giovedì 27 dicembre 2012

Dicembre: sguardi di stupore.

Natale è passato da poco, ma desidero soffermarmi di nuovo su di un'immagine natalizia che - al di là delle feste e delle consuete luminarie di questo periodo - riconduca ad un clima di silenzio e di stupore.

Così, per l'angoletto di arte figurativa del mese di dicembre, ho scelto ancora una volta una riproduzione del trecentesco Maestro di Tolentino - o, secondo la critica più recente, Pietro da Rimini - come avevo fatto il giorno di Natale.

Si tratta dell' "Annunzio ai pastori", tratto sempre dagli affreschi del Cappellone del Santuario di San Nicola a Tolentino. Purtroppo, non dispongo di una foto che rappresenti la scena nella sua totalità perchè alcune parti del ciclo compositivo sono andate perdute e devo accontentarmi di particolari. Tuttavia sono dettagli suggestivi.
Lo scorso anno, dallo stesso ciclo ho pubblicato la tenerissima immagine di Gesù Bambino che sta per fare il bagnetto (vedi post intitolato "Vicinanza"). Ora invece, dopo aver riportato gli angeli della Natività, mi piace focalizzare l'attenzione sui pastori.
Sì, sono sguardi di stupore quelli dei due pastori che levano gli occhi al cielo.
Guardano entrambi in alto, probabilmente all'angelo che li ha svegliati con la sua luce, ma lo stupore si disegna diversamente sui due volti. Più schietto ed esplicito nel viso di quello biondo e più giovane che manifesta anche col gesto della mano la propria sorpresa; ma non meno vero in quello bruno e più maturo, nel quale l'intensità dello sguardo e il gesto trattenuto delle mani che appena s'intravvedono, esprimono una commozione più intima e forse ancora più profonda.
Due figure diverse: l'una estroversa e vivace, colta in un subitaneo moto di sorpresa (o di spavento?...), l'altra più composta e pacata, ma entrambe di grande efficacia espressiva. Facendo un salto narrativo - e con un po' di fantasia - quasi un Giovanni e Pietro la mattina della resurrezione, anch'essi diversi per temperamento, età e modo di accostarsi all'evento.

I tratti degli occhi, il fondo blu, la monumentalità dei corpi, la semplicità dell'ambientazione ricordano da vicino lo stile di Giotto per l'essenzialità ricca di spessore e l'immediatezza narrativa tipica della sua pittura.  
E tuttavia trovo che qui, nell'indagare i due volti, ci sia una ricerca espressiva che va quasi al di là della sintesi giottesca.
Sembra infatti che un muto dialogo s'intrecci tra quegli sguardi e gli angeli che non vediamo, e sia proprio la partecipazione emotiva che leggiamo in viso alle due figure a completare la bellezza dell'evento, coinvolgendo anche noi che forse un po' ci riconosciamo in questi pastori, presi dalla loro stessa meraviglia.
Ed è quello stupore che rende sacro il luogo in cui ci si trova: la magnificenza di una cattedrale come la povertà di una capanna, la poesia di un'accurata celebrazione liturgica come la prosa di una giornata di ordinaria quotidianità.

Perciò, mi sembra bello commentare queste immagini con un famoso e suggestivo brano del compositore austriaco Anton Bruckner (1824 - 1896). 
Si tratta del mottetto "Locus iste", per coro a quattro voci miste, scritto nel 1869 per la
dedicazione della cappella votiva della Cattedrale di Linz .

La melodia, soffusa di dolcezza e intensità, ci restituisce qua e là echi mozartiani dell'Ave verum, ma al tempo stesso nelle battute iniziali ci regala aperture di sapore wagneriano che mi ricordano l'Ouverture del Tannhauser. 
Il testo è quello del graduale cantato ordinariamente nelle celebrazioni per la dedicazione delle chiese, e recita così: 
"Locus iste a Deo factus est, inaestimabile sacramentum, irreprehensibilis est".
E il Maestro di Tolentino ci racconta che, nel segno dello stupore, questo luogo può essere ovunque. 

Buon ascolto!

martedì 25 dicembre 2012

Angeli di Natale

A tutti voi 
che passate 
di qui

BUON  NATALE
  
nella luminosa armonia 
delle note!!!
                                                                                                      
Maestro di Tolentino - "Natività" (particolare).
Santuario di S.Nicola - Tolentino.

Johann Sebastian Bach : "In dulci jubilo" BWV 729.                                                                                                                   

sabato 22 dicembre 2012

Verso Natale

Mi ha sempre affascinato nell'arte medioevale sia romanica che gotica, quella nutrita serie di simboli di cui essa è intessuta, segno che i costruttori del passato - come spesso anche oggi i contemporanei - non lasciavano nulla al caso, assegnando ad ogni modulo compositivo un suo preciso significato soprattutto se si trattava di edifici religiosi.

Dalla posizione del fonte battesimale ad un quadriportico, da un matroneo a una cripta o alle decorazioni di un capitello, ogni parte della chiesa aveva una sua ragion d'essere che non nasceva solo dalla fantasia e dal gusto dell'architetto o scultore, ma anche da ciò che quella parte doveva significare nell'insieme della costruzione. Come gli affreschi che narravano la storia sacra erano infatti la cosiddetta "Bibbia dei poveri", così era anche per architettura e scultura: dovevano parlare.

Nel gotico per esempio, esprimono leggerezza e tensione verso l'infinito i ritmi ascensionali, le vetrate che sostituiscono la muratura continua con il loro caleidoscopio di colori, ma anche le mille decorazioni che hanno arricchito soprattutto le grandi cattedrali, facendo letteralmente fiorire la pietra.

Tra queste, i rosoni hanno spesso attirato la mia attenzione sia per la loro bellezza che per il loro significato simbolico. 
Al di là della stilizzazione del fiore - la rosa - con i suoi petali e della forma circolare che può richiamare il sole nei suoi molteplici aspetti vitali, l'immagine mi colpisce anche per un altro motivo.
Se pure non è così in tutti gli edifici, tuttavia in molti casi il rosone si trova inscritto in una cornice quadrata, come nella foto in alto che riporta quello del famosissimo Duomo di Orvieto, opera dell'Orcagna che risale alla seconda metà del Trecento. Qui infatti il cerchio, simbolo dell'infinito, è inserito in un quadrato, simbolo del finito, come a dire che il tempo di Dio si inscrive in quello dell'uomo, il divino entra nell'umano, il celeste nel terrestre, la perfezione nel limite; come a significare il mistero dell'Incarnazione, la Bellezza che s'innesta ed esplode all'interno della nostra storia di tutti i giorni. 

Mi sembra interessante ricordarlo proprio ora che ci avviciniamo al Natale perchè è bello sapere che, in tante opere d'arte del passato - e non solo - siamo circondati da segni e geometrie non casuali, ma ricche di rimandi a una dimensione più alta. Ed insieme è scoprire come linee e forme, volumi e superfici modellati dagli artisti ci accompagnano col loro affascinante linguaggio, quasi anche dalle pietre s'innalzi una lode colma di stupore per il mistero che si compie. 

Così, mi piace commentare quest'immagine con una famosa melodia che celebra il Natale. Si tratta di "Balulalow", canto di antica tradizione scozzese su testo dei fratelli Wedderburn, ripreso da Benjamin Britten (1913 - 1976) all'interno della composizione "A Ceremony of Carols op.28", per coro e arpa in dodici movimenti. "Balulalow" ne costituisce il quinto, una dolce ninna-nanna per il Bambino Gesù, al quale - come dice il testo - l'uomo prepara una culla nella propria anima. 
Un po' come quel quadrato che con il proprio limite e la propria finitudine incornicia il movimento infinito del cerchio, quasi a custodirne la perfezione e il prezioso splendore.

Buon ascolto !

lunedì 17 dicembre 2012

Dedicato al mio computer

  Credo che il mio computer sia vivo.
Lo penso da quando ha iniziato ad avere comportamenti e soprattutto emozioni tipiche degli umani.
Cercherò di spiegarmi, ma prima devo fare un passo indietro. Bisogna sapere che il mio computer è con me ormai da anni e quindi il tempo e l'assiduità hanno creato tra noi una vicinanza non da poco.
Non so se vi è mai capitato di parlare agli oggetti, soprattutto quelli che avete in casa da parecchio: a me succede....e spesso mi sono accorta che con le cose che abitano con noi e silenziosamente ci guardano, scatta una familiarità che ce le rende vicine e....sì, proprio vive!

Dunque, dicevo: il mio computer è invecchiato e - come gli umani - sta diventando lento, talora di una lentezza esasperante. 
A volte serve incoraggiarlo, altre volte no perchè, con l'età, è diventato anche un po' permaloso e devo stare attenta a misurare le parole. E poi si emoziona facilmente, basta un clic di troppo ed è finita.

Se per esempio viene un'amica che non conosce a vedere delle foto o altro, lui che aveva funzionato fino a pochi minuti prima, che fa?...Mi fa il timido! Improvvisamente si blocca e non va più nè avanti nè indietro. 
Allora devo blandirlo un po' ("Dai... non emozionarti! E' un'amica, non un'estranea...") o cercare di farlo ragionare ("Guarda che lei non ha il computer, è qui per imparare e se fai così non si deciderà mai a comprarne uno..."), finchè non gli sibilo tra i denti ("...e non farmi fare brutta figura!!!").
Se poi cerco di giustificarmi con gli altri con qualche battuta dicendo che il mio computer è "assiro-babilonese", lui ha anche il coraggio di offendersi e rispondere per le rime: emette un suonino, un "plin" di tono quasi beffardo come a dire "Sì...perchè tu invece...!!!"
E per di più ha i suoi gusti: se carico una foto che gli piace, lo fa in un batter d'occhio senza protestare, ma se per caso l'immagine non è di suo gradimento....non ci sono santi e devo per forza sceglierne un'altra. 

Capitano però certe mattine - rare per la verità - in cui diventa obbediente, remissivo e pure incredibilmente veloce; va come una lippa e allora mi viene il dubbio che abbia qualcosa da farsi perdonare.... 
Insomma, baruffe da vecchi amici come nelle migliori famiglie, insieme a difetti di carattere che si sono accentuati con l'età...la sua!

Il guaio però è che ora lo dovrò cambiare perchè la situazione è diventata proprio insostenibile, ma - per quanto desideri avere in mano uno strumento aggiornato e veloce - mi spiace davvero lasciare un compagno di lavoro col quale dialogo da anni, testimone di tanti miei scritti a cominciare da questo blog! 
Col tempo, mi ci sono affezionata più di quanto non sembri: in fondo - se si eccettua quest'ultimo periodo in cui è diventato un po' bisbetico - ha svolto il suo servizio egregiamente e tra noi è nata quella familiarità tipica degli amici di vecchia data che possono dirsi liberamente di tutto, ma il giorno dopo sono ancora lì, insieme. E del resto, anche lui ha dovuto sopportare la mia impazienza o le mie giornate di luna storta.

Allora, per ringraziarlo delle tante ore di lavoro in cui mi è stato accanto - anzi no, davanti! - oggi voglio rendergli omaggio con il brano di musica che segue. 
Si tratta dell' Ouverture dell'opera "Il signor Bruschino" di Gioacchino Rossini, vivacissima e singolare sinfonia, resa famosa soprattutto dai battiti degli archetti sui leggii da parte dei secondi violini, bizzarro particolare che si ripete alcune volte nel corso del pezzo. Al di là del tono giocoso della composizione rossiniana, mi risulta che battere gli archetti sui leggii da parte degli orchestrali sia anche un modo per manifestare il proprio consenso verso la bravura del direttore o del solista.
Bene: allora, nel momento in cui sta per andare in pensione, in segno di affettuoso apprezzamento per il lavoro svolto, desidero dedicare al mio computer questa Ouverture scintillante e festosa, movimentata e sorprendente fino al fragoroso - e meritatissimo - applauso finale!

Buon ascolto!

martedì 11 dicembre 2012

La lezione di Annette

Come per il passato, ho seguito anche quest'anno le varie cronache musicali e mondane che hanno accompagnato la "prima" della Scala, insieme alla diretta dell'evento trasmessa su Rai 5. 

Mi ha sempre destato meraviglia il grande impegno di lavoro, di mezzi e di cultura che si rende necessario per offrire al pubblico del teatro milanese prima di tutto - e poi al mondo intero - uno spettacolo che raggiunga livelli di eccellenza. E ogni volta ne resto ammirata. 
Così è stato anche nei giorni scorsi quando - come si sa - è andato in scena il "Lohengrin" di Wagner. 
Lascio agli esperti i giudizi in merito alla direzione orchestrale del Maestro Barenboim e alla qualità della regia con le discusse novità sull'ambientazione della vicenda. Ciò che mi ha più colpito e su cui vorrei soffermarmi invece è la splendida performance della soprano Annette Dasch che ha cantato nel ruolo di Elsa.

Al di là delle sue apprezzabili doti vocali e delle capacità interpretative, ciò che quest'artista mi ha lasciato è il senso di un'assoluta professionalità, fatta di competenza e passione, di grinta e coraggio.
Occorre infatti un altissimo livello di preparazione e una convinzione non da poco in ciò che si fa per accettare un impegno così importante e improvviso - sostituire all'ultimo minuto la protagonista alla "prima" della Scala! - ritagliandosi il tempo tra altre scadenze professionali e il dolcissimo ruolo di mamma.  
Ed è stato un tempo magico, vissuto con consapevolezza e rigore, ma anche con notevole freschezza e semplicità, quella dei grandi. Quella che ha permesso ad Annette di lanciarsi in quest'avventura superando con determinazione le titubanze che forse avrà avuto prima di una simile prova. 
La stessa semplicità che, durante l'applauso finale, ho letto nel suo sorriso un po' stupito di tutto quel calore, della pioggia di fiori dai palchi in quella cornice così unica; e che le ha permesso di rinunziare alla rituale cena di gala dopo lo spettacolo - palcoscenico squisitamente mondano - perchè altre priorità urgevano.

Bella la foto che la ritrae già in partenza, con la bimba di pochi mesi in braccio, smessi gli abiti di scena e tornata subito alla quotidianità: una donna alle prese col suo lavoro e il suo ruolo di mamma, capace di incantare il pubblico con la propria bravura, ma anche di scendere da quel piedistallo che, in una sola serata, l'ha "promossa a superstar della lirica" - come si legge sul Corriere della Sera di qualche giono fa - e riprendere i propri impegni già programmati.
Una lezione di professionalità e insieme di classe e bellezza, perchè è bella la ricchezza che Annette ci ha regalato non solo in termini musicali, ma anche professionali e umani. 

Allora, mi piace risentirla in una performance che la vede interprete non di Wagner stavolta, ma di Franz Joseph Haydn, in un famoso brano dall'oratorio "La Creazione". Il testo dell'opera - che si rifa al racconto biblico della "Genesi" e al "Paradiso perduto" di Milton - si riferisce in questo pezzo alla creazione di erbe, piante, fiori e foreste. E nel descriverne la nascita, a un certo punto dice:  

"Qui germoglia l'erba che risana le ferite".

Ecco, mi sembra proprio che queste parole si possano applicare anche alla Musica e alla vita di tutti coloro che ad essa si dedicano con professionalità e passione. 

Buon ascolto! 

giovedì 6 dicembre 2012

Andantino grazioso


Mi hanno sempre colpito, in cima agli spartiti dei brani musicali, le diverse espressioni poste ad indicare l'andamento e la velocità di un pezzo: brevi didascalie all'inizio dei vari movimenti, quasi sempre in italiano -  lingua della musica per eccellenza - che suonano come Allegro, Andante, Adagio, Largo, Vivace, Grave...e via dicendo.

Ma ad attirare la mia attenzione non è stato solo l'uso di questi termini ricorrenti e - se vogliamo - un po' generici, bensì la varietà con cui tali termini vengono precisati e declinati di volta in volta con diminutivi, vezzeggiativi, superlativi, o con l'aggiunta di espressioni volte a illustrare il carattere e in definitiva lo stile del brano. 
Per fare qualche esempio, troviamo Prestissimo, Vivacissimo, Allegretto, Adagietto (e come non ricordare quello della Quinta Sinfonia di Mahler?!....),   Andantino, Andantino rubato, Andantino grazioso e così via.
Un Allegro può essere maestoso, ma anche agitato; giocoso, ma anche risoluto; con fuoco oppure con spirito. Così pure, esiste l'Andante spianato, cantabile, con moto, ma anche l' Andante scolpito (avete presente la Fuga n.20 dal II libro del "Clavicembalo ben temperato" di Bach?....quella!) e spesso si arriva a precisazioni espressive come Arioso, Scorrevole, Sognante, Appassionato e via dicendo
Per non parlare poi di certe notazioni più ampie come l' "Assez doux, mais d'une sonorité large" sullo spartito della famosissima "Pavane pour une Infante défunte" di Ravel.

Se prima rilevavo una certa genericità, qui al contrario devo riconoscere che la fantasia dei compositori si è sbrigliata in una miriade di sfumature una più sottile dell'altra, che vanno a cogliere e individuare colori e ritmi di un brano, prescrivendo sì il tempo e il modo di esecuzione, ma lasciando forse anche una certa libertà interpretativa a chi lo suona. Lo dico perchè certe bellissime espressioni che inducono talora a sognare, mi sembrano una sorta di "poetica del vago e dell'indefinito" di leopardiana memoria e in questo, a mio avviso, sta il loro fascino.

Non sono sempre così nette, infatti, le differenze tra un Andante, un Andante moderato e un Andantino; o un Adagio, un Largo e un Larghetto: dipende dall'epoca del brano, dall'autore e dal contesto musicale. Ma qui sta il bello. 
Cosi pure, suonare un pezzo con l'indicazione Carezzevole oppure Con sentimento lascia spazi aperti alla sensibilità di chi lo esegue perchè non si tratta solo di rispettare un tempo e una certa quantità di battiti del metronomo, ma di ricreare uno stile, un'atmosfera. 
E qui il discorso si fa certamente più complesso, perchè entra nel vivo del rapporto autore-esecutore che si gioca tra la necessità di essere fedeli al testo musicale, e l'inevitabile coinvolgimento personale di chi suona seguendo il tocco delle proprie mani, ma soprattutto la percezione del proprio cuore. Tant'è vero che, a volte, anche le esecuzioni del compositore stesso non sono identiche tra loro e ognuna di esse è vita che ricrea la vita. 

Ma - dicevo - il bello sta proprio in questo, perchè è dal cuore che tutte le notazioni citate partono e insieme ad esso pulsano: sono tempi, ritmi, stili che nascono dall'anima e ad essa ritornano dopo aver abbracciato anche quella dell'ascoltatore. 
Notazioni che creano un clima, che sono uno sguardo sul mondo, capriccioso o sereno, calmo o appassionato, tenero o impetuoso come il vento del mattino, come un passo di danza, come un'attitudine verso la vita. Semplicemente.

E allora, a commento di queste considerazioni, dal "Concerto per pianoforte e orchestra in la minore op.54" di Robert Schumann (1810 - 1856), propongo il secondo movimento indicato come "Intermezzo: andantino grazioso", con un diminutivo e un aggettivo che ne sottolineano tutta la delicatezza iniziale.
Il brano si apre infatti con accenti di straordinaria leggerezza, quasi le note accennassero un lievissimo passo di danza, mentre la melodia si fa poi più struggente e - sia nella parte orchestrale che nella voce dello strumento solista - va acquistando toni di più romantica intensità.

Buon ascolto!

giovedì 29 novembre 2012

Novembre: vivere dentro.

Anche novembre è ormai finito, tra piogge e nebbie - almeno qui in pianura - e qualche spera di sole. Un mese per certi aspetti pieno di fascino, ma per altri opprimente: mi fa tristezza  infatti al mattino aprire la finestra e non vedere il cielo, l'orizzonte che si staglia nitido, fosse anche nel vento impetuoso che precede il temporale. 

Ma c'è un tempo per ogni cosa, come ci insegna la saggezza delle stagioni coi loro colori, i frutti e l'aria dal soffio sempre nuovo; come ci mostra la natura che, nel periodo autunnale, inizia a chiudersi e a vivere dentro, covando nel segreto della terra quei semi che, al momento giusto, fioriranno.
E il digradare di novembre verso il buio, con giornate che si accorciano e fanno apprezzare la tranquillità, induce anche a lasciare maggiore spazio ai pensieri e a ciò che l'interiorità suggerisce, magari nella solitudine di un angolo appartato.

Sarà per questo che - nei miei vagabondaggi musicali su youtube - a catturarmi oggi è stata l'immagine posta come copertina di una clip audio della quale ringrazio chi l'ha caricata  anche per il bel collegamento tra musica e pittura che propone. 

Si tratta di un dipinto di Rembrandt van Rijn (1606 - 1669), "Il filosofo in meditazione", conservato a Parigi al Louvre.
E' un'opera di grande fascino per i colori caldi e scuri che costituiscono il tessuto pittorico e che - nonostante i contrasti tra ombre e luci - si fondono mirabilmente tra loro tanto che figure e oggetti sembrano emergere da un impasto di tinte e prendere forma ora accarezzati dalla luce, ora affiorando dal buio.

Ci troviamo in un interno, un ampio ambiente segnato e quasi diviso in due dal movimento della scala a chiocciola con le sue linee curve, nel quale si alternano chiazze luminose a spazi d'intensa penombra, sia ai lati che nel vano superiore dove la scala conduce.
E' frequente in Rembrandt questo gioco luministico sull'oscurità degli sfondi,  comune peraltro a molti pittori del Seicento olandese ma anche italiano, e  viene subito in mente Caravaggio. Tuttavia, mentre in quest'ultimo i contrasti tra buio e luce risultano più netti e conferiscono ai dipinti un senso di drammaticità, qui mi pare che contorni, colori e figure siano più sfumati e si fondano in una sorta di tenda protettiva, di caldo intimo rifugio che inquadra il protagonista della rappresentazione.

E com'è raffigurato il filosofo in meditazione? 
E' un vecchio dalla barba bianca, le mani pacatamente intrecciate in grembo, il capo leggermente chino di chi volge lo sguardo non intorno ma dentro di sè, in un atteggiamento di calma contemplativa. Un fiotto d'intensa luce dorata piove su di lui dalla grande finestra a lato, facendo affiorare dal buio oggetti e particolari, senza tuttavia riuscire a raggiungere tutto lo spazio circostante che resta avvolto dall'oscurità.

Ma è proprio questo spazio, vasto, imponente più delle figure stesse, a parlarci quasi più di esse: dalla scala a chiocciola che sembra rappresentare una salita nell'ombra - o una discesa nel profondo - fino ai tocchi di pennello, talora solo guizzi di luce nel buio, come nel particolare della figura che attizza il fuoco. 
Sfumature di colore che sono sfumature dell'anima e ci guidano in un percorso verso l'intimità e l'arcano quasi il filosofo - più della luce che piove su di lui - percepisse il buio, l'interiorità col suo mistero che si materalizza nella penombra circostante.
Un buio che tuttavia - nonostante la scala sembri salire verso il nulla - non è oscurità che intimorisce, ma ombra che accoglie intima, quasi protettiva, forse anche grazie alla dolcezza degli sfumati e al particolare di quella donna che, in un canto della stanza, ravviva il fuoco conferendo alla scena una sorta di familiarità. 

Ed è la stessa atmosfera di intimità che troviamo nel brano di Arcangelo Corelli (1653 - 1713), la "Sarabanda in re minore op.5 n.7"
Qui infatti - allo stesso modo dei colori del dipinto - la malinconia della tonalità e la crescente intensa fusione dei vari strumenti nel tessuto orchestrale ci fanno percepire il senso di una discesa nel nostro mondo interiore e invitano anch'esse, pacatamente, alla meditazione.

Buon ascolto!


domenica 25 novembre 2012

Appuntamento blogger : sintonia di un incontro.

Brigata piccola, oggi, all'incontro dei blogger a Milano, ma sempre viva la gioia di ritrovarsi e di godere della  reciproca compagnia.
E nella cornice sapientamente scelta da Ambra, c'è stato davvero di che rallegrare il cuore e addolcire anche il palato. 

Ma....di che cosa avranno parlato i protagonisti di questo appuntamento?
Di viaggi o di ricamo? Di attualità o di cinema? Di pittura o di musica?

Di tutto questo e anche di più, perchè a monte degli svariati interessi di cui ciascun blogger si occupa, comune a tutti è il piacere della condivisione, la gioia che i post messi in rete possano costituire "un luogo dove incontrarsi" - come recita il sottotitolo del blog di Ambra - e siano una piccola grande ricchezza per chi vi s'imbatterà navigando nel vasto mare del web. 
E se il denominatore comune in fondo....è la vita declinata in tutte le sue manifestazioni - dall'intensità di un racconto ai colori di un dipinto, dall'interesse di un réportage o di un'esperienza personale alla perfezione di un lavoro di cucito, solo per fare qualche esempio - è bello, ogni tanto, uscire dalla dimensione virtuale (che poi tanto virtuale non è...) perchè la sintonia che avvertiamo tra noi condividendo i rispettivi scritti, passi anche attraverso gli sguardi e il sorriso.
E quella che abbiamo respirato oggi è stata senza dubbio una grande sintonia!

Allora, a commento di una giornata così piacevole, propongo all'ascolto il primo movimento, "Allegro", della "Sonata per archi n.3 in Do maggiore" di Gioacchino Rossini (1792 - 1868), una melodia animata e distesa ad un tempo, fluida e scorrevole nel suo andirivieni di luminosissime note. 
Si tratta di un brano di grande leggerezza che - a mio avviso - riflette bene il clima vivace e sereno che ha accompagnato il nostro incontro, intenso anche se sempre troppo breve per la molteplicità degli argomenti e dei discorsi che si sono intrecciati e che vorremmo continuare con maggiore calma in una prossima puntata.
Con un caloroso GRAZIE a chi c'era, un saluto a chi non era presente e la speranza che in futuro la brigata possa essere più numerosa!

Buon ascolto!

giovedì 22 novembre 2012

Un Bach senza tempo per Santa Cecilia

Ancora una volta, la festa di Santa Cecilia che ricorre oggi viene a ricordarci quanto la Musica scenda dall'alto come una scintilla di Paradiso a illuminare la nostra vita.
Nasce dall'alto, fiorisce dall'anima, s'insinua in noi come il rivolo sottile di una sorgente e rimane nel cuore a scorrere con la leggerezza di un ruscello o la potenza di un fiume in piena, ricco di passione. 
E' da sempre vita che si declina in suoni, infinita e varia come vario e infinito è lo spirito umano dove sette sole note non sono limite angusto alla fantasia, ma orizzonte immenso in cui spaziare volando.

E mi piace pensare che la protezione di Santa Cecilia comprenda proprio tutti coloro che si avventurano in questo volo sognante verso l'infinito della Musica: dai grandi compositori ed esecutori a chi suona solo per diletto, fino ai più piccoli che muovono i primi passi su di uno strumento e sanno gioire della meraviglia delle note con freschezza talvolta rara.
Me lo suggerisce anche il dipinto di Nicola Poussin qui riportato, dove la Santa è raffigurata in mezzo ad angioletti e bambini, quasi a significare il cuore intatto come quello di un bimbo che la Musica ci restituisce, consentendoci di riattingere ad una purezza originaria.

E' per festeggiare allora Santa Cecilia in nome di questa purezza che oggi torno di nuovo a Bach con un brano che - se ce ne fosse bisogno - dimostra una volta di più la grande modernità del compositore e le potenzialità insite in ogni aspetto della sua monumentale produzione. 
Si tratta della "Sinfonia" che apre la "Partita in do minore BWV 826" della quale tempo fa avevo postato il brillante Capriccio.
Il pezzo si compone di due parti, Grave adagio e Andante, molto differenti tra loro. La prima è una lenta introduzione dai toni malinconici e drammatici, mentre quella che segue è un'aria variegata come un filo che si dipana e s'inanella in modo sempre più animato fino a lasciare il posto a una vivacissima fuga.

Lo riporto qui in duplice versione: quella originaria e l'arrangiamento fatto da Les Swingle Singers, gruppo mitico (..almeno per me!), specializzato nella riproduzione di musica classica, ma non solo, attraverso il canto a cappella o con l'accompagnamento di un bassista e di un batterista. 
Il brano è tratto da "Jazz Sebastien Bach" primo cd del gruppo che risale agli anni Sessanta e che - tra l'altro - ha contribuito a familiarizzarmi con la musica classica.

Immenso Bach! Gli cambi il ritmo - ma rispetto all'originale interpretato dalla Argerich....neppure poi tanto! - e ne viene fuori subito un brano jazz, sincopato e accattivante, nervoso quel tanto che ce lo fa amare subito e capace di restarci nel cuore senza perdere nulla di tutto il suo incanto!

Buon ascolto!

 

domenica 18 novembre 2012

Terapie

Ancora una volta è la giornalista Marina Terragni ad offrirmi lo spunto per il post di oggi.
Nel suo articolo di sabato 17 novembre su "IO donna" infatti, affronta un interessante e delicatissimo argomento domandandosi quanto la forza delle emozioni possa incidere su di una patologia tumorale provocandone l'insorgere o, al contrario, favorendone la guarigione.
E lo fa con riferimento al libro di Christian Boukaram - oncologo e professore di neurologia a Montreal - intitolato "Il potere anticancro delle emozioni" (ed. Urra) di cui riporta alcuni concetti essenziali. 

Partendo dall'osservazione che, a parità di fattori di rischio, non tutti sviluppano la malattia, Boukaram afferma che a creare le condizioni perchè si sviluppi o meno un cancro non sono solo fattori ambientali o genetici, ma anche esistenziali; è quindi evidente la presenza di un legame tra il vissuto psico-emotivo di un individuo e l'insorgere della patologia.
Ipotesi non nuove se vogliamo, ma che nel testo vengono suffragate dai risultati di una ricerca condotta presso l'università dell'Ohio che ha verificato l'utilità della terapia psicologica per aumentare la sopravvivenza e ridurre le recidive, in quanto lo stato mentale del paziente è in grado di esercitare una forte influenza sul DNA di tutte le cellule, comprese quelle cancerose.

Anche se una sintesi è spesso riduttiva e l'argomento esige che ogni affermazione sia fatta con molta cautela, è certo affascinante l'idea che la profonda unità del nostro essere - peraltro sostenuta anche dalla medicina antica - crei un continuo scambio tra corpo e psiche. Afferma infatti la Terragni che il messaggio più importante di questo libro è proprio "il superamento dei dualismi che ci affliggono".
E nello stesso tempo, pur senza sminuire l'importanza delle terapie ufficialmente riconosciute, è interessante pensare alla potente funzione che possono svolgere le emozioni positive, quasi come fiori che sbocciano su di un terreno arido e brullo ricostituendone l'integrità e la bellezza.

Ciò mi sembra un'ulteriore conferma del fatto che anche le emozioni offerte dalla sfera dell'arte possono attivare processi terapeutici capaci di incidere a fondo sulla nostra vita.
Nel creare tali processi - ho avuto occasione di dirlo più volte - la musica ha un ruolo di primo piano soprattutto grazie al suo linguaggio che tocca immediatamente le corde della psiche attraverso le frequenze dei vari suoni e il flusso di energia che essi comunicano. 
E' una qualità che gli antichi conoscevano bene: nella Bibbia si narra che il giovane Davide placava con l'arpa la follìa di Saul e - per venire a tempi un po' più vicini noi - possiamo ricordare che Bach ha composto le Variazioni Goldberg per alleviare l'ansia e l'insonnia del nobile Von Keyserling. 
Oggi poi le applicazioni della terapia dei suoni sono ancora più vaste e lo dimostra il fatto che la musicoterapia è divenuta una vera e propria disciplina paramedica.

Per questo, propongo all'ascolto il "Canone in Re maggiore" di Johann Pachebel (1653 - 1706) che nella profonda regolarità del suo ritmo ci regala una sorta di pacificante respiro. 
Si tratta di un brano conosciutissimo, riadattato in numerose versioni moderne - da quella più famosa degli Afrodite's Child in "Rain and Tears" alla più recente dei Modà in "Come un pittore", per fare solo qualche esempio - dove le canzoni sono costruite sullo stesso giro armonico del Canone.
E al di sotto delle ventotto variazioni di cui esso è costituito che si succedono con crescente complessità, il ritmo di fondo - reiterato e sempre uguale - apre davvero il cuore ad una riposante meditazione regalandoci uno sguardo progressivamente più positivo e sereno.

Buon ascolto!

domenica 11 novembre 2012

"Qui danza" : irrefrenabile gioia di vivere.


Giornata di pioggia questa, anzi, di acqua torrenziale. 
Osservo dalla finestra i campi dietro casa già in parte allagati, mentre l'occhio mi va al calendario: undici novembre???....
Ma non dovrebbe essere l'estate di S. Martino? E dov'è finita?...

Sento il bisogno allora di ritrovare attraverso la musica quella vivacità e quel colore che il paesaggio odierno non mi offre, per ricomporre almeno nel cuore la luminosità e il sereno orizzonte ora nascosti dietro le nubi.

Per questo, oggi propongo all'ascolto "Qui danza" di Giovanni Allevi, 
del quale - tra l'altro - proprio pochi giorni fa è uscito "Sunrise", nuovo cd comprendente una Fantasia concertante di cinque brani per pianoforte e orchestra e un Concerto per violino intitolato "La Danza della Strega". 
Ed ecco ancora il tema della danza che ritorna come una sorta di segreto filo rosso, a legare due composizioni che nascono dalla stessa sorgente vitale, anche se profondamente diverse nello stile e lontane nel tempo.
Il pezzo di oggi infatti non è tratto dall'ultima creazione del musicista ascolano, ma dal cd "No concept" del 2005.

Si tratta di un vivacissimo brano per pianoforte solo: gioia di vivere allo stato puro insieme a un sapore un po' rock e un po' jazz, anche se - a proposito di Allevi - di jazz vero e proprio non si può parlare in quanto il compositore ha più volte affermato di non sentirsi portato per l'improvvisazione. 
Al contrario, come ha precisato spesso usando un'espressione singolare e incisiva, ogni sua nota è sempre stata scritta sul pentagramma "per decreto dell'anima". E l'accostamento di questi due termini così diversi - uno relativo all'ambito della legge e l'altro a quello dello spirito - mi pare ribadisca con notevole forza quanto sia l'interiorità a guidare l'artista nel progettare ogni sua opera e ogni particolare del processo compositivo.

E' il ritmo la cifra più significativa di questo animatissimo brano, all'inizio martellante e ripetitivo, poi leggero al punto da farsi in alcune battute anche giocoso. Un ritmo che, man mano che la musica procede, ci afferra nel movimento della sua irresistibile e irrefrenabile vivacità fino a coinvolgerci e portarci via - corpo e anima - nel vortice della sua danza.
Un ritmo che ci restituisce sorriso, attitudine gioiosa verso l'esistenza insieme alla percezione che a danzare con noi sia la Musica, la Vita stessa, l'Infinito qui e ora : nell'universale e nel particolare, nel grande e nel piccolo, nella volta stellata e nel fiore, nelle passioni e nei sogni quotidiani, nei sospiri o nelle rabbie.

"Qui danza", e nulla di noi sfugge a questa danza che da ogni lato ci prende e ci avvolge e talora invece non vediamo presi dal chiasso esteriore o interiore. 
Ma basterebbe fare un passo indietro quasi a recuperare una visione d'insieme, per cogliere il segreto linguaggio dell'universo e sentir rinascere in cuore la gioia, nell'ebbrezza di un vivacissimo ritmo così come nella delicatezza di un battito d'ali di farfalla.
Ed è proprio ciò che Allevi sembra suggerirci con questa musica carica di irrefrenabile energia.

La clip video - peraltro ricca di splendide immagini - si chiude purtroppo pochi secondi prima che il brano finisca, ma in compenso l'acustica è perfetta.

Buon ascolto!

lunedì 5 novembre 2012

Preludio d'inverno

Primi di novembre: il cuore della stagione autunnale. 
Ma si alternano giornate dal tempo un po' strano.
Appena ieri si parlava di ottobrate, poi d'improvviso il freddo pungente ha portato un anticipo d'inverno: mattinate gelide, pioggia insistente, in certe località già la neve.
Oggi invece....sembra primavera e - almeno qui da me - il cielo ci regala una brezza tiepida e una trasparenza che esalta i colori. Ma le previsioni dicono brutto tempo, o forse nebbia. 

E' un po' un'altalena, ma per certi aspetti anche un dolce digradare verso la stagione invernale che ci permette di godere di ogni sfumatura dell'autunno abituando al clima gli occhi e il cuore prima di chiuderci nel fascino - ma anche nel disagio - del gelo. 

Sarà per questa particolare atmosfera che sono tornata ad ascoltare un artista che amo molto, Sting, in uno dei suoi più affascinanti cd: "If on a Winter's Night...", raccolta dalla quale tempo fa ho già postato qui due brani: "You Only Cross My Mind in Winter", sulle note di una meravigliosa Sarabanda di Bach e "Lo, How a Rose E'er Blooming" ripreso da un canto di Michael Praetorius.

Oggi, in sintonia con questo lento cammino verso l'inverno, è la volta di "Now Winter Comes Slowly", pezzo che ricalca l'omonimo brano di Henry Purcell (1659 - 1695) tratto da una delle sue più celebrate opere, "The Fairy Queen".
Da inglese a inglese, dunque, a distanza di più di tre secoli: da uno degli esponenti più significativi della musica barocca britannica fino al poliedrico Sting che, nel suo itinerario dal rock al jazz e al pop, non ha mai dimenticato la musica classica. 
Qui, attraverso la sua interpretazione e la sua voce straordinaria, le antiche note non solo mantengono intatta la propria bellezza, ma a mio avviso assumono un fascino ancora maggiore per l'atmosfera d'incanto fiabesco e d'intimità che Sting sa creare. E proprio lentamente l'artista ci accompagna verso il chiuso dell'inverno, così come il tema iniziale del pezzo scende gradatamente lungo la scala cromatica.

Ho riportato qui di seguito anche la clip video del brano originale nella rappresentazione dell'opera di Purcell: protagonista è la figura che impersona l'Inverno, la musica è uguale, ma diverso il tono, qui meno intimo e molto più marcato e solenne.

Buon ascolto!

giovedì 1 novembre 2012

Ai Santi in terra e in Cielo

A tutti i Santi, 
compagni di strada 
su questa terra 
o già vivi in Cielo, 
un ricordo in musica!


Gaudenzio Ferrari (1475 ca. - 1546): "Concerto degli Angeli", Santuario della Madonna dei Miracoli, Saronno.


Giuseppe Tartini (1692 - 1770): "Concerto per violino in mi minore D 56 - Adagio".

giovedì 25 ottobre 2012

Ottobre: una straordinaria battuta di caccia.


Ottobre: tempo di uva e di fichi, di funghi e di castagne, stagione di sole ancora tiepido - le splendide ottobrate di questi giorni, appunto - e di brume mattutine. 
Ma anche periodo di caccia.

Abito ai margini della campagna e non è raro che, soprattutto la domenica mattina, quando spalanco le finestre senta gli spari dei cacciatori che riecheggiano attutiti dalla lontananza tra campi e filari di pioppi, ma che talora risuonano anche più vicini inducendomi a pensare che qualche volta finirò impallinata mentre stendo la biancheria...

Non mi sono mai interessata di caccia, nè ho particolari conoscenze sull'argomento. Tuttavia ho sempre apprezzato le rappresentazioni che l'arte ha dedicato ad essa nel tempo - sia che fosse praticata per motivi di sopravvivenza, sia come svago della classe nobile - e che hanno attraversato tutte le epoche, dai graffiti rupestri al Medioevo e su fino al Settecento. Miniature, tavole, affreschi, dove la caccia è declinata in tutte le sue caratteristiche: a piedi, a cavallo, coi cani o col falcone, alla volpe, al cinghiale e via dicendo.

Dai famosi cicli dei Mesi al Botticelli, a Brueghel il Vecchio e ancora più in là nel tempo, molti artisti  l'hanno rappresentata nelle loro opere
E spesso si tratta di creazioni in cui gli autori hanno realizzato veri pezzi di bravura per esempio nel raffigurare gli animali.

Tra le varie composizioni dedicate a questo tema, una mi ha sempre colpito in modo particolare. Si tratta della "Caccia notturna" di Paolo Uccello (1397 - 1475) dipinto conservato all'Ashmolean Museum di Oxford.
L'opera - forse l'ultima del pittore fiorentino - si colloca già nella seconda metà del Quattrocento, quando dall'esperienza del Gotico internazionale col suo gusto del decorativismo si passa a nuove ricerche prospettiche su base matematica e all'adozione di differenti moduli compositivi.

A catturare la mia attenzione per questa tavola è stato il fascino della rappresentazione notturna, peraltro rara nell'ambito della pittura del periodo. Ma, oltre a ciò, è proprio l'impostazione prospettica che, insieme alla gamma delle tinte usate, la rende particolarmente interessante.

Ci troviamo di notte in una foresta dove l'oscurità è illuminata dal rosso di panneggi e finimenti e dal chiaro di alcune figure umane e dei cani. 
Siamo in piena battuta di caccia e la rappresentazione è concitata. Tuttavia - come si osserva dalla riproduzione completa riportata qui sotto - la scena, ordinatissima, costruita con ritmo e simmetria, in alcuni punti è quasi ferma.

C'insegnano i pittori del Novecento che non basta dipingere un cavallo con una zampa alzata per creare il movimento. E qui, in effetti, le figure rosse a cavallo, soprattutto nella parte destra del dipinto, risultano  statiche e quasi bloccate nei loro gesti.

Ma è la prospettiva - elemento fondamentale per Paolo Uccello - a ricreare il movimento dandoci da un lato l'dea che le figure si affollino verso il centro del quadro, e dall'altro dilatando lo spazio dello sfondo.
Gli alberi infatti, disposti in filari così da risultare ordinatamente alternati, e la dimensione ben calcolata delle figure dal primo piano a quelli retrostanti, costruiscono un impianto che guida il nostro sguardo fino in fondo alla scena.
Così pure, le macchie di colore distribuite sul tappeto verdescuro del sottobosco creano una sorta di alternanza di chiaro e di rosso invitandoci a seguire la direzione dei cacciatori.
Ma sono i cani, nel loro volgersi ora a destra ora a sinistra, a individuare una prospettiva frantumata in differenti punti di fuga, come diagonali che s'intersecano a creare l'illusione del movimento e a condurci subito là, nel folto e nell'ombra, dove forse si nasconde la preda.
Un'immagine costruita quindi con minuziosa precisione, in una profondità prospettica che la suggestione del buio sembra dilatare all'infinito e a cui i colori - in particolare il rosso sullo sfondo scuro - conferiscono eleganza insieme a un tono quasi fiabesco di mistero.

E a commentare questo mirabile dipinto, ancora un brano di Mozart: il "Rondò - Allegro" dalla celeberrima Serenata n.13 in Sol maggiore "Eine kleine Nachtmusic" (Piccola musica "notturna" ....appunto!) K.525.
Con la vivacità e la leggerezza che lo contraddistinguono, qui messa particolarmente in luce dalla pregevole esecuzione, il pezzo sembra infatti animare la scena del quadro e assecondare con leggiadrìa quel movimento che nasce dagli incroci prospettici.

Buon ascolto! 

venerdì 19 ottobre 2012

Aria di festa

19 ottobre 2012 : "Gioire in Musica" compie oggi due anni e mi piace ricordarlo insieme a tutti voi che passate di qui perchè è proprio a voi che devo il mio GRAZIE! 

Se l'entusiasmo da parte mia, col tempo, invece di affievolirsi è cresciuto, se i miei interessi si sono ampliati, se talora ho scoperto musica nuova sollecitata da qualche suggerimento, il merito è vostro e l'affetto che mi avete fatto respirare in questo piccolo angolo di web mi incoraggia a proseguire.

Ma desidero ringraziare anche coloro - e so che sono tanti! - che, pur non essendo mai intervenuti con i loro commenti, ascoltano puntualmente i brani  che di volta in volta amo postare. 
L'ho già detto in passato: per me è impagabile gioia pensare che persone  conosciute o sconosciute, vicine o forse lontanissime, possano trovare qui uno spazio di serenità nel segno della Musica! E' come lanciare un ponte, aprire un piccolo sentiero di luce, sapendo che qualcuno - magari in un remoto angolo del mondo - lo percorrerà e per qualche momento sarà preso dal luminoso incanto delle note.

La mia gratitudine però va anche a quanti - a volte esplicitamente, ma talora in modo implicito - sono stati all'origine della nascita di questo blog: persone che, per quegli intrecci segreti nel tempo e nello spazio che la vita ci regala, con il loro cuore, la loro arte e la loro esistenza hanno sollecitato in me il desiderio di condividere ciò che amo.

Allora, come lo scorso anno nella medesima occasione, per festeggiare ho deciso di regalarmi (....e regalarvi) un brano di Mozart, l'autore con cui ho iniziato.
E' il terzo tempo, "Presto", dalla "Sinfonia concertante in Mi bemolle maggiore K.364" ad accompagnarci oggi con l'esuberanza che lo contraddistingue: è infatti sul vivacissimo duettare di violino e viola, ora energico ora giocoso, che esso si snoda. 
A differenza del tono di malinconica intensità dell' Andante - forse il movimento più famoso della composizione - questo finale ci regala una ricca varietà di timbri in un crescendo di spumeggiante leggerezza. 
L'esecuzione decisamente grintosa dei due solisti poi, insieme al loro appassionato coinvolgimento, sembra mettere ulteriormente in luce il tono brioso del pezzo sviscerandone ogni possibile spunto ritmico. 
Col risultato di un'irrefrenabile gioia.

Buona visione e buon ascolto!

lunedì 15 ottobre 2012

Spalancare lo sguardo

Prendo spunto per il post di oggi da un articolo di Marina Terragni apparso  lo scorso 13 ottobre sul settimanale del Corriere della Sera "IO donna" e intitolato "La meraviglia può essere qui". 
La brava giornalista vi osserva che anche a poca distanza dalla grande città - Milano nel suo caso - esistono luoghi di tutto riposo che non ci impongono viaggi lunghi o faticosi e possono farci respirare bellezza, luce e silenzio. Giusto "dietro l'angolo" quindi, c'è modo di sfuggire al caos della metropoli e la gita fuori porta da fare in giornata può rivelarsi piacevole e rilassante.
Non occorrono treni ad alta velocità o aerei: basta meno di un'ora di auto per raggiungere, ad esempio, il lago di Como e magari salire con la funicolare ad ammirarne il panorama dal faro di Brunate. O percorrere il lungolago di uno dei paesetti della costiera tra le numerose ville che li abbelliscono, mete tipiche dei milanesi di una volta, ricchi o poveri che fossero. 
Ed è un conforto - afferma la Terragni - poter sapere che tante meraviglie sono così vicine a noi, quasi nel tempo reale di un pensiero, di un sogno, di un desiderio da formulare a occhi chiusi.

Anch'io amo molto queste brevi uscite e mi ha sempre attirato la possibilità di andare in cerca di un sollievo interiore così a portata di mano. In fondo, ciò che osserva la giornalista è abbastanza scontato; tuttavia, trovo interessante l'osservazione finale dell'articolo che riporto perchè in qualche modo ne amplia e approfondisce il senso:

"Vicino" è quasi come dire "qui". E forse c'è altrettanta meraviglia ancor più vicino. E allora non è detto che non ce ne sia anche qui, dove mi trovo ora.
Non chiudo gli occhi. Li spalanco per riuscire a vedere."

Ecco: splendido il sogno che ci porta via, l'uscita verso luoghi di tranquillità, il viaggio che ci cambia dentro! 
Ma altrettanto affascinante l'idea che la bellezza sia ancor più vicina a noi, magari nel grigiore dell'ovvio dal quale forse non ci aspetteremmo niente; affascinante il pensiero che essa sia un tesoro nascosto da scoprire non chissà dove ma, per così dire, sotto la stufa di casa. 
E questo spalancare gli occhi per riuscire a vedere mi piace quasi più dell'intero articolo perchè fa pensare e conduce oltre, ad altre prospettive, verso ciò che la Terragni non scrive ma in qualche modo lascia intendere.
E' questione di sguardo, sono gli occhi dell'anima a rivelarci la vera bellezza, a superare l'apparente opacità delle cose per farcene cogliere lo splendore segreto e ricondurci in definitiva a noi stessi.

Allora, mi permetto di citare anche il post pubblicato recentemente dall'amica blogger Sandra (sandramaccaferri.blogspot.com "L'ombelico del mondo") che, commentando le splendide foto del suo viaggio in Grecia, ricorda - insieme al famosissimo "Conosci te stesso!" - le seguenti parole dell'oracolo di Delfi: 

"Se ignori le meraviglie della tua casa, come pretendi di trovare altre meraviglie? In te si trova occulto il Tesoro degli Dei".

"In te": come dire, là dove abiti, nel tuo paese, nella tua casa, nel tuo cuore. 
"Occulto": segreto, nascosto forse anche al tuo stesso sguardo che devi spalancare e fare attento per poter vedere dentro e fuori di te!
"Il Tesoro degli Dei" : quel dono divino che in definitiva....sei tu! 
Saggezza che giunge a noi dall'antica Grecia, ma che ritroviamo anche in quel filo rosso di pensatori e filosofi che, da S.Agostino in poi, ci ricordano la sacralità del mondo interiore.

E la musica che - come ogni forma d'arte - nutre e custodisce questo mondo interiore con particolare intensità, può aiutarci a spalancare lo sguardo su di esso con un brano dell'autore che, forse più di ogni altro, vi si è addentrato: Frédérick Chopin.  
Il "Notturno in do minore op.48 n.1" con le sue note profonde e arcane ci accompagna infatti per il variegato paesaggio dell'interiorità. E' un cammino ora lento e soffuso di malinconia, ora impetuoso e agitato, ora ricco di limpide aperture, dove il tema del brano riaffiora con ricchezza sempre nuova per condurci fino alle più intime delicate sfumature dell'anima.

Buon ascolto!