mercoledì 30 aprile 2014

Magneti

Ho la mania di collezionare magneti.
Sì, proprio quelli che si attaccano al frigorifero insieme a eventuali pro memoria. 
Alcuni sono piccoli ricordi di viaggio o di luoghi che amo particolarmente, ma altri li ho presi perchè suggeriscono una visione della vita spensierata e leggera, fresca e gioiosa.
Forse a qualcuno potrà sembrare un'abitudine un po' kitsch - e in parte lo è - ma a me piacciono, a patto di non esporne una quantità esagerata e di scegliere soltanto quelli che sappiano regalare un'idea di felicità e al tempo stesso di leggerezza.

Allora, vediamo: ne ho uno con delle cime innevate contro l'azzurro del cielo, uno con la conchiglia del Cammino di Santiago, gialla su sfondo blu; un altro ancora con tre barchette in mare aperto insieme alla famosissima citazione dantesca "...de' remi facemmo ali al folle volo".....vi par poco???
Ma non è finita: uno - dedicato al marito cicloamatore - inneggia alla libertà delle due ruote e qualche altro poi, più semplicemente, invita a non dimenticare i sogni o ironizza sul fatto che le case ordinate appartengono solo a donne noiose (....e questo chissà perchè l'ho preso, eh???!!!).
Cose serie e meno serie, insomma, sulle quali ogni tanto mi piace posare lo sguardo magari mentre cucino. 

Ed è successo proprio l'altro giorno, dopo una mattinata un po' così, di quelle in cui stenti a ingranare perchè ti attraversano inquietudini alle quali non sai bene dare un nome. 
Stavolta non era il frigo, ma la cappa sui fornelli ad ospitare il magnete che trovate su nel riquadro e che esorta a un sorriso fatto di cose semplici come un vaso di fiori o una dolce casetta. "Sorridi alla vita e la vita....ti sorriderà!": quasi a significare un rapporto di reciprocità tra noi e l'esistenza, una sorta di energia scambievole che si attiva quanto più impariamo a gioire.

A dire il vero, il magnete sulla cappa non è solo, ma sta insieme a un altro che rappresenta lo splendido esemplare di lupo che vedete qui, davvero bello nel suo genere, ma.....ecco, non proprio sorridente!
Il lupo è in alto e l'altro magnete appena sotto, tanto che la frase sembra proprio riferita a lui. 
Ogni tanto mio marito li sposta o ne toglie uno:...che forse colga in essi un implicito riferimento alla propria proverbiale serietà??!!...
Poi io li rimetto sulla cappa e così via. 
Il nostro ménage è fatto anche di queste simpatiche piccolezze, una sorta di dialogo a mezzo magneti.

Ma dicevo appunto dell'altro giorno. Stavo preparando le verdure per il pranzo: pulire la verdura è un lavoro che mi concilia i pensieri e la riflessione, come a volte anche stirare. A volte.
Rimuginavo inquieta non so più quale problema e alzando gli occhi ho incrociato quelli del lupo con quello sguardo così....intenso, direi. Ma stavolta il sottostante invito al sorriso l'ho sentito rivolto a me, come esortazione ad abbandonare quella parte selvatica e quei pensieri un po' ispidi che stavo covando, per aprire la porta a visioni più positive.

Per carità, non sto facendo della filosofia sui magneti, ci vuol altro nella vita! 
Ma, in certi momenti, possiamo avvertire il bisogno di circondarci anche concretamente di piccole cose che ci riportino a una considerazione più spensierata e luminosa, gioiosa e leggera dell'esistenza. Allora serve anche un fiore disegnato sul muro, o una fetta di anguria che già sorride da sola, e magari una grafica come quella del magnete su in alto che ci faccia tornare bambini, per ritrovare uno sguardo di sorridente freschezza.

E così, a conclusione di questi brevi pensieri, in sintonia con l'esigenza di gioia che spesso avvertiamo, ecco un brano ricco di leggerezza.
Si tratta del "Presto" che apre la "Sinfonia n.1 in Re maggiore" di Franz Joseph Haydn (1732 - 1809).
E' noto che il compositore austriaco ha scritto più di cento sinfonie tra le quali questa - la prima - non è la più famosa e forse neppure la più artisticamente riuscita. Tuttavia, a mio avviso, essa ha il pregio di riflettere in sè l'inimitabile entusiasmo degli inizi, come possiamo cogliere nel vivacissimo movimento qui riportato.
Sono proprio i passaggi con le scale ascendenti, infatti, insieme al carattere aperto e solare della tonalità di Re maggiore, a comunicarci energia e a invitarci al sorriso.

Buon ascolto!

giovedì 24 aprile 2014

"Il quadro dell'eternità"

 Chiesa di San Lorenzo - Lodi
No, non mi sto apprestando a descrivere un dipinto, magari di argomento sacro come, ad esempio, un "Giudizio universale".
E "Il quadro dell'eternità" non è neppure un saggio sull'aldilà o un articolo di ipotesi su ciò che pensiamo ci sia dopo la morte. No. 

E' invece un'espressione che usava mia mamma - quando ero adolescente ma anche un po' più in là - e mi è tornata in mente pubblicando il post di Pasqua con la "Resurrezione" di Callisto Piazza che si trova proprio nell'abside della chiesa che vedete qui.

"Non fare il quadro dell'eternità!..." era la raccomandazione che lei mi rivolgeva sempre per dirmi di rientrare puntuale per la cena. 
Con questa espressione, infatti, amava definire la sosta - a suo dire, appunto...eterna! - che io e i miei amici, usciti dalla Messa feriale delle sei di sera, eravamo abituati a fare animando il sagrato col nostro discorrere e con la nostra allegria.
Era proprio il sagrato di questa chiesa il luogo di ritrovo e di scambio, il teatro del "quadro dell'eternità": tre quarti d'ora - minuto più, minuto meno - passati in chiacchiere, confidenze, risate, discussioni, insomma nel fervore e nella gioia del raccontarsi alla fine di una giornata.

Sto parlando di un passato piuttosto remoto: chi frequentava ancora le superiori, chi invece andava a Milano all'università e arrivava di corsa dalla stazione a prendere un ultimo scorcio di Messa e ad attardarsi poi con gli amici. Qualcuno più grande già lavorava. 
Eravamo in tanti: una compagnia varia nella quale s'intrecciavano amicizie, aspirazioni, ansie, iniziative, nel tentativo di un dialogo vero anche se non sempre facile. Avevamo ottimi maestri sotto la ferrea guida dei quali i fermenti dell'età ci portavano talora a scalpitare, ma in realtà li amavamo come fondamentali riferimenti.
Ed era anche questo il bello: potersi affacciare alla giovinezza imparando a confrontarsi con dei valori, a guardarsi dentro, a misurarsi con le prime vere difficoltà affrontando insieme il cammino non sempre piano di chi cerca la propria strada.

Tramontava il sole, scendevano le prime ombre, il quartiere andava facendosi più silenzioso, ma nella luce del crepuscolo o nel buio - secondo la stagione - il nostri discorsi non avevano fine. 
Il sagrestano a un certo punto chiudeva anche i battenti esterni della chiesa, come a sottintendere che era ora di andare, ma che?, noi lì fuori continuavamo imperterriti a chiacchierare allegramente. 
Poi, a poco a poco la piccola folla iniziava a diradarsi, ma cominciava l'altro giro del ritorno a casa. Io accompagno te, tu riaccompagni me e così via: riprendeva l'andirivieni da un portone all'altro, nel vivo di discussioni che volevano scaravoltare il mondo, fino all'ultima sosta all'angolo della strada per darci l'arrivederci al giorno dopo o anche solo al dopocena.

"Ma cosa avete ancora da dirvi - protestava ogni tanto mia mamma - se vi siete appena visti?..."
Ed era proprio vero: avevamo in cuore un'irrefrenabile urgenza di condividere ogni cosa, grande o piccola che fosse.
A pensarci bene, "il quadro dell'eternità" era un po' la nostra "happy hour" di allora: del tutto analcolica, corroborante come una sana amicizia e realmente happy nell'inesausto bisogno che ci animava di dare un senso autentico ai nostri vent'anni.

Così, quest' angolo di città mi è rimasto dentro perchè - seppure non vi abiti più da parecchio tempo - porto disegnate nel cuore le linee sobrie e familiari di quella chiesa, la calda tonalità del cotto, e all'ombra di quella pietra romanica mi sento sempre a casa.
Ritrovo infatti dei fondamenti che mi hanno formato e non posso ignorare, anche se le circostanze poi - come spesso capita - mi hanno condotto altrove. Ritrovo momenti di cui percepivo lo spessore e nei quali coglievo la bellezza della vita nel suo farsi, una bellezza che - lo sentivo fin d'allora - un giorno avrei voluto raccontare.

E a commento di questo piccolo ritorno al passato, mi viene spontaneo postare ancora una volta Bach, riferimento al quale si torna periodicamente come a una sorgente che disseta o a un albero dalle radici salde e dalla chioma sempreverde sotto la quale trovare ristoro.
In un primo tempo, dato il tenore del post che ripercorre un po' le battute iniziali di un cammino, avrei voluto pubblicare una delle sue tante composizioni a scopo didattico. Poi, ripensandoci, ho optato invece per un pezzo decisamente grandioso perchè grandiosi sono stati, in realtà, quegli inizi che ci hanno dato solide basi cui guardare ancora oggi con gratitudine.

Si tratta della "Toccata e fuga in Fa maggiore BWV 540", brano splendido e conosciuto quasi al pari della famosissima "Toccata e fuga in re minore BWV 565", tanto da essere stato inserito in un pezzo di rock progressive, "The only way" (1971), dal gruppo Emerson Lake & Palmer.  
Qui, la clip video - registrata proprio nella Thomaskirche di Lipsia dove Bach è sepolto - riporta solo la prima parte, appunto la toccata: composizione solenne e maestosa che, dopo una lunga introduzione a canone, si apre verso progressioni ricche di gioia e di energico slancio.
E rileggendo il post, sento che questa musica è proprio quella giusta.

Buon ascolto! 

domenica 20 aprile 2014

Buona Pasqua !!!

















Callisto Piazza (1500 - 1561),"Resurrezione". Chiesa di San Lorenzo - Lodi.


W.A. Mozart, "Spatzen Messe K.220" - "Sanctus" e "Benedictus".

venerdì 18 aprile 2014

Venerdì Santo
























William Congdon, "Getsemani" - Galleria d'arte moderna,
Pro Civitate Christiana - Assisi



Piotr Ilic Tchaikovsky, "Inno dei Cherubini".

venerdì 11 aprile 2014

"Kintsugi" : lo splendore delle ferite.

Mi ha sempre interessato scoprire nuovi modi di pensare, osservando come altre civiltà - magari da secoli - posino uno sguardo diverso dal nostro sui vari aspetti della vita, dando degli eventi che accadono una lettura differente rispetto a quella cui siamo abituati.
E' a questo proposito che mi ha affascinato venire a conoscenza di una pratica particolare che nasce nella millenaria civiltà del Giappone: il "kintsugi". Molti, certo, sapranno di che si tratta, ma cercherò comunque di spiegarlo con un esempio.

Quando si rompe un oggetto, se il danno è rimediabile, di solito ricomponiamo i cocci con della colla facendoli combaciare in modo che - nei limiti del possibile - la crepa risulti nascosta e il pezzo torni quasi come nuovo, in nome di un concetto di bellezza che coincide con la ricerca della perfezione.
Al contrario, il "kintsugi" agisce in modo totalmente opposto, in particolare con il vasellame. Di fronte a una ciotola spezzata - fosse anche una preziosa ceramica - nel saldarne i cocci il segno della rottura non viene coperto, ma messo in evidenza e sottolineato con una miscela di metalli fusi tra i quali l'oro. Il termine giapponese, infatti, significa proprio "riparare con l'oro". 
Ne deriva quindi un oggetto ancor più pregiato di prima e al tempo stesso unico, perchè ogni crepa si configura in modo diverso e - di conseguenza - le linee che corrono lungo i margini della rottura disegneranno geometrie sempre differenti e irrepetibili.

Non si tratta tuttavia solo di tecnica, ma essa sottintende un modo di pensare che mi affascina anche sul piano esistenziale. 
Mi suggerisce infatti che, nella vita, ogni ferita ci cambia ma pure ci arricchisce, lascia tracce talora indelebili e tuttavia preziose che ci consentono di crescere facendo spesso di noi persone nuove.
Così, anche una storia travagliata può condurre a sorprendenti rinascite nel nome di una sofferenza non ignorata o nascosta, ma consapevolmente accettata; ma soprattutto nel nome di una bellezza che non è statica perfezione, bensì dinamismo di crescita nel quale, talora, anche le cicatrici del dolore possono risplendere.

E per passare alla musica, mi pare possa correre una particolare sintonia tra questo discorso sul kintsugi e il "Concerto per violino e orchestra in fa minore" intitolato "La Danza della Strega" dal cd "Sunrise" di Giovanni Allevi.
Ciò non solo perchè il compositore è molto legato al mondo giapponese; ma soprattutto perchè il suo concerto, nato - come lui stesso ha dichiarato - dopo un periodo di profonda crisi, si origina proprio da quell'impulso di rinascita che porta a ricomporre una ferita con un afflato di vita ancor più pieno rispetto al passato.
Come scrivevo presentandone il primo tempo in un precedente post che potete ritrovare qui, l'intero "Sunrise" testimonia l'alba interiore del musicista dopo due anni di vuoto creativo. Ma mentre gli altri brani del cd ci guidano in un cammino ormai più luminoso, il concerto ripercorre lo sgomento della crisi e la conseguente ansiosa ricerca di luce.

Più che il primo movimento non privo di gioiosa vivacità, è il secondo tempo,  "Adagio" - che riporto qui di seguito - a condurci attraverso toni decisamente sofferti e drammatici.
E' un brano nel quale addentrarsi in punta di piedi come su di un terreno sacro. Sia nella malinconia del tema iniziale più volte enunciato dal violino ad esplorare il buio dell'anima, sia nelle aperture orchestrali di sapore quasi pucciniano che troviamo al centro del pezzo, avvertiamo infatti l'eco di un dolore capace di raggiungerci e toccarci, fino al lungo, struggente, intensissimo acuto finale.
Una sofferenza trasformata in pura bellezza, un brano simile all'oro che - come il kintsugi - salda e ricompone i lembi di una ferita senza nasconderla, ma traendone quanta più vita possibile.

Buon ascolto!

sabato 5 aprile 2014

Nel verde

Sono in treno - come spesso mi capita - e osservo dal finestrino la campagna che, in questi giorni, si tinge di uno splendido verde, inframmezzato qua e là dal bianco e dal rosa di alberi e arbusti in fiore.
E' di una particolare tonalità il verde all'inizio della primavera, chiaro e lucente, tenero e fresco, una sfumatura destinata tuttavia a durare poco e che andrà scurendosi col passare del tempo.

Assistere al risveglio della natura è sempre gioia che si rinnova: qui da me, i viali di circonvallazione sono una galleria di chiaro splendore, mentre la campagna che sfuma vellutata all'orizzonte è ancora più affascinante quando il cielo si anima di nuvole. Se poi piove o minaccia temporale, il verde tenero fa un bel contrasto con l'atmosfera grigia e plumbea, illuminando il panorama e riempiendo lo sguardo.
Ecco: è proprio questa virtù del colore, questa sua capacità di riempire lo sguardo a farmi sentire dentro le cose e dentro il paesaggio. Non spettatrice ammirata e tuttavia esterna, come talora può accadere, ma immersa nel verde che pervade gli occhi e il cuore regalando respiro e serenità, sollievo e distensione.

E sull'onda di questa distensione, oggi mi piace condividere con voi un delicatissimo brano di Antonio Vivaldi (1678 - 1741). 
Si tratta del secondo tempo - "Andante molto" - del "Concerto in Do maggiore con molti istromenti RV 558", dove i molti istromenti sono: due violini in tromba marina, due flauti dolci, due mandolini, due salmoe, due tiorbe, un violoncello e gli archi. In particolare, violini in tromba marina, salmoe e tiorbe sono strumenti antichi che si possono definire in certo qual modo gli antenati rispettivamente del violino, del clarinetto e del liuto. 

Il pezzo ci presenta un'aria dolcissima e sognante il cui tema viene ripetuto, arricchito e direi quasi impreziosito dal vibrare delle tiorbe e dei mandolini: una melodia incantevole che, con il suo ritmo pacato eppure scorrevole, ci regala un senso di riposante apertura quasi come un prato primaverile.

Confesso che ho indugiato a lungo prima di scegliere la clip audio tra quelle offerte da youtube. Dal primo momento in cui l'avevo ascoltato - tanto tempo fa! - questo brano mi aveva comunicato una profonda sensazione di pace e nelle varie interpretazioni ho cercato d'inseguire proprio quell'antico ricordo. 
Tuttavia, ora le esecuzioni mi parevano sempre troppo lente o, al contrario, eccessivamente veloci e di conseguenza un po' meccaniche e poco espressive. Inoltre, in taluni casi, il particolare timbro degli strumenti antichi finiva per prevalere senza fondersi con tutto il complesso orchestrale.

Poi, ho trovato l'interpretazione dei Solisti Veneti, un luminoso esempio di raffinatezza e felicità musicale: sotto la direzione del Maestro Scimone infatti, il brano prende vita in quella che a me pare una perfetta fusione di ritmo ed espressività.
Il vibrare animato di tiorbe e mandolini emerge dall'insieme con naturalezza, in totale coesione con gli altri strumenti come uno scintillìo di spume sulla superficie di un'onda, conferendo respiro e distensione a questa meravigliosa pagina musicale. 
E noi vi entriamo avvolti dal suo splendore e condotti progressivamente al centro di un panorama di bellezza.

Buon ascolto!