martedì 20 dicembre 2016

Giovinezza ritrovata...

Affascinante, vero, il brano della volta scorsa?
Allora oggi vi propongo un altro pezzo di Chopin nel quale mi sono imbattuta giorni fa, durante una delle mie frequenti scorribande su youtube.

Non più un'aria lenta e soffusa di malinconia come la Mazurka op.17 n.4, ma un tema vivissimo ed energico, forte e tempestoso, che si dispiega in una grande ricchezza di sviluppi e sonorità andando a toccare tutti i tasti - è proprio il caso di dirlo - delle nostre emozioni. Uno Chopin multiforme che attraversa ogni sfumatura dell'anima, passando dall'impeto alla delicatezza, talora potente come un uragano, altrove lieve come un soffio.

Si tratta della "Grande Polacca brillante in Mi bemolle maggiore op.22", qui nella versione per pianoforte e orchestra: brano famosissimo che ho riconosciuto inquadrandone il ricordo in una toccante e indimenticabile sequenza del film "Il pianista". 
Nella pellicola infatti, il pianista ebreo Wladislaw Szpilman - in fuga dai nazisti nella Varsavia martoriata dalla seconda guerra mondiale - in una delle case in cui, di volta in volta, è costretto a nascondersi, trova un pianoforte che però non può toccare per non rivelare la sua presenza
Tuttavia, subito vinto dal desiderio, lo apre e finge almeno di suonarlo.  
Ricorderete certamente la scena nella quale, mimando la posizione e i movimenti delle mani, esegue un brano di Chopin le cui le note risuonano soltanto nella sua mente, mentre nella maschera di tristezza del suo volto compare per un attimo l'ombra di un sorriso.
 
Una sequenza breve eppure straordinaria che ci dà la misura di un contesto angoscioso, ma anche del persistente anelito di vita e di libertà cui la musica dà voce sia pure nel silenzio. Una musica capace di dare forma ai sogni e salvare l'uomo dall'abbrutimento, restituendolo a se stesso e facendo brillare in lui quella scintilla divina che ne è l'origine.
Tornerà infatti il protagonista, finita la guerra, a suonare liberamente quel brano in concerto e, sull'onda delle note, ritroverà in sè quella giovinezza del cuore che violenza e disperazione rischiavano di spegnere.
  
Ed ecco allora il pezzo: una composizione nella quale, dopo la parte introduttiva affidata all'orchestra, il pianoforte solista esordisce con uno splendido, luminosissimo attacco che ci rapisce fin dal primo istante.
Qui, Chopin sembra proprio dare sfogo a una passione dopo un lungo e forzato silenzio, e attraversarne con crescente intensità le infinite sfaccettature, in una ricchezza espressiva sottolineata anche dalle indicazioni sullo spartito che vanno dal fortissimo al delicatissimo
Ne scaturisce una vitalità prorompente, simile in taluni passaggi a quella di un ruscello e altrove a un vero e proprio un fiume in piena che - a sua volta - fa scaturire dal cuore di chi ascolta una gioiosa energia.

Scritta dal compositore a vent'anni, nel tema iniziale più volte ripetuto e nella scrittura ricca di virtuosismi, questa Polacca privilegia decisamente il pianoforte in rapporto all'orchestra, restituendoci una vitalità chiara, trascinante e infuocata fino alla conclusione forse un po' ridondante, ma segno inequivocabile di giovinezza.

Buon ascolto!

martedì 13 dicembre 2016

Modernissimo Chopin !

E.Degas: "L'assenzio" - Parigi, Museo d'Orsay
Parlavo, la volta scorsa, di arrangiamenti tesi a cogliere le ulteriori possibilità ritmiche di alcuni brani di classica, e a trasformarli in veri e propri pezzi di musica jazz o talora rock.
Ma vi sono altre composizioni del passato che - senza bisogno di rielaborazioni - hanno già in sè non solo il seme di una sensibilità nuova, ma precisi caratteri di spiccata modernità.

Non si tratta questa volta di una vivacità fatta di ritmi sincopati, bensì di sonorità, dissonanze e suggestioni indefinite, come spiragli attraverso i quali cogliere il respiro del futuro.  
Sono brani capaci di precorrere i tempi, ricchi di intuizioni che vanno oltre i canoni della poetica del periodo, per regalarci percezioni e atmosfere che disegnano scenari inusitati. 
Ma mentre spesso tali novità si registrano nelle ultime fasi evolutive del percorso di un compositore - come, per esempio, in certi quartetti di Haydn o nelle ultime sonate di Beethoven - talora ciò accade molto prima.

Così, oggi vi propongo un pezzo di Chopin di straordinaria modernità
Si tratta della "Mazurka in la minore op.17 n.4", scritta nel 1832 quando il musicista era ventiduenne, ma già abbozzata a soli quindici anni (!), forse durante uno di quelle fasi dell'adolescenza in cui le percezioni si fanno acute e vivissime.  
Vi accorgerete, ascoltandolo, che il brano supera i canoni pienamente romantici nei quali si inquadra la musica del compositore polacco, rivelando tratti più vicini a noi, ma soprattutto quella sensibilità decadente che prelude poi al disagio esistenziale del Novecento.

Si tratta di un pezzo che si apre pianissimo e sottovoce - come indica lo spartito - dolcemente pervaso di tristezza, cosa peraltro non nuova nè estranea alla poetica musicale di Chopin: basti pensare al "Preludio in mi minore op.28 n.7" o allo "Studio op.10 n.3", solo per fare qualche esempio.
Tuttavia, mi pare che qui si vada al di là. 
Il compositore costruisce infatti una melodia della quale non è sempre facile individuare l'andamento in la minore, perchè da essa il tema si discosta in continuazione. Talora poi, sembra vagare senza meta in un clima dissonante per andare a perdersi non si sa dove, simile a un rigagnolo grigio in un giorno di pioggia.
E se anche gli abbellimenti e le delicatissime fioriture di note richiamano lo stile del più tipico Chopin, l'aria malinconica e ripetitiva, scandita da frequenti intervalli di terza discendente, crea un senso di cupo disorientamento e talora di annoiato abbandono, quasi una sorta di "spleen".
È pur vero che, nella parte centrale, la mazurka ci riporta ad un ritmo più marcato e luminoso, sottolineato dal passaggio in tonalità maggiore.  
Ma nella conclusione torna a prevalere la malinconia e il tema - invece di risolversi compiutamente sulla tonica - sembra svanire o restare in sospeso.

Un brano che mi ricorda con insistenza l'atmosfera di certi dipinti del secondo Ottocento, come quello di Degas riportato qui in alto, dove le due persone raffigurate - la donna davanti al bicchiere di assenzio e l'uomo a quello di vino - pur essendo l'una accanto all'altra, si ignorano completamente. E la loro fissità, con gli sguardi persi nel vuoto di fronte ai bicchieri ancora pieni, diventa emblema di una profonda solitudine o forse di un'attesa ormai disincantata.
Un brano di espressività assolutamente mirabile, capace di anticipare ogni sfumatura di tali atmosfere, ma anche di raggiungere l'uomo d'oggi parlando alla sua sensibilità.
Una melodia di straordinaria bellezza che non smette di esercitare un fascino sottile e ammaliante, attraverso il quale il genio di Chopin ci cattura e ci prende fino a farci irrimediabilmente suoi.

Buon ascolto!

lunedì 5 dicembre 2016

Giocare....

Vivacissima, irrefrenabile, impertinente, spregiudicata, entusiasmante.....in una parola, bellissima!!!
Mi riferisco alla straordinaria interpretazione che trovate nella clip video di oggi dove Yuja Wang ci regala un brano di Mozart.

Si tratta di un famosissimo pezzo che chissà quanti di noi hanno suonato nella loro infanzia di piccoli pianisti, e precisamente il "Rondò" dalla "Sonata in La maggiore n.11 K.331", più conosciuto come "Marcia turca" -

La performance prende spunto da un arrangiamento scritto dal russo Arcadij Volodos', ma in realtà la Wang va ben oltre. Sotto le dita della pianista cinese, il Rondò diventa infatti una musica jazz accattivante e scatenata che, in certi passaggi, mi pare strizzi l'occhio anche al ragtime di Scott Joplin.
Si coglie subito che la rielaborazione di Volodos è irta di difficoltà tecniche e richiede notevoli doti esecutive, dato che talora le mani si muovono in modo quasi indipendente l'una dall'altra. Ma l'abilità virtuosistica della splendida pianista è tale che dell'arrangiamento ci offre un'ulteriore e ancor più trascinante interpretazione. Così, la performance si traduce in puro divertimento non solo per chi ascolta, ma anche per la stessa Wang che arricchisce il brano di gioiosa e giocosa leggerezza.
Un gioco che non s'improvvisa però e che - prima di divenire tale - presuppone studio, talento e padronanza non comuni perchè, acquisita la tecnica, la si superi e finalmente ci si possa divertire. E qui la Wang sembra suonare davvero a briglia sciolta, con entusiasmo esaltante, nel vivo della sua straordinaria bravura.

Sì, la musica ogni tanto ci consente anche di giocare, ed è così vero che, in alcune lingue straniere, suonare uno strumento e giocare sono azioni espresse addirittura con lo stesso verbo.
Allora, qualche volta è bello coinvolgere nel gioco anche i grandi del passato che - chissà?! - forse sono ben contenti di essere presi in questo divertimento.
Dissacrazione??? Niente affatto!!!
Certo, non sempre tutto è apprezzabile in ugual misura e il rischio che talora alcuni brani vengano banalizzati c'è. Tuttavia, tante rielaborazioni in chiave jazz, rock o pop - che si affiancano allo splendore delle versioni originali - restano decisamente valide soprattutto se delle varie melodie vanno a sviscerare le ulteriori possibilità ritmiche, come spesso mi è capitato di osservare in passato.
Se poi l'autore da cui si parte è un grandissimo, riprenderne i testi è come riscoprire un tesoro d'inesauribile versatilità, che supera i tempi e dialoga con noi, sposando agevolmente il linguaggio dei generi musicali più attuali senza perdere il proprio smalto.
Un connubio in questo caso ben riuscito, grazie alla pianista Yuja Wang che ci consente di rileggere Mozart alla luce di una modernissima sensibilità e - perchè no? - anche del gioco.
  
Buon ascolto!

lunedì 28 novembre 2016

Geografie senza confini....

"Non esiste nulla che renda il mondo tanto grande come avere amici lontani: sono loro che disegnano le latitudini e le longitudini".

Per parlare dell'ultimo incontro blogger che si è tenuto ieri a Milano, prendo a prestito questa bella frase di H.D.Thoreau, suggeritami dalla giovanissima amica Chiara del sito "Vasetto di Margherite" nel commento ad uno dei miei ultimi post.

Sì, sono proprio gli amici a fare del mondo non un deserto anonimo, ma un tessuto vivo e ricco di relazioni, un luogo in cui è possibile annullare le distanze.
E' ciò che ancora una volta abbiamo sperimentato rivedendoci e andando - prima di tutto - a rendere omaggio alla nostra amica Ambra, scomparsa lo scorso ottobre e da anni infaticabile animatrice di tanti raduni blogger.

Abbiamo voluto con forza e convinzione questo incontro, a cominciare da Erika, Sandra e poi tutti, sia per rispettare i programmi che Ambra aveva già tracciato, sia per consolidare amicizie che camminano ormai da sole al di là dei rispettivi blog e della geografia che talora ci avvicina, ma spesso anche ci allontana.
La geografia, appunto. Osservavo ieri che - tra amici vecchi e nuovi - a dispetto di nebbie e disguidi tecnici, siamo arrivati a Milano praticamente da tutta Italia: da nord a sud, dalle Alpi al mare, da Bari, Roma, Modena, Verona, Aosta e poi sempre Milano insieme ad altre località del nord.

Ma ci sono geografie che oltrepassano mari, montagne e città, ed esistono latitudini e longitudini del cuore che disegnano mondi senza confini, dove chi non è più con noi in realtà non è assente ma ci sorride - per così dire - dalla stanza accanto, più vivo che mai.
Così, quello per Ambra non è stato solo un ricordo, ma il senso di una presenza, come se ci accompagnasse in giro per la sua Milano e potessimo coglierne - di tanto in tanto - il sorriso e l'arguzia, l'accoglienza e il garbo, quasi ci prendesse per mano per unirsi ancora una volta alla nostra brigatella un po' chiassosa.

Per questo oggi ho scelto di pubblicare un brano che ha radici lontane, come se anche i tre compositori che vi sono coinvolti si fossero presi per mano, al di là della geografia e del tempo in cui sono vissuti.
Si tratta di un pezzo della "Suite orchestrale n.4 op.61" conosciuta come "Mozartiana" di Piotr Ilic Tchaikovsky.  
L'appellativo deriva dal fatto che, nei quattro movimenti di cui essa si compone, il musicista russo prende spunto da altrettante creazioni di Mozart - tra l'altro anche dal famosissimo "Ave verum" - per ricrearne l'atmosfera alla luce di un ampio organico orchestrale.  
Il brano che vi propongo, la "Variazione n.9 - Adagio", è tratto dall'ultimo tempo della Suite e fa riferimento alle dieci "Variazioni per pianoforte K.455"  scritte da Mozart su di un tema di Gluck. 
Un filo rosso musicale, quindi, che ha origine da un'aria dell'opera "La rencontre imprévue" di Gluck, passa poi a Mozart con un pezzo per pianoforte, per approdare infine a Tchaikovsky che ne fa una rielaborazione per orchestra.

Devo confessare però che, prima di pubblicare il brano, ho avuto qualche perplessità, perchè non ero del tutto sicura che fosse adatto all'incontro di ieri, segnato certo da nostalgia per la nostra amica, ma anche da tanta gioia di vederci e condividere un piacevolissimo momento conviviale. 
Tuttavia, poi mi sono decisa perchè mi pare che questa musica, nel suo tono intensamente meditativo, sappia parlare più di tanti discorsi.
Il suono acutissimo e struggente del violino voce, infatti, a quell'iceberg sommerso che ciascuno di noi a volte porta in sè, a quel magma di sentimenti talora difficile da esternare, fatto di ricordi, interrogativi, affetti e nostalgie, che si risveglia ogniqualvolta una persona amica se ne va.
Una musica che può aiutarci a prolungare il nostro breve silenzio di ieri, davanti alla terra in cui il corpo di Ambra riposa. 

Buon ascolto!