mercoledì 18 febbraio 2015

Nidi sugli alberi

Sono in treno e guardo dal finestrino la campagna dai toni invernali dove la neve si sta ormai sciogliendo.
Mi capita spesso di viaggiare da sola e trovo rilassante starmene seduta in silenzio, con gli occhi al paesaggio in fuga mentre il treno prosegue la sua corsa. 
Sono momenti di tranquillità in cui mi piace osservare il panorama sempre diverso e riposare la mente, lasciando vagare i pensieri e consentendo alle varie suggestioni di affiorare indisturbate.

A volte, la mattina è nebbiosa e allora i paesetti circostanti sembrano dissolversi nella foschia invernale; in questi giorni, invece, la campagna e i tetti delle cascine ancora spruzzati di neve rendono il panorama più luminoso. Ma sempre, qualunque vista mi si offra, amo queste piccole occasioni di silenzio che mi consentono di rientrare in me stessa.
Oggi è uscito un timido sole e sprazzi di azzurro si alternano al biancore dell'ultima neve.
Dal treno si vedono campi brulli, filari spogli, nidi sugli alberi, case, persone che passano in strada, gesti un attimo colti e poi perduti, esistenze che s'intrecciano per brevi istanti e poi si lasciano, come gocce che rigano un vetro bagnato di pioggia.

Guardar fuori è abbandonarsi a questa contemplazione, lasciando che la vita ci porti con sè senza che le opponiamo resistenza.
C'è un segreto in ciò che vediamo? Nei cieli spazzati dal vento o nella calura estiva, nell'acqua torrenziale o nel gelo? Nell'alternarsi delle stagioni, nel tempo che scorre col sapore e l'ebbrezza del non ancora vissuto, c'è uno spessore, un rimando, un nascosto richiamo?
E quei nidi sugli alberi spogli, così visibili ora che è inverno, sentiranno freddo?
Li osservo un attimo dal treno in corsa, così come sono, esposti e protetti ad un tempo: esposti al sole e alla grandine, alla brezza e al temporale, in precario equilibrio eppure protetti da un sapiente intreccio di rami, da una forcella del tronco che, come il cavo di una mano, li accoglie e sorregge sicura.
Anche noi, a ben pensare, siamo come quei nidi: esposti ai cieli tersi e alle intemperie, al vento che mozza il respiro o alla rugiada che ristora e fa rifiorire. E noi pure sostenuti da una mano talora invisibile, che tuttavia ci parla nel segreto intreccio di amicizie e relazioni capaci di scaldarci l'anima.
Sotto la pioggia o i raggi del sole, in giorni velati da grigia foschia o in altri in cui lo sguardo spazia fino al lontano orizzonte, siamo tutti portati dal fiume del tempo, talora travolti, ma sempre condotti a percepirne il mistero. 

Ed è la musica per me - come ormai ben sapete - il canale privilegiato che mi consente di affinare questa percezione. Così oggi, per accompagnare il mio viaggio, ho scelto un brano che mi sembra creare una profonda sintonia con la campagna che fugge là fuori dal finestrino e i miei pensieri.
Si tratta di "Vocalise", ultima delle quattordici "Romanze op.34" di Sergej Rachmaninov: un canto senza parole che - composto originariamente per voce solista e pianoforte - ha subìto poi svariati arrangiamenti per orchestra o per singoli strumenti. Ve lo propongo qui nella trascrizione per pianoforte solo che mi è parsa molto suggestiva.

E' una melodia malinconica, eppure non priva di aperture di vibrante luminosità, che alterna passaggi dall'andamento pacato ad altri in cui si carica di crescente energia. Ed è straordinaria - a mio avviso - la sua capacità di comunicarci, con intensità struggente, la percezione del tempo che passa insieme al soffio di una speranza che ci apre al nuovo. 
Vi si può ritrovare talora l'eco di Chopin, in particolare del "Preludio in mi minore op.28 n.4", richiamo del resto non nuovo in Rachmaninov che ha composto - tra l'altro - le "Variazioni su di un tema di Chopin op.22" prendendo spunto dal "Preludio in do minore op.28 n.20".
Ma "Vocalise" col suo marcato romanticismo ha avuto immensa fortuna anche nel tempo. Lo avrà forse avuto in mente Francis Lai nel comporre il famosissimo tema del film "Love story" ? Ascoltando l'esordio, a me pare di sì.

A parte questo, come tanta musica di Rachmaninov, il brano nella sua passionalità ora delicata, ora più tempestosa, ci porta lontano come una nave che leva gli ormeggi e prende il largo. Ma ci conduce anche in un percorso meditativo attraverso i tratti di un paesaggio interiore: ce lo suggeriscono gli accordi più incisivi e profondi e - quasi sul finire - la ripresa del tema in una dolce cascata di arpeggi.
Una melodia che ci aiuta ad affinare lo sguardo e a lasciarci pervadere dalla segreta dolcezza di un prato, mentre si scioglie la neve, in un mattino di timido sole.

Buon ascolto!

4 commenti:

egle eglissima ha detto...

E questi nidi abbandonati dalla scorsa primavera quanta malinconia ci danno nell'attesa che vengano costruiti quelli nuovi per le prossime vite! Anche il pezzo di Rachmaninov è impregnato di questo senso di abbandono di un passato che non c'è più. Verso la fine del pezzo i trilli ci portano all'oggi, alla nuova primavera che sta arrivando, ai nuovi nidi nascosti dal nuovo fogliame per accogliere i piccoli che stanno per arrivare.
Un abbraccio pieno di trilli.
egle

Annamaria ha detto...

E' vero Egle, ed è bellissimo il tuo commento!
Il pezzo di Rachmaminov è proprio impregnato della malinconia del tempo che passa, ma al tempo stesso ci regala luci di speranza.
Grazie e un abbraccione serale!!!

Ambra ha detto...

Faccio mie, carissima Annamaria, le tue percezioni. Sono appena tornata dalla Toscana durante l'ultimo freddo ma soleggiato weekend ed è stata una sequenza di alberi che nascondevano all'interno, ma comunque visibili dalla strada, quei romantici nidi. Mentre gli arpeggi di Rachmaninov danno davvero la sensazione di un viaggio interiore verso una meta di speranza.

Annamaria ha detto...

Grazie della tua condivisione e della tua sintonia, carissima Ambra!!!
Un grande abbraccio!!!