i capelli e preparare le fossette nelle guance, alludendo alla necessità di essere ben pettinata e sorridente come quando ci si presenta a una festa. La poesia infatti non parla di un giorno fatto e di una luce piena, ma solo di una preparazione quando la notte è quasi terminata.

Parola chiave mi sembra proprio quel quasi, a indicare la fase di passaggio tra buio e luce, il primo barlume di chiaro che va a dissipare l'inquietudine di un tempo sospeso ridestando l'attesa e la speranza. Allora è già possibile guardare ai terrori del passato - o forse alla paura stessa della morte - come a cosa passeggera e ormai dissolta (quella vecchia, svanita mezzanotte / che ci atterrì soltanto per un'ora). E la consapevolezza che ne deriva è piena di meraviglia e di sorpresa (e stupirsi di essere stati in pena).

È un testo che, comunque lo si interpreti, ci parla in profondità perché tante sono le notti buie che il nostro tempo sta attraversando, così come le albe che tutti, per motivi diversi, attendiamo sia a livello individuale che collettivo. Viene in mente il versetto biblico "Sentinella, a che punto è la notte?" (Isaia 21, 11-12), ripreso poi da Shakespeare, ma anche da una celebre canzone di Guccini nella quale il cantautore si interroga sul senso ultimo delle cose. Sempre intensa infatti è stata nel tempo la luce di bellezza offerta dalle varie forme di arte che rischiarano il nostro cammino come appunto i sorridenti versi della Dickinson e certo anche la musica. 

Allora mi piace commentare il testo della poetessa con un brano che a questo riguardo trovo significativo perchè s'inquadra nel periodo che precede la grande alba del Natale.
Si tratta del mottetto Op.176 n.8 intitolato "Prope est Dominus" (Vicino è il
Signore), scritto da Joseph Gabriel Rheinberger (1839 - 1901) all'interno di una raccolta di pezzi per l'Avvento. È una composizione per quattro voci miste nella luminosa tonalità di Mi maggiore che ci regala una rasserenante soavità soprattutto nella ripresa in pianissimo e che su qualche passaggio ombroso fa prevalere una gioia sorgiva. Culmine di tale gioia è l'esplosione dell'energico Alleluja che ci consente di apprezzare la meravigliosa coesione del coro! 
Lascio ora a chi legge il piacere di immergersi in queste splendide note e di
gustarne la costruzione. Da parte mia, coltivo la speranza di poterle cantare un giorno dall'interno di una corale polifonica e non solo - come faccio ora - sognando davanti allo schermo di un computer.

 Buon ascolto!

(La foto, a dire il vero un po' sfocata, è mia e la si potrebbe intitolare "Alba invernale sul Gran Paradiso")