domenica 27 gennaio 2013

Le rose di Etty

Ancora una volta, in occasione del "Giorno della Memoria", desidero ricordare qui una figura particolarmente luminosa che ha attraversato l'orrore della deportazione e della morte in campo di concentramento, preservando in sè fino all'ultimo una straordinaria attitudine di amore verso gli altri e verso la vita.
Mi riferisco a Etty Hillesum - della quale ho parlato lo scorso anno proprio in questa data - ebrea olandese prima internata nel campo di smistamento di Westerbork e poi ad Auschwitz dove morirà a 29 anni. 
Come ricordavo in passato, della sua storia è testimonianza particolamente significativa il "Diario" che raccoglie le vicende degli ultimi due anni della sua esistenza. Non intendo ripetere qui quanto ho già detto in precedenza sulla personalità di questa donna, ma soltanto sottolineare la sua ricerca incessante di bellezza e di positività in un mondo devastato da una violenza feroce. Lascio quindi a lei la parola attraverso qualche breve stralcio dei suoi scritti:

12 luglio 1942 : "Il gelsomino dietro casa è completamente sciupato dalla pioggia e dalle tempeste di questi ultimi giorni (...) Ma da qualche parte dentro di me esso continua a fiorire indisturbato, esuberante e tenero come sempre e spande il suo profumo tutt'intorno alla tua casa, mio Dio. Vedi come ti tratto bene. Non ti porto soltanto le mie lacrime e le mie paure, ma ti porto persino, in questa domenica mattina grigia e tempestosa, un gelsomino profumato."

14 luglio 1942: "...Mi sembra che si esageri nel temere per il nostro povero corpo. Lo spirito viene dimenticato, s'accartoccia e avvizzisce in qualche angolino. Viviamo in modo sbagliato, senza dignità e anche senza coscienza storica. Con un vero senso della storia si può anche soccombere. Io non odio nessuno, non sono amareggiata. Una volta che l'amore per tutti gli uomini comincia a svilupparsi in noi, diventa infinito." 

23 luglio 1942 : "...Le mie rose rosse e gialle si sono completamente schiuse. Mentre ero là, in quell'inferno, hanno continuato silenziosamente a fiorire. Molti mi dicono: come puoi pensare ancora ai fiori, di questi tempi.
Ieri sera, dopo quella lunga camminata nella pioggia e con quella vescica sotto il piede, sono ancora andata a cercare un carretto che vendesse fiori e così sono arrivata a casa con un gran mazzo di rose. Ed eccole lì, reali quanto tutta la miseria vissuta in un intero giorno."

24 luglio 1942 : "...Se tutto questo dolore non allarga i nostri orizzonti e non ci rende più umani, liberandoci dalle piccolezze e dalle cose superflue di questa vita, è stato inutile."

17 settembre 1942: "...In fondo, la mia vita è un ininterrotto ascoltar dentro me stessa, gli altri, Dio. E quando dico che ascolto dentro, in realtà è Dio che ascolta dentro di me. La parte più essenziale e profonda di me che ascolta la parte più essenziale e profonda dell'altro. Dio a Dio."

30 settembre 1942: "...Essere fedeli nel senso più largo del termine, fedeli a se stessi, a Dio, ai propri momenti migliori.
E dovunque si è, esserci al cento per cento. Il mio fare consisterà nell'essere."

Sono considerazioni che non necessitano di altre aggiunte, se non per sottolineare la capacità di Etty di tenersi ancorata all'Essenziale e di averne fatto un programma di vita. Sempre e comunque.

A commento di queste riflessioni, un famoso brano del compositore e organista francese Gabriel Fauré (1845 - 1924) a proposito del quale ringrazio l'amica blogger Anna del sito "GLI ULTIMI (brucofelice52.blogspot.it) che, tempo fa, attraverso un suo post mi ha offerto lo spunto per conoscerlo meglio e ascoltare, tra gli altri, il pezzo che qui riporto.
Si tratta del canto "In Paradisum" dal "Requiem op.48", composizione priva della drammaticità e della tristezza insite solitamente in un Requiem, ma ricca di tale serenità e stupita dolcezza da essere stata paragonata ad una ninna nanna. E' infatti una musica che lascia un'impressione di grande leggiadrìa e si apre intensamente a suggestioni d'infinito.

Buon ascolto!

giovedì 24 gennaio 2013

"Sunrise" : quando l'alba è nel cuore.

Mi è sempre piaciuto vedere l'alba in stazione, prendere il treno nelle mattine invernali quando, solo verso le sette e mezza, la prima luce violetta schiarisce l'orizzonte e sembra illuminare anche il cuore preparandolo a un nuovo giorno.
O veder albeggiare dal treno. Anche un mezzo di trasporto - strano a dirsi, ma succede - può diventare una tana calda e luminosa: rumori ovattati, fuori il buio sulla campagna gelata e la tranquillità di poter lasciar andare i pensieri, in attesa.
Anche l'alba è un'attesa: e ciò che nasce è sempre inedito, fresco, nuovo.

Quanto dico non suoni stonato a chi è costretto da motivi di lavoro a vedere l'alba ogni giorno e a sentirla spesso come sinonimo di fatica. Ho fatto la pendolare anch'io per qualche anno, tanto tempo fa....e so che significa mettersi in strada la mattina con l'ansia di non perdere il treno, e non solo quella. Altre attese, allora, urgevano in cuore e altri sogni si proiettavano in quel viola via via più luminoso; perchè in fondo l'alba - prima che altrove - è dentro di noi, e siamo noi a crearla con pensieri, desideri e speranze che, di tempo in tempo, andiamo a dipingere su quel cielo là fuori.

Ma esistono anche aurore espresse in musica, passaggi interiori dal buio alla luce, risvegli dell'anima raccontati in note, dal primo dileguarsi delle ombre fino al trionfo dei colori più infuocati; ed è a questo proposito che desidero ricordare il recente cd di Giovanni Allevi che dell'alba porta il nome. Si tratta di "Sunrise", ultima fatica del compositore ascolano uscita a fine ottobre e - come lui stesso ha dichiarato - segno di rinascita dopo un periodo di buio e vuoto creativo. Alba esistenziale e artistica, dunque, e simbolo di quella luce che sempre la musica regala, come un sole che illumina interiormente.

Tuttavia, al di là del significato letterale della parola, è interessante notare che "Sunrise" è anche il nome di un preziosissimo Stradivari del 1677, uno di violini più mirabili al mondo per suono e preziosità degli intarsi. E non mi sembra casuale che ad una raccolta di brani che - oltre a cinque pezzi per pianoforte e orchestra - presenta la novità di un Concerto per violino, Allevi abbia dato questo titolo, omaggio allo splendore del pregevolissimo Stradivari la cui decorazione, a ben guardare, è richiamata da alcuni dettagli nella grafica del cd.
Un'alba dagli aspetti molteplici quindi, ma strettamente legati tra loro come solo può esserlo l'anima di un compositore alla sua musica.

Il brano che riporto qui è il primo tempo, "Mosso", proprio dal "Concerto per violino in fa minore" intitolato "La Danza della Strega".
Si tratta di un pezzo rigorosamente classico nella sua forma così come nella cultura che da esso affiora: da Paganini a Bach, ma non solo, svariati riferimenti al passato riecheggiano qua e là nel tessuto musicale. Tuttavia, i temi all'interno dei quali tali richiami s'intrecciano testimoniano varietà e ricchezza inventiva tipiche del musicista ascolano.

Delle tre parti di cui si compone questo primo movimento, quella iniziale vede subito protagonista il violino e si caratterizza per la vivacità tipica di una danza dal ritmo marcato. Belli gli accenti melodici sulle sestine che conferiscono trascinante energia allo strumento solista fin dal suo esordio.
Ma, nonostante abbia una sua struttura compiuta, il pezzo - a mio avviso - sembra svolgere quasi una funzione introduttiva al secondo tema che  costituisce in realtà la melodia principale, il vero e proprio fulcro del brano. 
E' questa un'aria intima, struggente, dolcissima e appassionata, un andante con anima annunciato dall'orchestra e dispiegato poi dal violino in ogni sfumatura del suo canto, dove si alternano momenti di intensa malinconia ad altri dal respiro più disteso e sereno.
L'ultima parte del pezzo, invece, si apre di nuovo a un'onda di vivacità, ma torna poi ai primi due temi facendoli risuonare attraverso altre voci orchestrali, ora con pacatezza - suggestiva la ripresa della melodia affidata agli ottoni - ora con impeto.

Amo molto quest'ultima sezione, non solo per gli echi bachiani a mio avviso particolarmente evidenti e resi con ritmica tutta contemporanea, ma anche per la gioia di cui è intrisa. Dopo il momento più intenso e sofferto, qui infatti la vita sembra rinascere proprio come un'alba che porti con sè una sorta di risveglio di tutta la natura, una freschezza primigenia, una leggerezza sorridente e giocosa sottolineata anche dalla danzante vivacità dei pizzicati.
Del resto, il motivo della danza - come già ricordavo in un precedente post - non è nuovo nelle creazioni del compositore ascolano.

Superba l'interpretazione del bravissimo violinista Mariusz Patyra che - in questo, come nei successivi movimenti - dà vita alle note del Concerto cogliendone luci ed ombre con un tocco rigoroso e appassionato ad un tempo che ben si accorda allo stile del Maestro Allevi.

Buon ascolto!

 

domenica 20 gennaio 2013

A tu per tu con la Bellezza

Mi è capitato di rivedere sere fa in tv alcune sequenze del film "Il paziente inglese", famosa e pluripremiata pellicola del 1996 del regista Anthony Minghella.
E' una vicenda tragica e complessa, un affresco a più piani e continui rimandi tra presente e passato, dove ricordi, storie d'amore e di guerra s'intrecciano sullo sfondo ora del deserto del Sahara, ora della campagna toscana.

Confesso che, a suo tempo, il film mi era piaciuto ma senza suscitarmi particolare entusiasmo e anche se, in genere, amo le storie giocate come questa su differenti livelli temporali, tuttavia vi avevo colto una certa frammentarietà. Inoltre, nonostante la ricchezza di temi e un cast decisamente superlativo - Ralph Fiennes, Kristin Scott-Thomas, Juliette Binoche e, sia pure in una parte di secondo piano, Colin Firth - avevo trovato la narrazione troppo lenta e prolissa.
Ma evidentemente avevo dimenticato una sequenza che l'altra sera ho avuto l'opportunità di rivedere e che mi ha colpito in tutto il suo incanto.

Si tratta di una delle più famose scene del film che vede protagonista Hana, l'infermiera del paziente inglese. E' lei che una sera viene condotta dal soldato indiano di cui è l'amante, a vedere i dipinti di una chiesa vicina che, in realtà, altro non sono che gli affreschi di Piero della Francesca raffiguranti le "Storie della Vera Croce" nella basilica di S. Francesco ad Arezzo.

Qui, imbragata e issata su di una fune, Hana può salire volando letteralmente da una parete all'altra dell'abside e, al lume di una torcia, contemplare da vicino le immagini. Una scena davvero suggestiva, un'oasi di infinito nel cuore della vicenda, dove il fascino della grande arte si riflette nell'espressione del viso di Hana - la splendida Juliette Binoche - nella freschezza del suo sguardo rapito in questo a tu per tu con la Bellezza.

Ma - come spesso accade nei film - è anche la musica a parlare completando dialoghi e immagini, sottolineando ciò che esse necessariamente non arrivano a dire e dando voce a gesti e sguardi.
In questo caso, sono le note di Gabriel Yared - compositore libanese, classe 1949 - a riempire d'intensità la scena accompagnando il funambolico ondeggiare della protagonista fino a trasformarlo in una vera e propria danza dell'anima, in puro stupore. 

Meritatissimo, a mio avviso, l'Oscar alla "miglior colonna sonora drammatica" non solo perchè il compositore talora si avvale di vere e proprie citazioni classiche - ne sono un esempio i brani tratti dalle Variazioni Goldberg di Bach - ma per la fantasia con cui Yared rielabora la propria cultura musicale riuscendo a tradurre in note la meraviglia, o l'angoscia o la passione.
La sua formazione classica infatti è evidente anche nel brevissimo pezzo che commenta questa scena: un'aria intrisa di reminiscenze bachiane e non solo, ma soprattutto filtrata da un ritmo scandito e disteso, ricco di serenità.
E le aperture orchestrali che salgono in una progressiva ricerca di purezza e di luce, sembrano davvero condurci oltre le vicende umane, oltre la guerra, la passione, la tragedia e - attraverso l'arte - verso la contemplazione di ciò che non muore.

Buon ascolto!

martedì 15 gennaio 2013

Vellutata di legumi

No....non avete sbagliato blog! 
Nè io all'improvviso ho cambiato rotta scegliendo di dedicarmi alla cucina, sulle orme di uno di quegli splendidi siti dove fantasiose e instancabili amiche pubblicano ricette corredate da immagini altrettanto splendide. No.
Ammiro profondamente la competenza di queste persone in fatto di gastronomia e la varietà delle loro appetitose creazioni qualche volta mi sollecita a imitarle, ma in cucina vivo un po' d'improvvisazione e non mi permetterei di parlare.

Il fatto è che ieri, mentre preparavo il pranzo - e si sa che certe mansioni pratiche conciliano i pensieri - mi è tornata in mente la vellutata di legumi gustata giorni fa insieme a un'amica nel tranquillo angoletto di un ristorante veneziano, mentre poco più in là la laguna splendeva sotto un sole quasi primaverile. 
Ma più che la vellutata - peraltro squisita! - è stato il nostro dialogo a rifiorirmi dentro, la condivisione, i racconti, lo scambio di rispettive esperienze. E' il potere delle piccole cose - un luogo, un cibo, un oggetto - che sanno ricordarci quelle grandi e delle grandi che danno significato alle piccole offrendoci un modo di rileggere la realtà, in questo caso, alla luce sorridente dell'amicizia. Un po' come quando Saint-Exupéry ci narra che al Piccolo Principe - che ha i capelli "color dell'oro" - la volpe dice:"Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te".

E' bello infatti pensarsi anche a distanza, tra amici, sapere che se pure ci s'incontra di rado, ci si porta reciprocamente nel cuore e le cose dette non si perdono nel vuoto, ma ci restano dentro come tacche di una crescita, passi di un cammino. E' il nucleo caldo di ogni relazione, la radice che non appare ma c'è, e costruisce fondamenta di sorriso consolidando quell'attenzione interiore per cui poi - quando ci si vedrà - ci si capirà al primo sguardo e la vicinanza dell'amico sarà "come una musica".

Per questo, il brano di oggi è un pezzo di Mozart che - come l'amicizia - certamente tutti conosciamo. Si tratta del famosissimo "Andante" dalla "Sonata n.16 in Do maggiore K.545", un'aria luminosa e pacata che magari abbiamo anche eseguito al pianoforte, caratterizzata da quella tipica semplicità mozartiana che alterna trasparenza a spessore, serenità a qualche momento di ombra. 
Una sonata tuttavia facile solo in apparenza perchè richiede buone doti interpretative che ne mettano in luce ogni sfumatura.
Qui, a mio avviso, l'esecuzione di Eschenbach fa parlare mirabilmente ogni nota di questo Andante ora limpido, ora lievemente soffuso di malinconia, guidandoci in una meditazione tutta interiore, come il filo di un pensiero assorto che si dipana attraverso sentimenti e ricordi che hanno la preziosità di un dono da custodire.
E mi suggerisce, appunto, una riflessione sull'amicizia, sulla bellezza del creare dei legami prima di tutto dentro di noi perchè - insegna sempre la volpe al Piccolo Principe - è quest'attenzione che "addomestica".

Buon ascolto! 
(Nel riquadro, "Caffè sulla Riva degli Schiavoni" di J.S.Sargent)

venerdì 11 gennaio 2013

Sull'onda di un valzer...

E' sempre vivissimo - a quattordici anni dalla morte - il ricordo di Fabrizio De André e della poesia che ci ha regalato con le sue melodie e i suoi testi che sanno parlare ancora oggi non solo a chi lo ha seguito fin dal suo esordio, ma anche alle nuove generazioni.

Ogni sua composizione infatti esercita un fascino sempre intatto per la capacità con cui il cantautore ha creato in ogni brano un mondo a sè, fatto non solo di note, ma anche di atmosfere e suggestioni. E incontrare i suoi testi che ci raccontano la vita talora con accenti di smisurata dolcezza, talaltra con graffiante disincanto, è entrare ogni volta in una dimensione quotidiana e insieme profonda che va a scandagliare la verità sotto le apparenze indagando i grandi temi dell'esistenza.

Sappiamo tutti quanto De André si sia avvalso nel tempo della collaborazione di altri autori per creare le proprie musiche, facendo talora riferimento anche a composizioni classiche, come già ricordavo in passato.
Così, è ancora in quest'ottica che ho scelto il brano di oggi.
Si tratta di "Valzer per un amore", canzone tratta dalla raccolta "Nuvole barocche" del 1969 e particolarmente suggestiva nella sua genesi. 
Qui infatti, il cantautore - in omaggio ai propri genitori che avevano ascoltato il brano al momento della sua nascita - riprende in toto il tema del "Valzer campestre" dalla "Suite siciliana" di Gino Marinuzzi (1882 - 1945); mentre per le parole s'ispira alla famosissima poesia di Pierre de Ronsard (1524 - 1585) "Quand vous serez bien vieille..." dai Sonnets pour Hélène, rivisitandone i versi alla luce del proprio stile. E nonostante parole e musica siano d'altri autori, il pregio di De André è quello di fonderle attraverso la propria inconfondibile impronta e in certo qual modo di ricrearle.

Ma c'è di più. Devo confessare che non posso ascoltare questo brano senza che me ne richiami molto da vicino un altro, di un musicista ancor più famoso: si tratta di Dmitri Shostakovich (1906 - 1975) e del suo "Valzer n.2 in do minore e Mi bemolle maggiore" tratto dalla "Suite per orchestra di varietà", pezzo conosciutissimo e inserito anche da Stanley Kubrick nella colonna sonora del film "Eyes Wide Shut". 
Somiglianza casuale? Probabilmente sì, perchè la cronologia suggerisce che il primo Valzer composto in ordine di tempo è stato quello di Marinuzzi e - per quanto ne so - non ci sono elementi che inducano a pensare a una sua conoscenza da parte del compositore russo.
Tuttavia, il ritmo marcato e soprattutto le battute iniziali del brano di Shostakovich mi sembrano richiamare davvero anche gli altri due pezzi.
Magari mi sbaglierò, forse è solo una mia impressione....ma chissà se anche il grande Faber ci aveva fatto caso?

Buon ascolto!

domenica 6 gennaio 2013

Simili a un un cielo stellato...


D'incredibile fascino la foto scattata dal satellite Suomi - una delle tante rese pubbliche recentemente dalla Nasa - con altri video comparsi sul web che ci regalano immagini suggestive della terra così come appare dal cielo.
Vi si ritrova il buio dei deserti e degli oceani insieme alla luce intensa e diffusa delle metropoli e dei più estesi agglomerati urbani. E l'occhio del satellite è tanto acuto da poter accarezzare col suo sguardo anche i battelli sui grandi fiumi o l'eruzione di un vulcano.

E' il fascino del vedersi dall'alto, da un punto di vista finalmente diverso da quello che tutti i giorni ci restituiscono le cronache o una certa abitudine a cogliere solo il negativo fuori e dentro di noi.
E' la novità del cambiare prospettiva aprendosi a una visione più ampia, quasi che - per un attimo e per magìa - ci potessimo osservare così come ci vede Dio dalla sua misteriosa dimora. 
E' scoprire con stupore che siamo simili a un cielo stellato, a galassie infinite, intrecci di costellazioni che si stendono a perdita d'occhio e forse la bellezza di questa immagine ci restituisce anche una diversa percezione di noi stessi.

Mi si obietterà che - se restiamo saldamente ancorati alla terra - ci accorgeremo subito di essere anche violenza ed egoismo, guerra e strage e le cronache ce lo ricordano tutti i giorni. E' vero, tuttavia non siamo solo quello e mi viene in mente, a questo proposito, la famosa "notte dell'Innominato" di manzoniana memoria. 
Ripercorrendo il proprio passato costellato di ogni sorta di violenze, il protagonista a un tratto pensa: "Eran tutte sue, eran lui."  
Mi ha sempre colpito questo efficacissimo passaggio dal plurale al singolare: "...eran lui". Rivela infatti la percezione dell'Innominato che la propria identità profonda si concentrasse ed esaurisse in quei delitti, il suo vedere in se stesso solo una stringente totalità di male e null'altro. In una parola, la disperazione!
Ma sarà prima il ricordo delle parole di Lucia e poi l'incontro con il Cardinal Federigo a riaprirgli in cuore la speranza prospettandogli una diversa visione di se stesso.

Allo stesso modo, mi pare che il fascino di questa foto ci mostri che non siamo solo violenza e strage, prepotenza e sopruso; e anche se sappiamo bene che le luci che vediamo da lontano non sono stelle ma segni del nostro cammino nel tempo, è bello tuttavia scoprire che siamo vite pulsanti, esistenze in movimento che punteggiano il buio di splendore.

Se infatti la rivoluzione copernicana ha dato all'essere umano il senso della propria piccolezza insieme alla percezione dello sconfinato mistero circostante, queste luci palpitanti mi pare possano restituirgli l'idea più familiare dell'armonia di uno spazio abitato e di una vita comune. Ed è interessante vedere come i sofisticati strumenti informatici che indagano con occhio vigile la vita sulla nostra terra, ci regalino anche lo stupore di scoprire di quanta bellezza siamo portatori.

Ma mi piace anche pensare che, come noi osserviamo il firmamento nel suo splendore e mistero, Dio contempli allo stesso modo l'incanto del creato e col suo sguardo accarezzi la nostra terra - dallo sfavillìo delle grandi metropoli alla più umile fiammella accesa in un deserto - come fossimo il Suo presepio. 
E dalla Sua prospettiva, il grande interrogativo leopardiano "A che tante facelle?..." abbia unicamente una risposta di Amore perchè le Sue stelle siamo noi ed è nella concretezza di quella miriade di luci e nella vastità di quel buio che Dio ha scelto di abitare.

E a conclusione di queste considerazioni ancora un po' natalizie - del resto, oggi è la festa dell'Epifanìa - un brano che mi pare si adatti bene alla grandiosità e al fascino dell'immagine che ci arriva dallo spazio.
Si tratta del "Gloria" dalla "Messa in si minore BWV 232" di Johann Sebastian Bach, composizione articolata e solenne, magistrale intreccio di voci costruito nel segno dell'ordine e dell'armonia. 
Il pezzo, che la clip video ci regala in un'esecuzione ancora una volta live, è cantato - e anche qui sta il bello - dal famosissimo Thomanerchor di Lipsia, proprio nella Chiesa di San Tommaso dove il compositore è sepolto e che l'estate scorsa ho avuto la gioia di visitare.
Un regalo che faccio a voi...e a me!

Buona visione e buon ascolto !

martedì 1 gennaio 2013

Live

Penso che tutti, chi più chi meno, abbiano potuto fare qualche volta il confronto tra un brano di musica ascoltato in un cd e lo stesso brano sentito dal vivo, magari nell'atmosfera di rovente entusiasmo di un concerto rock o nel silenzio incantato e teso di un teatro dall'acustica perfetta. 

Anche se la tecnologia attuale consente ormai registrazioni di altissimo livello come fossimo in una sala da concerto, l'ascolto dal vivo resta sempre altra cosa per una serie di fattori che vanno al di là del puro e semplice sentire.
C'è l'insostituibile impatto emotivo della diretta con la sua carica di palpitante freschezza, nuova ogni sera anche se la musica in programma è sempre la stessa; c'è la sonorità di uno strumento o di una voce, di un'intera orchestra o di un coro che ci attraversa fisicamente come un'onda viva che viene a lambirci con delicatezza o a investirci con dilagante intensità. C'è la presenza del pubblico, tante anime in attesa che diventano un cuor solo con l'interprete.
E ci sono - appunto - gli interpreti con i loro volti: sguardi assorti, sorrisi che sono carezze ai loro strumenti, e quell'attento e gioioso abbandonarsi al fluire della musica!....Spettacolo nello spettacolo, per quanto di se stessi ci regalano al di là della bravura di esecutori, per la passione che da loro traspare e ci porta via.

Per questo, quando scelgo le clip di musica per il blog, dov' è possibile dò la preferenza alle esecuzioni live
Confesso che non sempre posso farlo perchè le registrazioni dal vivo talora non hanno un'acustica perfetta. Tuttavia, se il loro livello è buono, diventano davvero squarci di poesia per la bellezza delle inquadrature che vanno a cogliere l'anima degli interpreti: dalle mani sui singoli strumenti, a quelle di chi dirige - mani che parlano insieme alle note - fino agli sguardi di chi suona intento a leggere la musica dentro il proprio cuore prima ancora che sullo spartito.

Se poi protagonista è un coro, allora lo splendore delle varie melodie è veramente completato dalla partecipazione di chi canta: adulti, anziani, giovani, un'eterogeneità di visi e di espressioni, di occhi e di sorrisi, ora seri e compresi, ora illuminati dalla gioia: un panorama di fisionomie diverse, di varia umanità unita per celebrare la magìa delle note! E sono visi dai quali traspare in qualche modo la verità di ciascuno, per quella carica di autenticità che la musica sa far emergere da ogni persona.
Davanti alla magnificenza di un brano polifonico o di un'aria per voce solista, non ci sono maschere che tengano e la tensione che vibra in ciascun corista ne fa affiorare l'intimo scintillìo dell'anima, come luce che chiama altra luce.

Quando però gli interpreti sono bambini, il segno di quell'autenticità si fa visibile con una freschezza ancor più immediata che commuove come nella clip video che segue.
Il brano di oggi infatti è il famoso inno natalizio tradizionale"Hark! The herald angels sing" cantato dal coro della Cattedrale di Saint Paul a Londra.  
Il testo del pezzo, scritto nel Settecento dal poeta Charles Wesley, è stato in seguito più volte rimaneggiato, mentre la melodia, sia pure con svariati arrangiamenti, si basa ancora oggi sulle note del secondo tempo della cantata di Felix Mendelssohn Bartholdy (1809 - 1847) "Vaterland in deinem Gauen" che riporto poi di seguito. 
Si tratta comunque di un'aria famosissima che riecheggia qua e là anche in altri precedenti brani classici: io per esempio - ritmo a parte - la ritrovo nella Gavotta della "Suite n.4 in Re maggiore per orchestra BWV 1069" di Bach. E forse non è lontano dal vero che Mendelssohn - che di Bach era grande cultore - ne abbia ripreso un'aria.

Siano queste note, insieme alle immagini, il mio augurio per il 2013 a tutti voi che passate di qui!
Può essere bello che il cammino in una nuova stagione del vivere in cui ci inoltriamo oggi, si compia all'insegna della dimensione comunicativa che traspare da questi giovanissimi coristi, dimensione che la musica sa svegliare in ogni essere umano. Un ritorno a se stessi, a quella parte vera di cui ciascuno è portatore, non mascherata nè plastificata dall'abitudine, ma viva e illuminata da una gioia che nasce dal profondo. 

Buon ascolto, buona visione e BUON ANNO !!!
(Consiglio di guardare il video a schermo intero: entrerete anche voi nella Cattedrale di Saint Paul e, dopo la parte iniziale, sarete a tu per tu con i piccoli coristi!)

giovedì 27 dicembre 2012

Dicembre: sguardi di stupore.

Natale è passato da poco, ma desidero soffermarmi di nuovo su di un'immagine natalizia che - al di là delle feste e delle consuete luminarie di questo periodo - riconduca ad un clima di silenzio e di stupore.

Così, per l'angoletto di arte figurativa del mese di dicembre, ho scelto ancora una volta una riproduzione del trecentesco Maestro di Tolentino - o, secondo la critica più recente, Pietro da Rimini - come avevo fatto il giorno di Natale.

Si tratta dell' "Annunzio ai pastori", tratto sempre dagli affreschi del Cappellone del Santuario di San Nicola a Tolentino. Purtroppo, non dispongo di una foto che rappresenti la scena nella sua totalità perchè alcune parti del ciclo compositivo sono andate perdute e devo accontentarmi di particolari. Tuttavia sono dettagli suggestivi.
Lo scorso anno, dallo stesso ciclo ho pubblicato la tenerissima immagine di Gesù Bambino che sta per fare il bagnetto (vedi post intitolato "Vicinanza"). Ora invece, dopo aver riportato gli angeli della Natività, mi piace focalizzare l'attenzione sui pastori.
Sì, sono sguardi di stupore quelli dei due pastori che levano gli occhi al cielo.
Guardano entrambi in alto, probabilmente all'angelo che li ha svegliati con la sua luce, ma lo stupore si disegna diversamente sui due volti. Più schietto ed esplicito nel viso di quello biondo e più giovane che manifesta anche col gesto della mano la propria sorpresa; ma non meno vero in quello bruno e più maturo, nel quale l'intensità dello sguardo e il gesto trattenuto delle mani che appena s'intravvedono, esprimono una commozione più intima e forse ancora più profonda.
Due figure diverse: l'una estroversa e vivace, colta in un subitaneo moto di sorpresa (o di spavento?...), l'altra più composta e pacata, ma entrambe di grande efficacia espressiva. Facendo un salto narrativo - e con un po' di fantasia - quasi un Giovanni e Pietro la mattina della resurrezione, anch'essi diversi per temperamento, età e modo di accostarsi all'evento.

I tratti degli occhi, il fondo blu, la monumentalità dei corpi, la semplicità dell'ambientazione ricordano da vicino lo stile di Giotto per l'essenzialità ricca di spessore e l'immediatezza narrativa tipica della sua pittura.  
E tuttavia trovo che qui, nell'indagare i due volti, ci sia una ricerca espressiva che va quasi al di là della sintesi giottesca.
Sembra infatti che un muto dialogo s'intrecci tra quegli sguardi e gli angeli che non vediamo, e sia proprio la partecipazione emotiva che leggiamo in viso alle due figure a completare la bellezza dell'evento, coinvolgendo anche noi che forse un po' ci riconosciamo in questi pastori, presi dalla loro stessa meraviglia.
Ed è quello stupore che rende sacro il luogo in cui ci si trova: la magnificenza di una cattedrale come la povertà di una capanna, la poesia di un'accurata celebrazione liturgica come la prosa di una giornata di ordinaria quotidianità.

Perciò, mi sembra bello commentare queste immagini con un famoso e suggestivo brano del compositore austriaco Anton Bruckner (1824 - 1896). 
Si tratta del mottetto "Locus iste", per coro a quattro voci miste, scritto nel 1869 per la
dedicazione della cappella votiva della Cattedrale di Linz .

La melodia, soffusa di dolcezza e intensità, ci restituisce qua e là echi mozartiani dell'Ave verum, ma al tempo stesso nelle battute iniziali ci regala aperture di sapore wagneriano che mi ricordano l'Ouverture del Tannhauser. 
Il testo è quello del graduale cantato ordinariamente nelle celebrazioni per la dedicazione delle chiese, e recita così: 
"Locus iste a Deo factus est, inaestimabile sacramentum, irreprehensibilis est".
E il Maestro di Tolentino ci racconta che, nel segno dello stupore, questo luogo può essere ovunque. 

Buon ascolto!

martedì 25 dicembre 2012

Angeli di Natale

A tutti voi 
che passate 
di qui

BUON  NATALE
  
nella luminosa armonia 
delle note!!!
                                                                                                      
Maestro di Tolentino - "Natività" (particolare).
Santuario di S.Nicola - Tolentino.

Johann Sebastian Bach : "In dulci jubilo" BWV 729.                                                                                                                   

sabato 22 dicembre 2012

Verso Natale

Mi ha sempre affascinato nell'arte medioevale sia romanica che gotica, quella nutrita serie di simboli di cui essa è intessuta, segno che i costruttori del passato - come spesso anche oggi i contemporanei - non lasciavano nulla al caso, assegnando ad ogni modulo compositivo un suo preciso significato soprattutto se si trattava di edifici religiosi.

Dalla posizione del fonte battesimale ad un quadriportico, da un matroneo a una cripta o alle decorazioni di un capitello, ogni parte della chiesa aveva una sua ragion d'essere che non nasceva solo dalla fantasia e dal gusto dell'architetto o scultore, ma anche da ciò che quella parte doveva significare nell'insieme della costruzione. Come gli affreschi che narravano la storia sacra erano infatti la cosiddetta "Bibbia dei poveri", così era anche per architettura e scultura: dovevano parlare.

Nel gotico per esempio, esprimono leggerezza e tensione verso l'infinito i ritmi ascensionali, le vetrate che sostituiscono la muratura continua con il loro caleidoscopio di colori, ma anche le mille decorazioni che hanno arricchito soprattutto le grandi cattedrali, facendo letteralmente fiorire la pietra.

Tra queste, i rosoni hanno spesso attirato la mia attenzione sia per la loro bellezza che per il loro significato simbolico. 
Al di là della stilizzazione del fiore - la rosa - con i suoi petali e della forma circolare che può richiamare il sole nei suoi molteplici aspetti vitali, l'immagine mi colpisce anche per un altro motivo.
Se pure non è così in tutti gli edifici, tuttavia in molti casi il rosone si trova inscritto in una cornice quadrata, come nella foto in alto che riporta quello del famosissimo Duomo di Orvieto, opera dell'Orcagna che risale alla seconda metà del Trecento. Qui infatti il cerchio, simbolo dell'infinito, è inserito in un quadrato, simbolo del finito, come a dire che il tempo di Dio si inscrive in quello dell'uomo, il divino entra nell'umano, il celeste nel terrestre, la perfezione nel limite; come a significare il mistero dell'Incarnazione, la Bellezza che s'innesta ed esplode all'interno della nostra storia di tutti i giorni. 

Mi sembra interessante ricordarlo proprio ora che ci avviciniamo al Natale perchè è bello sapere che, in tante opere d'arte del passato - e non solo - siamo circondati da segni e geometrie non casuali, ma ricche di rimandi a una dimensione più alta. Ed insieme è scoprire come linee e forme, volumi e superfici modellati dagli artisti ci accompagnano col loro affascinante linguaggio, quasi anche dalle pietre s'innalzi una lode colma di stupore per il mistero che si compie. 

Così, mi piace commentare quest'immagine con una famosa melodia che celebra il Natale. Si tratta di "Balulalow", canto di antica tradizione scozzese su testo dei fratelli Wedderburn, ripreso da Benjamin Britten (1913 - 1976) all'interno della composizione "A Ceremony of Carols op.28", per coro e arpa in dodici movimenti. "Balulalow" ne costituisce il quinto, una dolce ninna-nanna per il Bambino Gesù, al quale - come dice il testo - l'uomo prepara una culla nella propria anima. 
Un po' come quel quadrato che con il proprio limite e la propria finitudine incornicia il movimento infinito del cerchio, quasi a custodirne la perfezione e il prezioso splendore.

Buon ascolto !

lunedì 17 dicembre 2012

Dedicato al mio computer

  Credo che il mio computer sia vivo.
Lo penso da quando ha iniziato ad avere comportamenti e soprattutto emozioni tipiche degli umani.
Cercherò di spiegarmi, ma prima devo fare un passo indietro. Bisogna sapere che il mio computer è con me ormai da anni e quindi il tempo e l'assiduità hanno creato tra noi una vicinanza non da poco.
Non so se vi è mai capitato di parlare agli oggetti, soprattutto quelli che avete in casa da parecchio: a me succede....e spesso mi sono accorta che con le cose che abitano con noi e silenziosamente ci guardano, scatta una familiarità che ce le rende vicine e....sì, proprio vive!

Dunque, dicevo: il mio computer è invecchiato e - come gli umani - sta diventando lento, talora di una lentezza esasperante. 
A volte serve incoraggiarlo, altre volte no perchè, con l'età, è diventato anche un po' permaloso e devo stare attenta a misurare le parole. E poi si emoziona facilmente, basta un clic di troppo ed è finita.

Se per esempio viene un'amica che non conosce a vedere delle foto o altro, lui che aveva funzionato fino a pochi minuti prima, che fa?...Mi fa il timido! Improvvisamente si blocca e non va più nè avanti nè indietro. 
Allora devo blandirlo un po' ("Dai... non emozionarti! E' un'amica, non un'estranea...") o cercare di farlo ragionare ("Guarda che lei non ha il computer, è qui per imparare e se fai così non si deciderà mai a comprarne uno..."), finchè non gli sibilo tra i denti ("...e non farmi fare brutta figura!!!").
Se poi cerco di giustificarmi con gli altri con qualche battuta dicendo che il mio computer è "assiro-babilonese", lui ha anche il coraggio di offendersi e rispondere per le rime: emette un suonino, un "plin" di tono quasi beffardo come a dire "Sì...perchè tu invece...!!!"
E per di più ha i suoi gusti: se carico una foto che gli piace, lo fa in un batter d'occhio senza protestare, ma se per caso l'immagine non è di suo gradimento....non ci sono santi e devo per forza sceglierne un'altra. 

Capitano però certe mattine - rare per la verità - in cui diventa obbediente, remissivo e pure incredibilmente veloce; va come una lippa e allora mi viene il dubbio che abbia qualcosa da farsi perdonare.... 
Insomma, baruffe da vecchi amici come nelle migliori famiglie, insieme a difetti di carattere che si sono accentuati con l'età...la sua!

Il guaio però è che ora lo dovrò cambiare perchè la situazione è diventata proprio insostenibile, ma - per quanto desideri avere in mano uno strumento aggiornato e veloce - mi spiace davvero lasciare un compagno di lavoro col quale dialogo da anni, testimone di tanti miei scritti a cominciare da questo blog! 
Col tempo, mi ci sono affezionata più di quanto non sembri: in fondo - se si eccettua quest'ultimo periodo in cui è diventato un po' bisbetico - ha svolto il suo servizio egregiamente e tra noi è nata quella familiarità tipica degli amici di vecchia data che possono dirsi liberamente di tutto, ma il giorno dopo sono ancora lì, insieme. E del resto, anche lui ha dovuto sopportare la mia impazienza o le mie giornate di luna storta.

Allora, per ringraziarlo delle tante ore di lavoro in cui mi è stato accanto - anzi no, davanti! - oggi voglio rendergli omaggio con il brano di musica che segue. 
Si tratta dell' Ouverture dell'opera "Il signor Bruschino" di Gioacchino Rossini, vivacissima e singolare sinfonia, resa famosa soprattutto dai battiti degli archetti sui leggii da parte dei secondi violini, bizzarro particolare che si ripete alcune volte nel corso del pezzo. Al di là del tono giocoso della composizione rossiniana, mi risulta che battere gli archetti sui leggii da parte degli orchestrali sia anche un modo per manifestare il proprio consenso verso la bravura del direttore o del solista.
Bene: allora, nel momento in cui sta per andare in pensione, in segno di affettuoso apprezzamento per il lavoro svolto, desidero dedicare al mio computer questa Ouverture scintillante e festosa, movimentata e sorprendente fino al fragoroso - e meritatissimo - applauso finale!

Buon ascolto!

martedì 11 dicembre 2012

La lezione di Annette

Come per il passato, ho seguito anche quest'anno le varie cronache musicali e mondane che hanno accompagnato la "prima" della Scala, insieme alla diretta dell'evento trasmessa su Rai 5. 

Mi ha sempre destato meraviglia il grande impegno di lavoro, di mezzi e di cultura che si rende necessario per offrire al pubblico del teatro milanese prima di tutto - e poi al mondo intero - uno spettacolo che raggiunga livelli di eccellenza. E ogni volta ne resto ammirata. 
Così è stato anche nei giorni scorsi quando - come si sa - è andato in scena il "Lohengrin" di Wagner. 
Lascio agli esperti i giudizi in merito alla direzione orchestrale del Maestro Barenboim e alla qualità della regia con le discusse novità sull'ambientazione della vicenda. Ciò che mi ha più colpito e su cui vorrei soffermarmi invece è la splendida performance della soprano Annette Dasch che ha cantato nel ruolo di Elsa.

Al di là delle sue apprezzabili doti vocali e delle capacità interpretative, ciò che quest'artista mi ha lasciato è il senso di un'assoluta professionalità, fatta di competenza e passione, di grinta e coraggio.
Occorre infatti un altissimo livello di preparazione e una convinzione non da poco in ciò che si fa per accettare un impegno così importante e improvviso - sostituire all'ultimo minuto la protagonista alla "prima" della Scala! - ritagliandosi il tempo tra altre scadenze professionali e il dolcissimo ruolo di mamma.  
Ed è stato un tempo magico, vissuto con consapevolezza e rigore, ma anche con notevole freschezza e semplicità, quella dei grandi. Quella che ha permesso ad Annette di lanciarsi in quest'avventura superando con determinazione le titubanze che forse avrà avuto prima di una simile prova. 
La stessa semplicità che, durante l'applauso finale, ho letto nel suo sorriso un po' stupito di tutto quel calore, della pioggia di fiori dai palchi in quella cornice così unica; e che le ha permesso di rinunziare alla rituale cena di gala dopo lo spettacolo - palcoscenico squisitamente mondano - perchè altre priorità urgevano.

Bella la foto che la ritrae già in partenza, con la bimba di pochi mesi in braccio, smessi gli abiti di scena e tornata subito alla quotidianità: una donna alle prese col suo lavoro e il suo ruolo di mamma, capace di incantare il pubblico con la propria bravura, ma anche di scendere da quel piedistallo che, in una sola serata, l'ha "promossa a superstar della lirica" - come si legge sul Corriere della Sera di qualche giono fa - e riprendere i propri impegni già programmati.
Una lezione di professionalità e insieme di classe e bellezza, perchè è bella la ricchezza che Annette ci ha regalato non solo in termini musicali, ma anche professionali e umani. 

Allora, mi piace risentirla in una performance che la vede interprete non di Wagner stavolta, ma di Franz Joseph Haydn, in un famoso brano dall'oratorio "La Creazione". Il testo dell'opera - che si rifa al racconto biblico della "Genesi" e al "Paradiso perduto" di Milton - si riferisce in questo pezzo alla creazione di erbe, piante, fiori e foreste. E nel descriverne la nascita, a un certo punto dice:  

"Qui germoglia l'erba che risana le ferite".

Ecco, mi sembra proprio che queste parole si possano applicare anche alla Musica e alla vita di tutti coloro che ad essa si dedicano con professionalità e passione. 

Buon ascolto! 

giovedì 6 dicembre 2012

Andantino grazioso


Mi hanno sempre colpito, in cima agli spartiti dei brani musicali, le diverse espressioni poste ad indicare l'andamento e la velocità di un pezzo: brevi didascalie all'inizio dei vari movimenti, quasi sempre in italiano -  lingua della musica per eccellenza - che suonano come Allegro, Andante, Adagio, Largo, Vivace, Grave...e via dicendo.

Ma ad attirare la mia attenzione non è stato solo l'uso di questi termini ricorrenti e - se vogliamo - un po' generici, bensì la varietà con cui tali termini vengono precisati e declinati di volta in volta con diminutivi, vezzeggiativi, superlativi, o con l'aggiunta di espressioni volte a illustrare il carattere e in definitiva lo stile del brano. 
Per fare qualche esempio, troviamo Prestissimo, Vivacissimo, Allegretto, Adagietto (e come non ricordare quello della Quinta Sinfonia di Mahler?!....),   Andantino, Andantino rubato, Andantino grazioso e così via.
Un Allegro può essere maestoso, ma anche agitato; giocoso, ma anche risoluto; con fuoco oppure con spirito. Così pure, esiste l'Andante spianato, cantabile, con moto, ma anche l' Andante scolpito (avete presente la Fuga n.20 dal II libro del "Clavicembalo ben temperato" di Bach?....quella!) e spesso si arriva a precisazioni espressive come Arioso, Scorrevole, Sognante, Appassionato e via dicendo
Per non parlare poi di certe notazioni più ampie come l' "Assez doux, mais d'une sonorité large" sullo spartito della famosissima "Pavane pour une Infante défunte" di Ravel.

Se prima rilevavo una certa genericità, qui al contrario devo riconoscere che la fantasia dei compositori si è sbrigliata in una miriade di sfumature una più sottile dell'altra, che vanno a cogliere e individuare colori e ritmi di un brano, prescrivendo sì il tempo e il modo di esecuzione, ma lasciando forse anche una certa libertà interpretativa a chi lo suona. Lo dico perchè certe bellissime espressioni che inducono talora a sognare, mi sembrano una sorta di "poetica del vago e dell'indefinito" di leopardiana memoria e in questo, a mio avviso, sta il loro fascino.

Non sono sempre così nette, infatti, le differenze tra un Andante, un Andante moderato e un Andantino; o un Adagio, un Largo e un Larghetto: dipende dall'epoca del brano, dall'autore e dal contesto musicale. Ma qui sta il bello. 
Cosi pure, suonare un pezzo con l'indicazione Carezzevole oppure Con sentimento lascia spazi aperti alla sensibilità di chi lo esegue perchè non si tratta solo di rispettare un tempo e una certa quantità di battiti del metronomo, ma di ricreare uno stile, un'atmosfera. 
E qui il discorso si fa certamente più complesso, perchè entra nel vivo del rapporto autore-esecutore che si gioca tra la necessità di essere fedeli al testo musicale, e l'inevitabile coinvolgimento personale di chi suona seguendo il tocco delle proprie mani, ma soprattutto la percezione del proprio cuore. Tant'è vero che, a volte, anche le esecuzioni del compositore stesso non sono identiche tra loro e ognuna di esse è vita che ricrea la vita. 

Ma - dicevo - il bello sta proprio in questo, perchè è dal cuore che tutte le notazioni citate partono e insieme ad esso pulsano: sono tempi, ritmi, stili che nascono dall'anima e ad essa ritornano dopo aver abbracciato anche quella dell'ascoltatore. 
Notazioni che creano un clima, che sono uno sguardo sul mondo, capriccioso o sereno, calmo o appassionato, tenero o impetuoso come il vento del mattino, come un passo di danza, come un'attitudine verso la vita. Semplicemente.

E allora, a commento di queste considerazioni, dal "Concerto per pianoforte e orchestra in la minore op.54" di Robert Schumann (1810 - 1856), propongo il secondo movimento indicato come "Intermezzo: andantino grazioso", con un diminutivo e un aggettivo che ne sottolineano tutta la delicatezza iniziale.
Il brano si apre infatti con accenti di straordinaria leggerezza, quasi le note accennassero un lievissimo passo di danza, mentre la melodia si fa poi più struggente e - sia nella parte orchestrale che nella voce dello strumento solista - va acquistando toni di più romantica intensità.

Buon ascolto!