mercoledì 29 luglio 2015

Tra penombra e luminosità

Mi accade d'estate - quasi tutte le estati da un po' di tempo - e non c'entra questo caldo eccezionale. 
Ma più fuori il sole e la luce abbagliano, più ho bisogno di rifugiarmi a contemplare la penombra riposante di certi interni, la frescura di dipinti o nature morte che conciliano la quiete.

È senza dubbio fisiologico, per tanti aspetti, che si vada in cerca di un'alternanza tra sole e ombra e che, dopo essersi saziati di luce, si desideri il chiuso di un ambiente fresco e riposante.
Ma non è un luogo qualsiasi quello che cerco. Più che monti, praterie e distese fiorite che pure amo, a volte ho bisogno di sostare nella penombra pomeridiana di certi ambienti dal fascino senza pari come quelli che ci regala la pittura del Seicento olandese.
Penso alla frescura del blu lapislazzuli della cucina raffigurata da Vermeer nel dipinto "La lattaia", o alla tranquillità delle stanze di De Witte nel quadro intitolato "Interno con donna alla spinetta" che ho postato qui in passato.  
Ma ho in mente anche tante nature morte, nella varietà dei materiali e degli oggetti rappresentati. 

Non so da dove nasca in me il fascino per un certo mondo pittorico.
Forse ha radici lontane che risalgono a quando, da bambina, sfogliavo vecchi libri o enciclopedie di casa per guardarne le figure. Da piccoli, si è come spugne nell'assorbire tutto, e talora certe immagini sanno imprimersi nella mente e nel cuore segnando con la loro suggestione le passioni e i gusti futuri.

Così, oggi desidero condividere qui un dipinto dell'olandese Pieter De Hooch (1629 - 1684) intitolato "Cure materne" o - più prosaicamente - "Madre che spidocchia i capelli della sua bambina" e conservato al Rijksmuseum di Amsterdam.
E' all'interno della sua penombra riposante ma anche dei suoi angoli di luce serena che mi piace rifugiarmi, in cerca di un ambiente che mi comunichi un senso di quiete.
La luce, appunto: De Hooch, contemporaneo di Vermeer e Rembrandt, conosce bene la loro lezione e ne fa tesoro in maniera del tutto originale con particolare sensibilità coloristica, modulando penombra e luminosità in modo realistico e dolce, soffuso e - a mio avviso - affascinante.

E' la quiete del dipinto ad attrarmi: una stanza nella quale possiamo individuare due parti, l'una più chiusa e ombrosa dove s'intravvede il vano del letto, l'altra più spaziosa e aperta verso il resto della casa, illuminata da un bellissimo scorcio prospettico dove una fresca luce piove da una finestrella retrostante. 
Assoluto il silenzio che vi regna, sottolineato dalla compostezza della donna e della bambina, ma anche dal cagnetto fermo davanti alla porta aperta, in muta, tranquilla attesa. Una scena domestica come altre raffigurate dal pittore che ama ritrarre interni piccolo borghesi e, tuttavia, incentrata qui su di un tema decisamente popolaresco come tanta pittura del Seicento.
  
Interessante la cura dei particolari che nulla lasciano alla genericità della rappresentazione.
Una casa modesta, ma non priva di arredi: dal quadro sopra la porta - dettaglio che ricorre anche in altri dipinti dell'autore - ai cesti di vimini, dal velluto dei tendaggi che chiudono il vano del letto ai cuscini bianchi in secondo piano. Bellissimi i particolari del profilo e delle mani della donna, come pure il rosso del corpetto insieme alle calde tonalità di colore che caratterizzano tutto il quadro, a cominciare dal pavimento in cotto.  
Delicatezza e semplicità anche nei particolari come l'ampolla che si scorge dietro il disegno di una vetrata, insieme alla tenda scura sopra un pezzo di parete a piastrelle: piccole nature morte, vivissime in realtà nell'atmosfera e nello splendore che accendono.
Ma straordinario, a mio avviso, è lo scorcio prospettico che ci apre la vista su di una stanza retrostante e - di lì - fuori da una finestrella: un angolo di serenità che ci conduce all'aria aperta, in un'atmosfera che ha la freschezza del mattino e al tempo stesso la luce dorata del pomeriggio. Alcuni alberelli di cui intravvediamo anche il fogliame sembrano sfumare sul piano di fondo, mentre la luce che si disegna pacata sul pavimento - e un po' più soffusa sulla porta - costruisce uno spazio di magica bellezza, di semplicità e di pace davanti al quale sostare in silenzio, proprio come il cagnetto.

Allora, mi piace commentare queste immagini con un dolcissimo brano di Ludwig van Beethoven
Si tratta del VI movimento " Adagio, quasi un poco andante" dal "Quartetto per archi in do diesis minore n.14 op.131", creazione famosa che appartiene all'ultima produzione del compositore e che, insieme ad altri brani, segna un'ulteriore evoluzione del suo genio musicale.
Il pezzo che vi propongo, pur nella sua estrema brevità, è una pausa di pace tra due altri movimenti molto accesi e funge da introduzione al finale.
Ci conduce infatti in una clima di pacata malinconia che si dissolve poi in un'apertura più serena nell'alternanza tra tonalità minore e maggiore.
Una melodia struggente, ricca di luci ed ombre quasi come l'atmosfera del dipinto nella sua pacata bellezza.

Buon ascolto!

6 commenti:

Stefyp. ha detto...

Come sempre un post molto bello come solo tu sai fare... tra penombra e luminosità pittura e musica catturano piacevolmente. Trascinante il brano, notevole anche la pittura di chiari e scuri curata in ogni minimo dettaglio. Grazie Annamaria...bravissima nel presentarci il tutto. Un abbraccio e buona serata Stefania

Annamaria ha detto...

Grazie a te Stefania, ma io mi limito solo ad osservare e naturalmente ad ascoltare. Il resto lo fanno la musica e le immagini.
Un abbraccio di buona giornata!!!

egle eglissima ha detto...

La luce e l'ombra, il presente e il passato. Bello il tuo post che - per deformazione professionale - non riesco a leggere che in chiave junghiana.
Adoro il Rejkemuseum come il pezzo di Beethoven che hai postato. Qui non ci sono solo dipinti e musica, ma le sfumature dell'anima.
Grazie, Annamaria.
Un abbraccio.
egle

Annamaria ha detto...

Grazie, Egle, della tua lettura che non è deformazione, ma ricchezza professionale.
Ed è vero: musica e immagini ci regalano anche sfumature dell'anima.
Ti abbraccio!!!

amicusplato ha detto...

Il richiamo che hai fatto a questo stupendo Quartetto per archi, n.14, op. 131, dell'ultimo Beethoven mi hai obbligato, carissima Annamaria, a riascoltarlo tutto ;-) Si tratta di qualcosa di unico nella sua incredibile "novità" formale e sostanziale, che lascia stupefatti ancor oggi.

Tu hai voluto farci gustare il breve sesto movimento (28 battute!), che è la parte più "classica" ed elegiaca dell'opera; e hai fatto bene, perché si associa bene al quadro da te perfettamente illustrato, che nel realismo poetico dei pittori fiamminghi, ha qualcosa anche di elegiaco, come da te ricordato, al pari dell'Adagio quasi un poco andante" del mirabile Quartetto proposto.

Buon inizio di agosto! :-)

Annamaria ha detto...

Grazie a te, Antonio, di questo ricchissimo commento. La tua autorevolezza in materia mi conforta sempre. Ho riascoltato anch'io l'intero Quartetto, decisamente mirabile, e la sua bellezza mi ha suscitato il desiderio di postarne in futuro qualche altro movimento.
Buon mese di agosto a te e un abbraccio!!!