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| Giotto: "Noli me tangere" - Cappella degli Scrovegni, Padova. |
J. S. Bach : "Et resurrexit" dal "Credo" della "Messa in si minore BWV 232".
"Gioire in Musica" è un piccolo spazio per condividere lo splendore della musica classica e le emozioni che essa suscita in noi; ma anche un luogo in cui raccontare quanto ogni musica nata dal profondo si intrecci alla nostra esistenza nutrendo il cuore e infondendoci vita, sorriso e limpidezza di sguardi.
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| Giotto: "Noli me tangere" - Cappella degli Scrovegni, Padova. |
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| Vincent Van Gogh (1853 - 1890) : "Pietà", Van Gogh Museum, Amsterdam. |
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Lo spazio del dipinto è bipartito da due grandi arcate, un'architettura nitida all'interno della quale sono incorniciate le figure della Vergine e dell'Angelo, mentre l'apertura a sinistra in un piccolo scorcio ci mostra un giardino - un hortus conclusus simbolo della verginità di Maria - e, nell'angolo in alto, la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre.
Sono caratteri che andranno gradatamente scomparendo nelle successive Annunciazioni del Convento di S.Marco che risultano più semplici, spoglie e caratterizzate da colori più spenti, come se il pittore ricercasse una progressiva essenzialità, privilegiando la concretezza narrativa rispetto alla decorazione.
Ho letteralmente contato le ore pregustando la gioia di regalarvi qui - proprio oggi, nella ricorrenza dell'Annunciazione - questo brano così capace di
riempire l'anima. ![]() |
| Colonia: "Cattedrale dei Santi Pietro e Maria" |
Sto riordinando in computer le foto scattate in varie occasioni, negli ultimi mesi.
E' un lavoro che faccio volentieri, anche se mi prende parecchio tempo perchè finisco sempre per indugiare su tante immagini che si portano dietro considerazioni e ricordi.
E infatti, mentre armeggio tra le cartelle alla ricerca di un'opportuna collocazione, lo sguardo mi va alle foto degli anni scorsi e m'incanto nel ritrovare il mio villaggio di montagna proprio in pieno gennaio, sotto una spessa coltre di neve.
Lo vedete nel riquadro il mio paesetto delle vacanze, in una foto di qualche inverno fa. Qui, smessi gli abiti del turismo, sembra proprio - come dice una mia amica - "il paese delle fate":
un mucchietto di case che starebbero in una mano, raccolte e vicine
quasi volessero stringersi per timore del freddo, un'immagine che si
ammanta di una magìa senza tempo.
La
osservo e sogno: dalla prospettiva in cui mi appare, non fosse per tanti aspetti che mi sono familiari, potrebbe rappresentare un
villaggio qualsiasi incastonato tra le montagne di una qualunque regione
della terra. Senza
un cartello, un'insegna che lo identifichi e lo circoscriva nel cerchio
del nostro ricordo, resta un angolo di mondo simile a tanti altri,
distinto nella sua bellezza solo dalla luce.
C'è infatti una spera di sole leggera come una carezza che ne illumina la parte alta, facendo splendere la collina innevata alle sue spalle. Così pure, a ben guardare, è sempre un timido sole a dare rilievo alla neve in primo piano, mettendo in evidenza le tracce di un piccolo sentiero.
Sulla destra invece, la montagna scura di abeti contrasta col biancore e apre una prospettiva verso altre vallate di cui però non si scorge il fondo.
Il villaggio sembra affacciarsi così su di un pianoro sospeso sul vuoto e questo - insieme all'ombra leggera che sale dal basso mentre il sole del pomeriggio invernale già declina - ne accresce il mistero.
Mi piace l'idea che, per un momento, un paesaggio possa non essere più identificato se non dalla luce e dalle ombre che lo accarezzano.
Mi affascina il pensiero che, per un istante, un luogo possa uscire dalla gabbia cieca dell'abitudine in cui lo confiniamo, dalla cornice talora circoscritta del nostro ricordo o del nostro sguardo, per assumere dimensioni infinite e vivere di vita propria. Forse solo nella freschezza della prima volta abbiamo colto una simile magìa, poi più.
Certo, se tra noi e l'ambiente circostante nasce un rapporto di familiarità, ciò crea con esso un legame profondo: le case, le rocce, i sassi, il vento, tutto diventerà vivo quasi ogni elemento avesse un'anima e si trasformasse in un sorprendente, segreto interlocutore. Così, ogni ritorno sarà una gioia e ogni distacco una sorta di "Addio monti"; ma in fondo i luoghi vivranno più che altro di vita nostra, del vissuto che su di essi avremo proiettato e dell'universo delle nostre emozioni.
Ma se - d'un tratto - la realtà che vediamo perdesse l'identità che le abbiamo assegnato, se le cose sfuggissero al limite dei nomi con i quali le abbiamo definite e le riconosciamo quotidianamente, che cosa diventerebbe questo angolo di mondo? Sotto quale prospettiva lo vedrei? A quali suggestioni mi potrebbe condurre?
Forse, di primo acchito sarei presa dallo smarrimento quasi mi aggirassi in una dimora sconosciuta, vagherei disorientata per i sentieri o sarei pervasa da un senso di desolante estraneità come quando la livida istantanea di un lampo, nel forte di un temporale, illumina gli oggetti rendendoli irriconoscibili.
O forse m'incontrerei per un attimo con lo stupore del Mistero.
Nello sgomento o nel brivido dell'emozione, tutto all'improvviso apparirebbe nuovo e potrei coglierne il soffio, il respiro sconfinato che vi aleggia e vi gioca, vi si rivela e si nasconde: respiro presente ad un tempo nel profilo delle cime alla prima luce dell'alba, così come in un cristallo di ghiaccio o nel furtivo incedere delle volpi nel soffice manto di neve.
Un'eterna danza del creato che perdura anche non vista, troppo grande per essere compresa se non a sprazzi o per fugaci illuminazioni, come troppo grande è la Bellezza alla quale - nel corso dei secoli - abbiamo dato una miriade di definizioni, in verità sfiorandone solo un lembo del mantello senza riuscire ad abbracciarla nella sua pienezza.
E nel contemplare l'immagine del mio paesetto, mi risuona dentro Mozart in uno dei brani più sublimi che abbia mai scritto: il secondo movimento, "Andante cantabile", del "Concerto per violino e orchestra n.4 in Re maggiore K.218", composto a soli diciannove anni!
Si allarga con riposante soavità l'introduzione orchestrale per lasciare poi spazio al solista e alla sua melodia sognante, nella quale ritroviamo tutto l'incanto della giovinezza, insieme a quell'equilibrio tipicamente mozartiano capace di rasserenare l'anima e ricucirne le ferite come un balsamo.
Note da portare in cuore lasciando che rifioriscano spontanee e che - spezzato per un istante il rigido
incantesimo dell'abitudine - ci predispongano a percorrere sentieri ancora più alti, ad ascoltare la più grande musica del cosmo e cogliere il suo
tocco d'infinito, come il vento sul viso nel silenzio di una
notte stellata.
Buon ascolto!
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Sì, è proprio con Michelangelo che desidero inaugurare il nuovo anno e, in particolare, col famosissimo dettaglio della "Creazione di Adamo" che vedete e che tutti avrete certo ammirato nella volta della Cappella Sistina in Vaticano.
E' la bellezza di queste mani protese l'una verso l'altra a incantarmi da sempre, lontane e vicinissime ad un tempo e così splendidamente moderne nella loro diversa tensione!
Ma è anche il piccolo spazio vuoto che le separa - vero colpo di genio dell'artista! - ad affascinarmi e a farmi pensare: spazio esiguo e insieme immenso, distanza breve eppure incommensurabile, mani staccate ma in realtà unite dalla reciprocità di quel gesto.
Volitiva la mano di Dio, più molle e incerta quella di Adamo e, in mezzo, quel vuoto quasi a simboleggiare ricerca, desiderio, silenzio, o ancora la libertà dell'uomo di fronte alla quale il gesto di Dio si ferma, in attesa.
Mi è sempre piaciuto pensare che la Musica abbia un ruolo privilegiato nel colmare proprio quel vuoto, nel farsi tramite, porta, canale, scintilla di una comunicazione tra il divino e l'umano, nel suo essere ponte tra due abissi divenendo luogo d'incontro e di passione come tra cuori innamorati.
Straordinaria la sua capacità di parlarci al di là delle parole o di restituircene lo splendore. Se confrontate con essa infatti, le parole
talora delimitano, i suoni al contrario suggeriscono e ampliano, spesso restituendo
ai testi quella dimensione d'infinito che essi tentano di significare. Anche quelli della fede.
Ne abbiamo molteplici esempi: da quei monumenti musicali che sono le Passioni di Bach, al Messiah di Haendel, al Requiem di Mozart e alle sue svariate Messe, ma le citazioni potrebbero continuare.
Devo in particolare proprio a Mozart se, nel tempo, per certi aspetti ho riscoperto il "Credo".
Nelle sue Messe infatti, le note del Credo declinano tutte le sfumature di un discorso che non è professione di fede puramente teorica, ma vicenda ricca d'intensità, storia nelle pieghe della quale esse si addentrano fino a farne fiorire il mistero per lampi di suprema bellezza. Storia narrata ora con levità e dolcezza nei vari "Et incarnatus est...", ora con intensa drammaticità come, ad esempio, nei "Crucifixus etiam pro nobis...".
Ma è stato anche ascoltando il "factorem caeli et terrae, visibilium omnium et invisibilium" che la sua musica spesso mi ha condotto a riflettere.
Qual è il regno delle "cose invisibili" di cui Dio è creatore?
Certo l'aldilà, la dimensione fuori dal tempo che non conosciamo ma sulla quale sempre Mozart - nel grido del Requiem "Et lux perpetua...." - ha spalancato varchi immensi, attraverso accordi simili a fiotti di luce aperti a un'attesa e a una speranza.
Ma invisibili all'uomo sono anche molteplici aspetti della nostra attuale esistenza. Penso, ad esempio, a certi profondi e inespressi moti dell'anima e a quel silenzio a monte delle parole che genera poi ogni attività artistica e ogni passione: non è forse anche questo il regno in cui si dispiega la multiforme azione di Dio?
E l'eternità, lungi dall'essere solo un lungo futuro sconosciuto, non è in realtà una dimensione già inscritta nel nostro presente come fosse il nucleo più interno di una serie di cerchi concentrici?
"L'essenziale è invisibile agli occhi" - afferma Saint-Exupéry - e non solo perchè non lo si coglie limitandosi alle apparenze, ma anche perchè è radicato nel nostro presente come un nascosto dna, sorgente misteriosa di ciò che in definitiva ci fa noi stessi.
Pensarlo - e crederlo - può regalarci lo stupore di ritrovare già ora, in noi e nelle pieghe della vita di ogni giorno, le orme di Colui che - direbbe Sant'Agostino - "è più intimo a me di me stesso".
Così, anche la musica del "Credo" mozartiano qui riportato dalla "Missa brevis K.220" o "Spatzen-Messe", col suo procedere fremente e sostenuto, nella chiara e assertiva tonalità di Do maggiore, ci conduce a cogliere una Presenza di sorprendente concretezza.
E là dove la frase del testo si conclude sul "visibilium omnium et invisibilium", scopriamo che le note - invece di salire nella scala cromatica come forse ci aspetteremmo - scendono.
A intrecciarsi con la nostra vita, a radicarsi nel cuore della nostra umanità, a significare un'eternità già presente: l'Invisibile qui e ora.
Buon ascolto e ancora Buon Anno!!!