Allora oggi vi propongo un altro pezzo di Chopin nel quale mi sono imbattuta giorni fa, durante una delle mie frequenti scorribande su youtube.
Non più un'aria lenta e soffusa di malinconia come la Mazurka op.17 n.4, ma un tema vivissimo ed energico, forte e tempestoso, che si dispiega in una grande ricchezza di sviluppi e sonorità andando a toccare tutti i tasti - è proprio il caso di dirlo - delle nostre emozioni. Uno Chopin multiforme che attraversa ogni sfumatura dell'anima, passando dall'impeto alla delicatezza, talora potente come un uragano, altrove lieve come un soffio.
Si tratta della "Grande Polacca brillante in Mi bemolle maggiore op.22", qui nella versione per pianoforte e orchestra: brano famosissimo che ho riconosciuto inquadrandone il ricordo in una toccante e indimenticabile sequenza del film "Il pianista".
Nella pellicola infatti, il pianista ebreo Wladislaw Szpilman - in fuga dai nazisti nella Varsavia martoriata dalla seconda guerra mondiale - in una delle case in cui, di volta in volta, è costretto a nascondersi, trova un pianoforte che però non può toccare per non rivelare la sua presenza.
Tuttavia, subito vinto dal desiderio, lo apre e finge almeno di suonarlo.
Ricorderete certamente la scena nella quale, mimando la posizione e i movimenti delle mani, esegue un brano di Chopin le cui le note risuonano soltanto nella sua mente, mentre nella maschera di tristezza del suo volto compare per un attimo l'ombra di un sorriso.
Una sequenza breve eppure straordinaria che ci dà la misura di un contesto angoscioso, ma anche del persistente anelito di vita e di libertà cui la musica dà voce sia pure nel silenzio. Una musica capace di dare forma ai sogni e salvare l'uomo dall'abbrutimento, restituendolo a se stesso e facendo brillare in lui quella scintilla divina che ne è l'origine.
Tornerà infatti il protagonista, finita la guerra, a suonare liberamente quel brano in concerto e, sull'onda delle note, ritroverà in sè quella giovinezza del cuore che violenza e disperazione rischiavano di spegnere.
Ed ecco allora il pezzo: una composizione nella quale, dopo la parte introduttiva affidata all'orchestra, il pianoforte solista esordisce con uno splendido, luminosissimo attacco che ci rapisce fin dal primo istante.
Qui, Chopin sembra proprio dare sfogo a una passione dopo un lungo e forzato silenzio, e attraversarne con crescente intensità le infinite sfaccettature, in una ricchezza espressiva sottolineata anche dalle indicazioni sullo spartito che vanno dal fortissimo al delicatissimo.
Ne scaturisce una vitalità prorompente, simile in taluni passaggi a quella di un ruscello e altrove a un vero e proprio un fiume in piena che - a sua volta - fa scaturire dal cuore di chi ascolta una gioiosa energia.
Scritta dal compositore a vent'anni, nel tema iniziale più volte ripetuto e nella scrittura ricca di virtuosismi, questa Polacca privilegia decisamente il pianoforte in rapporto all'orchestra, restituendoci una vitalità chiara, trascinante e infuocata fino alla conclusione forse un po' ridondante, ma segno inequivocabile di giovinezza.
Buon ascolto!