domenica 5 aprile 2015

Buona Pasqua !!!

Giotto: "Noli me tangere" - Cappella degli Scrovegni, Padova.

 
 




























 
J. S. Bach : "Et resurrexit" dal "Credo" della "Messa in si minore BWV 232".

venerdì 3 aprile 2015

Venerdì Santo

Vincent Van Gogh (1853 - 1890) : "Pietà", Van Gogh Museum, Amsterdam.

























Giovanni Battista Pergolesi (1710 - 1736), "Stabat mater"
"Quando corpus morietur".

mercoledì 25 marzo 2015

Soavità


Sto contemplando da qualche giorno - e non riesco a staccarmene - un dipinto che mi ha particolarmente affascinato tra i tanti capolavori del suo autore.

Si tratta dell' "Annunciazione" del Beato Angelico (1395 - 1455) conservata a San Giovanni Valdarno nel Museo della basilica di S.Maria delle Grazie: un' opera incantevole che l'artista ha dedicato al tema dell'Annunciazione insieme a quelle altrettanto famose di Cortona, di Madrid e del Convento di S.Marco a Firenze.
E anche se la definitiva attribuzione di questo dipinto all'Angelico è relativamente recente e risale al 1978 dopo il restauro, da tempo la tavola è giustamente celebrata per il suo splendore.

La composizione ci rimanda a una fase di passaggio tra stile tardo-gotico e primo Rinascimento. Il decorativismo, la cura attenta dei particolari e la presenza della predella sono ancora eredità del passato, mentre la chiarezza dell'impostazione prospettica e la cornice classicheggiante ci parlano già delle novità artistiche del Quattrocento.

Lo spazio del dipinto è bipartito da due grandi arcate, un'architettura nitida all'interno della quale sono incorniciate le figure della Vergine e dell'Angelo, mentre l'apertura a sinistra in un piccolo scorcio ci mostra un giardino - un hortus conclusus simbolo della verginità di Maria - e, nell'angolo in alto, la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre.

Della tavola - per tanti aspetti simile alla pala di Cortona e a quella di Madrid - colpisce subito la raffinatezza: dai panneggi ornati di ricche bordure alla preziosità delle aureole, dal sottilissimo velo di Maria alle ali dell'Angelo, dalla cura dei dettagli alla luminosità dei colori. 
Sono caratteri che andranno gradatamente scomparendo nelle successive Annunciazioni del Convento di S.Marco che risultano più semplici, spoglie e caratterizzate da colori più spenti, come se il pittore ricercasse una progressiva essenzialità, privilegiando la concretezza narrativa rispetto alla decorazione.

Ma al di là della posa di Maria e dell'Angelo, del libro aperto sulle ginocchia della Vergine, della colomba dello Spirito Santo e della finestrella nel vano restrostante - elementi che appartengono alla tradizionale iconografia del tema dell'Annunciazione - ciò che mi colpisce è proprio la figura della Vergine.

E' il suo viso ad affascinarmi: soavissima infatti la sua espressione che unisce stupore a sgomento, pudore a una lontana tristezza, lievissima ritrosia ad ascolto, con quell'attitudine pensosa che accomuna lo sguardo di Maria a diverse altre rappresentazioni di questo tipo. 
Una figuretta delicata e leggera come il suo velo o come quelle mani dalle dita affusolate, eppure ferma nel suo viso ancora fanciullesco e insieme consapevole. 
Una raffigurazione di soffusa dolcezza che desidero commentare con una musica di altrettanta soavità.
Ho letteralmente contato le ore pregustando la gioia di regalarvi qui - proprio oggi, nella ricorrenza dell'Annunciazione - questo brano così capace di riempire l'anima.
Le note che desidero condividere con voi sono quelle dell' "Et incarnatus est" dal "Credo" della "Missa in angustiis", famosa anche come "Nelson Messe" di Franz Joseph Haydn (1732 - 1809).

Si tratta di uno dei pezzi più suggestivi dell'intera composizione, che alterna passaggi delicatissimi ad altri più fortemente drammatici, squarci solistici di straordinaria bellezza ad intense aperture corali e orchestrali.
Incantevoli note con le quali il compositore austriaco, ai tempi difficili e alle afflizioni della sua epoca (in angustiis), oppone il culmine della soavità. 
Uno splendore sottolineato anche dalla voce della solista Margaret Marshall, dolcissima nella levità dei suoi crescendo e nelle sue modulazioni.

Buon ascolto!

giovedì 19 marzo 2015

Armonia imitativa

Nella sua multiforme ricchezza di stili e ispirazioni, la musica - nel corso del tempo - non ha avuto unicamente lo scopo di divertire, celebrare, dar voce a vicende d'amore o di morte, divenire terreno di preghiera o esprimere quell'infinita varietà di sentimenti e passioni che abita da sempre il cuore umano. 
Tanti compositori di ieri e di oggi, infatti, hanno rivolto la loro attenzione anche alla natura, cercando di descriverla e imitarla nei suoi ritmi e nei suoi fenomeni, dai più appariscenti ai più piccoli - dalla tempesta al verso di un animale, dallo scorrere dell'acqua al soffio del vento - riproducendone in note gli aspetti più toccanti e suggestivi.

Il passare del tempo con l'alternarsi delle stagioni è stato più volte oggetto di composizioni musicali: dalle celeberrime "Quattro stagioni" di Vivaldi all'oratorio "Le stagioni" di Haydn, dai dodici pezzi per pianoforte di Tchaikovsky ispirati ai mesi e raccolti sempre sotto il titolo di "Stagioni", fino alla "Sagra della primavera" di Stravinsky, e via dicendo.
Per non parlare poi dei brani dedicati al fragore del temporale, alla luna, al mare, al fuoco o alle suggestioni della foresta. Da Beethoven a Debussy, da De Falla a Schumann tante potrebbero essere le citazioni, senza dimenticare Smetana che, con la sua famosissima "Moldava", ci racconta in note lo scorrere di un fiume dalla sorgente alla foce.
Si tratta di brani ricchi di un'armonia imitativa tesa a ricreare soprattutto delle atmosfere, anche se occorre precisare che in taluni autori - per esempio in Debussy - la percezione dei fenomeni naturali va oltre il piano puramente  descrittivo per restituirci un paesaggio più che altro interiore.

In altri casi tuttavia, la musica si sofferma più particolareggiatamente su suoni ben precisi e determinati, riproducendo per esempio il verso o l'incedere degli animali. Basti ricordare Rimskij-Korsakov col suo famosissimo "Volo del calabrone", Saint-Saens con "Il carnevale degli animali" o Prokofiev con "Pierino e il lupo", composizioni nelle quali sono proprio i singoli strumenti musicali ad imitare i caratteri dei vari protagonisti.
  
Ma è stato forse il canto degli uccelli a suggestionare più frequentemente i diversi autori spingendoli a ricrearne in note la vivacità o la malinconia, il timbro melodioso così come i trilli più acuti. 
Due soli esempi, per non dilungarmi: Vivaldi col "Concerto in La maggiore RV 335" detto "The Cuckoo" ed Haendel coll'ancor più famoso "Concerto per organo in Fa maggiore N.13 HWV 295" detto "The Cuckoo and the Nightingale" che - se volete - potete ritrovare qui nel suo Allegro iniziale.
 
Allora oggi, proprio sull'onda di questo argomento, vi propongo un pezzo di Louis-Claude Daquin (1694 - 1772), compositore parigino virtuoso dell'organo e del clavicembalo, ma rinomato anche per la sua fama d'improvvisatore.
"Le coucou" che trovate qui di seguito è uno dei suoi brani più famosi, oggetto - tra l'altro - di numerosissime trascrizioni e arrangiamenti
Si tratta di un rondò in mi minore, un piccolo pezzo di bravura perfettamente ritmato, costruito in modo da imitare proprio il canto regolare di un cùculo. 
L'andamento è veloce e per quanto la tonalità d'inizio ci restituisca un clima di malinconia, questa poi si stempera e la melodia s' illumina di gioia nel vivacissimo prosieguo del brano.
E mi piace regalarvelo in doppia versione: la prima per pianoforte e la seconda per chitarra, due diversi strumenti che danno differente risalto alla composizione facendone emergere tutta la bellezza e la versatilità. 
Dolce e melodioso il suono del pianoforte con il canto che affiora evidentissimo ora dalla mano sinistra, ora dalla destra; più scattante quello della chitarra che ci affascina anche grazie all'abilità e alla sincronia dei due interpreti. 

Buon ascolto!

mercoledì 11 marzo 2015

Un asteroide fiorito di primule

Mi sono comprata le primule. 
Un po' in ritardo sulla mia consueta tabella di marcia, è vero, ma quest'anno va così...

Di solito, me le prendo almeno un mese prima, appena le vedo occhieggiare nelle vetrine dei fioristi o al mercato.
Ma non si possono acquistare in un momento qualsiasi tanto per averle. Per goderne in pieno la bellezza, devi sentirteli dentro quei colori - il giallo, il viola, la luminosità del fucsia o del bianco - come un abito a tinte vivaci che indossi se nel cuore ti senti in primavera, altrimenti resta un'esteriorità che può servire certo, ma non più di tanto. Insomma....adesso le ho comprate.

Sono tornata a casa tenendo il mio sacchetto come un piccolo tesoro e le ho sistemate, come sempre, nella fioriera bianca e blu, sul tavolo chiaro del tinello davanti alla finestra. Da lì mi guardano e, mentre spero che durino a lungo a dispetto della mia ormai risaputa mancanza di pollice verde, penso ancora una volta a quanto il loro splendore, anche solo per brevi istanti, sappia punteggiare di luce la mia giornata.
Brevi istanti e piccole cose, certo, capaci però di farci sorridere dentro e di aiutarci ad alimentare i nostri sogni, magari proiettandoli insieme a una musica in una dimensione d'infinito.

Allora mi piace associare a questo momento di gioia un brano di Giovanni Allevi preso da "Love", il suo recentissimo cd per pianoforte solo.
Si tratta di "Asteroid 111561", pezzo dedicato a un vero e proprio asteroide in orbita attorno al Sole e situato tra Marte e Giove, che la NASA ha intitolato al compositore marchigiano.
E' un brano tutto arpeggiato, un gioiellino di entusiasmante leggerezza che si snoda irrefrenabile dalle ottave più alte a quelle più basse dello strumento: una trascinante rincorsa nella quale Allevi trae dal suo pianoforte tocchi delicatissimi, ma anche sonorità dall'ampiezza quasi orchestrale. 

Lontanissimo dalla percezione di un ignoto oscuro, segnato da un clima di cupa minaccia come in certi film di fantascienza, il compositore ci conduce qui in un mondo festoso, dove gli spazi siderali sono gioisamente solcati dal piccolo asteroide, lanciato in una sorta di danza tra le meraviglie del creato.
Bello l'intrecciarsi del tema con le progressioni bachiane e suggestivo anche il punto in cui - proprio nel cuore di questo spazio, scandita da poche note basse - per qualche istante la musica rallenta, quasi un invito a un attimo di silenzioso stupore nello sgomento del vuoto siderale.
Ma è uno sgomento che non intimorisce e - forse perchè il brano è ancorato alla positiva e terrena tonalità di Re maggiore - quella che ci comunica è la percezione di un infinito sorridente e familiare. 

Un asteroide - dimensioni a parte - è praticamente un sasso, ma il compositore ha dichiarato in un' intervista di immaginarselo coperto da una natura rigogliosa. E anche a me piace pensarlo così: verdeggiante come un giardino e magari tutto fiorito di primule!
Allora, sull'onda delle note possiamo sbrigliare la fantasia e, nello spazio sconfinato simile ai sogni che portiamo in cuore, volare sul nostro asteroide, piccolo mondo alieno colorato di felicità dove rifugiarci per qualche momento - giusto il tempo di questa breve composizione - a far provvista di gioia e di sorriso.

Buon ascolto!

mercoledì 4 marzo 2015

Trasparenza

Capita di osservare talora nel comportamento altrui - ma a volte anche in noi stessi - un'accattivante immediatezza molto simile alla spontaneità, che tuttavia si rivela poi superficiale e priva di spessore.
Si tratta in realtà di quella sbadataggine che spinge, in certe situazioni, a dire la prima parola che ci passa per la testa o fare la prima cosa che ci viene in mente così, senza pensarci troppo.

Ma c'è - al contrario - un'immediatezza affascinante come un miracolo, nella quale si percepisce che parole, azioni, gesti della persona che abbiamo davanti sono una cosa sola in profonda unità con tutto il suo essere. 
Discorsi e comportamenti sgorgano allora come acqua sorgiva che affiora limpida e altrettanto limpida scorre poi tra i ritmi della quotidianità; e non importa che si tratti - a volte - anche di minime cose, ma tutto è luminosamente e splendidamente vero.
E' un atteggiamento di semplicità, una sorridente effusione del profondo, una vera e propria trasparenza del cuore simile a quella dei bambini quando ancora non si sono conformati al mondo degli adulti. Immediatezza, del resto, significa proprio assenza di artificio perchè ciò che siamo arrivi agli altri in modo diretto, non mediato da qualsivoglia condizionamento, difesa o paura. 
Siamo noi e siamo liberi.

Tuttavia non sempre ciò accade e a volte è una vera conquista far sì che le parole non siano buttate là distrattamente o il sorriso non sia una maschera, un elegante schermo dal giudizio degli altri, ma un moto del cuore capace di vera comunicazione. Dico un sorriso, ma vale per qualunque altro gesto, e capita a tanti - penso - che una trasparenza facile in certe situazioni, diventi problematica in altre.
Tutti abbiamo sperimentato però che l'assenza di artificio si fa strada in noi man mano che riusciamo a ritrovarci, riconducendo ad unità ciò che facciamo con ciò che siamo. In tal modo, anche i ruoli che ci si trova a ricoprire nei vari settori della vita e nelle diverse relazioni, non andranno ad appesantirci come corazze o costumi di scena, ma lasceranno trasparire la luce di una comunicazione autentica.

Credo che la musica - come del resto tutte le arti - abbia molto a che fare con quel processo che porta a risvegliare tale autenticità facendo affiorare in superficie il nucleo più profondo di noi stessi, come in un mare così trasparente da consentirci di vederne il fondale. 
Leggendo un testo poetico o contemplando una gemmazione di colori in un dipinto, accade che si ridesti in noi una vita che non pensavamo di avere, ma talora il linguaggio delle note ha una sua particolare immediatezza capace di coinvolgerci e toccarci ancora più a fondo.

Mi è capitato spesso di osservare quanta autenticità sappiano offrire per esempio i vari interpreti, siano essi direttori, solisti o singoli orchestrali, quale intensità comunicativa abbiano i loro gesti e il loro modo di vivere la musica insieme alle emozioni che essa regala. 
Ma se ciò è vero per compositori ed esecutori, vale anche per noi che ascoltiamo, e sempre - se alla musica affidiamo il cuore - saremo condotti a scoprire di noi aspetti che non conosciamo e una sensibilità che forse non immaginiamo neppure di possedere.

Così, oggi mi piace proporvi un brano di Franz Schubert (1797 - 1828) che mi pare particolarmente adatto a far emergere da noi questa trasparenza. 
Si tratta del primo movimento, "Allegro", dalla "Sinfonia n.5 in Si bemolle maggiore D 485", un pezzo che ci prende subito con la sua concitata scorrevolezza, i suoi passaggi delicati o segnati da crescente energia e la sua atmosfera di gioiosa attesa.
Non c'è introduzione, se si eccettuano i brevi accordi iniziali dei fiati, e il brano si apre con un tema nitido e cantabile, di classica bellezza, che si ripete e riecheggia con grazia ed equilibrio quasi mozartiani.
La melodia - ricca di vivacità e insieme di straordinaria leggerezza - ci accompagna consentendoci di entrare in essa come in un fiume limpido e di lasciarci portare dalla sua freschezza primaverile fino a seguirla come se già ci appartenesse, ad appropriarcene come se la musica stessa nascesse da noi.

E' questo - credo - il segreto che in fondo ci rivela a noi stessi e fa sgorgare la nostra musica, il canto nascosto che ci abita. 
Un canto che - per ciascuno di noi - non è necessariamente fatto di note, ma di parole, emozioni, gesti, sguardi, di tutto un vivere in sintonia profonda con ciò che siamo e capace di rifletterlo in luminosa trasparenza.

Buon ascolto!

martedì 24 febbraio 2015

Percussioni

Sappiamo tutti quanto all'interno di un organico orchestrale - che si tratti di un ensemble classico o meno - ogni singolo strumento abbia un ruolo preciso e il risultato complessivo derivi dalla coesione e dall'incastro armonioso di tutte le differenti voci, ciascuna assolutamente necessaria alla fedele esecuzione della partitura.

Come già scrivevo in passato, è il fare la propria parte all'interno di un organismo diversificato e complesso che crea la bellezza del risultato. 
Sotto questo aspetto - se si eccettua il solista al quale è sempre affidato un ruolo di primo piano - non è possibile stabilire una graduatoria tra strumenti più o meno importanti: dipenderà di volta in volta dal brano, dalla partitura e dal tipo d'interpretazione. Ma la costruzione sarà sempre frutto di un lavoro comune in cui, a condurre una melodia, a dare spessore a un tema, a farne risuonare ogni minima sfumatura, saranno coivolti tutti gli strumenti, dagli archi ai legni, dagli ottoni alle percussioni.

Le percussioni, appunto.
Non si pensi che siano di secondaria importanza perchè - all'interno di un'orchestra sinfonica - capita che il loro intervento sia meno frequente rispetto, per esempio, ad una banda o a un gruppo jazz. 
Per quanto sia stata l'età contemporanea ad esaltarne l'uso con il rock, con la musica d'ispirazione africana e latino-americana, oltre a varie sperimentazioni, il ruolo delle percussioni è ugualmente rilevante anche all'interno di numerosi brani di classica. Anche qui infatti, dai timpani al triangolo, dai piatti al glockenspiel, la loro presenza offre un panorama variegato di suoni e di timbri. Sono infatti grancasse, marimbe, maracas, campane, tamburelli, xilofoni e via dicendo, con il loro suono scintillante e fragoroso, o dolce e delicato, a dare di volta in volta all'esecuzione ritmo, potenza, drammaticità, energia o delicatezza, creando un clima ora cupo e ombroso, ora decisamente brillante.

E non va trascurata neppure la posizione delle percussioni all'interno del complesso orchestrale che le vede sul fondo, certo, ma in qualche modo capaci di dominare l'intero insieme degli strumenti.
Ed esattamente come gli altri strumenti, il loro impiego è versatile: consideriamo, ad esempio, come un rullo di tamburi possa essere modulato diversamente per accompagnare un pezzo di irrefrenabile vitalità o ritmare sommesso e cadenzato una marcia funebre, per sottolineare un'esplosione di danze o annunciare un dramma.
Oppure pensiamo all'uso dei timpani esaltato da Haydn nella "Sinfonia n.103", o da Beethoven nello "Scherzo" della "Nona sinfonia"; alla grancassa all'inizio del "Così parlò Zarathustra" di Richard Strauss, ma anche alle varie percussioni usate da Tchaikovsky nel "Capriccio italiano" o nello "Schiaccianoci", solo per citare qualche brano. 
E come non ricordare poi il famosissimo "Bolero" di Ravel, accompagnato per l'intero suo svolgimento dal tamburo che ne scandisce il ritmo prima in modo sommesso e poi in un crescendo sempre più deciso? O la "Musica per archi, percussione e celesta" di Bartok? O la "Sinfonia n.4" di Mahler che esordisce addirittura con dei sonagli?
Ma gli esempi potrebbero continuare.

Allora, per restare in tema, oggi vi propongo un famoso brano di Camille Saint-Saens (1835 - 1921): il "Bacchanale" dal "Sansone e Dalila".
Si tratta di un tipo di composizione ispirato a feste e riti orgiastici dai toni sempre fortemente accesi. Qui si snoda vivacissimo, scorrevole e ritmato come una danza per tutta la parte iniziale, ricca di raffinatezza e di sonorità orientaleggianti. Al suo interno si apre poi una melodia più lenta e morbida, dai toni quasi romantici che lascia infine spazio al tema precedente per riproporlo in un prorompente e quasi parossistico crescendo ritmico.
E nel corso di tutto il brano, si può cogliere la presenza di varie percussioni che si alternano nel conferire alla musica delicatezza o energia, fino alla conclusione totalmente dominata e scandita dalla loro potenza.
Affascinante e come sempre appassionata la direzione di James Levine, fatta di gesti ora misurati, ora fortemente espressivi che il video ci offre in un incantevole live parigino.

Buon ascolto e buona visione!

mercoledì 18 febbraio 2015

Nidi sugli alberi

Sono in treno e guardo dal finestrino la campagna dai toni invernali dove la neve si sta ormai sciogliendo.
Mi capita spesso di viaggiare da sola e trovo rilassante starmene seduta in silenzio, con gli occhi al paesaggio in fuga mentre il treno prosegue la sua corsa. 
Sono momenti di tranquillità in cui mi piace osservare il panorama sempre diverso e riposare la mente, lasciando vagare i pensieri e consentendo alle varie suggestioni di affiorare indisturbate.

A volte, la mattina è nebbiosa e allora i paesetti circostanti sembrano dissolversi nella foschia invernale; in questi giorni, invece, la campagna e i tetti delle cascine ancora spruzzati di neve rendono il panorama più luminoso. Ma sempre, qualunque vista mi si offra, amo queste piccole occasioni di silenzio che mi consentono di rientrare in me stessa.
Oggi è uscito un timido sole e sprazzi di azzurro si alternano al biancore dell'ultima neve.
Dal treno si vedono campi brulli, filari spogli, nidi sugli alberi, case, persone che passano in strada, gesti un attimo colti e poi perduti, esistenze che s'intrecciano per brevi istanti e poi si lasciano, come gocce che rigano un vetro bagnato di pioggia.

Guardar fuori è abbandonarsi a questa contemplazione, lasciando che la vita ci porti con sè senza che le opponiamo resistenza.
C'è un segreto in ciò che vediamo? Nei cieli spazzati dal vento o nella calura estiva, nell'acqua torrenziale o nel gelo? Nell'alternarsi delle stagioni, nel tempo che scorre col sapore e l'ebbrezza del non ancora vissuto, c'è uno spessore, un rimando, un nascosto richiamo?
E quei nidi sugli alberi spogli, così visibili ora che è inverno, sentiranno freddo?
Li osservo un attimo dal treno in corsa, così come sono, esposti e protetti ad un tempo: esposti al sole e alla grandine, alla brezza e al temporale, in precario equilibrio eppure protetti da un sapiente intreccio di rami, da una forcella del tronco che, come il cavo di una mano, li accoglie e sorregge sicura.
Anche noi, a ben pensare, siamo come quei nidi: esposti ai cieli tersi e alle intemperie, al vento che mozza il respiro o alla rugiada che ristora e fa rifiorire. E noi pure sostenuti da una mano talora invisibile, che tuttavia ci parla nel segreto intreccio di amicizie e relazioni capaci di scaldarci l'anima.
Sotto la pioggia o i raggi del sole, in giorni velati da grigia foschia o in altri in cui lo sguardo spazia fino al lontano orizzonte, siamo tutti portati dal fiume del tempo, talora travolti, ma sempre condotti a percepirne il mistero. 

Ed è la musica per me - come ormai ben sapete - il canale privilegiato che mi consente di affinare questa percezione. Così oggi, per accompagnare il mio viaggio, ho scelto un brano che mi sembra creare una profonda sintonia con la campagna che fugge là fuori dal finestrino e i miei pensieri.
Si tratta di "Vocalise", ultima delle quattordici "Romanze op.34" di Sergej Rachmaninov: un canto senza parole che - composto originariamente per voce solista e pianoforte - ha subìto poi svariati arrangiamenti per orchestra o per singoli strumenti. Ve lo propongo qui nella trascrizione per pianoforte solo che mi è parsa molto suggestiva.

E' una melodia malinconica, eppure non priva di aperture di vibrante luminosità, che alterna passaggi dall'andamento pacato ad altri in cui si carica di crescente energia. Ed è straordinaria - a mio avviso - la sua capacità di comunicarci, con intensità struggente, la percezione del tempo che passa insieme al soffio di una speranza che ci apre al nuovo. 
Vi si può ritrovare talora l'eco di Chopin, in particolare del "Preludio in mi minore op.28 n.4", richiamo del resto non nuovo in Rachmaninov che ha composto - tra l'altro - le "Variazioni su di un tema di Chopin op.22" prendendo spunto dal "Preludio in do minore op.28 n.20".
Ma "Vocalise" col suo marcato romanticismo ha avuto immensa fortuna anche nel tempo. Lo avrà forse avuto in mente Francis Lai nel comporre il famosissimo tema del film "Love story" ? Ascoltando l'esordio, a me pare di sì.

A parte questo, come tanta musica di Rachmaninov, il brano nella sua passionalità ora delicata, ora più tempestosa, ci porta lontano come una nave che leva gli ormeggi e prende il largo. Ma ci conduce anche in un percorso meditativo attraverso i tratti di un paesaggio interiore: ce lo suggeriscono gli accordi più incisivi e profondi e - quasi sul finire - la ripresa del tema in una dolce cascata di arpeggi.
Una melodia che ci aiuta ad affinare lo sguardo e a lasciarci pervadere dalla segreta dolcezza di un prato, mentre si scioglie la neve, in un mattino di timido sole.

Buon ascolto!

martedì 10 febbraio 2015

Ginestre nel cuore dell'inverno

Febbraio è già iniziato da più di una settimana, ma non ho ancora aggiornato il calendario di casa, piccolo rituale che - puntualmente - compio all'inizio di ogni mese, nell'angolo della mia cucina che s'illumina di sole di primo mattino.

Ma non si tratta di una dimenticanza. 
Il fatto è che non riesco a staccarmi dall'immagine che mi ha accompagnato finora in questo esordio d'anno, rischiarandomi lo sguardo ogni volta che vi passo davanti. 
Contrariamente alle mie abitudini che - come scrivevo in passato - mi hanno sempre indotto a scegliere un calendario illustrato da panorami toscani, quest'anno è stato quello della Provenza ad attirarmi con vedute e colori. 
Il tempo vi è scandito da immagini molto luminose: il viola dei campi di lavanda vicino all'abbazia di Sénanque, cesti colmi di frutta variopinta, casolari di pietra nel mezzo della campagna talora innevata e così via.

Anche qui da me i campi sono imbiancati di neve, ma il paesaggio provenzale del mese di gennaio - sì, proprio quello che vedete! - stranamente mi regala cielo blu e ginestre, insieme alle pale ariose di un mulino a vento: un'immagine di splendore mediterraneo dove si vive un anticipo di primavera.
Volendo, è piacevole anche febbraio che rappresenta un uliveto nel periodo della raccolta; tuttavia lì non si vede il cielo e non ne deriva lo stesso respiro. Così ho fermato il tempo al mese scorso.
Qui infatti è proprio il giallo in primo piano, è il contrasto tra il blu intenso e la pietra chiara del mulino ad offrirmi una prepotente ed energica sensazione di vita. E quelle ginestre nel cuore dell'inverno - fiori umili e poveri in fondo, fiori del deserto come ricorda il Leopardi - quando l'occhio si posa fuggevole su di loro, sanno regalarci una suggestione che resta dentro simile all'eco di un sogno luminoso, mentre magari i pensieri correvano a tutt'altro.

E questa strana stagione che, mentre in certe zone porta neve in quantità, in altre già volge a primavera, mi fa pensare alla mutevolezza e alla luminosità di alcuni brani di Frédérick Chopin, ariosi e animati, per un momento tempestosi e poi dolcissimi. Così oggi, del compositore polacco vi propongo lo "Studio in La bemolle maggiore op.10 n.10".
Uno Studio - lo dice la parola stessa - è originato da finalità didattiche e consente al pianista di impadronirsi di figurazioni particolarmente difficili, ora ripetute, ora arricchite da varianti, ora trasposte in altre tonalità così da permettere l'uso di tutta una serie di tattiche nella diteggiatura e nell'esercizio della mano. Tuttavia non si tratta solo di tecnica, ma - come accade anche per diversi altri autori - un afflato poetico insieme a una vivace inventiva percorre quasi sempre questi brani.

In Chopin appena ventenne, l'intenzione nel comporre gli Studi era proprio quella di fondere virtuosismo - pensiamo a Liszt e a Paganini, che sotto questo profilo a quel tempo riscuotevano già consensi - ed espressività, tecnica e arte. Ne derivano quindi pezzi brevi, ma di ricchissima varietà, simili a sprazzi di luce che spalancano al nostro sguardo improvvisi angoli di meraviglia.
Qui, il brano si snoda come un moto perpetuo in un costante vibrare di note e di arpeggi che sembrano squillare come i colori vivi della foto, in taluni passaggi simili ad ali di farfalla lievi e inafferrabili, ma altrove segnati da un ritmo sempre più irruente e acceso. 
Un brano che dà spazio alla fantasia come l'immagine del mio calendario che, offrendoci un piccolo luminoso scorcio, ci consente di sognare la visione d'insieme.

Buon ascolto!

 

lunedì 2 febbraio 2015

Dedicato a Samantha

Nonostante il passare dei mesi - se non ormai degli anni - devo riconoscere che mantenere in vita questo blog non mi ha ancora creato particolari crisi di stanchezza o di noia nel momento in cui mi appresto a scrivere un nuovo post. 
Ciò accade di certo grazie a voi che mi seguite condividendo con me il piacere dell'ascolto, ma naturalmente anche grazie alla musica che, con la sua ricchezza di vita e varietà di emozioni, mi regala costantemente entusiasmo mantenendo desto in me l'interesse.

Ma l'aspetto più coinvolgente del mio vagare nell'infinito universo musicale non è solo la possibilità di rinverdire le mie antiche passioni, ma anche l'occasione di avvicinarmi nel tempo a compositori per me sconosciuti, di fare confronti, di modificare talora i miei gusti lasciando affiorare in me emozioni nuove. 
In una parola: imparare! 
Imparare a conoscere altra musica certo, ma anche me stessa, se è vero che la nostra vulnerabilità e le nostre reazioni rispetto ad essa talora la dicono lunga su ciò che ci portiamo dentro.

Per questo, oggi torno a Edward Elgar (1857 - 1934) - proprio una delle mie passioni più recenti - per regalarvi un brano che ho scoperto solo pochi giorni fa, ma che mi ha subito affascinato per la sua atmosfera.
Si tratta di "Nimrod", la nona tra le quattordici variazioni su di un tema scritte dal compositore inglese sul finire dell'Ottocento, ciascuna dedicata a un familiare o a un amico e conosciute come "Enigma variation op.36".
Il pezzo qui riportato è un adagio sinfonico di notevole grandiosità che ci restituisce un clima tardo romantico. 
Le sonorità sfumate del brano e la sua intensità ci danno infatti la percezione di una realtà senza limiti, un universo dai margini sfrangiati, in espansione infinita. E credo che la suggestione di questo adagio derivi anche dalla presenza, nel suo tessuto musicale, di frequenti intervalli di settima discendente: note lontane tra loro che tendono a dar respiro e al tempo stesso solennità all'andamento musicale, insieme a un senso di crescente apertura a spazi sconfinati.

Si tratta di una musica che, talora, può generare quello sgomento che ci afferra di fronte all'ignoto; e tuttavia, insieme a questo, ci restituisce un profondo senso di grandiosità. 
E mi fa pensare al sogno di levarsi in volo, solcare i cieli ed esplorare gli spazi intorno al nostro pianeta, alla suggestione di poterlo contemplare dall'alto abbracciando con un solo sguardo oceani e catene montuose, il buio dei deserti e le metropoli dense di luci.
Si tratta di una realtà affascinante che tanti astronauti anche italiani ci hanno già regalato, da Franco Malerba fino a Luca Parmitano e in particolare a Samantha Cristoforetti che, in questi mesi, ci sorvola dall'alto comprendendoci tutti nella sua visione d'insieme.

E' proprio a lei che ho pensato ascoltando il brano di Elgar con tutta la sua suggestione d'infinito: chissà se la gioia della contemplazione del cosmo si sarà tradotta in note dentro il suo cuore! 
Leggo che tanta musica scandisce le varie fasi delle sue giornate così impegnative: dalle canzoni di Daniele Silvestri, dei Queen e di Pink che hanno accompagnato la giovane astronauta nella sua preparazione alla partenza, a quelle scelte tuttora per lei dal pubblico attraverso vari sondaggi.
Così oggi anch'io, da questo piccolo angolo del web, desidero dedicare il brano di Elgar proprio a Samantha cercando di immaginare, nella semplicità del suo sorriso e dei suoi occhi attenti, lo stupore di fronte all'immensità che  quotidianamente si dispiega sotto il suo sguardo e dal suo particolarissimo punto di vista.
Ma mi piace anche ricordare la sua risposta - alla vigilia del lancio - a chi le chiedeva di fomulare un augurio per il nostro pianeta:

"Auguro a tutti, ma soprattutto ai leader, di adottare ogni tanto una sorta di prospettiva orbitale come quella che avremo dalla Stazione Spaziale. Vedere tutto interconnesso, dovrebbe servire a prendere decisioni di cui beneficiano tutti."
Un auspicio che a me pare molto bello per ognuno di noi, in ogni angolo di mondo. 

Buon ascolto!

lunedì 26 gennaio 2015

Dissonanze

 Colonia: "Cattedrale dei Santi Pietro e Maria"
Sto suonando Bach. 
O meglio, ci sto provando da eterna principiante quale sono. 
Da tempo, tento di arrampicarmi sulle architetture ordinate del "Clavicembalo ben temperato", delle "Allemande" che aprono le splendide "Suites francesi" o di qualche "Sarabanda" tra le più facili.
Bach è come una rete dalla quale, se ti lasci catturare, fatichi a riemergere non solo per la necessità di superare le difficoltà del suo linguaggio, ma anche perchè è un abisso senza fondo. Vi scopri spazi, grotte, anfratti, come in un fondale marino che ti riserva fitta oscurità e colori vividi, formazioni affascinanti e una vita segreta che affiora declinandosi in mille sfumature.

Ma suonare Bach ti dà anche la sensazione di scalare una montagna. 
Dalla base, non sempre puoi renderti conto di ciò che troverai: spesso il sentiero in apparenza più facile nasconde insidie, ma allo stesso tempo apre scorci e panorami d'impensabile incanto, in un'immensa varietà di prospettive.
Così, il suo splendore ti viene incontro maestoso nella grandiosità della polifonia, ma anche in passaggi di poche battute - talora solo poche note - che nel fiume di un'inesauribile inventiva dispiegano meraviglie nascoste magari nel ritmo o nell'apertura inaspettata di un cambio di tonalità.

Bach è una cattedrale imponente dall'architettura solida e ascensionale, con navate ogivali e archi rampanti, ma non priva di qualche elemento di asimmetria; e anche questo fa parte della sua bellezza, è un tratto del suo genio e della sua modernità.
Ma parlare di bellezza qui significa dare al termine un'accezione molto ampia, facendo riferimento all'energia delle sue note, all'ordine, al rigore della loro struttura e soprattutto alla loro profondità.
La sua musica infatti rimanda sempre a un dettato interiore. Più ancora, è scavo interiore. E' un raggio laser che ti scandaglia l'anima nelle sue sfumature più riposte: le scopre e le fa esistere portandole alla luce, come del resto ogni genere di composizione capace di entrarci nel cuore.
Per questo è musica "sacra", non perchè talora viene eseguita in chiesa durante una celebrazione liturgica, ma perchè tocca il terreno dell'anima nel suo anelito d'infinito e si addentra a svegliare in noi ciò che, forse, neppure sappiamo ancora di essere.

Un tempo, ascoltando musica, ero affascinata dai suoni più netti e chiari: prima il tono maggiore con la sua sorridente solarità e poi il minore con i suoi tratti di malinconia. Ma non ero ancora in grado di apprezzare quelle sonorità che, non rientrando nello schema dei classici intervalli - ad esempio - di terza o di sesta, al mio orecchio elementare parevano stonature o poco meno.
Più avanti però, ho iniziato ad amare la bellezza di queste dissonanze: note contigue suonate contemporaneamente - un re insieme a un mi, o un sol con un la, solo per citarne alcune - e che, usate molto spesso nella musica contemporanea, ricorrono però frequenti anche in quella barocca.

E' stato proprio Bach a farmi percepire il loro fascino fatto di penombra e d'inquietudine, aiutandomi a superare l'impressione di suono aspro o stridente che ne avevo all'inizio e consentendomi di coglierne invece lo spessore.
Le dissonanze infatti, soprattutto negli autori del passato, non sono mai sonorità finite e concluse in se stesse, ma si aprono a un'attesa, una ricerca, un'esigenza di compimento. Scavano dimensioni nuove, disegnano prospettive, schiudono spiragli sopra universi ignoti fuori ma soprattutto dentro di noi. 
Ci dicono che la spiritualità bachiana, così profondamente radicata nella fede, non è tuttavia disincarnata, ma comprende in sè il nucleo profondo dell'essere umano con le sue oscurità, le sue asimmetrie, la sua sostanziale incompletezza, il suo richiamo di abisso ad abisso. E nel cammino che il compositore traccia sicuro verso l'Assoluto, le dissonanze sembrano portarsi dietro, senza eluderlo, il peso terreno dell'esistenza col suo inesausto desiderio di consonanza. 
Lo si può osservare in vari brani delle sue grandiose "Passioni", ma anche in altri pezzi più brevi e tuttavia non meno significativi.

Così, a completare questo piccolo discorso, oggi vi propongo il secondo tempo, "Adagio", del "Concerto brandeburghese n.1 in Fa maggiore BWV 1046", pezzo costruito su di un delicatissimo dialogo tra oboe e violino.
Nel suo procedere lento ma rigorosamente ritmato, Bach ci conduce per sentieri di malinconia tradotti in note, dove la presenza qua e là di accordi dissonanti non spezza, ma accresce e sottolinea l'espressività del brano insieme al suo intenso tono meditativo.
Ne deriva un discorso musicale mirabilmente fuso dove, nella luminosa trasparenza del ruscello, la dissonanza è il gorgo di acque più profonde, lo specchio scuro che riflette il cupo della foresta, lo spessore inquieto di uno sguardo in costante ricerca di armonia.

Buon ascolto!

 

lunedì 19 gennaio 2015

Angoli d'infinito

Sto riordinando in computer le foto scattate in varie occasioni, negli ultimi mesi. 
E' un lavoro che faccio volentieri, anche se mi prende parecchio tempo perchè finisco sempre per indugiare su tante immagini che si portano dietro considerazioni e ricordi.
E infatti, mentre armeggio tra le cartelle alla ricerca di un'opportuna collocazione, lo sguardo mi va alle foto degli anni scorsi e m'incanto nel ritrovare il mio villaggio di montagna proprio in pieno gennaio, sotto una spessa coltre di neve.
Lo vedete nel riquadro il mio paesetto delle vacanze, in una foto di qualche inverno fa. Qui, smessi gli abiti del turismo, sembra proprio - come dice una mia amica - "il paese delle fate": un mucchietto di case che starebbero in una mano, raccolte e vicine quasi volessero stringersi per timore del freddo, un'immagine che si ammanta di una magìa senza tempo.

La osservo e sogno: dalla prospettiva in cui mi appare, non fosse per tanti aspetti che mi sono familiari, potrebbe rappresentare un villaggio qualsiasi incastonato tra le montagne di una qualunque regione della terra. Senza un cartello, un'insegna che lo identifichi e lo circoscriva nel cerchio del nostro ricordo, resta un angolo di mondo simile a tanti altri, distinto nella sua bellezza solo dalla luce.
C'è infatti una spera di sole leggera come una carezza che ne illumina la parte alta, facendo splendere la collina innevata alle sue spalle. Così pure, a ben guardare, è sempre un timido sole a dare rilievo alla neve in primo piano, mettendo in evidenza le tracce di un piccolo sentiero.
Sulla destra invece, la montagna scura di abeti contrasta col biancore e apre una prospettiva verso altre vallate di cui però non si scorge il fondo.
Il villaggio sembra affacciarsi così su di un pianoro sospeso sul vuoto e questo - insieme all'ombra leggera che sale dal basso mentre il sole del pomeriggio invernale già declina - ne accresce il mistero.

Mi piace l'idea che, per un momento, un paesaggio possa non essere più identificato se non dalla luce e dalle ombre che lo accarezzano.
Mi affascina il pensiero che, per un istante, un luogo possa uscire dalla gabbia cieca dell'abitudine in cui lo confiniamo, dalla cornice talora circoscritta del nostro ricordo o del nostro sguardo, per assumere dimensioni infinite e vivere di vita propria. Forse solo nella freschezza della prima volta abbiamo colto una simile magìa, poi più.
Certo, se tra noi e l'ambiente circostante nasce un rapporto di familiarità, ciò crea con esso un legame profondo: le case, le rocce, i sassi, il vento, tutto diventerà vivo quasi ogni elemento avesse un'anima e si trasformasse in un sorprendente, segreto interlocutore. Così, ogni ritorno sarà una gioia e ogni distacco una sorta di "Addio monti"; ma in fondo i luoghi vivranno più che altro di vita nostra, del vissuto che su di essi avremo proiettato e dell'universo delle nostre emozioni.

Ma se - d'un tratto - la realtà che vediamo perdesse l'identità che le abbiamo assegnato, se le cose sfuggissero al limite dei nomi con i quali le abbiamo definite e le riconosciamo quotidianamente, che cosa diventerebbe questo angolo di mondo? Sotto quale prospettiva lo vedrei? A quali suggestioni mi potrebbe condurre?
Forse, di primo acchito sarei presa dallo smarrimento quasi mi aggirassi in una dimora sconosciuta, vagherei disorientata per i sentieri o sarei pervasa da un senso di desolante estraneità come quando la livida istantanea di un lampo, nel forte di un temporale, illumina gli oggetti rendendoli irriconoscibili.

O forse m'incontrerei per un attimo con lo stupore del Mistero.
Nello sgomento o nel brivido dell'emozione, tutto all'improvviso apparirebbe nuovo e potrei coglierne il soffio, il respiro sconfinato che vi aleggia e vi gioca, vi si rivela e si nasconde: respiro presente ad un tempo nel profilo delle cime alla prima luce dell'alba, così come in un cristallo di ghiaccio o nel furtivo incedere delle volpi nel soffice manto di neve. 
Un'eterna danza del creato che perdura anche non vista, troppo grande per essere compresa se non a sprazzi o per fugaci illuminazioni, come troppo grande è la Bellezza alla quale - nel corso dei secoli - abbiamo dato una miriade di definizioni, in verità sfiorandone solo un lembo del mantello senza riuscire ad abbracciarla nella sua pienezza.

E nel contemplare l'immagine del mio paesetto, mi risuona dentro Mozart in uno dei brani più sublimi che abbia mai scritto: il secondo movimento, "Andante cantabile", del "Concerto per violino e orchestra n.4 in Re maggiore K.218", composto a soli diciannove anni!
Si allarga con riposante soavità l'introduzione orchestrale per lasciare poi spazio al solista e alla sua melodia sognante, nella quale ritroviamo tutto l'incanto della giovinezza, insieme a quell'equilibrio tipicamente mozartiano capace di rasserenare l'anima e ricucirne le ferite come un balsamo.
Note da portare in cuore lasciando che rifioriscano spontanee e che - spezzato per un istante il rigido incantesimo dell'abitudine - ci predispongano a percorrere sentieri ancora più alti, ad ascoltare la più grande musica del cosmo e cogliere il suo tocco d'infinito, come il vento sul viso nel silenzio di una notte stellata.

Buon ascolto!

 


lunedì 12 gennaio 2015

Il rumore dell'erba che cresce

Provo qualche disagio, in queste giornate che hanno insanguinato il mondo con violenza inaudita da un continente all'altro, dai terribili fatti di Parigi all'altrettanto orrenda strage in Nigeria, provo disagio - dicevo - a scrivere in questo mio angoletto musicale dal titolo che, al contrario, parla di gioia ricordandoci quanto la musica possa consentirci di entrare in sintonia con essa.

Eppure, riflettendo più a fondo, mi rendo conto che - ora più che mai - ancorarsi saldamente a tutto ciò che, come la musica, può condurci alla Bellezza e all'universo di splendore che essa porta con sè, è irrinunciabile. 
La Bellezza salverà dunque il mondo, come affermava Dostoevskij?
Sì, se non ci si limita a una fruizione puramente esteriore, ma si tenta di cogliere anche nel piccolo frammento, il richiamo a un senso più grande, il bagliore di un Tutto. Affidarsi ad essa, infatti, non è rifugiarsi in uno spazio di evasione o nascondersi dietro uno schermo - come scrivevo giorni fa - ma cercare umilmente di scoprirne il volto, anche nel quotidiano.

Allora, ci salverà forse tentare di ascoltare il rumore dell'erba che cresce, come usava dire la mamma di una mia carissima amica.
Ricordo la sua rasserenante accoglienza, le confidenze sul divanetto di un indimenticabile salotto di casa o sulle poltroncine di vimini in veranda - secondo la stagione - mentre il suo affetto smussava gli angoli della mia giovinezza e m'insegnava lo spessore dell'ascolto e del silenzio. Un tempo che mi porto in cuore e risplende ancora a una vita di distanza, come tutti gli incontri e le esperienze che ci formano.

Così mi chiedo: che cos'è per me oggi il rumore dell'erba che cresce
Penso sia la positività, spesso sommessa e discreta, di tante piccole grandi cose che costituiscono quella ricchezza quotidiana che ci sostiene in una dimensione di reciprocità. E' la vita nostra e degli altri - talora vicini, ma a volte anche lontani o sconosciuti - che al suo passaggio lascia segni di cui, se vogliamo, possiamo nutrirci.
E', ad esempio, la significativa testimonianza - riapparsa in questi giorni sul web - del musulmano Hicham Ben'Mbarek, profondamente grato e felice, dopo un trapianto, di portare in petto un cuore italiano e cristiano.
Sono le parole della giovanissima amica blogger che, alla fine di un anno difficile, sostenuta da una speranza tenace parla delle proprie ferite come "solchi da seminare con qualcosa di buono quando verrà il momento".
E' la volontà di quanti non smettono di mettersi in gioco e anche in piena età adulta mantengono intatta la voglia d'imparare, magari a suonare uno strumento musicale come sta accadendo a una mia grande amica.
E' la mia gioia di condividere musica, qui con voi...
E' il desiderio di vita che tutti ci attraversa e smuove come un fuoco da tenere acceso, e si traduce in piccoli grandi eventi da non perdere di vista, semi che fecondano un prato nella speranza che ne nasca un tappeto di fiori, una convivenza amica, con noi stessi e con gli altri.

Ma anche la musica c'insegna l'arte del silenzio e dell'ascolto, e ci conduce ad affinare l'udito come per avvertire l'impercettibile suono dell'erba che cresce.
Così, oggi desidero proporvi un brano di Bach di particolare delicatezza: il "Larghetto" dal "Concerto n.4 in La maggiore BWV 1055", composizione forse basata su di un perduto concerto per oboe e che qui trovate nella trascrizione per pianoforte e orchestra d'archi.
Il pezzo si apre con un esordio piuttosto sostenuto che si stempera poi, all'attacco del solista, in una pacata melodia.
Affascinante - come spesso accade nelle interpretazioni bachiane - l'intreccio tra dolcezza e rigore che il pianista Murray Perahia mette splendidamente in rilievo. E trovo che la morbidezza del pianoforte - che talora contrasta con l'organico orchestrale barocco al quale di norma si addice meglio il clavicembalo - qui si integri bene con gli altri strumenti.
Basta ascoltare la levità del solista a 1,45 dall'inizio, per cogliere tutta la delicatezza sognante del brano e lasciarsene avvolgere: note intime, sussurrate come parole sommesse che si aprono poi a un'aria più nettamente ritmata, e si snodano in costante dialogo con gli archi a riempirci il cuore con il loro incanto.

Buon ascolto!

 

venerdì 9 gennaio 2015

martedì 6 gennaio 2015

Cose invisibili




















Sì, è proprio con Michelangelo che desidero inaugurare il nuovo anno e, in particolare, col famosissimo dettaglio della "Creazione di Adamo" che vedete e che tutti avrete certo ammirato nella volta della Cappella Sistina in Vaticano.
E' la bellezza di queste mani protese l'una verso l'altra a incantarmi da sempre, lontane e vicinissime ad un tempo e così splendidamente moderne nella loro diversa tensione! 
Ma è anche il piccolo spazio vuoto che le separa - vero colpo di genio dell'artista! - ad affascinarmi e a farmi pensare: spazio esiguo e insieme immenso, distanza breve eppure incommensurabile, mani staccate ma in realtà unite dalla reciprocità di quel gesto. 
Volitiva la mano di Dio, più molle e incerta quella di Adamo e, in mezzo, quel vuoto quasi a simboleggiare ricerca, desiderio, silenzio, o ancora la libertà dell'uomo di fronte alla quale il gesto di Dio si ferma, in attesa.

Mi è sempre piaciuto pensare che la Musica abbia un ruolo privilegiato nel colmare proprio quel vuoto, nel farsi tramite, porta, canale, scintilla di una comunicazione tra il divino e l'umano, nel suo essere ponte tra due abissi divenendo luogo d'incontro e di passione come tra cuori innamorati.
Straordinaria la sua capacità di parlarci al di là delle parole o di restituircene lo splendore. Se confrontate con essa infatti, le parole talora delimitano, i suoni al contrario suggeriscono e ampliano, spesso restituendo ai testi quella dimensione d'infinito che essi tentano di significare. Anche quelli della fede. 
Ne abbiamo molteplici esempi: da quei monumenti musicali che sono le Passioni di Bach, al Messiah di Haendel, al Requiem di Mozart e alle sue svariate Messe, ma le citazioni potrebbero continuare.

Devo in particolare proprio a Mozart se, nel tempo, per certi aspetti ho riscoperto il "Credo".  
Nelle sue Messe infatti, le note del Credo declinano tutte le sfumature di un discorso che non è professione di fede puramente teorica, ma vicenda ricca d'intensità, storia nelle pieghe della quale esse si addentrano fino a farne fiorire il mistero per lampi di suprema bellezza. Storia narrata ora con levità e dolcezza nei vari "Et incarnatus est...", ora con intensa drammaticità come, ad esempio, nei "Crucifixus etiam pro nobis...". 
Ma è stato anche ascoltando il "factorem caeli et terrae, visibilium omnium et invisibilium" che la sua musica spesso mi ha condotto a riflettere. 

Qual è il regno delle "cose invisibili" di cui Dio è creatore?
Certo l'aldilà, la dimensione fuori dal tempo che non conosciamo ma sulla quale sempre Mozart - nel grido del Requiem "Et lux perpetua...." - ha spalancato varchi immensi, attraverso accordi simili a fiotti di luce aperti a un'attesa e a una speranza.
Ma invisibili all'uomo sono anche molteplici aspetti della nostra attuale esistenza. Penso, ad esempio, a certi profondi e inespressi moti dell'anima e a quel silenzio a monte delle parole che genera poi ogni attività artistica e ogni passione: non è forse anche questo il regno in cui si dispiega la multiforme azione di Dio?
E l'eternità, lungi dall'essere solo un lungo futuro sconosciuto, non è in realtà una dimensione già inscritta nel nostro presente come fosse il nucleo più interno di una serie di cerchi concentrici?

"L'essenziale è invisibile agli occhi" - afferma Saint-Exupéry - e non solo perchè non lo si coglie limitandosi alle apparenze, ma anche perchè è radicato nel nostro presente come un nascosto dna, sorgente misteriosa di ciò che in definitiva ci fa noi stessi.
Pensarlo - e crederlo - può regalarci lo stupore di ritrovare già ora, in noi e nelle pieghe della vita di ogni giorno, le orme di Colui che - direbbe Sant'Agostino - "è più intimo a me di me stesso".

Così, anche la musica del "Credo" mozartiano qui riportato dalla "Missa brevis K.220" o "Spatzen-Messe", col suo procedere fremente e sostenuto, nella chiara e assertiva tonalità di Do maggiore, ci conduce a cogliere una Presenza di sorprendente concretezza.
E là dove la frase del testo si conclude sul "visibilium omnium et invisibilium", scopriamo che le note - invece di salire nella scala cromatica come forse ci aspetteremmo - scendono. 
A intrecciarsi con la nostra vita, a radicarsi nel cuore della nostra umanità, a significare un'eternità già presente: l'Invisibile qui e ora.

Buon ascolto e ancora Buon Anno!!!