martedì 31 dicembre 2013

Dicembre: incanto di una notte stellata.

Arrivata ormai a fine anno, dovendo scegliere fra i tanti il dipinto con cui concludere il mese di dicembre, sono stata colta dai dubbi. 
Ancora un'immagine a tema natalizio? Mah...l'ho già pubblicata l'altro giorno; o una rappresentazione dell'inverno con la neve, sempre piena di calore...o magari un quadretto naif ? Sì certo, però non tutte le opere mi convincono e non posso postare un dipinto qualsiasi solo perchè "è bello": ciò che condivido qui deve provocarmi dentro uno scatto, una scintilla, altrimenti non vale.

Poi, mi è tornata sott'occhio la "Natività di Gesù" che vedete, opera di uno dei miei antichi amori, Gentile da Fabriano (1370 - 1427), e subito sono stata presa dalla suggestione intensissima di quel cielo stellato, lassù, che sembra ricoprire tutto il quadro come un manto, ricolmandoci di stupore. 
Così, mi sono detta che non potevo non postare una tale meraviglia e, abbandonata ogni incertezza, sono ritornata al tema natalizio.

E' un'atmosfera intima, familiare e insieme un po' fiabesca quella che il dipinto - conservato a Firenze, agli Uffizi - ci presenta: è la fiaba del Gotico internazionale di cui Gentile da Fabriano è in Italia il massimo esponente.


Il dipinto è parte della predella della "Pala Strozzi" che raffigura la più famosa e celebrata "Adorazione dei Magi" - riportata a lato - nella quale si respira il clima fastoso tipico di una società cortese, e la tavola è ricca di un prezioso decorativismo che non ritroviamo nella "Natività".
Qui, al contrario - forse anche perchè si tratta di una predella - è una semplicità quasi spoglia la cifra che caratterizza il dipinto, sia nei panneggi che nelle architetture, insieme ad un alternarsi di luce ed ombra che crea spazi e suggestioni. Ma ciò che, a mio avviso, conferisce all'opera grande fascino è la sua ambientazione notturna.

Quando ancora la Storia dell'Arte nella scuola italiana aveva un suo spazio e non era mortificata da una politica scolastica gretta come accade oggi - eh sì, una volta tanto permettetemi una punta di polemica! - sui testi si studiava che, tradizionalmente, il primo "notturno" dell'arte italiana era considerato il "Sogno di Costantino" di Piero della Francesca, inserito nel ciclo di affreschi della Chiesa di S.Francesco ad Arezzo.
Oggi, accurati restauri hanno rivelato che, più che una notte, quella in cui s'inquadra l'episodio è un'alba. Ma a parte questo, l'opera vanta giustamente tale fama perchè si tratta del primo tentativo di dare del cielo notturno una visione realistica e non stereotipata come per il passato. 

Tuttavia, a mio avviso, sono degne di interesse anche diverse "Natività" del periodo medioevale nelle quali gli autori hanno tentato una rappresentazione del cielo notturno. Sono opere appartenenti alla fase di transizione tra la prima arte gotica - quando nelle tavole pittoriche imperava ancora il fondo oro - e il Rinascimento, nel quale diverse Natività saranno poi ambientate in una cornice realistica, anche se talora addirittura in pieno giorno.
Diversi sono stati i pittori di questa fase di transizione, ma un cielo stellato incantevole come quello dipinto da Gentile da Fabriano penso sia raro.

E' la luce - dicevo - che scandisce spazi e ombre, capanne e grotte in un susseguirsi di vuoti e di pieni, posandosi più vivida su Giuseppe che - come sempre in disparte - dorme o sogna o medita, lui che dell'evento del Natale è testimone e custode. 
E' una luce di origine divina che s'irradia dal Bambino e dal quel meraviglioso angelo che, in alto, dà l'annunzio ai pastori, mentre una miriade di stelle illumina il blu profondo della notte. Ed è il blu di una notte reale, non un cielo stereotipato, ma un cielo visto davvero, di un blu cobalto come capita a volte di osservare in certe serene notti invernali, quando la volta stellata ci riempie del suo fascino di sogno.

Da tutta la scena spira un'aura di stupore che ci riporta in modo significativo e pure pacatissimo al mistero e all'incanto del Natale. 
E c'è una muta dolcezza che accomuna i vari personaggi: dalla Vergine un po' meno intensamente illuminata rispetto agli altri e assorta nel suo manto di adorante umiltà, alle due semplicissime figure a sinistra. 
Ma tenero anche il protendersi dell'asino verso il Bambino in un atteggiamento di attenzione quasi umana.

E a commento di queste immagini, un brano di Antonio Vivaldi (1678 - 1741) : il "Largo" dal "Concerto in la minore per flauto ed archi RV 108", nel quale il particolare timbro del flauto dolce sembra risuonare come una lieve ninna-nanna e può aiutarci a entrare meglio nella contemplazione del dipinto.
Un modo pacato e rasserenante per avviarci - nel nome della bellezza - alla conclusione di quest'anno e verso il nuovo.

Buon ascolto e Buon Anno a tutti !

mercoledì 25 dicembre 2013

Oh Holy Night !.....

A tutti voi 
che passate 
di qui,

BUON
NATALE

nella gioia 
della Musica!


 
Domenico Ghirlandaio (1449 - 1494): "Natività", Pinacoteca Vaticana.

Adolph Adam (1803 - 1856) : "Oh Holy Night!".

giovedì 19 dicembre 2013

Delicatezza

Infinita è la varietà di suoni attraverso i quali la musica ci parla, facendoci percepire di volta in volta emozioni diverse e regalandoci sensazioni talora quasi palpabili. 

E' la voce dei vari strumenti ad offririci una bellezza che nasce dalla loro perfezione tecnica, ma innanzitutto dalla creatività del compositore e dall'abilità di chi la fa fiorire sui tasti o sulle corde secondo le indicazioni dello spartito ma, ancor prima, secondo il dettato del proprio cuore. 
Sono le dita o il fiato a imprimere forza o dolcezza, ad esprimere passione o allegria attraverso tutta la possibile gamma di timbri e di colori, talora anche all'interno dello stesso brano.

Ma insieme allo slancio e all'impeto, alla potenza o al movimento turbinoso, ecco che le note c'insegnano anche la delicatezza: un approccio leggero e tuttavia non superficiale, lieve e al tempo stesso profondo. Un modo di accostare la vita non altisonante o aggressivo, ma fatto di una discrezione che ci consente di esplorarne con levità anche i più riposti anfratti, aiutandoci a cogliere particolari o intuire aspetti reconditi.
Del resto, un atteggiamento di delicatezza talvolta può anche dire più cose, rivelarsi più intensamente espressivo ed essere veicolo di una comunicazione più sottilmente profonda rispetto ad altri tipi di approccio.

Proprio per questo, oggi desidero condividere con voi il seguente brano di Mozart
Si tratta di un famoso pezzo per pianoforte: la "Fantasia in re minore K.397", qui nella pregevole esecuzione della pianista giapponese Mitsuko Uchida. 
Amo molto le sue misuratissime interpretazioni, capaci di far fiorire la bellezza dalla singola nota o dall'apparente semplicità di certi temi mozartiani, come appunto nel brano proposto. Lo splendore del suo tocco fa scaturire dallo strumento sonorità ora gioiose e serene, ora più intime e soffuse di malinconia, ma sempre improntate a grande delicatezza.
E' questa infatti, a mio avviso, la cifra che contraddistingue la Fantasia e che la pianista ci regala sia nei passaggi più lenti che in quelli più animati, facendo emergere il luminoso riverbero di ogni nota. 

Nei quattro tempi che vi si alternano - Andante, Adagio, Presto, Allegretto - si passa dai profondi arpeggi introduttivi al dolcissimo e malinconico tema dell'Adagio, vero e proprio cuore di soavità del brano. Poi il pezzo si fa più gioioso offrendoci una cascata di suoni vivaci, sempre segnata tuttavia dal tipico equilibrio mozartiano, fino alla conclusione che ci conduce di nuovo verso i pacatissimi toni iniziali.
Accordi di grande limpidezza, quindi, insieme a note quasi sussurrate, delle quali la maestria della Uchida mette in luce ogni sfumatura. E intense, studiatissime pause che ci danno la misura di quanto anche il silenzio sia musica.
Ne deriva un insieme di preziosa, delicata leggerezza, simile al disegno di una ragnatela imperlata di gocce di rugiada come quella riportata nel riquadro.

Buon ascolto!

giovedì 12 dicembre 2013

Breakdance

E' accaduto di nuovo.
Come i brani pubblicati in passato, anche l'Adagio ma non tanto di Bach che ho postato qui venerdì scorso nella versione de Les Swingle Singers, mi è rimasto dentro. 
E più che mai mi ha occupato mente e cuore, come se da quella musica fossi stata letteralmente catturata, presa in una rete di meraviglioso splendore dalla quale fatico ancora a staccarmi.

In questi giorni, infatti, continuo a riascoltarla: sistemata davanti al computer, aperto il post con quella suggestiva foto dell'inverno milanese, faccio partire l'audio e me ne sto lì a contemplare l'immagine, mentre il brano mi lavora l'anima col suo sinuoso andirivieni di note.
Così, mi lascio prendere dal lento e sommesso ritmo di danza disegnato da quell'aria, intima e al tempo stesso intrisa di rigore, che - con un po' di presunzione, lo confesso - cerco di canticchiare insieme a una delle due voci soliste. Un paradiso!!!

E riflettevo su quanto sia proprio la musica di Bach a risultare così meravigliosamente adatta ad arrangiamenti jazz o a contaminazioni di altro tipo. Consideravo infatti che, di tutta la discografia dei miei mitici Swingle Singers, le prime due raccolte bachiane sono quelle che amo maggiormente e - a mio modesto avviso - le più riuscite. Questo non perchè il gruppo vocale nella produzione successiva abbia in qualche modo smentito le proprie capacità dando prove di livello inferiore rispetto agli inizi; ma perchè è Bach il compositore che - forse ancor più di altri - si adatta a svariate rivisitazioni, tante e tali sono le potenzialità insite nel suo stile e all'origine della sua sorprendente attualità.

Voglio ricordare, a questo proposito, un brano postato ben tre anni fa (...!) che potete riascoltare qui, dove Sting (un altro dei miei miti...) canta sulle note della "Sarabanda" dalla "VI Suite per violoncello" proprio di Bach. 
Ne deriva un pezzo di altissima suggestione che fa risplendere la melodia nella sua delicatezza - e oserei dire anche nella sua solennità - in un modo mirabile quasi quanto l'originale per violoncello solo.

Ma per venire a rivisitazioni ancora più recenti, basta pensare all'esperienza dirompente dei Flying Steps, campioni del mondo di breakdance, che uniscono musica colta a danza hip hop.
Nello spettacolo "Red Bull Flying Bach" che lo scorso anno ha toccato anche l'Italia, il gruppo berlinese adatta la breakdance alla musica di Bach - in particolare ad alcuni brani del "Clavicembalo ben temperato", ma non solo - riproducendo rigorosamente l'andamento dei vari temi musicali attraverso i singoli gesti e movimenti del corpo sincronizzati con ogni variazione della musica.
Se ci si fa caso, infatti, ascoltando gli originali di cui ho riportato i link, ben poco del testo bachiano cambia, forse nulla.
Solo alcune sonorità risultano dilatate ed esaltate dall'uso degli strumenti elettronici che si sposano al classico pianoforte e al clavicembalo. 
Ma soprattutto il ritmo è particolarmente accentato - e accentuato - a dimostrazione di quale miracolo sia la musica di Bach: una mescolanza di energia e dinamismo, perfetta per incontrarsi e fondersi anche con alcune forme espressive della nostra contemporaneità in apparenza così lontane.

Nel video che segue, i Flying Steps danzano nell'ordine sulle note dei seguenti brani: 
- "Preludio n.2 in do minore BWV 847" 
- "Preludio e fuga n.5 in Re maggiore BWV 850" 
- "Preludio n.10 in mi minore BWV 855"  
tratti dal I libro del Clavicembalo ben temperato, mentre il pezzo finale rielabora alcuni passaggi della "Toccata e fuga in re minore BWV 565" .

Forse a qualcuno una simile rivisitazione potrà non piacere o sembrare dissacrante ma, a mio modesto avviso, essa è soltanto un'ulteriore dimostrazione - se pure ce ne fosse bisogno - della grandezza e versatilità del linguaggio bachiano.

 Buona visione e buon ascolto! 

venerdì 6 dicembre 2013

Inverno milanese

(Foto di Andrea Corbo www.facebook.com/ventofreddo)
E' un'immagine che amo molto questa che trovate qui a lato: una suggestiva rappresentazione dell'inverno milanese che mi ha sempre attratto con la sua atmosfera piena di quiete e di silenzio.

Sarà per la dolcezza e lo stupore che spesso ci prendono alla vista della neve, sarà per il buio della sera in cui i rumori sembrano attutirsi o spegnersi e quel tram a ricordarci che siamo in viaggio....Chissà!

La foto, presa dal web, non è recente. Un'amica mi ha segnalato che la linea del tram n.11 è stata soppressa già da alcuni anni...ma questo non fa che accrescere il fascino di un'epoca che si porta prima di tutto nel cuore.
Un'immagine piena di silenzio, lontana dalle luminarie talora un po' troppo chiassose di questo periodo prenatalizio, e che ci parla invece di un cammino da percorrere a passi lenti, nella propria interiorità, un tempo per riappropriarsi di uno sguardo vero sulle cose.

Certo, l'inverno milanese ricorda anche lo splendore di scintillanti ricorrenze come la prima della Scala, punta di diamante del fervore di vita, di lavoro e di ricchezza artistica tipico di una metropoli alla quale, pur non essendovi nata, sono affezionata da sempre.
Eppure, amo quest'immagine che può evocare la solitudine di un viandante nella notte, o il freddo e la precaria esistenza dei clochard nella città che, intorno, s'intuisce sconfinata; ma insieme ci rimanda a un desiderio di casa, al calore di una familiarità che riconduce al senso profondo del vivere. 
E quel buio illuminato dal biancore, l'ombra di un passeggero sul tram, le orme sulla neve insieme alle luci sfumate di fari e lampioni sulla via che si perde nebbiosa, se per certi versi ci parlano di solitudine e provvisorietà, per altri sono quasi una tenda protettiva con cui ammantare il cuore in cerca d'intimità e di pace.

E per accompagnare questa immagine, sono tornata ancora una volta a Bach con un brano dal respiro lento e meditativo, vicino al clima che la foto ci fa percepire. 
E' il terzo tempo, "Adagio ma non tanto", dalla "Sonata per violino e clavicembalo in Mi maggiore BWV 1016" qui nella rielaborazione de "Les Swingle Singers" (o "The Swingle Singers", come l'ensemble si è ribattezzato quando, dopo gli inizi parigini, si è trasferito a Londra).
Il brano è tratto dalla seconda raccolta che - sempre col titolo di "Jazz Sebastien Bach" - il gruppo vocale ha dedicato al compositore tedesco.
Il pezzo è denso di malinconia e scandito da un ritmo del quale le voci soliste esprimono tutta la modernità, mettendo sapientemente in luce il movimento della struttura contrappuntistica. 
L'accompagnamento del contrabbasso e della batteria ci testimonia inoltre che l'incisione risale al periodo iniziale dell'attività del gruppo, che in seguito ha invece riprodotto brani rigorosamente a cappella.

Ho aggiunto poi la versione del pezzo per violino e pianoforte in una clip video che, oltre all'"Adagio ma non tanto", ci regala anche il successivo "Allegro" che conclude la Sonata. Ci dà modo così di apprezzare pienamente la bravura del giovanissimo talento del violino Kerson Leong e la sincronia del suo dialogo col pianoforte. 
Una pagina d'intensa, malinconica dolcezza seguita - nell'ultimo tempo - da tratti di fresca vivacità.

Buon ascolto!