domenica 3 maggio 2015

Siamo tutti quindicenni !

Già altre volte, in passato, mi è capitato di parlare del potere terapeutico della musica e di quanto essa agisca come catalizzatore capace di creare in noi reazioni e mutamenti, trasformando e plasmando le nostre emozioni.

Ma trovo che essa non sappia semplicemente rasserenare o rinfrancare, sanando ferite o ricomponendo il tessuto del cuore. Proprio per la sua capacità di pacificare interiormente, sa anche ringiovanirci dentro, aprendoci a uno sguardo nuovo su noi stessi e sulle cose.

Ci regala così uno spirito verdeggiante, ricco di germogli sorprendenti e inaspettati anche dopo il più rigido inverno perchè - se glielo permettiamo - essa ci raggiunge nel profondo dandoci forza, sorriso, amore per la vita e talora anche sete. Certe musiche, infatti, placano in noi una sete ma al tempo stesso l'accendono, come se comprendessimo che la sorgente a cui attingiamo è solo una scintilla, il rivolo di un fiume ben più grande e infinito.
Questo non soltanto perchè il numero dei compositori e delle loro creazioni è immenso, ma perchè tanti brani - ciascuno a suo modo - ci conducono verso quella musica del cosmo che risuona in un angolo profondissimo dell'universo e di noi stessi, lasciandocene la nostalgia.
E quando giungiamo a percepire la corrispondenza tra il tutto e il frammento, a cogliere il legame tra l'immensamente grande e il piccolo, insieme al fascino delle note riscopriamo in noi anche i palpiti di una giovinezza senza fine.
Sì, la musica sa ringiovanire il cuore di tutti: da chi la compone a chi la esegue, da chi l'ascolta a chi la canta. E cantare significa entrare in essa non solo con la mente e con l'anima, ma con ciò che ci è fisicamente più vitale come la voce e il respiro.

Allora, per addentrarci nel suo splendore in modo ancor più vivo, vi regalo un brano di Georg Friederich Haendel (1685 - 1759), compositore dallo stile spesso festoso e fastoso - e la "Musica sull'acqua" o la "Musica per i reali fuochi d'artificio" ne sono un esempio - ma anche ricco di grande intimità come in tante arie a cominciare dal famosissimo "Largo".
Quello che desidero condividere con voi oggi è il coro "Let their celestial concerts" che conclude l'oratorio "Samson" (HWV 57), una pagina fatta di architetture musicali scintillanti e leggere che, in certi passaggi, possono ricordare il celeberrimo "Hallelujah" dal "Messiah".
Insieme a un'atmosfera di solennità, infatti, la musica di Haendel è spesso attraversata da una vena di profondissima gioia che - come in questo brano - risplende nello spessore della polifonìa, restituendoci un cuore giovane e uno sguardo di più luminosa speranza.

E a proposito di giovinezza, mi piace concludere riprendendo l'espressione usata dal maestro del coro parrocchiale di un paesetto vicino che da qualche tempo ho iniziato a frequentare. 
Forse perchè vede l'età non sempre verde dei componenti, sottoscritta compresa, prima che cominciamo a cantare ci esorta così:
  "E ricordate che siamo tutti quindicenni!!!"
Il che significa: attaccate coraggiosamente senza incertezze, state a tempo, seguite il ritmo, rispettate i diminuendo senza rallentare e insieme alla voce metteteci la mente e il cuore, freschi come ragazzini!

Appunto! La musica fa scaturire energia e sorriso, entusiasmo ed ebbrezza  soprattutto quando il canto ci conduce al suo interno ringiovanendoci dentro....e speriamo anche fuori!!!

Buon ascolto!

venerdì 24 aprile 2015

Semplicità

Aprile volge quasi al termine, ma il mio calendario - ancora una volta! - resta caparbiamente aperto sul mese scorso, nè so decidermi ad aggiornarlo.
Faccio un po' fatica infatti a rinunziare all'immagine che vedete qui a fianco, con quel viola intenso dei campi di lavanda che m'illumina gli occhi e il cuore ogni volta che vi passo davanti.
E' il mio calendario provenzale di cui ho già parlato tempo fa, che raffigura casolari di pietra, campagne verdeggianti, fiori e frutta, l'abbazia di Sénanques - per quella però, abbiate pazienza, dovete aspettare qualche mese! - e molto altro ancora.

Adoro il viola di questa foto: ferisce e al tempo stesso riempie lo sguardo ed è bello scoprirlo al mattino, in alto sul muro bianco della cucina, quando il sole me lo illumina esaltandone la vivacità.
Ma amo anche il contrasto col verde rigoglioso della vegetazione circostante e il grigio chiaro della casa che ha finestrelle tra l'azzurro e il lavanda, tendine fantasia blu di Provenza e - ingrandite la foto! - dei fiori e un cagnetto sul davanzale. Particolari di un paesaggio vivo e rasserenante, di un luogo tranquillo in cui riposare lo sguardo, segno di una vita attenta al gusto e alla bellezza della semplicità, come il lindore di quella pietra chiara marezzata di ombre sotto la folta chioma dell'albero.
E mi rendo conto ancora una volta che è proprio la luce, con le sue variazioni, a dare forma e rilievo a ciò che abbiamo intorno, conferendo smalto ai colori della natura così come agli oggetti quotidiani, facendone emergere la solarità, ma anche la freschezza e il fascino. Proprio come quest'angolo di paesaggio che ci offre un ambiente di pace, una cornice semplice e serena insieme a quel viola lumeggiato di sole in cui affondare lo sguardo e l'anima.

Allora, in sintonia con quest'immagine, oggi desidero regalarvi un brano di Mozart tra i più ricchi di soavità, nel suo alternarsi di luci ed ombre e nella limpida semplicità della sua melodia.
Si tratta del quarto movimento, "Adagio", dal "Divertimento n.15 in Si bemolle maggiore K.287".  
Un Adagio regala sempre un senso di soavità, ma questo in particolare, oltre alla sua leggiadrìa, riecheggia tanto altro Mozart e non solo.
Frutto del compositore appena ventunenne, il pezzo infatti ha in sè la dolcezza di altri tempi lenti già composti o ancora da venire come - ad esempio - quelli dei "Concerti per violino K. 218, K.219 e K.211" richiamati nella conclusione di certi passaggi. Ma vi si può ritrovare anche la luminosità del "Concerto per clarinetto K.622", o ancora la pace assolutamente terapeutica della "Serenata Gran Partita K.361" soprattutto nel suo terzo movimento.
Ma il clima che questo pezzo ci regala può anche ricondurci, in qualche breve squarcio, alle atmosfere intime e ombrose di certi quartetti di Haydn.

E' la semplicità mozartiana a dominare, miracolo di equilibrio tra profondità e leggerezza, una semplicità che non ignora la complessità spesso sofferta dell'esperienza umana, ma che dal suo abisso risale facendola fiorire con sorridente consapevolezza e sublime distacco.
La melodia esordisce nitida come una finestra aperta verso un mondo di serenità, e prosegue segnata dal canto pieno del violino e dal sommesso ritmo dei pizzicati cui gli archi danno spessore. Ne deriva un'aria marezzata di luci ed ombre, ricca di limpida gioia e tuttavia punteggiata qua e là di malinconia com'è lo sguardo di Mozart.
Note semplici e intense che ci aiutano a leggere la vita con gli occhi della Musica per scorgervi - anche attraverso le ombre - ogni suo segreto splendore.

Buon ascolto!

 

venerdì 17 aprile 2015

Da un genio all'altro...

Ormai lo sapete: ogni tanto mi piace tornare sui miei passi a riconsiderare i brani di musica già pubblicati. 
Così, non posso lasciar passare senza neppure una piccola riflessione i due pezzi postati il Venerdi Santo e il giorno di Pasqua, non perchè le mie parole possano aggiungere anche solo una virgola alla bellezza di certe melodie, ma perchè non riesco a tacere le emozioni che esse mi suscitano.

Comincio da Pergolesi e a colpirmi non è solo l'intensità struggente del suo "Quando corpus morietur", ma sono gli anni che circoscrivono la sua esistenza: 1710 - 1736 ! 
Non è la prima volta che mi capita di tremare scrivendo alcune date: quanti compositori hanno avuto vita breve! Certo, a ciò hanno contribuito malattie, povertà, in taluni casi una vita sregolata, a volte anche la follia...ma resto sempre stupita di fronte a esistenze che, in una breve manciata di tempo, sono state comunque in grado di lasciare un segno immortale. 
Ho in mente per esempio Chopin, Schubert, Bellini, Mozart.....e Pergolesi morto a soli ventisei anni, poco più che un ragazzo!

Siamo talora portati a pensare che la maturità, anche quella artistica, sia frutto dell'età o dell'esperienza e in tanti casi è davvero così. 
Ma il genio è un vento che soffia dove vuole e quando vuole, spalancando a  qualunque età squarci d'infinito nell'anima del compositore e suscitando in lui   la capacità di esprimere la passione che lo ricolma.
E il tempo della giovinezza, tempo di palpiti, ha in sè l'incanto di una sensibilità finissima, di un cuore nudo e stupito di fronte alla bellezza tanto da lasciarsene trafiggere, cogliendo in essa ogni sfumatura di sentimento quasi l'anima l'avesse già attraversato e vissuto.
Il "Quando corpus morietur" dallo "Stabat mater" di Pergolesi, nel suo canto dolcissimo e scuro, nel suo ritmo dolente, mi dà proprio questa percezione.
E mi viene da pensare che se ne sia ricordato Mozart nel "Requiem" - in particolare nelle battute introduttive del "Lacrimosa" - tanto è simile, per così dire, l'ansito delle note, il respiro, il clima in cui esse ci conducono.

Ma vorrei soffermarmi brevemente anche sul luminoso brano che ho postato il giorno di Pasqua per passare - oltre che da un genio all'altro della composizione - da un genio all'altro della direzione: dal giovane Abbado nel pezzo di Pergolesi, a un altrettanto giovane direttore nella "Messa in si minore" di Bach.
Allora per piacere tornate qui, ad osservare il gesto netto e rigoroso di Karl Richter, il suo sguardo di acciaio ma pure capace di addolcirsi nel guidare i singoli coristi, di entusiasmarsi nel cantare con loro vivendo la partitura bachiana dell' "Et resurrexit" con una forza che spalanca il cuore! 
Guardate l'espressività delle sue mani, ora sobria e pacata, ora viva e imperiosa nel dirigere un pezzo che, in certi passaggi, ha l'ampiezza e l'architettura delle Suites per orchestra, mentre altrove ci offre quasi la leggerezza e la vivacità di una danza!
Una direzione che è assoluta gioiosa fedeltà alla precisione dei tempi e allo splendore della musica, come potete osservare anche dal brano che desidero offrirvi oggi. 
Si tratta - sempre dalla "Messa in si minore BWV 232" di Bach - del "Sanctus", composizione lenta e grandiosa nella prima parte in cui le note sembrano declinare il testo in ogni possibile tonalità, ma poi più vivace e animata nella successiva fuga.
E Richter - insieme al Munchener Bach-Chor e alla Munchener Bach-Orchester - ci conduce con le mani, con lo sguardo e con rigorosa passione fino al cuore dell'universo bachiano.

Buona visione e buon ascolto! 

 

venerdì 10 aprile 2015

La rugiada della notte

Prima di passare ad altri argomenti, permettetemi oggi di aggiornarvi sullo stato di salute delle mie primule. 
Ricordate??? 
Sì, proprio quelle di cui ho postato la foto circa un mese fa esattamente qui.

Stante la mia assoluta mancanza di pollice verde come ormai sapete, la sfida era quella di mantenerle in vita il più possibile e - cosa incredibile! - nonostante la chiara incompetenza della sottoscritta, sono sopravvissute. 
Hanno avuto, è vero, un periodo di crisi più o meno dopo una settimana che - si fa per dire - le curavo. Allora, mi sono ricordata del consiglio datomi una volta dalla mamma della mia parrucchiera che vanta da sempre uno splendido giardinetto: rose, gelsomini, giacinti, gerani....e naturalmente primule che, di tempo in tempo, sono una vera e propria gioia per gli occhi. 
"Le primule - mi aveva detto - non vanno annaffiate troppo, ma lasciate fuori, quando la temperatura lo consente, a prendere la rugiada della notte".

Così, invece di tenerle in casa in bella vista sul tavolo del tinello, quando temevo non ci fosse più nulla da fare, le ho messe fuori in un angolo del balcone riparato dal sole, come in una sorta di sala di rianimazione o di terapia intensiva. E lì, al freddo della notte e al tepore del giorno, all'aria di queste mattine ancora rigide, ma anche all'umidità ristoratrice delle pioggerelle primaverili, si sono riprese. 
L'ideale sarebbe forse trapiantarle in un vaso più grande e con altra terra, ma....conoscete i miei limiti, una cosa alla volta!
Insomma, passato il momento di crisi, sono tornate a risplendere superando le mie aspettative e, nonostante i nuovi fiori siano leggermente più piccoli rispetto ai primi, quando li guardo mi regalano ancora luminosità e freschezza.

Certo, ora le mie primule sono diventate un po' timide e non amano più essere fotografate, come una bella donna che non desideri essere vista in veste da camera. Ma mi piace ugualmente questo loro splendore casalingo e mi lascia sempre colma di stupore il modo in cui la natura fa il suo corso continuando il suo prezioso rammendo anche al di là delle nostre speranze.

E mi viene da pensare che non solo per le piante e i fiori, ma anche per gli esseri umani, quando si trovano ad attraversare il buio, possa esistere la rugiada della notte a rianimare e ristorare infondendo nuova freschezza.
Una sorta di carezza notturna che scenda quando la tenebra toglie ogni altra percezione, un silenzioso respiro, un segreto lavorìo simile a quello che cova d'inverno sotto i rami stecchiti degli alberi e darà frutti alla sua stagione.

Per questo, oggi desidero dedicare a voi - e alle mie primule - un brano di musica d'incomparabile dolcezza che certo tutti conoscete: il "Largo" dal "Concerto in fa minore per violino, archi e continuo n.4 op.8 RV 297" di Antonio Vivaldi (1678 - 1741).
Sì!....Proprio l'Inverno da "Le quattro stagioni", nel suo famosissimo secondo tempo qui eseguito dai Solisti Veneti diretti da Claudio Scimone, in una raffinata interpretazione che esalta l'assoluto incanto della melodia vivaldiana. I pizzicati degli archi ne segnano infatti la ritmica in modo sapiente, mentre i passaggi in cui l'aria si fa dolcemente più lenta ci conducono in un'atmosfera sognante, consentendoci di assaporarne ogni sfumatura.

Certo, può risultare anacronistico un richiamo all'inverno ora che siamo già in primavera, ma queste note, lungi dall'essere tristi, scendono in cuore - almeno così a me pare - proprio come una rugiada notturna e una lieve pioggia rigeneratrice. E non solo per il canto del violino solista e il senso di sereno abbandono della composizione, ma anche perchè è nel buio invernale che la natura prepara la primavera e ricama la futura luminosità dei suoi fiori.

Buon ascolto!
  

domenica 5 aprile 2015

Buona Pasqua !!!

Giotto: "Noli me tangere" - Cappella degli Scrovegni, Padova.

 
 




























 
J. S. Bach : "Et resurrexit" dal "Credo" della "Messa in si minore BWV 232".

venerdì 3 aprile 2015

Venerdì Santo

Vincent Van Gogh (1853 - 1890) : "Pietà", Van Gogh Museum, Amsterdam.

























Giovanni Battista Pergolesi (1710 - 1736), "Stabat mater"
"Quando corpus morietur".

mercoledì 25 marzo 2015

Soavità


Sto contemplando da qualche giorno - e non riesco a staccarmene - un dipinto che mi ha particolarmente affascinato tra i tanti capolavori del suo autore.

Si tratta dell' "Annunciazione" del Beato Angelico (1395 - 1455) conservata a San Giovanni Valdarno nel Museo della basilica di S.Maria delle Grazie: un' opera incantevole che l'artista ha dedicato al tema dell'Annunciazione insieme a quelle altrettanto famose di Cortona, di Madrid e del Convento di S.Marco a Firenze.
E anche se la definitiva attribuzione di questo dipinto all'Angelico è relativamente recente e risale al 1978 dopo il restauro, da tempo la tavola è giustamente celebrata per il suo splendore.

La composizione ci rimanda a una fase di passaggio tra stile tardo-gotico e primo Rinascimento. Il decorativismo, la cura attenta dei particolari e la presenza della predella sono ancora eredità del passato, mentre la chiarezza dell'impostazione prospettica e la cornice classicheggiante ci parlano già delle novità artistiche del Quattrocento.

Lo spazio del dipinto è bipartito da due grandi arcate, un'architettura nitida all'interno della quale sono incorniciate le figure della Vergine e dell'Angelo, mentre l'apertura a sinistra in un piccolo scorcio ci mostra un giardino - un hortus conclusus simbolo della verginità di Maria - e, nell'angolo in alto, la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre.

Della tavola - per tanti aspetti simile alla pala di Cortona e a quella di Madrid - colpisce subito la raffinatezza: dai panneggi ornati di ricche bordure alla preziosità delle aureole, dal sottilissimo velo di Maria alle ali dell'Angelo, dalla cura dei dettagli alla luminosità dei colori. 
Sono caratteri che andranno gradatamente scomparendo nelle successive Annunciazioni del Convento di S.Marco che risultano più semplici, spoglie e caratterizzate da colori più spenti, come se il pittore ricercasse una progressiva essenzialità, privilegiando la concretezza narrativa rispetto alla decorazione.

Ma al di là della posa di Maria e dell'Angelo, del libro aperto sulle ginocchia della Vergine, della colomba dello Spirito Santo e della finestrella nel vano restrostante - elementi che appartengono alla tradizionale iconografia del tema dell'Annunciazione - ciò che mi colpisce è proprio la figura della Vergine.

E' il suo viso ad affascinarmi: soavissima infatti la sua espressione che unisce stupore a sgomento, pudore a una lontana tristezza, lievissima ritrosia ad ascolto, con quell'attitudine pensosa che accomuna lo sguardo di Maria a diverse altre rappresentazioni di questo tipo. 
Una figuretta delicata e leggera come il suo velo o come quelle mani dalle dita affusolate, eppure ferma nel suo viso ancora fanciullesco e insieme consapevole. 
Una raffigurazione di soffusa dolcezza che desidero commentare con una musica di altrettanta soavità.
Ho letteralmente contato le ore pregustando la gioia di regalarvi qui - proprio oggi, nella ricorrenza dell'Annunciazione - questo brano così capace di riempire l'anima.
Le note che desidero condividere con voi sono quelle dell' "Et incarnatus est" dal "Credo" della "Missa in angustiis", famosa anche come "Nelson Messe" di Franz Joseph Haydn (1732 - 1809).

Si tratta di uno dei pezzi più suggestivi dell'intera composizione, che alterna passaggi delicatissimi ad altri più fortemente drammatici, squarci solistici di straordinaria bellezza ad intense aperture corali e orchestrali.
Incantevoli note con le quali il compositore austriaco, ai tempi difficili e alle afflizioni della sua epoca (in angustiis), oppone il culmine della soavità. 
Uno splendore sottolineato anche dalla voce della solista Margaret Marshall, dolcissima nella levità dei suoi crescendo e nelle sue modulazioni.

Buon ascolto!

giovedì 19 marzo 2015

Armonia imitativa

Nella sua multiforme ricchezza di stili e ispirazioni, la musica - nel corso del tempo - non ha avuto unicamente lo scopo di divertire, celebrare, dar voce a vicende d'amore o di morte, divenire terreno di preghiera o esprimere quell'infinita varietà di sentimenti e passioni che abita da sempre il cuore umano. 
Tanti compositori di ieri e di oggi, infatti, hanno rivolto la loro attenzione anche alla natura, cercando di descriverla e imitarla nei suoi ritmi e nei suoi fenomeni, dai più appariscenti ai più piccoli - dalla tempesta al verso di un animale, dallo scorrere dell'acqua al soffio del vento - riproducendone in note gli aspetti più toccanti e suggestivi.

Il passare del tempo con l'alternarsi delle stagioni è stato più volte oggetto di composizioni musicali: dalle celeberrime "Quattro stagioni" di Vivaldi all'oratorio "Le stagioni" di Haydn, dai dodici pezzi per pianoforte di Tchaikovsky ispirati ai mesi e raccolti sempre sotto il titolo di "Stagioni", fino alla "Sagra della primavera" di Stravinsky, e via dicendo.
Per non parlare poi dei brani dedicati al fragore del temporale, alla luna, al mare, al fuoco o alle suggestioni della foresta. Da Beethoven a Debussy, da De Falla a Schumann tante potrebbero essere le citazioni, senza dimenticare Smetana che, con la sua famosissima "Moldava", ci racconta in note lo scorrere di un fiume dalla sorgente alla foce.
Si tratta di brani ricchi di un'armonia imitativa tesa a ricreare soprattutto delle atmosfere, anche se occorre precisare che in taluni autori - per esempio in Debussy - la percezione dei fenomeni naturali va oltre il piano puramente  descrittivo per restituirci un paesaggio più che altro interiore.

In altri casi tuttavia, la musica si sofferma più particolareggiatamente su suoni ben precisi e determinati, riproducendo per esempio il verso o l'incedere degli animali. Basti ricordare Rimskij-Korsakov col suo famosissimo "Volo del calabrone", Saint-Saens con "Il carnevale degli animali" o Prokofiev con "Pierino e il lupo", composizioni nelle quali sono proprio i singoli strumenti musicali ad imitare i caratteri dei vari protagonisti.
  
Ma è stato forse il canto degli uccelli a suggestionare più frequentemente i diversi autori spingendoli a ricrearne in note la vivacità o la malinconia, il timbro melodioso così come i trilli più acuti. 
Due soli esempi, per non dilungarmi: Vivaldi col "Concerto in La maggiore RV 335" detto "The Cuckoo" ed Haendel coll'ancor più famoso "Concerto per organo in Fa maggiore N.13 HWV 295" detto "The Cuckoo and the Nightingale" che - se volete - potete ritrovare qui nel suo Allegro iniziale.
 
Allora oggi, proprio sull'onda di questo argomento, vi propongo un pezzo di Louis-Claude Daquin (1694 - 1772), compositore parigino virtuoso dell'organo e del clavicembalo, ma rinomato anche per la sua fama d'improvvisatore.
"Le coucou" che trovate qui di seguito è uno dei suoi brani più famosi, oggetto - tra l'altro - di numerosissime trascrizioni e arrangiamenti
Si tratta di un rondò in mi minore, un piccolo pezzo di bravura perfettamente ritmato, costruito in modo da imitare proprio il canto regolare di un cùculo. 
L'andamento è veloce e per quanto la tonalità d'inizio ci restituisca un clima di malinconia, questa poi si stempera e la melodia s' illumina di gioia nel vivacissimo prosieguo del brano.
E mi piace regalarvelo in doppia versione: la prima per pianoforte e la seconda per chitarra, due diversi strumenti che danno differente risalto alla composizione facendone emergere tutta la bellezza e la versatilità. 
Dolce e melodioso il suono del pianoforte con il canto che affiora evidentissimo ora dalla mano sinistra, ora dalla destra; più scattante quello della chitarra che ci affascina anche grazie all'abilità e alla sincronia dei due interpreti. 

Buon ascolto!

mercoledì 11 marzo 2015

Un asteroide fiorito di primule

Mi sono comprata le primule. 
Un po' in ritardo sulla mia consueta tabella di marcia, è vero, ma quest'anno va così...

Di solito, me le prendo almeno un mese prima, appena le vedo occhieggiare nelle vetrine dei fioristi o al mercato.
Ma non si possono acquistare in un momento qualsiasi tanto per averle. Per goderne in pieno la bellezza, devi sentirteli dentro quei colori - il giallo, il viola, la luminosità del fucsia o del bianco - come un abito a tinte vivaci che indossi se nel cuore ti senti in primavera, altrimenti resta un'esteriorità che può servire certo, ma non più di tanto. Insomma....adesso le ho comprate.

Sono tornata a casa tenendo il mio sacchetto come un piccolo tesoro e le ho sistemate, come sempre, nella fioriera bianca e blu, sul tavolo chiaro del tinello davanti alla finestra. Da lì mi guardano e, mentre spero che durino a lungo a dispetto della mia ormai risaputa mancanza di pollice verde, penso ancora una volta a quanto il loro splendore, anche solo per brevi istanti, sappia punteggiare di luce la mia giornata.
Brevi istanti e piccole cose, certo, capaci però di farci sorridere dentro e di aiutarci ad alimentare i nostri sogni, magari proiettandoli insieme a una musica in una dimensione d'infinito.

Allora mi piace associare a questo momento di gioia un brano di Giovanni Allevi preso da "Love", il suo recentissimo cd per pianoforte solo.
Si tratta di "Asteroid 111561", pezzo dedicato a un vero e proprio asteroide in orbita attorno al Sole e situato tra Marte e Giove, che la NASA ha intitolato al compositore marchigiano.
E' un brano tutto arpeggiato, un gioiellino di entusiasmante leggerezza che si snoda irrefrenabile dalle ottave più alte a quelle più basse dello strumento: una trascinante rincorsa nella quale Allevi trae dal suo pianoforte tocchi delicatissimi, ma anche sonorità dall'ampiezza quasi orchestrale. 

Lontanissimo dalla percezione di un ignoto oscuro, segnato da un clima di cupa minaccia come in certi film di fantascienza, il compositore ci conduce qui in un mondo festoso, dove gli spazi siderali sono gioisamente solcati dal piccolo asteroide, lanciato in una sorta di danza tra le meraviglie del creato.
Bello l'intrecciarsi del tema con le progressioni bachiane e suggestivo anche il punto in cui - proprio nel cuore di questo spazio, scandita da poche note basse - per qualche istante la musica rallenta, quasi un invito a un attimo di silenzioso stupore nello sgomento del vuoto siderale.
Ma è uno sgomento che non intimorisce e - forse perchè il brano è ancorato alla positiva e terrena tonalità di Re maggiore - quella che ci comunica è la percezione di un infinito sorridente e familiare. 

Un asteroide - dimensioni a parte - è praticamente un sasso, ma il compositore ha dichiarato in un' intervista di immaginarselo coperto da una natura rigogliosa. E anche a me piace pensarlo così: verdeggiante come un giardino e magari tutto fiorito di primule!
Allora, sull'onda delle note possiamo sbrigliare la fantasia e, nello spazio sconfinato simile ai sogni che portiamo in cuore, volare sul nostro asteroide, piccolo mondo alieno colorato di felicità dove rifugiarci per qualche momento - giusto il tempo di questa breve composizione - a far provvista di gioia e di sorriso.

Buon ascolto!

mercoledì 4 marzo 2015

Trasparenza

Capita di osservare talora nel comportamento altrui - ma a volte anche in noi stessi - un'accattivante immediatezza molto simile alla spontaneità, che tuttavia si rivela poi superficiale e priva di spessore.
Si tratta in realtà di quella sbadataggine che spinge, in certe situazioni, a dire la prima parola che ci passa per la testa o fare la prima cosa che ci viene in mente così, senza pensarci troppo.

Ma c'è - al contrario - un'immediatezza affascinante come un miracolo, nella quale si percepisce che parole, azioni, gesti della persona che abbiamo davanti sono una cosa sola in profonda unità con tutto il suo essere. 
Discorsi e comportamenti sgorgano allora come acqua sorgiva che affiora limpida e altrettanto limpida scorre poi tra i ritmi della quotidianità; e non importa che si tratti - a volte - anche di minime cose, ma tutto è luminosamente e splendidamente vero.
E' un atteggiamento di semplicità, una sorridente effusione del profondo, una vera e propria trasparenza del cuore simile a quella dei bambini quando ancora non si sono conformati al mondo degli adulti. Immediatezza, del resto, significa proprio assenza di artificio perchè ciò che siamo arrivi agli altri in modo diretto, non mediato da qualsivoglia condizionamento, difesa o paura. 
Siamo noi e siamo liberi.

Tuttavia non sempre ciò accade e a volte è una vera conquista far sì che le parole non siano buttate là distrattamente o il sorriso non sia una maschera, un elegante schermo dal giudizio degli altri, ma un moto del cuore capace di vera comunicazione. Dico un sorriso, ma vale per qualunque altro gesto, e capita a tanti - penso - che una trasparenza facile in certe situazioni, diventi problematica in altre.
Tutti abbiamo sperimentato però che l'assenza di artificio si fa strada in noi man mano che riusciamo a ritrovarci, riconducendo ad unità ciò che facciamo con ciò che siamo. In tal modo, anche i ruoli che ci si trova a ricoprire nei vari settori della vita e nelle diverse relazioni, non andranno ad appesantirci come corazze o costumi di scena, ma lasceranno trasparire la luce di una comunicazione autentica.

Credo che la musica - come del resto tutte le arti - abbia molto a che fare con quel processo che porta a risvegliare tale autenticità facendo affiorare in superficie il nucleo più profondo di noi stessi, come in un mare così trasparente da consentirci di vederne il fondale. 
Leggendo un testo poetico o contemplando una gemmazione di colori in un dipinto, accade che si ridesti in noi una vita che non pensavamo di avere, ma talora il linguaggio delle note ha una sua particolare immediatezza capace di coinvolgerci e toccarci ancora più a fondo.

Mi è capitato spesso di osservare quanta autenticità sappiano offrire per esempio i vari interpreti, siano essi direttori, solisti o singoli orchestrali, quale intensità comunicativa abbiano i loro gesti e il loro modo di vivere la musica insieme alle emozioni che essa regala. 
Ma se ciò è vero per compositori ed esecutori, vale anche per noi che ascoltiamo, e sempre - se alla musica affidiamo il cuore - saremo condotti a scoprire di noi aspetti che non conosciamo e una sensibilità che forse non immaginiamo neppure di possedere.

Così, oggi mi piace proporvi un brano di Franz Schubert (1797 - 1828) che mi pare particolarmente adatto a far emergere da noi questa trasparenza. 
Si tratta del primo movimento, "Allegro", dalla "Sinfonia n.5 in Si bemolle maggiore D 485", un pezzo che ci prende subito con la sua concitata scorrevolezza, i suoi passaggi delicati o segnati da crescente energia e la sua atmosfera di gioiosa attesa.
Non c'è introduzione, se si eccettuano i brevi accordi iniziali dei fiati, e il brano si apre con un tema nitido e cantabile, di classica bellezza, che si ripete e riecheggia con grazia ed equilibrio quasi mozartiani.
La melodia - ricca di vivacità e insieme di straordinaria leggerezza - ci accompagna consentendoci di entrare in essa come in un fiume limpido e di lasciarci portare dalla sua freschezza primaverile fino a seguirla come se già ci appartenesse, ad appropriarcene come se la musica stessa nascesse da noi.

E' questo - credo - il segreto che in fondo ci rivela a noi stessi e fa sgorgare la nostra musica, il canto nascosto che ci abita. 
Un canto che - per ciascuno di noi - non è necessariamente fatto di note, ma di parole, emozioni, gesti, sguardi, di tutto un vivere in sintonia profonda con ciò che siamo e capace di rifletterlo in luminosa trasparenza.

Buon ascolto!

martedì 24 febbraio 2015

Percussioni

Sappiamo tutti quanto all'interno di un organico orchestrale - che si tratti di un ensemble classico o meno - ogni singolo strumento abbia un ruolo preciso e il risultato complessivo derivi dalla coesione e dall'incastro armonioso di tutte le differenti voci, ciascuna assolutamente necessaria alla fedele esecuzione della partitura.

Come già scrivevo in passato, è il fare la propria parte all'interno di un organismo diversificato e complesso che crea la bellezza del risultato. 
Sotto questo aspetto - se si eccettua il solista al quale è sempre affidato un ruolo di primo piano - non è possibile stabilire una graduatoria tra strumenti più o meno importanti: dipenderà di volta in volta dal brano, dalla partitura e dal tipo d'interpretazione. Ma la costruzione sarà sempre frutto di un lavoro comune in cui, a condurre una melodia, a dare spessore a un tema, a farne risuonare ogni minima sfumatura, saranno coivolti tutti gli strumenti, dagli archi ai legni, dagli ottoni alle percussioni.

Le percussioni, appunto.
Non si pensi che siano di secondaria importanza perchè - all'interno di un'orchestra sinfonica - capita che il loro intervento sia meno frequente rispetto, per esempio, ad una banda o a un gruppo jazz. 
Per quanto sia stata l'età contemporanea ad esaltarne l'uso con il rock, con la musica d'ispirazione africana e latino-americana, oltre a varie sperimentazioni, il ruolo delle percussioni è ugualmente rilevante anche all'interno di numerosi brani di classica. Anche qui infatti, dai timpani al triangolo, dai piatti al glockenspiel, la loro presenza offre un panorama variegato di suoni e di timbri. Sono infatti grancasse, marimbe, maracas, campane, tamburelli, xilofoni e via dicendo, con il loro suono scintillante e fragoroso, o dolce e delicato, a dare di volta in volta all'esecuzione ritmo, potenza, drammaticità, energia o delicatezza, creando un clima ora cupo e ombroso, ora decisamente brillante.

E non va trascurata neppure la posizione delle percussioni all'interno del complesso orchestrale che le vede sul fondo, certo, ma in qualche modo capaci di dominare l'intero insieme degli strumenti.
Ed esattamente come gli altri strumenti, il loro impiego è versatile: consideriamo, ad esempio, come un rullo di tamburi possa essere modulato diversamente per accompagnare un pezzo di irrefrenabile vitalità o ritmare sommesso e cadenzato una marcia funebre, per sottolineare un'esplosione di danze o annunciare un dramma.
Oppure pensiamo all'uso dei timpani esaltato da Haydn nella "Sinfonia n.103", o da Beethoven nello "Scherzo" della "Nona sinfonia"; alla grancassa all'inizio del "Così parlò Zarathustra" di Richard Strauss, ma anche alle varie percussioni usate da Tchaikovsky nel "Capriccio italiano" o nello "Schiaccianoci", solo per citare qualche brano. 
E come non ricordare poi il famosissimo "Bolero" di Ravel, accompagnato per l'intero suo svolgimento dal tamburo che ne scandisce il ritmo prima in modo sommesso e poi in un crescendo sempre più deciso? O la "Musica per archi, percussione e celesta" di Bartok? O la "Sinfonia n.4" di Mahler che esordisce addirittura con dei sonagli?
Ma gli esempi potrebbero continuare.

Allora, per restare in tema, oggi vi propongo un famoso brano di Camille Saint-Saens (1835 - 1921): il "Bacchanale" dal "Sansone e Dalila".
Si tratta di un tipo di composizione ispirato a feste e riti orgiastici dai toni sempre fortemente accesi. Qui si snoda vivacissimo, scorrevole e ritmato come una danza per tutta la parte iniziale, ricca di raffinatezza e di sonorità orientaleggianti. Al suo interno si apre poi una melodia più lenta e morbida, dai toni quasi romantici che lascia infine spazio al tema precedente per riproporlo in un prorompente e quasi parossistico crescendo ritmico.
E nel corso di tutto il brano, si può cogliere la presenza di varie percussioni che si alternano nel conferire alla musica delicatezza o energia, fino alla conclusione totalmente dominata e scandita dalla loro potenza.
Affascinante e come sempre appassionata la direzione di James Levine, fatta di gesti ora misurati, ora fortemente espressivi che il video ci offre in un incantevole live parigino.

Buon ascolto e buona visione!

mercoledì 18 febbraio 2015

Nidi sugli alberi

Sono in treno e guardo dal finestrino la campagna dai toni invernali dove la neve si sta ormai sciogliendo.
Mi capita spesso di viaggiare da sola e trovo rilassante starmene seduta in silenzio, con gli occhi al paesaggio in fuga mentre il treno prosegue la sua corsa. 
Sono momenti di tranquillità in cui mi piace osservare il panorama sempre diverso e riposare la mente, lasciando vagare i pensieri e consentendo alle varie suggestioni di affiorare indisturbate.

A volte, la mattina è nebbiosa e allora i paesetti circostanti sembrano dissolversi nella foschia invernale; in questi giorni, invece, la campagna e i tetti delle cascine ancora spruzzati di neve rendono il panorama più luminoso. Ma sempre, qualunque vista mi si offra, amo queste piccole occasioni di silenzio che mi consentono di rientrare in me stessa.
Oggi è uscito un timido sole e sprazzi di azzurro si alternano al biancore dell'ultima neve.
Dal treno si vedono campi brulli, filari spogli, nidi sugli alberi, case, persone che passano in strada, gesti un attimo colti e poi perduti, esistenze che s'intrecciano per brevi istanti e poi si lasciano, come gocce che rigano un vetro bagnato di pioggia.

Guardar fuori è abbandonarsi a questa contemplazione, lasciando che la vita ci porti con sè senza che le opponiamo resistenza.
C'è un segreto in ciò che vediamo? Nei cieli spazzati dal vento o nella calura estiva, nell'acqua torrenziale o nel gelo? Nell'alternarsi delle stagioni, nel tempo che scorre col sapore e l'ebbrezza del non ancora vissuto, c'è uno spessore, un rimando, un nascosto richiamo?
E quei nidi sugli alberi spogli, così visibili ora che è inverno, sentiranno freddo?
Li osservo un attimo dal treno in corsa, così come sono, esposti e protetti ad un tempo: esposti al sole e alla grandine, alla brezza e al temporale, in precario equilibrio eppure protetti da un sapiente intreccio di rami, da una forcella del tronco che, come il cavo di una mano, li accoglie e sorregge sicura.
Anche noi, a ben pensare, siamo come quei nidi: esposti ai cieli tersi e alle intemperie, al vento che mozza il respiro o alla rugiada che ristora e fa rifiorire. E noi pure sostenuti da una mano talora invisibile, che tuttavia ci parla nel segreto intreccio di amicizie e relazioni capaci di scaldarci l'anima.
Sotto la pioggia o i raggi del sole, in giorni velati da grigia foschia o in altri in cui lo sguardo spazia fino al lontano orizzonte, siamo tutti portati dal fiume del tempo, talora travolti, ma sempre condotti a percepirne il mistero. 

Ed è la musica per me - come ormai ben sapete - il canale privilegiato che mi consente di affinare questa percezione. Così oggi, per accompagnare il mio viaggio, ho scelto un brano che mi sembra creare una profonda sintonia con la campagna che fugge là fuori dal finestrino e i miei pensieri.
Si tratta di "Vocalise", ultima delle quattordici "Romanze op.34" di Sergej Rachmaninov: un canto senza parole che - composto originariamente per voce solista e pianoforte - ha subìto poi svariati arrangiamenti per orchestra o per singoli strumenti. Ve lo propongo qui nella trascrizione per pianoforte solo che mi è parsa molto suggestiva.

E' una melodia malinconica, eppure non priva di aperture di vibrante luminosità, che alterna passaggi dall'andamento pacato ad altri in cui si carica di crescente energia. Ed è straordinaria - a mio avviso - la sua capacità di comunicarci, con intensità struggente, la percezione del tempo che passa insieme al soffio di una speranza che ci apre al nuovo. 
Vi si può ritrovare talora l'eco di Chopin, in particolare del "Preludio in mi minore op.28 n.4", richiamo del resto non nuovo in Rachmaninov che ha composto - tra l'altro - le "Variazioni su di un tema di Chopin op.22" prendendo spunto dal "Preludio in do minore op.28 n.20".
Ma "Vocalise" col suo marcato romanticismo ha avuto immensa fortuna anche nel tempo. Lo avrà forse avuto in mente Francis Lai nel comporre il famosissimo tema del film "Love story" ? Ascoltando l'esordio, a me pare di sì.

A parte questo, come tanta musica di Rachmaninov, il brano nella sua passionalità ora delicata, ora più tempestosa, ci porta lontano come una nave che leva gli ormeggi e prende il largo. Ma ci conduce anche in un percorso meditativo attraverso i tratti di un paesaggio interiore: ce lo suggeriscono gli accordi più incisivi e profondi e - quasi sul finire - la ripresa del tema in una dolce cascata di arpeggi.
Una melodia che ci aiuta ad affinare lo sguardo e a lasciarci pervadere dalla segreta dolcezza di un prato, mentre si scioglie la neve, in un mattino di timido sole.

Buon ascolto!

martedì 10 febbraio 2015

Ginestre nel cuore dell'inverno

Febbraio è già iniziato da più di una settimana, ma non ho ancora aggiornato il calendario di casa, piccolo rituale che - puntualmente - compio all'inizio di ogni mese, nell'angolo della mia cucina che s'illumina di sole di primo mattino.

Ma non si tratta di una dimenticanza. 
Il fatto è che non riesco a staccarmi dall'immagine che mi ha accompagnato finora in questo esordio d'anno, rischiarandomi lo sguardo ogni volta che vi passo davanti. 
Contrariamente alle mie abitudini che - come scrivevo in passato - mi hanno sempre indotto a scegliere un calendario illustrato da panorami toscani, quest'anno è stato quello della Provenza ad attirarmi con vedute e colori. 
Il tempo vi è scandito da immagini molto luminose: il viola dei campi di lavanda vicino all'abbazia di Sénanque, cesti colmi di frutta variopinta, casolari di pietra nel mezzo della campagna talora innevata e così via.

Anche qui da me i campi sono imbiancati di neve, ma il paesaggio provenzale del mese di gennaio - sì, proprio quello che vedete! - stranamente mi regala cielo blu e ginestre, insieme alle pale ariose di un mulino a vento: un'immagine di splendore mediterraneo dove si vive un anticipo di primavera.
Volendo, è piacevole anche febbraio che rappresenta un uliveto nel periodo della raccolta; tuttavia lì non si vede il cielo e non ne deriva lo stesso respiro. Così ho fermato il tempo al mese scorso.
Qui infatti è proprio il giallo in primo piano, è il contrasto tra il blu intenso e la pietra chiara del mulino ad offrirmi una prepotente ed energica sensazione di vita. E quelle ginestre nel cuore dell'inverno - fiori umili e poveri in fondo, fiori del deserto come ricorda il Leopardi - quando l'occhio si posa fuggevole su di loro, sanno regalarci una suggestione che resta dentro simile all'eco di un sogno luminoso, mentre magari i pensieri correvano a tutt'altro.

E questa strana stagione che, mentre in certe zone porta neve in quantità, in altre già volge a primavera, mi fa pensare alla mutevolezza e alla luminosità di alcuni brani di Frédérick Chopin, ariosi e animati, per un momento tempestosi e poi dolcissimi. Così oggi, del compositore polacco vi propongo lo "Studio in La bemolle maggiore op.10 n.10".
Uno Studio - lo dice la parola stessa - è originato da finalità didattiche e consente al pianista di impadronirsi di figurazioni particolarmente difficili, ora ripetute, ora arricchite da varianti, ora trasposte in altre tonalità così da permettere l'uso di tutta una serie di tattiche nella diteggiatura e nell'esercizio della mano. Tuttavia non si tratta solo di tecnica, ma - come accade anche per diversi altri autori - un afflato poetico insieme a una vivace inventiva percorre quasi sempre questi brani.

In Chopin appena ventenne, l'intenzione nel comporre gli Studi era proprio quella di fondere virtuosismo - pensiamo a Liszt e a Paganini, che sotto questo profilo a quel tempo riscuotevano già consensi - ed espressività, tecnica e arte. Ne derivano quindi pezzi brevi, ma di ricchissima varietà, simili a sprazzi di luce che spalancano al nostro sguardo improvvisi angoli di meraviglia.
Qui, il brano si snoda come un moto perpetuo in un costante vibrare di note e di arpeggi che sembrano squillare come i colori vivi della foto, in taluni passaggi simili ad ali di farfalla lievi e inafferrabili, ma altrove segnati da un ritmo sempre più irruente e acceso. 
Un brano che dà spazio alla fantasia come l'immagine del mio calendario che, offrendoci un piccolo luminoso scorcio, ci consente di sognare la visione d'insieme.

Buon ascolto!

 

lunedì 2 febbraio 2015

Dedicato a Samantha

Nonostante il passare dei mesi - se non ormai degli anni - devo riconoscere che mantenere in vita questo blog non mi ha ancora creato particolari crisi di stanchezza o di noia nel momento in cui mi appresto a scrivere un nuovo post. 
Ciò accade di certo grazie a voi che mi seguite condividendo con me il piacere dell'ascolto, ma naturalmente anche grazie alla musica che, con la sua ricchezza di vita e varietà di emozioni, mi regala costantemente entusiasmo mantenendo desto in me l'interesse.

Ma l'aspetto più coinvolgente del mio vagare nell'infinito universo musicale non è solo la possibilità di rinverdire le mie antiche passioni, ma anche l'occasione di avvicinarmi nel tempo a compositori per me sconosciuti, di fare confronti, di modificare talora i miei gusti lasciando affiorare in me emozioni nuove. 
In una parola: imparare! 
Imparare a conoscere altra musica certo, ma anche me stessa, se è vero che la nostra vulnerabilità e le nostre reazioni rispetto ad essa talora la dicono lunga su ciò che ci portiamo dentro.

Per questo, oggi torno a Edward Elgar (1857 - 1934) - proprio una delle mie passioni più recenti - per regalarvi un brano che ho scoperto solo pochi giorni fa, ma che mi ha subito affascinato per la sua atmosfera.
Si tratta di "Nimrod", la nona tra le quattordici variazioni su di un tema scritte dal compositore inglese sul finire dell'Ottocento, ciascuna dedicata a un familiare o a un amico e conosciute come "Enigma variation op.36".
Il pezzo qui riportato è un adagio sinfonico di notevole grandiosità che ci restituisce un clima tardo romantico. 
Le sonorità sfumate del brano e la sua intensità ci danno infatti la percezione di una realtà senza limiti, un universo dai margini sfrangiati, in espansione infinita. E credo che la suggestione di questo adagio derivi anche dalla presenza, nel suo tessuto musicale, di frequenti intervalli di settima discendente: note lontane tra loro che tendono a dar respiro e al tempo stesso solennità all'andamento musicale, insieme a un senso di crescente apertura a spazi sconfinati.

Si tratta di una musica che, talora, può generare quello sgomento che ci afferra di fronte all'ignoto; e tuttavia, insieme a questo, ci restituisce un profondo senso di grandiosità. 
E mi fa pensare al sogno di levarsi in volo, solcare i cieli ed esplorare gli spazi intorno al nostro pianeta, alla suggestione di poterlo contemplare dall'alto abbracciando con un solo sguardo oceani e catene montuose, il buio dei deserti e le metropoli dense di luci.
Si tratta di una realtà affascinante che tanti astronauti anche italiani ci hanno già regalato, da Franco Malerba fino a Luca Parmitano e in particolare a Samantha Cristoforetti che, in questi mesi, ci sorvola dall'alto comprendendoci tutti nella sua visione d'insieme.

E' proprio a lei che ho pensato ascoltando il brano di Elgar con tutta la sua suggestione d'infinito: chissà se la gioia della contemplazione del cosmo si sarà tradotta in note dentro il suo cuore! 
Leggo che tanta musica scandisce le varie fasi delle sue giornate così impegnative: dalle canzoni di Daniele Silvestri, dei Queen e di Pink che hanno accompagnato la giovane astronauta nella sua preparazione alla partenza, a quelle scelte tuttora per lei dal pubblico attraverso vari sondaggi.
Così oggi anch'io, da questo piccolo angolo del web, desidero dedicare il brano di Elgar proprio a Samantha cercando di immaginare, nella semplicità del suo sorriso e dei suoi occhi attenti, lo stupore di fronte all'immensità che  quotidianamente si dispiega sotto il suo sguardo e dal suo particolarissimo punto di vista.
Ma mi piace anche ricordare la sua risposta - alla vigilia del lancio - a chi le chiedeva di fomulare un augurio per il nostro pianeta:

"Auguro a tutti, ma soprattutto ai leader, di adottare ogni tanto una sorta di prospettiva orbitale come quella che avremo dalla Stazione Spaziale. Vedere tutto interconnesso, dovrebbe servire a prendere decisioni di cui beneficiano tutti."
Un auspicio che a me pare molto bello per ognuno di noi, in ogni angolo di mondo. 

Buon ascolto!