martedì 31 dicembre 2013

Dicembre: incanto di una notte stellata.

Arrivata ormai a fine anno, dovendo scegliere fra i tanti il dipinto con cui concludere il mese di dicembre, sono stata colta dai dubbi. 
Ancora un'immagine a tema natalizio? Mah...l'ho già pubblicata l'altro giorno; o una rappresentazione dell'inverno con la neve, sempre piena di calore...o magari un quadretto naif ? Sì certo, però non tutte le opere mi convincono e non posso postare un dipinto qualsiasi solo perchè "è bello": ciò che condivido qui deve provocarmi dentro uno scatto, una scintilla, altrimenti non vale.

Poi, mi è tornata sott'occhio la "Natività di Gesù" che vedete, opera di uno dei miei antichi amori, Gentile da Fabriano (1370 - 1427), e subito sono stata presa dalla suggestione intensissima di quel cielo stellato, lassù, che sembra ricoprire tutto il quadro come un manto, ricolmandoci di stupore. 
Così, mi sono detta che non potevo non postare una tale meraviglia e, abbandonata ogni incertezza, sono ritornata al tema natalizio.

E' un'atmosfera intima, familiare e insieme un po' fiabesca quella che il dipinto - conservato a Firenze, agli Uffizi - ci presenta: è la fiaba del Gotico internazionale di cui Gentile da Fabriano è in Italia il massimo esponente.


Il dipinto è parte della predella della "Pala Strozzi" che raffigura la più famosa e celebrata "Adorazione dei Magi" - riportata a lato - nella quale si respira il clima fastoso tipico di una società cortese, e la tavola è ricca di un prezioso decorativismo che non ritroviamo nella "Natività".
Qui, al contrario - forse anche perchè si tratta di una predella - è una semplicità quasi spoglia la cifra che caratterizza il dipinto, sia nei panneggi che nelle architetture, insieme ad un alternarsi di luce ed ombra che crea spazi e suggestioni. Ma ciò che, a mio avviso, conferisce all'opera grande fascino è la sua ambientazione notturna.

Quando ancora la Storia dell'Arte nella scuola italiana aveva un suo spazio e non era mortificata da una politica scolastica gretta come accade oggi - eh sì, una volta tanto permettetemi una punta di polemica! - sui testi si studiava che, tradizionalmente, il primo "notturno" dell'arte italiana era considerato il "Sogno di Costantino" di Piero della Francesca, inserito nel ciclo di affreschi della Chiesa di S.Francesco ad Arezzo.
Oggi, accurati restauri hanno rivelato che, più che una notte, quella in cui s'inquadra l'episodio è un'alba. Ma a parte questo, l'opera vanta giustamente tale fama perchè si tratta del primo tentativo di dare del cielo notturno una visione realistica e non stereotipata come per il passato. 

Tuttavia, a mio avviso, sono degne di interesse anche diverse "Natività" del periodo medioevale nelle quali gli autori hanno tentato una rappresentazione del cielo notturno. Sono opere appartenenti alla fase di transizione tra la prima arte gotica - quando nelle tavole pittoriche imperava ancora il fondo oro - e il Rinascimento, nel quale diverse Natività saranno poi ambientate in una cornice realistica, anche se talora addirittura in pieno giorno.
Diversi sono stati i pittori di questa fase di transizione, ma un cielo stellato incantevole come quello dipinto da Gentile da Fabriano penso sia raro.

E' la luce - dicevo - che scandisce spazi e ombre, capanne e grotte in un susseguirsi di vuoti e di pieni, posandosi più vivida su Giuseppe che - come sempre in disparte - dorme o sogna o medita, lui che dell'evento del Natale è testimone e custode. 
E' una luce di origine divina che s'irradia dal Bambino e dal quel meraviglioso angelo che, in alto, dà l'annunzio ai pastori, mentre una miriade di stelle illumina il blu profondo della notte. Ed è il blu di una notte reale, non un cielo stereotipato, ma un cielo visto davvero, di un blu cobalto come capita a volte di osservare in certe serene notti invernali, quando la volta stellata ci riempie del suo fascino di sogno.

Da tutta la scena spira un'aura di stupore che ci riporta in modo significativo e pure pacatissimo al mistero e all'incanto del Natale. 
E c'è una muta dolcezza che accomuna i vari personaggi: dalla Vergine un po' meno intensamente illuminata rispetto agli altri e assorta nel suo manto di adorante umiltà, alle due semplicissime figure a sinistra. 
Ma tenero anche il protendersi dell'asino verso il Bambino in un atteggiamento di attenzione quasi umana.

E a commento di queste immagini, un brano di Antonio Vivaldi (1678 - 1741) : il "Largo" dal "Concerto in la minore per flauto ed archi RV 108", nel quale il particolare timbro del flauto dolce sembra risuonare come una lieve ninna-nanna e può aiutarci a entrare meglio nella contemplazione del dipinto.
Un modo pacato e rasserenante per avviarci - nel nome della bellezza - alla conclusione di quest'anno e verso il nuovo.

Buon ascolto e Buon Anno a tutti !

mercoledì 25 dicembre 2013

Oh Holy Night !.....

A tutti voi 
che passate 
di qui,

BUON
NATALE

nella gioia 
della Musica!


 
Domenico Ghirlandaio (1449 - 1494): "Natività", Pinacoteca Vaticana.

Adolph Adam (1803 - 1856) : "Oh Holy Night!".

giovedì 19 dicembre 2013

Delicatezza

Infinita è la varietà di suoni attraverso i quali la musica ci parla, facendoci percepire di volta in volta emozioni diverse e regalandoci sensazioni talora quasi palpabili. 

E' la voce dei vari strumenti ad offririci una bellezza che nasce dalla loro perfezione tecnica, ma innanzitutto dalla creatività del compositore e dall'abilità di chi la fa fiorire sui tasti o sulle corde secondo le indicazioni dello spartito ma, ancor prima, secondo il dettato del proprio cuore. 
Sono le dita o il fiato a imprimere forza o dolcezza, ad esprimere passione o allegria attraverso tutta la possibile gamma di timbri e di colori, talora anche all'interno dello stesso brano.

Ma insieme allo slancio e all'impeto, alla potenza o al movimento turbinoso, ecco che le note c'insegnano anche la delicatezza: un approccio leggero e tuttavia non superficiale, lieve e al tempo stesso profondo. Un modo di accostare la vita non altisonante o aggressivo, ma fatto di una discrezione che ci consente di esplorarne con levità anche i più riposti anfratti, aiutandoci a cogliere particolari o intuire aspetti reconditi.
Del resto, un atteggiamento di delicatezza talvolta può anche dire più cose, rivelarsi più intensamente espressivo ed essere veicolo di una comunicazione più sottilmente profonda rispetto ad altri tipi di approccio.

Proprio per questo, oggi desidero condividere con voi il seguente brano di Mozart
Si tratta di un famoso pezzo per pianoforte: la "Fantasia in re minore K.397", qui nella pregevole esecuzione della pianista giapponese Mitsuko Uchida. 
Amo molto le sue misuratissime interpretazioni, capaci di far fiorire la bellezza dalla singola nota o dall'apparente semplicità di certi temi mozartiani, come appunto nel brano proposto. Lo splendore del suo tocco fa scaturire dallo strumento sonorità ora gioiose e serene, ora più intime e soffuse di malinconia, ma sempre improntate a grande delicatezza.
E' questa infatti, a mio avviso, la cifra che contraddistingue la Fantasia e che la pianista ci regala sia nei passaggi più lenti che in quelli più animati, facendo emergere il luminoso riverbero di ogni nota. 

Nei quattro tempi che vi si alternano - Andante, Adagio, Presto, Allegretto - si passa dai profondi arpeggi introduttivi al dolcissimo e malinconico tema dell'Adagio, vero e proprio cuore di soavità del brano. Poi il pezzo si fa più gioioso offrendoci una cascata di suoni vivaci, sempre segnata tuttavia dal tipico equilibrio mozartiano, fino alla conclusione che ci conduce di nuovo verso i pacatissimi toni iniziali.
Accordi di grande limpidezza, quindi, insieme a note quasi sussurrate, delle quali la maestria della Uchida mette in luce ogni sfumatura. E intense, studiatissime pause che ci danno la misura di quanto anche il silenzio sia musica.
Ne deriva un insieme di preziosa, delicata leggerezza, simile al disegno di una ragnatela imperlata di gocce di rugiada come quella riportata nel riquadro.

Buon ascolto!

giovedì 12 dicembre 2013

Breakdance

E' accaduto di nuovo.
Come i brani pubblicati in passato, anche l'Adagio ma non tanto di Bach che ho postato qui venerdì scorso nella versione de Les Swingle Singers, mi è rimasto dentro. 
E più che mai mi ha occupato mente e cuore, come se da quella musica fossi stata letteralmente catturata, presa in una rete di meraviglioso splendore dalla quale fatico ancora a staccarmi.

In questi giorni, infatti, continuo a riascoltarla: sistemata davanti al computer, aperto il post con quella suggestiva foto dell'inverno milanese, faccio partire l'audio e me ne sto lì a contemplare l'immagine, mentre il brano mi lavora l'anima col suo sinuoso andirivieni di note.
Così, mi lascio prendere dal lento e sommesso ritmo di danza disegnato da quell'aria, intima e al tempo stesso intrisa di rigore, che - con un po' di presunzione, lo confesso - cerco di canticchiare insieme a una delle due voci soliste. Un paradiso!!!

E riflettevo su quanto sia proprio la musica di Bach a risultare così meravigliosamente adatta ad arrangiamenti jazz o a contaminazioni di altro tipo. Consideravo infatti che, di tutta la discografia dei miei mitici Swingle Singers, le prime due raccolte bachiane sono quelle che amo maggiormente e - a mio modesto avviso - le più riuscite. Questo non perchè il gruppo vocale nella produzione successiva abbia in qualche modo smentito le proprie capacità dando prove di livello inferiore rispetto agli inizi; ma perchè è Bach il compositore che - forse ancor più di altri - si adatta a svariate rivisitazioni, tante e tali sono le potenzialità insite nel suo stile e all'origine della sua sorprendente attualità.

Voglio ricordare, a questo proposito, un brano postato ben tre anni fa (...!) che potete riascoltare qui, dove Sting (un altro dei miei miti...) canta sulle note della "Sarabanda" dalla "VI Suite per violoncello" proprio di Bach. 
Ne deriva un pezzo di altissima suggestione che fa risplendere la melodia nella sua delicatezza - e oserei dire anche nella sua solennità - in un modo mirabile quasi quanto l'originale per violoncello solo.

Ma per venire a rivisitazioni ancora più recenti, basta pensare all'esperienza dirompente dei Flying Steps, campioni del mondo di breakdance, che uniscono musica colta a danza hip hop.
Nello spettacolo "Red Bull Flying Bach" che lo scorso anno ha toccato anche l'Italia, il gruppo berlinese adatta la breakdance alla musica di Bach - in particolare ad alcuni brani del "Clavicembalo ben temperato", ma non solo - riproducendo rigorosamente l'andamento dei vari temi musicali attraverso i singoli gesti e movimenti del corpo sincronizzati con ogni variazione della musica.
Se ci si fa caso, infatti, ascoltando gli originali di cui ho riportato i link, ben poco del testo bachiano cambia, forse nulla.
Solo alcune sonorità risultano dilatate ed esaltate dall'uso degli strumenti elettronici che si sposano al classico pianoforte e al clavicembalo. 
Ma soprattutto il ritmo è particolarmente accentato - e accentuato - a dimostrazione di quale miracolo sia la musica di Bach: una mescolanza di energia e dinamismo, perfetta per incontrarsi e fondersi anche con alcune forme espressive della nostra contemporaneità in apparenza così lontane.

Nel video che segue, i Flying Steps danzano nell'ordine sulle note dei seguenti brani: 
- "Preludio n.2 in do minore BWV 847" 
- "Preludio e fuga n.5 in Re maggiore BWV 850" 
- "Preludio n.10 in mi minore BWV 855"  
tratti dal I libro del Clavicembalo ben temperato, mentre il pezzo finale rielabora alcuni passaggi della "Toccata e fuga in re minore BWV 565" .

Forse a qualcuno una simile rivisitazione potrà non piacere o sembrare dissacrante ma, a mio modesto avviso, essa è soltanto un'ulteriore dimostrazione - se pure ce ne fosse bisogno - della grandezza e versatilità del linguaggio bachiano.

 Buona visione e buon ascolto! 

venerdì 6 dicembre 2013

Inverno milanese

(Foto di Andrea Corbo www.facebook.com/ventofreddo)
E' un'immagine che amo molto questa che trovate qui a lato: una suggestiva rappresentazione dell'inverno milanese che mi ha sempre attratto con la sua atmosfera piena di quiete e di silenzio.

Sarà per la dolcezza e lo stupore che spesso ci prendono alla vista della neve, sarà per il buio della sera in cui i rumori sembrano attutirsi o spegnersi e quel tram a ricordarci che siamo in viaggio....Chissà!

La foto, presa dal web, non è recente. Un'amica mi ha segnalato che la linea del tram n.11 è stata soppressa già da alcuni anni...ma questo non fa che accrescere il fascino di un'epoca che si porta prima di tutto nel cuore.
Un'immagine piena di silenzio, lontana dalle luminarie talora un po' troppo chiassose di questo periodo prenatalizio, e che ci parla invece di un cammino da percorrere a passi lenti, nella propria interiorità, un tempo per riappropriarsi di uno sguardo vero sulle cose.

Certo, l'inverno milanese ricorda anche lo splendore di scintillanti ricorrenze come la prima della Scala, punta di diamante del fervore di vita, di lavoro e di ricchezza artistica tipico di una metropoli alla quale, pur non essendovi nata, sono affezionata da sempre.
Eppure, amo quest'immagine che può evocare la solitudine di un viandante nella notte, o il freddo e la precaria esistenza dei clochard nella città che, intorno, s'intuisce sconfinata; ma insieme ci rimanda a un desiderio di casa, al calore di una familiarità che riconduce al senso profondo del vivere. 
E quel buio illuminato dal biancore, l'ombra di un passeggero sul tram, le orme sulla neve insieme alle luci sfumate di fari e lampioni sulla via che si perde nebbiosa, se per certi versi ci parlano di solitudine e provvisorietà, per altri sono quasi una tenda protettiva con cui ammantare il cuore in cerca d'intimità e di pace.

E per accompagnare questa immagine, sono tornata ancora una volta a Bach con un brano dal respiro lento e meditativo, vicino al clima che la foto ci fa percepire. 
E' il terzo tempo, "Adagio ma non tanto", dalla "Sonata per violino e clavicembalo in Mi maggiore BWV 1016" qui nella rielaborazione de "Les Swingle Singers" (o "The Swingle Singers", come l'ensemble si è ribattezzato quando, dopo gli inizi parigini, si è trasferito a Londra).
Il brano è tratto dalla seconda raccolta che - sempre col titolo di "Jazz Sebastien Bach" - il gruppo vocale ha dedicato al compositore tedesco.
Il pezzo è denso di malinconia e scandito da un ritmo del quale le voci soliste esprimono tutta la modernità, mettendo sapientemente in luce il movimento della struttura contrappuntistica. 
L'accompagnamento del contrabbasso e della batteria ci testimonia inoltre che l'incisione risale al periodo iniziale dell'attività del gruppo, che in seguito ha invece riprodotto brani rigorosamente a cappella.

Ho aggiunto poi la versione del pezzo per violino e pianoforte in una clip video che, oltre all'"Adagio ma non tanto", ci regala anche il successivo "Allegro" che conclude la Sonata. Ci dà modo così di apprezzare pienamente la bravura del giovanissimo talento del violino Kerson Leong e la sincronia del suo dialogo col pianoforte. 
Una pagina d'intensa, malinconica dolcezza seguita - nell'ultimo tempo - da tratti di fresca vivacità.

Buon ascolto!

venerdì 29 novembre 2013

Novembre: gelidi spazi aperti all'ignoto.

Il freddo e le distese di campi brinati di questi giorni di fine novembre m'inducono a cercare immagini di paesaggi invernali, con la loro atmosfera talora calda e familiare, ma spesso anche desolata o straniante.
Così, oggi, ho scelto di condividere con voi un dipinto che ha sempre esercitato su di me un grande fascino, fin da quando l'ho potuto ammirare per la prima volta sul testo di Storia dell'arte del liceo.

Si tratta di una delle creazioni più famose di Caspar David Friederich (1774 - 1840) intitolata "Il mare di ghiaccio" e conservata presso la Kunsthalle di Amburgo. Ma è nota anche come "Il naufragio della Speranza tra i ghiacci", con riferimento all'insuccesso di alcune spedizioni che negli anni tra il 1819 e il 1824 erano partite per il Polo Nord.

E' lo sfascio di un grande iceberg a campeggiare al centro dell'opera attirando la nostra attenzione, in mezzo a una sconfinata distesa di ghiaccio che sembra perdersi in un gelido nulla: schegge e lastroni simili a pezzi di muraglia tagliente sullo sfondo di una landa solitaria e inospitale. 

Manca infatti totalmente la presenza umana e solo in un secondo tempo ci si rende conto che, nella parte destra del quadro, compare rovesciato lo scafo scuro di una nave, segno di una tragedia ormai compiuta.

Tuttavia, al di là del fatto in sè, il tema del dipinto si carica di significati simbolici che forse alludono anche alla compagine politica e culturale del tempo in cui il pittore è vissuto.
Nella rappresentazione della sconfitta dell'uomo ad opera degli elementi della natura, si esprime infatti il contrasto tipicamente romantico tra tensione verso l'assoluto e avversità del destino, insieme alla consapevolezza del limite e della fragilità umana. 
Ma l'immagine può essere forse anche memoria di un evento luttuoso che aveva segnato la giovinezza dell'artista.
Nella sconnessa montagna di lastre sotto le quali si apre il mare, Friederich potrebbe aver proiettato il trauma subito a tredici anni, quando la superficie di ghiaccio sulla quale pattinava si era spezzata e un fratello - dopo avergli salvato la vita - era stato irrimediabilmente inghiottito dalle gelide acque sottostanti.

E tuttavia, non sono solo questi i dati e le suggestioni che il dipinto mi comunica. Non è solo il paesaggio in primo piano così irto di linee oblique e aguzze a colpire il mio sguardo, ma lo sconfinato spazio al di là di quelle. 
Al di là dei segni del naufragio, nello sfondo di un cupo azzurrino in cui compaiono altri iceberg simili a pallidi fantasmi, c'è infatti un oltre misterioso. Forse il nulla, il deserto, il vuoto di esseri umani; forse l'ignoto con la sua carica di angoscioso sgomento, certo, ma anche con un respiro che apre a mondi sconosciuti.  
E gli iceberg più lontani che si delineano appena come ombre leggere all'orizzonte, disegnano una geografia da esplorare, uno spazio che attrae e intimorisce ad un tempo, come tutto ciò di cui non si ha ancora esperienza.

Anche i colori chiari e il prevalere delle tonalità fredde, soprattutto nella parte superiore del dipinto, accentuano il senso di una desolazione nella quale ogni grido si perde nel silenzio di un mondo completamente disabitato; così come quello sprazzo di luce dall'alto fa ancor più risaltare il cupo orizzonte.
E' una prospettiva di solitudine totale dalla quale l'animo si ritrae spaventato, e tuttavia non priva di un suo misterioso fascino e forse talora specchio di una situazione esistenziale.

Così, mi piace associare a questa immagine un brano di Philip Glass, "The Poet Acts", tratto dalla colonna sonora del famosissimo film "The Hours".
Credo non ci sia musica più adatta di quella di Glass per esprimere l'inquietudine che segna la vita dell'uomo: note ansiose e tutt'altro che rassicuranti, quasi aprissero dentro di noi la percezione di universi sconosciuti, eppure ricche di una struggente, malinconica dolcezza.
E nonostante la sfasatura cronologica tra i due artisti, mi pare che il brano possa adattarsi anche al dipinto di Friederich che - pur inquadrandosi nel clima e nella sensibilità romantica d'inizio Ottocento - offre suggestioni che vanno ben al di là del suo tempo.
Spazi, quindi, che ci conducono verso l'ignoto, insieme a note che sono tensione e al tempo stesso carezza d'infinito.

Buon ascolto!

venerdì 22 novembre 2013

Un "flash mob" per Santa Cecilia

Blanchard Jacques - S.Cecilia
Ho sempre apprezzato l'abitudine, diffusa più all'estero e purtroppo meno in Italia, di far musica per strada. 
Buona musica, intendo.
Ricordo di aver visto a Parigi, Praga, Lipsia, Norimberga - e certo sarà così anche in altre città - violinisti, flautisti, quartetti d'archi o altro improvvisare piccoli concerti agli angoli delle strade, nelle piazze o nel métro per la gioia dei passanti attratti e illuminati per qualche momento dallo splendore delle note.  
E' sempre piacevole infatti, anche attraversando il chiasso metropolitano, esser catturati da un'armonia lontana che ci attira. E si tratta spesso di studenti di conservatorio o piccoli ensembles che offrono all'ascolto pezzi classici con esecuzioni quasi sempre di buon livello. 

Ricordo in particolare una giovanissima violinista che, all'ingresso della Gemaldegalerie di Dresda, suonava Bach in modo così incantevole che avevo faticato a trattenere la commozione. Sarei rimasta lì all'infinito a godere di quel dono tanto prezioso quanto inaspettato.  
Ma in ogni circostanza essere sorpresi dalla musica è un'esperienza di grande intensità: essa ci cattura per strada e ci porta via con sè con la sua potenza aggregatrice e comunicativa, con la sua capacità di unire le persone al di là delle differenze di colore, razza, religione e via dicendo.
Rasserenante, terapeutica, vivificante, sa restituire noi a noi stessi e ricolmarci di pace.

Per questo - e per celebrare l'odierna ricorrenza di Santa Cecilia, protettrice della musica e dei musicisti - desidero condividere con voi un video un po' singolare. 
Non ci troviamo in un teatro nè in una sala da concerto, ma nel grande atrio di un modernissimo padiglione dell'Hadassah Medical Center di Gerusalemme. 
Non c'è il silenzio attento che prelude al primo colpo di bacchetta di un direttore d'orchestra, ma la confusione e il brusio di tanta gente in movimento. 
Eppure, sta per accadere qualcosa: a un tratto, a cominciare da piccoli arpeggi, inizia a risuonare una musica e la sua magìa riesce a sorprendere e catturare i presenti. C'è infatti chi passa oltre lanciando tuttavia uno sguardo veloce e chi si sofferma incuriosito o scatta una foto; chi si lascia coinvolgere accennando magari anche un passo di danza e chi invece non si muove dal proprio posto continuando a leggere il giornale, ma lo fa - avete notato? - a tempo di musica, seguendo con le mani il ritmo del brano.

Ed è l'intensità degli sguardi a rivelare la passione che a un tratto coinvolge quasi tutti nel ritmo di quel concerto improvvisato: persone estranee un attimo prima e poi accomunate dallo stupore; sorrisi che fioriscono qua e là e per qualche momento hanno il sopravvento anche sul disagio o la malattia, come se nelle note che ascolta ciascuno riconoscesse una parte di sè, una vena d'intima gioia. 
Sono momenti in cui tutto si trasforma: così, anche solo per poco ci si ferma, si partecipa, si danza, si applaude, si sorride, ci si lascia raggiungere e toccare dalla Bellezza.

Ma sono anche i giovanissimi orchestrali - allievi della "Jerusalem Academy of Music and Dance" - che sulle note rasserenanti del "Valzer dei fiori" da "Lo Schiaccianoci" di Tchaikovsky, esprimono prima di ogni altra cosa il piacere di suonare mettendo in gioco, come ogni musicista, non solo la propria abilità ma innanzitutto il proprio cuore.
Ne deriva così un'esperienza d'impagabile gioia che prende tutti - noi compresi - coinvolgendoci non soltanto nel ritmo del valzer, ma anche nella multiforme e fantasmagorica danza della vita.

Buona visione e buon ascolto! 

domenica 17 novembre 2013

Tre minuti di pura gioia

Lipsia - Thomaskirche
Ho nostalgia di Bach. 
Sono passati più di due mesi dall'ultima volta che ho pubblicato un suo brano e - devo dirlo - mi manca.
Ogni tanto, ripenso a quella mattina incantata dello scorso anno in cui a Lipsia, nella Thomaskirche, ho potuto rendere omaggio alla sua tomba: un ricordo che potete trovare qui
Ma non è solo quello. 
Per quanto ami ogni pezzo dei vari compositori postati fino ad ora in questo blog, è proprio delle sue note che - periodicamente - mi prende la nostalgia.
Mi afferra improvvisa in certi giorni di cielo grigio e ventoso, o in certe mattine quando esco di casa e, svoltato l'angolo, cerco involontariamente uno sprazzo di azzurro, un respiro in sintonia con la luce, dentro e fuori di me.
E' nostalgia di un riferimento essenziale cui riandare di tanto in tanto, una sorgente cui attingere acqua fresca, un ruscello - e non è appunto il nome Bach? - che scaturisca dal profondo e del quale seguire il canto.

Di solito, la musica prende a risuonare in automatico dentro di me: esco di casa e mi parte la colonna sonora della giornata. Qualche volta sono i Brandeburghesi, in altri momenti un' Invenzione, ma più spesso sono le sue composizioni per organo. Sono queste a catturarmi non solo con la grandiosità delle fughe più complesse e famose, ma anche con quei brevi, incantevoli pezzi come - per esempio - i Corali Schubler e non solo.

Mi hanno sempre affascinato infatti le molteplici sonorità dell'organo, strumento del tutto singolare in cui la musica con le sue vibrazioni sembra letteralmente attraversare chi suona ma anche chi ascolta, come si fosse una cosa sola con essa. Sonorità che ci abbracciano e - nel vero senso della parola - ci com-prendono, ci prendono insieme facendo vibrare ogni nostra fibra in modo ancora più intenso rispetto ad altri strumenti.
La mia è una passione che risale a quando ero bambina e, più o meno a dieci anni, ero entrata a far parte della piccola schola cantorum della mia parrocchia. 
Dico la verità: allora, più che la musica erano gli elementi coreografici ad attirarmi. Salire insieme alle mie amiche sulla balconata del vecchio organo della chiesa nei giorni di Messa solenne, con la scala a chiocciola e l'impiantito in legno che scricchiolavano sotto i nostri passi e poi, soffocando qualche risata, contemplare dall'alto le navate piene di gente era un impagabile divertimento. 
Ma era interessante osservare anche l'organista - allora giovane di belle speranze che avrebbe poi acquisito una certa fama nel panorama musicale della mia città - alle prese con le tastiere e i diversi registri dello strumento, mentre il coro maschile si sgolava in un latinorum alquanto approssimativo. 
Ricordo ancora il rumore secco e legnoso della manopola che veniva velocemente spostata per cambiare registro e mi piaceva sentirmi attraversare dalle vibrazioni sonore soprattutto quando veniva inserito il ripieno.
Insomma, questi sono stati gli inizi. 
Poi il tempo, le circostanze, la passione hanno fatto il resto e mi sono ritrovata a incontrare tanti compositori, a cominciare appunto dall'immenso Bach.

Allora, tra le sue composizioni per organo, oggi desidero condividerne con voi una breve, ma di grande efficacia: la "Fuga in sol minore BWV 578" 
Sono tre minuti di pura gioia in un brano fresco e vivace nel suo andirivieni di note che si alternano tra la mano destra e la sinistra, mentre l'entrata progressiva delle quattro voci - l'ultima sulla pedaliera - ci regala un intreccio di crescente splendida complessità. 
Una costruzione di perfezione matematica e ritmica, articolata e leggera ad un tempo - qui sta il pregio! - con aperture di intensa luminosità che l'esecuzione, a mio avviso particolarmente nitida, mette bene in evidenza. 
Una pagina ricca di energia fino all'accordo finale che - come troviamo di frequente nelle creazioni bachiane - è in tonalità maggiore, quasi il compositore abbia voluto congedarsi proprio con un invito alla speranza e al sorriso.

Buon ascolto!

lunedì 11 novembre 2013

Blogger in festa

E' stata ancora una volta una Milano dolcemente autunnale ad accogliere l'incontro dei blogger che si è tenuto ieri, sempre perfettamente organizzato in ogni dettaglio dall'infaticabile Ambra, coadiuvata da Sandra ed Erika.
Un appuntamento che ha visto la partecipazione di numerosi amici provenienti non solo da Milano e altre località non lontane, ma anche dall'Emilia Romagna, dal Lazio, e dalla Puglia. Un'occasione di ritrovo vissuta all'insegna della familiarità sia per coloro che già si conoscono, sia per i nuovi: un incontro segnato da grande spontaneità in un clima decisamente gioioso, con un pensiero agli assenti che tuttavia non ci hanno fatto mancare il loro affetto con una telefonata o un graditissimo regalo.

Stavolta, tra gli altri erano presenti alcuni blogger che non conoscevo, ma è stato facile per tutti - almeno così mi è parso - trovarsi a proprio agio e intavolare discorsi che rispecchiassero quella verità che ciascuno porta in sè. 
Il fatto di vivere la stessa esperienza, di aver desiderato un giorno di condividere con un giro più ampio di persone interessi, conoscenze, idee e passioni attraverso i rispettivi blog, ha creato subito una simpatica base d'intesa e un'immediata disponibilità al dialogo. 

Ho scritto sopra "intavolare"....e in effetti, dopo un giro per le vie del centro di Milano, è stato proprio a tavola - gustando un pranzo che è ancora poco definire sontuoso - che lo scambio si è concretizzato.
Ma è stata anche la musica a segnare la giornata con una sorpresa che ci ha lasciato stupiti: mentre pranzavamo, da alcuni tavoli del ristorante si sono levate a un tratto le voci di un coro polifonico, un gruppo venuto dalla Francia a Milano per approfondire il proprio interesse musicale. Impossibile non commuoversi a quelle note che ci hanno colto d'improvviso, regalandoci un'onda di sorprendente bellezza. 

Infine, non è mancato uno sguardo alle opere d'arte della città: in particolare alla basilica di S.Eustorgio e agli affreschi della Cappella Portinari di cui la foto in alto raffigura l'esterno, un luogo incantevole in cui Medioevo e Rinascimento si fondono e che la luce del tramonto ha reso ancora più affascinante. 

E mi è parso proprio significativo questo ritrovarsi anche nella ricerca e nella contemplazione della bellezza che - a pensarci bene - è un po' il denominatore comune dell'attività di noi blogger. 
In fondo, che ci si occupi di letteratura o di fotografia, di attualità o di musica, di pittura o di cucito e via dicendo, è sempre un'armonia esteriore ed interiore ad un tempo ciò che si va cercando, l'obiettivo a cui si tende. Un'armonia colta in un fiore o in un paesaggio, in un ricamo o in una poesia; nello splendore dei colori o dei suoni o nel ritmo di un racconto che nasce dal cuore e parla al cuore.
E', in ogni caso, il desiderio di condividere qualcosa - piccolo o grande che sia - che un giorno con la sua bellezza ci ha toccato e non possiamo più tenere soltanto per noi. 

Così, a commento di una giornata tanto piacevole, mi piace postare un brano scintillante che mi sembra rispecchiare bene il clima di vivacità che l'ha contraddistinta: il "Valzer" dalla "Serenata per archi in Do maggiore op.48" di Tchaikovsky che dedico in particolare a tutti i partecipanti all'incontro di ieri.
Si tratta di una composizione dal ritmo trascinante, nella quale l'intreccio progressivamente più vivace delle voci dei vari strumenti esprime una gioia sorgiva che ci coinvolge attraverso un'esecuzione di grande garbo e freschezza.

Buon ascolto!
 

mercoledì 6 novembre 2013

Nel segno del violoncello

Spero che a voi che frequentate questo spazio non dispiaccia troppo se, prima di passare ad altro, oggi torno per qualche momento sul "Larghetto" di Dvorak postato la volta scorsa. 
Il fatto è che - come spesso mi accade - dopo aver pubblicato una musica, questa mi resta dentro. 
Me la ritrovo nel cuore al mio risveglio, mi accompagna quando esco di casa, vi scorgo nel tempo sfumature che non avevo notato e talora mi rammarico per non averne parlato a sufficienza qui con voi. 

Come scrivevo anche in passato, sono proprio i ripetuti ascolti a farci cogliere in un brano meraviglie sempre nuove. E davvero non riesco a staccarmi da questo "Larghetto", per la bellezza struggente e intima della melodia iniziale che si ripete in tonalità diverse e la crescente intensità espressa dal grande respiro dell'orchestra d'archi. Nella sua dolce malinconia, mi fa pensare a un delicato pas de deux e oserei dire che quasi me lo fa vedere. 
Ma anche in seguito, dopo un secondo tema più acceso e concitato, è ancora un movimento di danza a venirci incontro, mentre di nuovo risplende l'incantevole aria iniziale con toni di più distesa serenità, scandita dal ritmo profondo dei pizzicati di contrabbassi e violoncelli. 

I violoncelli, appunto. Qualche volta, quando lascio volare i pensieri e la fantasia si sbriglia, mi diverto a immaginare quale strumento sarei se facessi parte di un'orchestra. 
....E sì! Vorrei essere un violoncello, perchè sa regalare a una melodia il timbro di una voce più profonda o l'afflato di un respiro più ampio. Infatti - sia che ricopra il ruolo di solista, sia che rimanga all'interno del complesso orchestrale - la sua prerogativa consiste nel dare intensità a ciò che si sta eseguendo, costruendone lo spessore e insieme il ritmo, proprio come avviene nel "Larghetto" di Dvorak.

Per questo, oggi sono qui a proporvi un famosissimo brano, colonna sonora di uno dei più celebri film della storia del cinema: "La strada" di Fellini.
Ricordiamo tutti le musiche composte da Nino Rota (1911 - 1979) e, in particolare, il tema delicato e suggestivo che circonda il personaggio di Gelsomina restituendocene tutta la poesia.
E' vero che, nella pellicola felliniana, quell'aria si snoda sulle note di una tromba solista, ma trovo particolarmente pregevole anche l'arrangiamento che il video seguente ci presenta, fatto da un ensemble di otto violoncelli. 
Sono proprio questi strumenti, con la loro voce intima e profonda, a svelarci - a mio avviso - ogni possibile sfumatura della splendida melodia, sottolinendone malinconia e passione, delicatezza e intensa drammaticità.

E - singolare coincidenza - avverto anche una certa somiglianza tra le battute iniziali del brano di Rota e quelle del Larghetto di Dvorak, anche se non mi pare il caso di istituire confronti perchè epoca, scopo, ritmo e clima complessivo dei due pezzi - l'uno destinato ad una sala da concerto e l'altro a seguire le vicende di un film - sono molto diversi. 

Bellissima poi, nel video, la serie di inquadrature che mettono in luce i gesti, la passione e la concentrazione dei musicisti: sguardi, mani, sorrisi, particolari che - ancora una volta - ci dicono la gioia di far musica insieme e viverla nel profondo.

Buona visione e buon ascolto!

mercoledì 30 ottobre 2013

Ottobre: quando il tramonto fa sognare

Sappiamo tutti quanto l'autunno sia la stagione dei tramonti più belli. 
Per un particolare fenomeno di rifrazione della luce, infatti, il cielo a volte si colora di tinte vivissime quasi fosse infuocato, offrendoci uno degli spettacoli più grandiosi che la natura ci possa regalare.

Ed è proprio di un tramonto che oggi desidero parlare, attraverso una delle più affascinanti creazioni di Claude Monet (1840 - 1926) intitolata "San Giorgio Maggiore al crepuscolo", olio su tela realizzato dall'artista nel 1908 durante un soggiorno a Venezia e conservato al National Museum of Wales di Cardiff. 
Si tratta di un'opera di straordinario splendore che figura - fra l'altro - tra i capolavori esposti alla mostra "Verso Monet" apertasi a Verona lo scorso 26 ottobre e dedicata alla rappresentazione del paesaggio dal Seicento in poi.

Il dipinto ci presenta una gemmazione di colori che sembra nascere dalla linea sfumata dell'orizzonte, dal tramonto che rifrange la sua luce in ogni direzione, illuminando la laguna e l'isola di San Giorgio. 
E' un fuoco che via via si schiarisce andando a confondersi col blu del cielo, mentre il riflesso dell'acqua ne irradia e moltiplica l'effetto avvicinandolo progressivamente al nostro sguardo. Un incendio di breve durata, come ogni tramonto, nel quale però l'artista ha colto l'istante di massimo splendore tanto che, più ci si addentra, più si ha l'impressione di venirne abbagliati e pervasi fino a scoprire di essere fatti solo di colore.

Ricordo una sensazione provata parecchi anni fa da una nave mentre, proprio nell'ora del crepuscolo, si staccava dalle coste della Grecia.
Avevo sentito parlare di località famose per i tramonti viola, ma farne esperienza era stato sorprendente. A un tratto, cielo, mare, costa, tutto per pochi attimi si era tinto di quella luce al punto che mi pareva di esservi immersa, di respirarla.
Ed è la stessa sensazione - almeno così a me sembra - che offre il dipinto di Monet, nonostante qui i colori siano più vari e più accesi.

Ma la maestria del pittore ci parla anche attraverso altri particolari come quel campanile che la laguna riflette e, col suo dondolìo, spezza in dolci armoniosi frammenti, segno della raffinatissima abilità con cui Monet ha sempre rappresentato l'acqua, evidente in questa come in numerose altre opere. 

Così pure, se la basilica di San Giorgio si staglia scura con contorni non nitidi e tuttavia ancora ben riconoscibili, nella parte destra del quadro invece l'ombra di alcune cupole emerge da un indistinto magma di colori, effetto che per certi versi ci rimanda a Turner, ma per altri prelude già all'astrattismo.
Ed è la pennellata larga, densa, quasi materica ad accentuare questa sensazione, insieme al colore inframmezzato da piccoli tocchi di bianco - tecnica usata anche dai divisionisti - perchè tutto si risolva in vibrazioni luminose.
Ma viene anche da pensare che nessun soggetto pittorico meglio di Venezia - col fascino della sua precarietà, col suo essere già per se stessa un miracolo di luce sospeso sull'acqua - possa adattarsi ad una rappresentazione impressionistica volta proprio a cogliere l'irrepetibile percezione di un attimo.

E a proposito di percezione, mi ha molto colpito sapere che, quando Monet ha dipinto quest'opera, già iniziava a soffrire di quella cataratta che gli sarebbe stata diagnosticata poco tempo dopo.
Non conosciamo in realtà fino a che punto il problema abbia influenzato davvero la sua visione. Recenti studi degli scienziati dell'università di Stanford ritengono che il suo impressionismo derivi proprio dalla visione sfocata dovuta al suo difetto di vista, mentre altri studiosi smentiscono categoricamente questa ipotesi. 

Ma se anche fosse, sarebbe mirabile l'effetto che la malattia avrebbe creato modificando la capacità visiva. E mi fa pensare a quanto le nostre fragilità, lungi dall'essere limiti tassativi e invalicabili, mutando la nostra percezione possano aprirla a nuovi spessori, nuove sensibilità, mostrando talora quel rovescio della tela rivelatore di più profonde e affascinanti trame.

Così, mi sembra bello affiancare a questo dipinto l'ascolto di un brano altrettanto denso di sfumature e di grande suggestione: il quarto movimento, "Larghetto", dalla "Serenata per archi in Mi maggiore op.22" di Antonin Dvorak (1841 - 1904).
Si tratta di un pezzo che amo molto per la sua capacità di evocare un'atmosfera di nostalgica malinconia come può essere quella del crepuscolo, e al tempo stesso per le sue intense e luminose aperture soprattutto là dove prevalgono le tonalità maggiori. 
Appassionato ed intimo il canto degli archi, e così pure dolcemente ritmata e sognante la melodia che ci accompagna.
E mi pare che le note ci aiutino ad addentrarci sia nella luce sfolgorante del dipinto, che in quegli sfumati dove la linea indistinta dell'orizzonte ci riporta al mistero e al fascino di Venezia come di ogni cosa creata.

Buon ascolto! 

mercoledì 23 ottobre 2013

Come un rivolo d'acqua

Passano i giorni, ma è mi impossibile non ritornare ancora una volta sulle note di Rachmaninov; del resto avevo già anticipato che ne avrei condiviso altri brani.

Così, oggi è la volta del "Preludio in sol diesis minore n.12 op.32", una creazione per pianoforte in cui, a cominciare dagli arpeggi iniziali, sembra che il compositore abbia tradotto la sua romantica vena di malinconia in una serie di mirabili giochi d'acqua. 
Il pezzo alterna infatti passaggi di grande impeto ad altri decisamente più dolci: note ora simili a un mare dalle onde travolgenti e impetuose, ora a un piccolo ruscello, a una cascatella di gocce melodiose, quasi un "rivo canoro" di pascoliana memoria.

Confesso che ho impiegato parecchio tempo a scegliere - tra le clip audio offerte da youtube - l'esecuzione a mio avviso più soddisfacente. 
Ascoltando musica, è frequente imbattersi in interpretazioni talora anche molto differenti. C'è quella più rigorosa e attenta alle varie indicazioni di dinamica, o più vicina alle intenzioni del compositore e capace di rispecchiare maggiormente il clima in cui il brano è nato; o quella che ne sviluppa ogni possibilità ritmica o melodica e via dicendo.
Ma.....qual è la migliore???

Il discorso è piuttosto delicato perchè ognuno dei criteri sopracitati è perfetto e imperfetto ad un tempo.
Tutti lo sappiamo e lo affermava anche il grande musicologo Roman Vlad: "la musica rinasce ad ogni interpretazione", tant'è vero che ogni replica di un concerto non è mai in tutto uguale alla precedente. Su di essa incidono infatti elementi che vanno dallo stato d'animo dell'esecutore, al luogo, alle caratteristiche degli strumenti usati, alla loro accordatura e via dicendo.
Ma importante anche il livello di empatia del pubblico perchè nel creare un'emozione, insieme all'anima dell'autore e a quella dell'interprete, non è meno significativo il cuore di chi ascolta mettendo in gioco la propria ricettività. 
Un incontro di anime dunque, in cui - soprattutto nelle esecuzioni live - una si riverbera, per così dire, sull'altra.
 
Allora, se il linguaggio musicale ci coinvolge così profondamente, il nucleo segreto della perfetta interpretazione sarà proprio dentro di noi che ascoltiamo, e sarà quello che, di momento in momento, corrisponderà più intensamente alla nostra pulsazione interiore.
La musica infatti sveglia in noi quella segreta armonia dalla quale ciascuno è intriso e che forse, solitamente, riusciamo a intuire solo a tratti, per sprazzi di luce, quasi fosse un lontano ricordo. E - come accade per ogni forma d'arte - essa evoca sentimenti e percezioni che talora abbiamo dentro ancora indistinti e ai quali le note, come onde che affiorano dalla profondità di un mare segreto, consentono di emergere dando loro forma e facendoli essere. 

Tutto questo discorsino per dire che, nella mia scelta del preludio di Rachmaninov, tra le tante interpretazioni di svariati pianisti di più celebrata fama (Horowitz, Lisitsa, Ashkenazy...), ho preferito quella del russo Boris Berezovsky - che, a dire il vero, non conoscevo - con la quale mi sono sentita in particolare sintonia.
Non è solo la perizia tecnica infatti o la sonorità degli arpeggi a colpirmi, ma la morbidezza di tocco, la particolare fluidità che conferisce al pezzo diverse sfumature di colore creando la suggestione di un sottofondo di acqua che scorre.
E trovo affascinante soprattutto la parte finale perchè qui - a differenza di altri interpreti - il pianista smussa qualunque angolosità del testo musicale imprimendo alla melodia un ritmo interrotto da lievissime pause, un dolce e quasi impercettibile rallentare simile a una timida carezza o a un passo che, a tratti, si faccia più esitante e poi riprenda. 
O simile a un rivolo d'acqua nel quale sentiamo il canto delle singole gocce, una per una, con misura e delicatezza infinita.

Buon ascolto!

La musica rinasce ad ogni interpretazione, è una epifania perpetua in cui assume un ruolo fondamentale la capacità di interpretazione del testo musicale. - See more at: http://tao.oato.it/esperienza/95-linterpretazione-e-lemozione#sthash.STwhCZUD.dpuf
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La musica rinasce ad ogni interpretazione, è una epifania perpetua in cui assume un ruolo fondamentale la capacità di interpretazione del testo musicale. - See more at: http://tao.oato.it/esperienza/95-linterpretazione-e-lemozione#sthash.STwhCZUD.dpufBuon ascolto!   
La musica rinasce ad ogni interpretazione, è una epifania perpetua in cui assume un ruolo fondamentale la capacità di interpretazione del testo musicale. - See more at: http://tao.oato.it/esperienza/95-linterpretazione-e-lemozione#sthash.STwhCZUD.dpuf

martedì 15 ottobre 2013

Emozioni

"Entrano grandi. 
 Escono immortali." 
Così recita il manifesto che nei giorni scorsi pubblicizzava la stagione 2013/2014 del Teatro alla Scala di Milano e penso che non ci siano parole più vere e appropriate per descrivere la parabola artistica ed esistenziale di chi l'ha reso così celebre.

E' stata infatti la sensazione di entrare in contatto con una grandezza che non muore quella che ho provato giovedì 10 ottobre, quando il teatro ha aperto i suoi battenti a chiunque volesse visitarlo. Una splendida occasione che mi ha consentito di accedervi liberamente in coincidenza col bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi (1813 - 1901) e all'interno del complesso di celebrazioni verdiane di questo periodo.

Ho vissuto così un momento di profonda emozione, in un luogo capace di toccare il cuore di ogni persona superando tempi e mode, perchè più che mai abitato dall'anima di chi lo ha reso grande.
Un luogo che ha assorbito l'incanto della musica a tal punto che la passione di chi le ha dato vita sembra esservisi materializzata per magìa.
Questo è ciò che ho percepito aggirandomi prima nel foyer, poi affacciandomi dai vari palchi a contemplare lo spettacolo del teatro stesso, a scattare furtivamente una foto (ma rigorosamente senza flash!), mentre dallo schermo allestito nel ridotto si diffondevano immagini e note delle più prestigiose esecuzioni della Messa da Requiem di Verdi.

Certo, alla Scala ero già stata in altre occasioni e assistere ad un'opera o ad un concerto è un'esperienza indubbiamente più ricca che consente di vivere in pienezza tutto il fascino del teatro.
La prima volta ero andata con la scuola a vedere il "Faust" di Gounod. 
Avevo sedici anni, l'abitino elegante delle grandi occasioni e gli occhi sgranati dalla sorpresa mentre, da un palco vicino all'orchestra, seguivo la direzione appassionata di Georges Pretre e un'incantevole Mirella Freni nel ruolo di Margherita.
Ma anche giovedì scorso - nonostante l'ambiente non mi fosse nuovo - non riuscivo a non provare stupore in mezzo a tanta altra gente, tanti altri volti sui quali leggevo riflessa la mia stessa gioia.
Era l'emozione di potersi aggirare tra i palchi come tra le stanze di casa propria, di riconoscere all'interno del museo i ritratti di musicisti e interpreti - Verdi, Donizetti, Puccini e poi Toscanini, la Callas, la Tebaldi.... - come fossero immagini di famiglia, di parenti neppure troppo lontani ai quali la musica ci aveva legato in modo indissolubile rendendoli ormai nostri. 

O forse ero io che non riuscivo a non sorridere, tanto mi sentivo ricolmata di commozione osservando ogni oggetto e ogni arredo cui mi pareva che la musica avesse conferito una sorta di sacralità. Dall'antica spinetta che porta dipinta la scritta ammonitrice: "Indocta manus, noli me tangere!" al pianoforte di Liszt o ai dipinti che celebrano Giuseppe Verdi, colui che - come scrisse mirabilmente il D'Annunzio - "pianse ed amò per tutti".

E di Verdi, appunto, desidero condividere qui un brano della "Messa da Requiem" : il potentissimo "Rex tremendae majestatis", in un allestimento che vede sul palcoscenico dei protagonisti d'eccezione proprio dal Teatro alla Scala.
E se essa è un luogo il cui solo nome è una consacrazione di grandezza per gli artisti che vi sono entrati e per coloro che ancora vi entreranno, a sua volta è divenuta grande proprio grazie ad essi e a quanti nel tempo hanno offerto e offrono al mondo un contributo di appassionato amore per la musica.
Un amore capace di regalarci anche in una battuta di poche note lo splendore dell'universo intero.
Un amore che si trasmette come un vivissimo DNA, da anima a anima, a tutti noi.

Buon ascolto! 

mercoledì 9 ottobre 2013

Sconfinati orizzonti


Musicalmente parlando, non faccio quasi mai programmi precisi nell'accostarmi ai vari compositori, nè procedo con particolare ordine o sistematicità nelle mie scelte, ma seguo un po' la mia passione o le circostanze del momento come penso sia per tanti di noi. 
Ci sono periodi in cui viviamo dello splendore di un brano sentito magari per caso, che ci ha catturato con la sua suggestione, e può capitare che ci si svegli al mattino con dentro quella musica che ci accompagnerà per l'intera giornata. 
Ma possono essere anche ricordi, eventi o luoghi ad evocare una melodia dalla quale poi non riusciremo a staccarci e che s'intreccerà saldamente al nostro cuore e ai nostri pensieri fino a sovrastarli.  

Nei mesi scorsi, per me è stato il turno di Rachmaninov: prima i concerti per pianoforte - il terzo in particolare - poi alcuni preludi, la splendida elegia in mi bemolle minore e altro ancora che posterò prossimamente.
Ma negli ultimi giorni sono passata a Philip Glass che, dopo avermi suscitato qualche iniziale perplessità, ora mi sta affascinando non poco.
Sono sempre i ripetuti ascolti che mi aiutano a scoprire la bellezza di un autore e ciò mi sta accadendo in modo particolare anche per questo compositore statunitense, classe 1937, del quale ho già pubblicato tempo fa "Morning passages" che potete ritrovare qui

Così di Glass oggi vi propongo "The Hours", sempre dalla colonna sonora del film omonimo. 
Si tratta di un brano denso di ombre angosciose che non solo si addice bene all'argomento fortemente drammatico della pellicola, ma che - come ogni creazione scaturita dal profondo - si libera poi dal contesto per cui è nato brillando di luce propria e conducendo l'ascoltatore verso atmosfere ricche di svariate suggestioni.

E' un filo di costante inquietudine quello che percorre il pezzo fin dalle prime battute, ma sono le continue ripetizioni sia degli accordi che degli arpeggi a costituirne l'ossatura. E se le prime volte - lo confesso - mi erano parse eccessive, ora sono proprio quelle che m'innamorano perchè si fanno interpreti di un clima e del sapore di una contemporaneità nella quale il compositore s'inoltra in modo sempre più intenso e vibrante. 
Gli accenti delicati ma via via più drammatici e martellanti del pianoforte sono infatti accompagnati dall'orchestra che ne sottolinea per così dire il respiro, segnandone il ritmo ansioso in un'atmosfera di crescente sospensione.
  
Splendido anche il video del quale ringrazio l'autore che l'ha condiviso su youtube: immagini di vita in un suggestivo ed efficacissimo bianco e nero che mi pare si accordino in maniera straordinaria al tono della musica mettendone in rilievo l'attualità.
Squarci di solitudine metropolitana, scatti di quotidianità che si fanno poesia ora nell'ombra cupa di un tunnel, ora nel grigiore del cielo o di un'autostrada, e poi danze, baci, sguardi, musica. Ma anche paesaggi aperti, orizzonti sconfinati, nebbie, attese e il mare, aperto e infinito, tema ricorrente del video così come tema ricorrente del brano è il ripetuto e talora ombroso arpeggiare.
Glass sembra infatti addentrarsi con onde sempre più profonde e inquiete proprio nella solitudine dell'uomo contemporaneo e farla propria con le sue note che si caricano di progressivo sgomento. 
Così, dai bassi intensamente marcati della seconda parte del pezzo ai passaggi più leggeri del pianoforte soffusi di malinconica dolcezza, ci apre a prospettive nuove, segnate talora da un ansito angoscioso verso l'ignoto, talaltra da luminose percezioni d'infinito.
E se ci lasciamo raggiungere da questa musica che sembra fondere splendore e dramma, ci ritroviamo ad essere tutti viandanti in attesa, davanti allo spessore sconfinato e misterioso del tempo.

Buona visione e buon ascolto! 
(nel riquadro, "La partenza del poeta" di Giorgio De Chirico)

sabato 28 settembre 2013

Settembre: dolci aperture di paesaggio.

Trasfigurazione (particolare) - Museo nazionale di Capodimonte, Napoli
E' sempre ricco di fascino il mese di settembre: ci offre infatti cieli e panorami che, dopo la sfolgorante luce estiva, si ammantano di dorata morbidezza. 
E insieme al sole ancora tiepido, le prime brume del mattino - almeno qui in pianura - mostrano una campagna che sfuma all'orizzonte e presto si accenderà della calda intensità dell'autunno. 

Amo molto queste atmosfere e forse è il motivo per cui mi hanno sempre affascinato quei pittori del Rinascimento che hanno dato largo spazio alla raffigurazione del paesaggio, delineandolo in forme morbide e talora lievemente sfumate che ricordano un po' la natura delle stagioni intermedie.
Pala di Pesaro (particolare) - Musei civici, Pesaro
A partire dal Cinquecento infatti, dai più piccoli scorci ai panorami che fanno da sfondo a Madonne e Santi o ad altre figure, il paesaggio ha assunto un'importanza sempre maggiore fino a diventare soggetto autonomo di una rappresentazione, come ha esemplificato anche la mostra dello scorso anno a Milano dedicata a "Tiziano e la nascita del paesaggio moderno".


Madonna col Bambino - Galleria Borghese, Roma
Particolare
Tuttavia è su di un grande artista rinascimentale di alcuni decenni precedente a Tiziano che oggi desidero soffermarmi.
Si tratta di Giovanni Bellini (1433 - 1516), squisito pittore veneziano le cui opere mi sembrano mettere in luce con particolare chiarezza il passaggio graduale verso un modo di raffigurare la natura più ricco e più ampio rispetto al passato.

Madonna degli Alberetti - Galleria dell'Accademia, Venezia

Ricordiamo tutti le sue numerose rappresentazioni di Madonne col Bambino.
Se in un primo tempo ad inquadrarle era la cornice architettonica di un trono o dell'abside di una chiesa, poi era stata la natura a far capolino ai lati della Vergine, magari solo con un albero, un praticello o un lieve disegno di montagne sullo sfondo, mentre il trono era stato sostituito da un panno verde che conferiva alla composizione maggiore leggerezza.
Ma in seguito, Bellini ha progressivamente eliminato ogni diaframma tra le figure e il paesaggio retrostante, per mostrarci i vari personaggi immersi in vasti panorami di colline verdeggianti, castelli, cieli dalle prospettive profonde e variegati di nuvole, ora animati dalla fresca luce del mattino, ora dai caldi toni del tramonto.
Madonna col Bambino benedicente - Pinacoteca di Brera, Milano
Luoghi dove lo sguardo spazia liberamente scoprendo una natura amena e riposante, una campagna disseminata di pievi e paesetti affondati tra le colline o prospettive urbane ben costruite e ordinate.
Un contesto decisamente realistico e al tempo stesso uno spazio in cui le varie figure si fondono con l'ambiente circostante in un clima di dolcezza che non può non incantare anche noi spettatori di oggi.
Trasfigurazione - Museo nazionale di Capodimonte, Napoli
Osserviamo, per esempio, la morbidezza quasi vellutata del prato su cui poggiano i personaggi nella "Trasfigurazione" o le differenti tonalità di verde messe in luce dalla foto del particolare. 
Così pure, la libertà con cui le figure si dispongono nello spazio e l'attenzione ai volumi evidente dal disegno dei corpi e dei panneggi, ci dicono quanto l'artista abbia superato la lezione di alcuni suoi contemporanei - per esempio il Mantegna a cui tra l'altro lo univa un legame di parentela - per cogliere tutte le novità della sua epoca.
Sacra conversazione Giovanelli - Galleria dell'Accademia, Venezia
Ma è principalmente l'uso del colore e della luce a rivelare la matrice veneziana del Bellini che anticipa quella che sarà la pittura tonale da Giorgione in poi.
Bellissimo, a tale proposito, il particolare della "Sacra conversazione Giovanelli" riportato qui di seguito: uno scorcio paesaggistico di puro splendore per il raffinato accostamento di colori e il senso spaziale che, in pochi tratti, ci conduce lontano, dietro quelle collinette scure dallo stile quasi naif e verso quelle nuvole modernissime che forse sarebbero piaciute anche a Constable. 

Sacra conversazione Giovanelli (particolare)
E a commento di queste immagini, un brano di Franz Joseph Haydn (1732 - 1809) che, a mio avviso, si armonizza con la loro particolare dolcezza.
Si tratta dell'Adagio dal "Quartetto op.2 n.2" composto per archi nella tonalità di mi maggiore e qui riportato in una trascrizione per archi e chitarra solita che, francamente, trovo quasi più affascinante dell'originale. 
Mi pare infatti che lo strumento solista conferisca al pezzo un più profondo spessore esaltandone la soavità, sia nei passaggi più sereni che in quelli soffusi di malinconia.
E la melodia principale - un'aria che ricorre anche in altre opere di Haydn - con i suoi toni pacati sembra fondersi con lo splendore dei temi e dei personaggi che i dipinti raffigurano. Ci accompagna così in una dolcissima contemplazione ora delle luminose aperture di paesaggio, ora del silenzio sempre assorto di Maria.

Buon ascolto!
(mi scuso per la qualità poco nitida dell'audio)